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Come scrivere l’incipit di un romanzo?

Come scrivere l'incipit di un romanzo?

Nei miei primi tentativi di scrivere il mio capolavoro fantasy l’incipit era per me una pura descrizione del paesaggio, come se lo scrittore dovesse accompagnare il lettore nel mondo da lui creato e farlo avvicinare pian piano alla scena.

A quel tempo avevo pochissime letture sulle spalle e più tardi ho potuto constatare che esistono tantissimi modi per scrivere un incipit e, soprattutto, che questi modi non possono essere legati al genere narrativo.

Non è scritto da nessuna parte che un fantasy debba iniziare con una descrizione.

Tre incipit a confronto di romanzi fantasy

Il Signore degli Anelli di John R.R. Tolkien

Quando il signor Bilbo Baggins di Casa Baggins annunciò che avrebbe presto festeggiato il suo centoundicesimo compleanno con una festa sontuosissima, tutta Hobbyville si mise in agitazione.

La Spada di Shannara di Terry Brooks

Il sole tramontava già fra le profondità verdi delle colline a ovest della vallata, e le sue ombre rosse e rosate sfioravano gli angoli più remoti della campagna, quando Flick Ohmsford cominciò la sua discesa.

Il Trono di Spade di George R.R. Martin

Le tenebre stavano avanzando.

«Meglio rientrare.» Gared osservò i boschi attorno a loro farsi più oscuri. «I bruti sono morti.»

«Da quando hai paura dei morti?» C’era l’accenno di un sorriso sui lineamenti di ser Waymar Royce.

L’incipit proposto da Tolkien emana tranquillità e spensieratezza. Gli stessi personaggi introdotti sono una razza pacifica. Tutto fa supporre che si tratti di un mondo ideale, in cui nulla di malvagio potrà mai accadere.

Nel secondo caso Brooks ha preferito iniziare con la descrizione del paesaggio, che prosegue ancora per qualche riga. L’atmosfera è quella magica di un mondo antico e pulito, che però fa presagire qualcosa di oscuro.

Martin ha offerto al lettore le tenebre. Fin dall’inizio entriamo in un mondo minacciato da un pericolo che mette i brividi, ma non è la paura dell’horror, del soprannaturale, ma di un qualcosa di reale, che esiste al di là del nostro mondo, della barriera che è stata innalzata.

Tutti e tre gli incipit secondo me funzionano. Frank Herbert ha scritto che in realtà non esiste la fine di una storia, la fine è solo il punto in cui uno scrittore decide di concluderla, di interrompere la narrazione anzi.

Secondo me si può applicare lo stesso concetto all’inizio della storia. Non esiste un vero incipit, ma l’inizio è solo il punto in cui lo scrittore decide di cominciare a narrare la sua storia. In fondo una storia va scritta iniziando dalla fine. Dunque è solo un ragionare sul punto temporale migliore per cominciarla.

Descrizione, azione del personaggio, evento: la scelta è sull’effetto migliore che si può ottenere, in funzione anche – e soprattutto – dell’evolversi della storia. Quando abbiamo in mente – e sugli appunti – tutta la nostra storia e la sua struttura, allora l’incipit nascerà da solo. Sarà suggerito dalla storia stessa.

Che ne pensate? Come scrivete l’incipit delle vostre storie?

40 Commenti

  1. Il meglio di Penna Blu – Luglio 2012
    3 luglio 2012 alle 05:04 Rispondi

    […] Continua a leggere Come scrivere l’incipit di un romanzo? […]

  2. morena
    3 luglio 2012 alle 09:08 Rispondi

    Sono d’accordo. L’incipit nasce dopo che si è già scritta buona parte della storia. Si scrive un incipit e si prosegue. Poi, quando si rilegge, nascono le modifiche e l’incipit spesso viene riscritto alla luce degli avvenimenti seguenti.

  3. Romina Tamerici
    3 luglio 2012 alle 09:11 Rispondi

    Anch’io scrivo l’inizio della storia pensando alla fine. E mi piace partire in media res, soprattutto nei racconti ma anche nei romanzi. Ho letto moltissimi scritti su come scrivere un buon incipit, ma credo che tutto dipenda dal tipo di storia e dallo stile che poi si porterà avanti nel testo. Non mi piace molto partire con descrizioni dell’ambientazione, quindi, a mio gusto, sono più interessanti il primo e il terzo incipit. Il primo in particolare mi ha ricordato una regola che avevo letto tempo fa e cioè che partendo con una subordinata e/o con una preposizione articolata si incentiva il cervello del lettore a proseguire la lettura della frase e ciò rende l’incipit accattivante. Di certo non basta a tener inchiodato il lettore fino all’ultima pagina del libro, ma si può sempre provare!

  4. Daniele Imperi
    3 luglio 2012 alle 09:39 Rispondi

    morena,

    Mi è capitato di buttare un intero incipit, perché non mi piaceva. Poi, rileggendo la scaletta e ripensandoci, ne ho scritto uno che ho lasciato.

  5. Daniele Imperi
    3 luglio 2012 alle 09:40 Rispondi

    Romina Tamerici,

    Tu vai sul tecnico :) Fammi un esempio, che è meglio :D

  6. franco zoccheddu
    3 luglio 2012 alle 18:40 Rispondi

    Apprezzo gli incipit essenziali, ordinari. Non mi piace la calma dopo la tempesta, per intenderci: un incipit non può promettere quello che non manterrà.
    Mi permetto di proporre quello del mio thriller scientifico, assolutamente ordinario:
    “Sorvolando l’europa centrale André Lafarge immaginò una per una le città nascoste sotto la buia cortina di nuvole”.

  7. franco zoccheddu
    3 luglio 2012 alle 18:42 Rispondi

    Ah si, Europa maiuscolo…

  8. Daniele Imperi
    3 luglio 2012 alle 19:13 Rispondi

    @Franco: sì, l’incipit può essere tranquillo come il tuo e avere lo stesso un buon effetto. In fondo introduce a una storia, a un nuovo mondo.

  9. Romina Tamerici
    4 luglio 2012 alle 00:51 Rispondi

    Secondo la teoria che avevo citato è meglio cominciare un incipit con una subordinata e/o una preposizione.

    In altre parole è meglio:
    “Quando il signor Bilbo Baggins di Casa Baggins annunciò che avrebbe presto festeggiato il suo centoundicesimo compleanno con una festa sontuosissima, tutta Hobbyville si mise in agitazione
    Rispetto a:
    “Il signor Bilbo Baggins di Casa Baggins annunciò che avrebbe presto festeggiato il suo centoundicesimo compleanno con una festa sontuosissima e tutta Hobbyville si mise in agitazione.”
    Anche se le modifiche sono poche, la sonorità del brano muta.

    La versione migliore dovrebbe cominciare con una preposizione:
    “Nell’annunciare che avrebbe presto festeggiato il suo centoundicesimo compleanno con una festa sontuosissima, il signor Bilbo Baggins di Casa Baggins mise tutta Hobbyville in agitazione.”
    In questo modo, l’occhio è obbligato a scorrere varie parole prima di trovare il soggetto della frase.

    Chiedo perdono a Tolkien per aver giocato con il suo incipit. Spero che con l’esempio ora sia chiaro ciò che intendevo.

  10. Marco
    4 luglio 2012 alle 07:10 Rispondi

    Di solito parto con un incipit che non cambio più. Ma in realtà mi è capitato di modificarlo oppure di riscriverlo da zero. Alla fine è la storia che comanda non l’incipit, e se lei non lo gradisce, occorre obbedirle.

  11. Daniele Imperi
    4 luglio 2012 alle 09:04 Rispondi

    @Romina: chiaro, però mi piace più quello di Tolkien, il terzo per niente.

    @Marco: vero, è la storia che comanda. A me è capitato di cambiare gli incipit, ma di rado.

    • Angelo Fabbri
      3 aprile 2015 alle 12:30 Rispondi

      Anche io preferisco l’incipit di Tolkien rispetto a quelli proposti. Non conosco la teoria a cui fa riferimento Romina, ma è vero che la sonorità del brano muta, e di molto. Però in peggio :-)

  12. Come scrivere il finale di una storia
    24 luglio 2012 alle 05:02 Rispondi

    […] sempre pensato che il finale di una storia dovesse essere memorabile, allo stesso modo di come un incipit doveva essere sensazionale. Se l’inizio del romanzo o del racconto avevano l’obbligo di […]

  13. L’incipit nel Fantastico
    22 gennaio 2014 alle 05:43 Rispondi

    […] genere letterario predilige o meno un incipit suo? Che cosa fate prima di acquistare un libro? Beh, io ne leggo le prime righe, al massimo mezza […]

  14. LiveALive
    13 giugno 2014 alle 10:03 Rispondi

    Oggi va molto l’inizio in Medias Res (in fondo c’è lo portiamo dietro da Omero, e neppure Dante ha fatto eccezione…). In particolare, si vuole che sin dalla prima riga ci sia un “hook”, un qualche evento che catturi subito con la sua tensione, o comunque un qualche elemento che susciti immediata curiosità. Per esempio, un’ottima idea è iniziare con “Aveva ragione, Giacomo ci stava tutto dentro il congelatore, bastava tagliarlo a fette sottili” (oddio XD), meno ottima iniziare con “era un pomeriggio tranquillo e assolato”.
    …ma in realtà, non credo la cosa così fondamentale. È vero, oggi la gente si distrae facilmente, e tra tutte le cose che può leggere, è bene convincerla a leggerti subito, però io credo che un testo può benissimo iniziare in modo pacato se, magari, ciò aiuta a creare un climax migliore. Personalmente, non butto via il libro dopo 10 righe, continuo finché non succede qualcosa; forse in un racconto è più importante (in un romanzo magari si sente l’impegno di continuare), ma comunque, non dò così tanti valore all’incipit degli altri.

    • Daniele Imperi
      13 giugno 2014 alle 12:17 Rispondi

      Sono d’accordo. Più in là vorrei fare una raccolta degli incipit che più mi hanno colpito, di vari tipi.

  15. cornetta maria
    7 luglio 2014 alle 22:51 Rispondi

    “Aveva un corpo che raccontava la storia della sua fame e le cicatrici aperte sulla pelle erano conti in sospeso col destino, tacche su legno ancora vivo…” L’incipit di uno dei miei racconti.
    “Una goccia di pioggia batteva , ossessiva, nello stesso punto sul davanzale di marmo, caparbia e inutile come la replica dei miei ricordi…”
    Altro incipit.
    “Non sapeva chi era né chi fosse mai stato, non sapeva dov’era né dove fosse diretto…” Incipit di un racconto surreale di mio figlio…
    “Nessuno era mai entrato in casa sua e pareva che solo lui potesse varcare quella soglia…” Un thriller di mio figlio… Se vuole, può conoscerci…Buonasera!

    • Daniele Imperi
      8 luglio 2014 alle 07:33 Rispondi

      Ciao Maria, benvenuta nel blog. Sono solo esercizi o storie complete?

  16. cornetta maria
    7 luglio 2014 alle 23:00 Rispondi

    Domenico cercava un posto dove fermarsi.
    Scelse una radura limitata dagli ulivi.
    Il desiderio di piangere si spense in un singhiozzo.
    Era sempre stato padrone di ogni certezza ed ora la sua dignità vacillava, nuda e indifesa…Genere romantico
    ORA CHE E’ INUTILE
    Superai le arcate di pietra che dividevano la zona antica del cimitero da quella nuova: un illusorio confine tra passato e presente.Mi avviai tra la scacchiera di lapidi e mi fermai davanti ad una piccola immagine: nei grandi corvini, un rimprovero: lo stesso, da sempre. Ignorarlo le fu fatale.”Ora che è inutile, ora che è inutile”, una danza di parole che apriva un varco nel dolore perché la mia colpa sopravvivesse al ricordo…Genere drammatico. NE ABBIAMO TANTISSIMI!

  17. cornetta maria
    8 luglio 2014 alle 10:13 Rispondi

    Talvolta realtà e finzione si sovrappongono e se la gente comune la definisce “dissociazione”, per l’artista, questa è una vocazione che lo assolve da qualunque banale definizione. Scrittori si nasce, non si diventa, perché l’arte, secondo una credente come me, è “la scintilla di Dio”. Non sono un’esaltata, o, meglio, lo sono per chi non crede. Il vostro blog è “fighissimo” (direi così se avessi vent’anni…Ma ne ho il triplo). Buongiorno!

  18. Cornetta Maria
    19 settembre 2014 alle 16:56 Rispondi

    L’incipit è la rsiposta all’istinto creativo e all’istinto si ubbidisce, senza pretendere di dettargli le regole…E’ la mia regola

  19. vincenzo
    13 novembre 2014 alle 12:29 Rispondi

    Nel mio libro “Sancio, io e l’isola di Nessuno” ho cercato l’elemento in comune a diversi incipit “classici”, dall’Odissea a Il Processo, Da I Tre Moschettieri a Don Chisciotte, da Ulisse a Anna Karenina, perché il tema dell’incipit lo reputo fondamentale anche sotto l’aspetto ideologico, non solo formale. Sono arrivato a una conclusione, del tutto opinabile, ma che cerco sempre di verificare sui testi: l’incipit apre un varco nella realtà solita, inserendo un elemento di caos nell’ordine scontato delle cose.
    Hoobyville che si mise in agitazione, Flick che cominciò la sua discesa e “da quando hai paura dei morti?” dei tre libi d’esempio, mi sembrano anch’essi elementi di un caos incipiente dentro il varco aperto dalle parole precedenti.
    Un’altro tema ricorrente mi sembra quello di una sfida che sembra persa in partenza, che si collega al ragionamento di cui sopra.
    All’interno della trama, sono d’accordo che deve risultare un’efficacia dell’incipit rispetto allo svolgersi narrativo, sia in termini di tempo che di spazio. Quanto poi alla riscrittura, nel mio caso essa riguarda tutto il teso e a maggior ragione l’incipit.
    Vincenzo

  20. Evelino Ninnoli
    29 giugno 2015 alle 01:40 Rispondi

    Questo blog è la morte della letteratura, la morte dell’arte in generale, in ogni sua forma. Lo scrittore è “chi fa dell’arte della scrittura una scienza”? Eh? La scrittura è “meccanica” e non ha niente a che fare con filosofia e poesia? Come? Leggo bene?

    No, no! Questa è una mercificazione, una svendita senza scrupoli dell’arte al mercato della convenienza e dei sogni a basso costo, uno sventramento. Ma come puoi permetterti, (proclamandoti scrittore!) di abusare così delle parole? Come puoi schiavizzare la scrittura alle logiche scientifiche, agli algoritmi, alle regole, alle buone norme, agli esercizi, senza aver peso sulla coscienza, sull’anima tua di artista? Tu, caro mio, afferri la farfalla che vola e la studi da vicino, con il microscopio, ne separi le ali, le zampe, le antenne e tutte le studi una ad una: ma vola ora, questa tua farfalla? No! Non può più!

    Scrittura creativa? E cos’altro può dunque essere la scrittura, se non creazione? Il fatto che tu, insieme a questa società semplicista, ritenga opportuno separare la scrittura in tipologie, come si farebbe nell’ambito di una qualsiasi scienza, è chiaro e tenebroso sintomo di un disprezzo brutale nei confronti dell’arte, e dell’inutilità della stessa nel nostro tempo. non c’è terreno fertile che nutra e accudisca l’arte letteraria, poiché nessuno ha più bisogno di lei, e dunque questa per sopravvivere viene a scomporsi in parziali e svilenti categorie e subcategorie, è costretta a seguire la fame di trama e di genere del lettore medio, e viene vivisezionata, liofilizzata, inscatolata ed esposta gratuitamente all’uomo mediocre, corredata da kit di montaggio ed istruzioni per l’uso. Non più è necessario sentirsi “fibra dell’universo” (Ungaretti, da “I fiumi”), avere in sé una vocazione e raccoglimento, una motivazione, un’intima necessità di scrivere e tradurre in parola viva l’essere presente alla propria esistenza. Ora chiunque, per hobby o, peggio, per professione, può diventare scrittore in poche semplici mosse, e vendere il proprio prodotto “meccanico” e di serie al mercato vorace, come si farebbe per le scatolette di tonno, o come si fa per le automobili.

    Tu ridicolizzi la letteratura, la catapulti sugli scaffali di un supermercato, le appiccichi una copertina appariscente e un prezzo, senza vergogna, sfacciatamente. Ora parlami di Dante, parlami di Manzoni, parlami di Foscolo, Leopardi, Verga, Carducci, Pirandello, Svevo, Ungaretti, Saba, per citarne una decina, e rispondi se la loro è Arte, fuoco devastante e creatore, o se proviene da logicissime scelte di marketing letterario come quelle che tu proponi ai malcapitati illusi. Io scrivo queste parole in qualità di un’uomo che ha intravisto nella scrittura la sua strada per qualche tempo, prima di realizzare che quella nei suoi confronti non era motivazione sufficiente, non era amore, ma solo una forte passione. Nessuna invidia dunque, solo grande, immenso sconforto nell’assistere a una simile tortura, e sfiducia.

    Ora chiariscimi anche questo: come può la letteratura, che in quanto arte si occupa incessantemente dell’uomo, non avere nulla a che fare con la filosofia, che è la disciplina che accoglie il pensiero sull’uomo e sulla sua esistenza? Non aggiungo ulteriori punti, credo potrai darmi una risposta significativa già rispondendo a questo.

    Un consiglio a te e a tutti gli appassionati lettori del tuo blog che si chiedono se scrivere sia la loro vocazione (o che, ignorando che la risposta a tale problema è negativa, arrogantemente pretendono di essere scrittori ugualmente): leggete ripetutamente e con grande attenzione le “Lettere ad un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke. Imparatele a memoria e non nascondete a voi stessi la verità di quelle pagine. Esse probabilmente riusciranno a impressionarvi e a stimolare la vostra esistenza e la vostra consapevolezza.

    Cordiali saluti,
    Evelino

    • Daniele Imperi
      30 giugno 2015 alle 08:24 Rispondi

      Ciao Evelino,
      dove hai letto nel mio post che lo scrittore è “chi fa dell’arte della scrittura una scienza”? E dove che la scrittura è meccanica?
      E dove mi sarei proclamato scrittore?
      Tu mi sa che hai frainteso il tema di questo articolo – e secondo me anche l’intero mio blog. Io non disprezzo nulla. Come ti permetti tu, senza neanche sforzarti di capire quello che ho scritto, di dire certe cose di me senza neanche conoscermi.
      L’unico che sta ridicolizzando qualcosa, qui, sei tu: ridicolizzi te stesso, non solo perché hai lasciato un commento senza senso completamente fuori tema rispetto all’argomento trattato dal mio articolo, ma perché fai confronti con la letteratura del passato, che non può essere paragonata a quella del presente.
      Tutte le letture che hai fatto, a quanto vedo, non ti sono servite a nulla. “Un’uomo” non si scrive così, ma senza apostrofo.
      Quando inoltre avrei scritto che la letteratura non ha nulla a che fare con la filosofia?

  21. angelo
    30 giugno 2015 alle 09:18 Rispondi

    Trovo queste polemiche abbastanza sterili: ogni tanto spunta qualcuno con argomentazioni di questo genere che lasciano il tempo che trovano e sono solo distruttive.
    Io credo che per la scrittura, così come per tutte le manifestazioni artistiche, la tecnica sia essenziale e sia necessariamente presente sotto la creatività. Non escludo naturalmente che ci possano essere eccezioni con artisti totalmente naif, ma sono appunto eccezioni. Relativamente allo scrivere io vedo che sono di questa opinione gli Autori che si sono occupati di riflettere sui meccanismi interni del romanzo o del racconto, da King a Gardner, per cui mi sento obbligato se non altro a rispettare la loro opinione. Blog come questo danno un contributo a chi vuole cercare di capirci un poco di più, quindi io credo che svolgano solo un ruolo positivo e debbano se non altro essere apprezzati per questo, indipendentemente dal fatto che ci si trovi d’accordo o meno con le opinioni che vengono espresse.

    • Daniele Imperi
      30 giugno 2015 alle 10:27 Rispondi

      Ciao Angelo, grazie. Hai ragione, creatività, poesia, arte, ma anche tecnica.

  22. Cornetta Maria
    30 giugno 2015 alle 23:16 Rispondi

    Dissentire non vuol dire non rispettare, significa soltanto avere un altro punto di vista. E’ la democrazia della parola, si sono fatte guerre per ottenerla, è giusto difenderla. Nessuno intende sottovalutare una buona preparazione che faccia da supporto alla creatività ma ,se non c’è talento,anche la competenza resta solo un bagaglio di nozioni che si possono ottimizzare in altri ambiti ma non in quelli artistici. In pratica, talentuosi si nasce e ci si può raffinare ma certe doti non possono essere assolutamente acquisite né tantomeno sono attribuibili alla quantità e qualità di nozioni che si possono accumulare anche in un’intera vita.Questa è la mia opinione e soprattutto la mia esperienza.

  23. Giulio F.
    8 agosto 2015 alle 19:20 Rispondi

    Con le mani strette al volante, tagliavo la strada nel buio notturno. Nello specchietto, la luna era ormai alle mie spalle. Non ci potevo credere, lo stavo facendo davvero.

    Come ti sembra? A me non piace che tutte e tre le frasi usino la stessa simmetria, con la medesima punteggiatura. Qualche consiglio?

  24. Cornetta Maria
    9 agosto 2015 alle 17:34 Rispondi

    Io l’avrei scritto così:
    …”Ero determinato, ma lo tacevo persino a me stesso, il silenzio della notte per alleato e le nocche bianche delle mani strette attorno al volante erano l’unica traccia della tensione che mi divorava….”
    LA SUSPENCE INIZIALE, SECONDO ME, VA BENE, MA DOVRESTI GESTIRLA CON FRASI AD EFFETTO. Spero di esserti stata utile.

    • Giulio F.
      9 agosto 2015 alle 21:19 Rispondi

      Wow, grazie mille! Lo sei stata molto, ottimo consiglio ;)

  25. Angelo
    10 agosto 2015 alle 09:42 Rispondi

    Giusto per dire la mia, delle tre frasi del tuo incipit mi sembra debole la seconda, in particolare il termine “specchietto” mi piace poco, così come il verbo “tagliare” nella prima (che comunque immagino corrisponda ad una precisa scelta di sceneggiatura). Io avrei preferito una cosa del tipo: “Con le mani strette sul volante tagliavo la strada nel buio notturno, la luna ormai alle mie spalle.” La terza frase invece è uno stacco necessario a introdurre il tema della narrazione, mi piace così com’è. L’incipit di Maria è bello, ma secondo me è un’altra cosa, esprime una tensione diversa che non percepisco nelle tre frasi proposte.

    • Giulio F.
      10 agosto 2015 alle 09:59 Rispondi

      Sì, hai ragione, la seconda frase convince poco anche me.
      Lo specchietto non ti piace come parola o come scelta narrativa?
      Grazie mille per avermi risposto :)

  26. Angelo
    10 agosto 2015 alle 18:11 Rispondi

    Il termine mi è subito sembrato stridente, un po’ fuori posto, ma naturalmente è la frase, troppo simmetrica come hai giustamente fatto osservare, che non mi piaceva. Ti dirò, comunque, che ad analizzare troppo le frasi io finisco per perdere il senso della musicalità del testo: è un mio limite, per fortuna faccio l’impiegato e non lo scrittore! ☺

    • Giulio F.
      10 agosto 2015 alle 18:39 Rispondi

      È vero, forse a volte esageriamo nella tecnica, però (essendo all’inizio) vorrei fosse tutto nel posto giusto. Grazie ancora!

      P.S. Se sei su questo blog significa che almeno ti piacerebbe esserlo, però ;)

  27. Angelo
    10 agosto 2015 alle 21:29 Rispondi

    Qualcosa scrivo anche io, ma preferisco considerarmi un lettore: intanto faccio parte di una categoria necessaria e non troppo affollata, poi sono almeno sicuro di non fare danni aumentando la già eccessiva entropia letteraria. ?

  28. Cornetta Maria
    11 agosto 2015 alle 15:41 Rispondi

    Se proprio vuoi metterci la luna e la notte, potresti optare per una seconda soluzione:
    “…La luce discreta della luna seguiva il mio percorso nella notte, uno sfondo rassicurante per i pensieri che si affollavano disordinatamente, perché ero eccitato. Stavo per farlo,non potevo crederci: il confine tra i miei sogni e la realtà era vicinissimo ed io stavo per varcarlo!”
    E’ OVVIO CHE NON SO A COSA TI RIFERISCI, PERCIO’ HO PROVATO AD INDOVINARE. Un cordiale saluto a te e agli altri utenti. Ci tengo a dire, comunque, che sono una scrittrice “conclamata”.

    • Giulio F.
      11 agosto 2015 alle 20:58 Rispondi

      Grazie mille, di nuovo ;) Un saluto a te
      Diapositive?

  29. Cornetta Maria
    11 agosto 2015 alle 21:46 Rispondi

    Ebbene, sì! Ciao!

  30. Filippo
    16 marzo 2017 alle 00:00 Rispondi

    Io mi ritrovo sempre più spesso a scrivere gli incipit solo a storia conclusa. Non so perché, ma talvolta l’incipit mi è chiaro soltanto all’ultima pagina. Anzi, ultimamente finisce sempre per diventare un buon aggancio con il finale, ovvero: racconto una situazione che abbandono durante la storia, e che solo alla fine inevitabilmente torna fuori per venire spiegata. Il risultato finale mi ha sempre convinto, almeno fino ad oggi.

    • Daniele Imperi
      16 marzo 2017 alle 12:17 Rispondi

      Ciao Filippo, benvenuto nel blog. Il tuo metodo ha senso, in effetti, se appunto vuoi creare quel legame fra inizio e fine.

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