Parole italiane a rischio di estinzione

Anglomania, inclusività e politicamente corretto

Parole italiane a rischio di estinzione

Possiamo parlare di estinzione per le parole? Certamente, perché è quanto sta accadendo nella nostra lingua: dagli anglicismi ai divieti del politicamente corretto e del linguaggio inclusivo l’italiano sta perdendo sempre più parole ed espressioni.

Chi nasce oggi e chi oggi è nel periodo dell’adolescenza si trova a parlare e scrivere una lingua povera: perché una lingua non si arricchisce sostituendone le parole a favore di quelle straniere né con contorte e verbose soluzioni per evitare presunti intenti maschilisti e razzisti.

Io sono andato a scuola nei favolosi anni ’70 e ’80 e a quei tempi l’italiano non era ridotto in questo stato pietoso: c’erano parole inglesi, certo, ma comunemente si usavano film, jeans, bar, sport, snob, picnic, goal, tunnel, hostess, boom, e sicuramente altre, ma erano così poche e così diluite che neanche te ne accorgevi.

E poi parlavamo nel modo più politicamente scorretto possibile e non c’erano moralisti, come oggi, ad alzare la voce per riprenderci. Il linguaggio inclusivo, con le sue follie, neanche esisteva.

180 parole e locuzioni italiane sostituite da quelle inglesi

E non sono neanche tutte. Mi sono fermato a 180 perché non ne potevo più, mi stava venendo il voltastomaco a scoprire quante parole ed espressioni italiane stanno soccombendo per questa ridicola sudditanza, autoimposta poi, nei confronti dell’inglese.

Ogni giorno, purtroppo, compaiono nuovi termini in contesti abituali, quotidiani, insinuandosi nel linguaggio di parlanti e scriventi e trasformando la lingua italiana in una babele cacofonica.

Fate un giro nel dizionario delle alternative agli anglicismi e troverete la bellezza di quasi 5.000 anglicismi!

Politici, giornalisti, professionisti e artisti dello spettacolo sono i primi e maggiori colpevoli di questo andazzo. I titoli dei film neanche vengono più tradotti. Perché? Se si crea un nuovo programma televisivo, la scelta del nome cade sull’inglese. Perché? Leggi e iniziative istituzionali hanno nomi inglesi. Perché? E perché la personalità di un marchio devono chiamarla brand personality?

E adesso fatevi due risate con questo elenco non esaustivo di parole ed espressioni italiane che rischiano seriamente di cadere in disuso, di estinguersi a favore degli anglicismi.

A

  1. A tempo parziale: part time.
  2. A tempo pieno: full time.
  3. Adolescente: teenager.
  4. Al chiuso: indoor. Perfino il Ministero della Salute parla di “qualità dell’aria indoor”.
  5. Al limite di: borderline.
  6. All’aperto: outdoor.
  7. Allenamento: fitness.
  8. Amministratore delegato: CEO. A parte il mio viscerale odio per gli acronimi, non ricordo mai che diavolo voglia dire questo CEO. Inutile suggerirmelo, ché fra 5 minuti l’ho dimenticato.
  9. Amministrazione: governance.
  10. Ammiratore: fan.
  11. Angolo: corner. Già, ho letto che in una libreria c’è un corner dedicato a una casa editrice.
  12. Anteprima: in base ai contesti preview, trailer, teaser.
  13. Anti invecchiamento: anti age.
  14. Aperto al pubblico: open day.
  15. Appuntamento: dating.
  16. Argomento: topic.
  17. Aspetto: look.
  18. Assistente/badante: caregiver.
  19. Assistenza clienti: customer care.
  20. Assunzione: recruiting.
  21. Autore: creator. Ultima moda. Adesso ci sono i creator, che poi siamo tutti noi altri che creiamo contenuti nella rete. Mandiamo creator al Creatore!
  22. Autoscatto: selfie.
  23. Aziendale: corporate.

B

  1. Benessere: welfare. Il significato principale di welfare è benessere, ma in funzione del contesto può variare: quello che chiamano welfare aziendale sono i sussidi aziendali. Sussidio non è una brutta parola e non significa elemosina.
  2. Bevanda: drink.
  3. Biglietto: ticket.
  4. Bipartitico: bipartisan.
  5. Borsa della spesa: shopping bag.

C

  1. Cartellone pubblicitario: billboard. Ci ho messo un po’ per capire di che stessero parlando su LinkedIn, tempo fa. Ma dico: chi dovrebbe capire che cribbio significhi ’sto billboard?
  2. Centro (vaccinale, aeroportuale, quello che vi pare): hub.
  3. Centro di informazioni: call center.
  4. Certificato verde: greenpass.
  5. Chiamata: call.
  6. Cibo da strada: street food.
  7. Cibo e bevande: food and beverage.
  8. Ciclista: biker.
  9. Coinvolgimento: engagement.
  10. Collaborazione: partnership.
  11. Combinazione: combo.
  12. Commercio elettronico: ecommerce.
  13. Comunità: community.
  14. Compere: shopping.
  15. Completo (di abbigliamento): outfit.
  16. Concorrente: competitor.
  17. Concorso: contest. Ormai è sempre più affermato il termine inglese.
  18. Confezione: packaging.
  19. Confinamento: lockdown.
  20. Consulenza: counseling.
  21. Contanti: cash.
  22. Convegno: convention.
  23. Copertina: cover. Specialmente nei fumetti è così che si chiama oggi la vecchia copertina.
  24. Corridore: runner.

D

  1. Dal vivo: live.
  2. Descrizione del lavoro: job description. Su LinkedIn, social media in cui l’itanglese prolifera come muffa in una cantina umida e abbandonata, quando si parla di lavoro, si parla sempre di job description.
  3. D’accordo: okay. Mentre revisionavo un mio vecchio racconto di fantascienza, ho trovato un personaggio che due volte rispondeva “okay”. Indovinate che ho fatto?
  4. D’annata: vintage.
  5. Di cattivo gusto: trash.
  6. Dietro le quinte: backstage.
  7. Digitale: digital.
  8. Direttore artistico: art director.
  9. Direzione: leadership.
  10. Diritto d’autore: copyright.
  11. Dispositivo: device.
  12. Documentario: docufilm.

E

  1. Economia: economy.
  2. Esaurimento: burnout.
  3. Esaurito: sold out.
  4. Escursionismo: trekking.
  5. Esternalizzazione: outsourcing.

F

  1. Faccia a faccia: face-to-face.
  2. Facchino: rider.
  3. Facile da usare: user friendly.
  4. Fiasco: flop.
  5. Fine settimana: week end. Ricordo che Totò in una delle sue indimenticabili commedie imitava chi, già a quel tempo, parlava di weekends.
  6. Finzione: fiction.
  7. Fondatore: founder. Non immaginate quanti founder sono nati in Italia negli ultimi anni. Siamo un popolo di fondatori, degni figli di Romolo.
  8. Formazione: training.

G

  1. Genere: gender.
  2. Giocatore: gamer.
  3. Giorno/giornata: day. Non abbiamo più il giorno delle elezioni (sul serio, purtroppo), ma l’election day.
  4. Gruppo musicale: band.

I

  1. Idea: concept.
  2. Indispensabile (oggetto, cosa, ecc.): must-have.
  3. In attesa: stand-by.
  4. Insegnante/Istruttore/Allenatore: noi abbiamo 3 parole in base a 3 differenti contesti, ma gli anglomani preferiscono usare coach.
  5. Intervento (a un evento): speech.
  6. Intensivo: full immersion. “Immersione totale” potrebbe far supporre all’attività subacquea. Ma comunque un corso full immersion è un corso intensivo.
  7. Interessati (parti interessate, investitori): stakeholder.
  8. Invio (di manoscritto, disegno): submission.

L

  1. Laboratorio: workshop.
  2. Lavoro agile: smart working.
  3. Leggero: light.
  4. Libero professionista: freelance.

M

  1. Marchio: brand.
  2. Missione: mission.
  3. Misto: mix.
  4. Mitico (forte): cool.
  5. Moda: fashion.
  6. Molestie: mobbing.
  7. Motori: automotive.
  8. Multifunzionale: multitasking.

N

  1. Narrazione: storytelling.
  2. Negozio: store. Esperimento: telefonate a un negozio a caso e chiedete a chi risponde “A che ora chiude il vostro store?”. Se vi rispondono “Scusi?”, fategli un applauso.
  3. Notizie: news. Avete mai sentito parlare di un canale all news?
  4. Notizie false: fake news.

O

  1. Obiettivo: target.
  2. Oratore/relatore: speaker.
  3. Organizzatore di matrimoni: wedding planner.
  4. Orientato: oriented.
  5. Orizzonte (cittadino): skyline.

P

  1. Parlare in pubblico: public speaking.
  2. Partita: match.
  3. Passo: step.
  4. Pausa: standy.
  5. Pausa caffè: coffee break.
  6. Persecuzione: stalking.
  7. Personale: staff.
  8. Pettegolezzo: gossip.
  9. Poliziesco: crime.
  10. (Buona) prassi: best practice.
  11. Predefinito: default.
  12. Primo ministro: premier.
  13. Priorità di trattamento dei pazienti: triage.
  14. Proposta/presentazione: pitch.
  15. Pubblicità: advertising.
  16. Pubblico: audience.
  17. Punto vendita: outlet.

R

  1. Raccolta di idee: brainstorming.
  2. Raccolta fondi: crowd founding.
  3. Rappresentazione: rendering.
  4. Reclutatore: recruiter.
  5. Reputazione: reputation. Ma perché?
  6. Resoconto: report.
  7. Ricerca di personale: head hunting.
  8. Richiesta: query.
  9. Riconoscibilità: awareness.
  10. Rifacimento: remake.
  11. Riposo: relax (che in inglese è un verbo e non un sostantivo).
  12. Riscontro: feedback.
  13. Risoluzione dei problemi: problem solving.
  14. Ristorazione/approvvigionamento: catering.
  15. Riunione: meeting.
  16. Riunione (nel senso di tornare all’unione precedente): reunion.
  17. Rivenditore: reseller.
  18. Rivista: magazine.

S

  1. Salvaschermo: screensaver.
  2. Scadenza: deadline.
  3. Scarpe da ginnastica: sneaker.
  4. Schermo: display.
  5. Sede: location.
  6. Sempreverde (intramontabile): evergreen.
  7. Sentimento (intesa fra due persone): feeling.
  8. Senza glutine: gluten free.
  9. Senza fili: wireless.
  10. Sfondo: background. È usato anche per esperienza: il suo background culturale.
  11. Sondaggio elettorale: exit poll.
  12. Specialista: specialist.
  13. Specializzazione: master.
  14. Sportello per il pubblico: front office.
  15. Spuntino: snack.
  16. Squadra: team.
  17. Stratega: strategist.
  18. Strumento: tool.
  19. Suggerimenti: tips.

T

  1. Tappeto rosso: red carpet.
  2. Tendenza: trend.
  3. Tesserino: badge.
  4. Titolo: headline.
  5. Tono di voce: tone of voice.
  6. Trucco: make up.
  7. Tutore: tutor. Il classico vizio di eliminare una vocale e illudersi di aver creato una parola nuova. Che poi tutor è latino, eh. Ma tutore che ha che non va? Il Treccani spiega che tutore «nell’attività didattica, [è] persona incaricata di svolgere in modo continuativo opera di formazione o di controllo indirizzata a un singolo allievo o a un piccolo gruppo di discenti».
  8. Tutto compreso: all inclusive.

U

  1. Unità operativa: task force.

V

  1. Versione (distribuzione, pubblicazione): release.
  2. Viaggi: travel. Conoscete gente che lavora nel travel?
  3. Video musicale: videoclip.
  4. Videogioco: videogame.
  5. Visione: vision.
  6. Visita di controllo: follow-up.
  7. Visivo: visual.

Parole escluse dal linguaggio inclusivo

Ci sono parole da usare e parole da evitare. Molti articoli spiegano come scrivere e come parlare, indottrinando scriventi e parlanti secondo le loro personali idee.

I miei articoli non sono inclusivi – e non lo saranno mai – perché uso quello che viene definito “maschile sovraesteso”, un linguaggio considerato androcentrico che per secoli non ha cerato problemi a nessuno e oggi, d’improvviso, è diventato il male assoluto.

Che le mie intenzioni non siano sessiste è ininfluente. Ma non ho alcuna intenzione di adeguarmi a queste nuove tendenze, che reputo antidemocratiche e, se prenderanno sempre più piede, arriveranno a limitare la libertà di espressione di tutti.

  • Madre e padre: è preferibile usare la parola genitore. Ricordiamo la follia di scrivere “Genitore 1” e “Genitore 2”.
  • Normale: la parola può indicare una posizione di superiorità e discriminare chi non è parte di un preciso gruppo. Di nuovo non si considerano le intenzioni di chi scrive e parla. “Normale” è considerata una parola abilista.
  • Ragazzi: da non usare per i gruppi misti.
  • Ragazze: da non usare per donne di età superiore a 18 anni. Suppongo che invece si possa usare “ragazzi” per uomini di età superiore a 18 anni.
  • Uomo: poco importa che si intenda il genere umano, ossia la specie Homo sapiens, “uomo” richiama gli uomini escludendo le donne.
  • Uomo/Donna: altri termini da evitare, perché presuppongono un genere binario (studiate i mammiferi, magari). Meglio usare “persona” o “individuo”. Ma poi “individuo” è maschile e sarà di sicuro accusato di sessismo, mentre “persona”, femminile, no.
  • Dottori, infermieri, professori, scienziati: diventano “personale medico”, “personale infermieristico”, “corpo docente” e “comunità scientifica”.

Il Parlamento europeo ci ha gentilmente concesso di poter continuare a dire “a passo d’uomo” e “uomo di Neanderthal”, perché “possono essere considerati neutri se usati in espressioni idiomatiche”. Doverosamente ringraziamo.

Ma che non ci venga in mente di usare “a misura d’uomo” e “uomini primitivi”: meglio “a misura umana” e “popoli primitivi”.

In alcuni siti esteri si consigliava di non usare più le espressioni “lista bianca” e “lista nera”, perché rafforzano il paradigma “bianco è buono” e “nero è cattivo”. Ma in questo caso la parola “nero” non c’entra assolutamente nulla con le origini africane di una persona!

Almeno nei siti anglofoni il termine “nero” (black) è demonizzato anche in altre espressioni, come “blackout” e “scatola nera”, perché sono parole che “derivano da tropi razzisti”, dove “nero” è “qualcosa di indesiderabile, sbagliato o cattivo”.

Ma blackout si chiama così perché quando va via la luce si sta al buio, che è nero. E la scatola nera è così chiamata perché contiene qualcosa di non visibile. Insomma, qui c’è qualcuno che ha la coda di paglia…

Il sito Shopify è arrivato perfino a consigliare di evitare “maschio” e “femmina” per adattatori e connettori, perché i termini “rafforzano l’idea che il genere sia binario”. Al grido di “basta con il sessismo dei cavi audio” si prefigura una nuova guerra alle parole.

L’inclusività non mi pare così pacifista.

Parole escluse dal politicamente corretto

  • N-word: così viene chiamato nei paesi anglofoni il termine negro. Utilizzato in un romanzo ambientato nella nostra epoca ha un suono razzista, ma in un romanzo storico no, perché riflette il linguaggio dell’epoca. Ci sono stati dei pazzi che hanno eliminato quella parola dal romanzo Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain, sostituendola con schiavo.
  • Handicappato: è diventato nel tempo “disabile” e poi “diversamente abile”, per arrivare a “persona con disabilità”. Fra poco consiglieranno “persona con handicap” e il cerchio si chiuderà.
  • Cieco e sordo: sono preferibili “non vedente” e “non udente” (che, come già spiegai tempo fa, non sono per niente dei sinonimi), eppure il termine sordocieco si usa!
  • Alcolizzato: è diventato alcolista e qualcuno oggi suggerisce di usare “persona con un disturbo da abuso di sostanze”. 8 parole al posto di una.

Come sarà l’italiano del futuro?

Sempre più english, sempre più inclusivo, magari con storpiature ortografiche e verbosità, sempre più politicamente corretto (e ipocrita): una lingua non più degna dei nostri autori classici né dei padri della lingua italiana, dai latini a Dante a d’Annunzio, passando per Petrarca e Boccaccio.

L’estinzione è un processo irreversibile in natura, ma forse per una lingua no. Una lingua può essere salvata, a dispetto di chi sostiene che le lingue si evolvono.

Certo, dal latino siamo passati all’italiano. Ma passare dall’italiano all’itanglese o, peggio, a brutture come tutt*, atlet@ o malatu è inaccettabile. Queste tendenze vanno combattute.

Fine della polemica.

23 Commenti

  1. Miriam Donati
    giovedì, 26 Maggio 2022 alle 10:14 Rispondi

    Quanto hai ragione!

    • Daniele Imperi
      giovedì, 26 Maggio 2022 alle 11:46 Rispondi

      Grazie.

  2. Luca
    giovedì, 26 Maggio 2022 alle 10:59 Rispondi

    Per motivi di lavoro mi trovo quotidianamente di fronte a cose come
    “… de lavorator* e de pensionat*… ” oppure le “milestone” (nemmeno al plurale) stabilite nel PNRR (ma la parola “Resilienza” prima non esisteva?).
    Non credo che ce la potrò fare.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 26 Maggio 2022 alle 11:48 Rispondi

      Non hanno neanche messo la vocale finale alla preposizione? “De” al posto di “dei”?
      Riguardo alle parole inglesi, non vanno al plurale se inserite nella nostra lingua, ma comunque che sarebbero queste milestone?

      • Luca
        giovedì, 26 Maggio 2022 alle 17:59 Rispondi

        Milestone è la “pietra miliare”, che nel Piano di Ripresa è l’obiettivo strategico.

        • Daniele Imperi
          venerdì, 27 Maggio 2022 alle 8:07 Rispondi

          E immagino che obiettivo strategico non lo capisca nessuno, invece milestone…

  3. Corrado S. Magro
    giovedì, 26 Maggio 2022 alle 11:18 Rispondi

    Tanto per dire qualcosa, giuoco solo con due termini che per associazioni di idee richiamano immagini tutte mie, come p.e., “borderline” (bordel-lino o meglio bordel-lone) , “cool” (🤣 quei/quelle tipi/e sono veramente c… e puzzano di…), che mi fanno sghignazzare. I figli ormai vengono partoriti (ma li partoriscono ancora le donne?Ribelliamoci maschietti!) con lo “smartphone” appeso all’ombelico (smartphone: phone mi ricorda una scureggia e smart una di quelle brevi dal suono acuto che evade dalle chiappe strette) e crescono come mamma li fece o si dice “come mammi” li fecero? (Scusa per l’ultima: sai quando leggo Biden in italiano vedo due oggetti uno nella sala da bagno l’altro, “bidone”, in garage e se leggo Putin in francese…, ahò mica male)

    • Daniele Imperi
      giovedì, 26 Maggio 2022 alle 11:51 Rispondi

      In effetti “cool” nella nostra lingua evoca ben altro… quando l’ho fatto notare su Linkedin un tipo mi ha dato del provinciale.
      Biden, che si legge baiden, a me viene sempre di pronunciarlo biden appunto, che richiama uno dei sanitari del bagno.
      Insomma, forse questo potrebbe essere uno dei tanti motivi per evitare parole inglesi nella nostra lingua.

  4. Patrizia Belleri
    giovedì, 26 Maggio 2022 alle 12:22 Rispondi

    A proposito di pronuncia, che dire delle parole latine pronunciate all’inglese:
    “media, audit, plus o junior”?

    • Daniele Imperi
      giovedì, 26 Maggio 2022 alle 12:24 Rispondi

      Sì, c’è anche quel problema. L’inglese usa tante parole latine e l’italiano le prende in prestito dall’inglese: ridicolo.

  5. Orsa
    giovedì, 26 Maggio 2022 alle 14:12 Rispondi

    Telegiornali, telefilm e romanzi polizieschi ci hanno fatti affezionare alla parola “identikit”, ma sarebbe più corretto dire prosopografia (da Treccani: descrizione del volto e, in genere, dell’aspetto esteriore, della figura di una persona).
    Che tristezza l’inclusivo che esclude, e che scenario apocalittico… mi fa paura l’idea della nostra lingua in estinzione.

    • Orsa
      giovedì, 26 Maggio 2022 alle 14:12 Rispondi

      E buongiorno.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 26 Maggio 2022 alle 14:35 Rispondi

      Buongiorno. Vero, identikit esiste da moltissimi anni. “Prosopografia” non la conoscevo! Prova a dire a un poliziotto che puoi fare la prosopografia di un ladro e vedi che ti risponde :D
      Lo scenario sembra davvero apocalittico, purtroppo, e urge sempre più correre ai ripari.

  6. MAX
    lunedì, 30 Maggio 2022 alle 9:44 Rispondi

    Più che una polemica a me sembra uno sfogo il tuo perché come polemica perdonami a me sembra un po’ sterile.
    Ricordo che quando ero giovane io ( a parte che penso di essere solo di un anno più vecchio di te) ci dicevano che l’inglese sarebbe stata la lingua del futuro.
    Mi pare che ci abbiano azzeccato abbastanza non credi?
    Per me è il naturale evolversi del linguaggio e certi termini in inglese funzionano molto meglio che in italiano.
    Non sono così nostalgico o catastrofico come te .
    Punti di vista.
    Ciao Daniele

    • Daniele Imperi
      lunedì, 30 Maggio 2022 alle 11:08 Rispondi

      In cosa è sterile la polemica?
      Non ricordo che si diceva che l’inglese sarebbe stata la lingua del futuro, ma è una grossa scemenza, se l’hanno detto. La nostra lingua è l’italiano. Ogni paese ha la sua lingua.
      No, non ci hanno azzeccato, poi: in Italia si parla ancora l’italiano, per fortuna, anche se molti lo imbastardiscono e rovinano con inutili termini inglesi.
      Inoltre non è un’evoluzione: quando siamo passati dal latino all’italiano c’è stata un’evoluzione, ma passare dall’italiano all’inglese è sudditanza, non evoluzione.

  7. MAX
    lunedì, 30 Maggio 2022 alle 13:18 Rispondi

    Sterile perché non porta da nessuna parte.
    O credi di avere smosso le coscienze con questo tuo sfogo?
    Mi sembri un poco anacronistico.
    Non in linea con i tempi.
    Comunque stai tranquillo che qualcuno avrai pure convinto.
    L’ultima tua frase cozza molto con quello che penso io di questo paese.
    Non credo alla sudditanza come scrivi te , ma libero di pensarla come vuoi.
    Ciao

    • Daniele Imperi
      lunedì, 30 Maggio 2022 alle 13:43 Rispondi

      Non era mia intenzione, infatti, smuovere le coscienze, ma mettere di fronte alla triste realtà in cui viviamo. Essere in linea coi tempi non significa rinnegare la propria lingua o assistere apatici alla sua distruzione a causa di ignoranti che non sanno più parlare l’italiano.
      Non c’è nulla, inoltre, di anacronistico: non ti è chiaro il significato di questo termine.

  8. Luciano
    mercoledì, 1 Giugno 2022 alle 9:38 Rispondi

    L’aggravante è che nei romanzi, dato che i dialoghi devono sembrare realistici, finiscono inevitabilmente per contenere tutti questi termini. E non parlo di quelli tradotti, ma di quelli scritti da autori italiani, che dovrebbero rappresentare la più autorevole testimonianza della nostra lingua. Invece leggiamo cose tipo: “Ciao, mi sembri out…” “No, sto solo facendo del brainstorming” “Ci facciamo un drink?” “Mi spiace, tra poco ho un brunch”. A breve sostituiremo anche “ciao” con “hello” e “mi spiace” con “sorry”, e di italiano resterà ben poco. Esiste forse un modo per intraprendere una disinglesizzazione della nostra lingua?

    • Daniele Imperi
      mercoledì, 1 Giugno 2022 alle 10:52 Rispondi

      “mi sembri out” non si può sentire né leggere…
      Tra l’altro non mi sembra neanche così realistico, anzi.
      Qualche giorno fa una su LinkedIn ha scritto “Happy moment” o qualcosa del genere e poi sotto il motivo per cui si sentiva felice. Ma perché titolare in inglese?
      Mi piace la parola “disinglesizzazione” e un modo ci sarebbe: intanto deve iniziare dalle scuole. Quasi quasi ci ragiono e ci scrivo un articolo. Grazie per l’idea.

  9. Davide
    mercoledì, 8 Giugno 2022 alle 21:19 Rispondi

    Ottimo lavoro Daniele. Inoltre nella tua lista aggiungerei queste altre parole italiane a rischio d’estinzione :
    – Calcolatore /elaboratore (per “computer”) ;
    – Analessi /retrospezione (per “flash-back) ;
    – Ovazione [di applausi] (per ” standing ovation”) ;
    – Scalata/spirale [di eventi] (per “escalation” ;
    – Riservatezza ( per “privacy”) ;
    – Capo o guida [politica] (per “leader”) ;
    – Adesivo (per “sticker”) ;
    – Cuoco (per “chef”) ;
    – Brivido /giallo (per “thriller”) ;
    -Pappagallismo (per “cat calling”) ;
    -Pánfilo (per “yatch”) ;
    -Bambinaia /tata (per “baby-sitter”).
    – Incursione (per “raid”) ;
    – Competenza/saper fare (per “know how”) ;
    -Ricevimento e Ricevitore (per “reception/receptionist”) ;
    -Primato (per “record”) ;
    -Orrore (per “horror”) ;
    -Fantastico (per “fantasy”) ;
    -Rimborso (per “cashback”) ;
    -Culturismo (per bodybuilding “) ;
    – Cattivo (per” villain “).

    Penso che questo possa bastare, altrimenti ci allunghiamo troppo.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 9 Giugno 2022 alle 8:14 Rispondi

      Grazie, Davide.
      “cat calling” poi non si può proprio sentire… i gatti, in Italia, non si chiamano con un fischio. Quell’espressione da noi non significa nulla.
      Ah, “cashback” è rimborso? Pensa, neanche lo sapevo.
      Più che allungare troppo ci sale ancora di più la bile…

  10. Antonio Zoppetti
    lunedì, 13 Giugno 2022 alle 12:35 Rispondi

    La tua lista degli anglicismi mostra bene che non sono dei doni, come qualcuno li chiama, che si aggiungono e arricchiscono la nostra lingua, ma sono al contrario il suo impoverimento che la rende itanglese. Quanto all’ipocrisia del politicamente corretto vorrei ricordare, avendoci avuto a che fare a vicino, che i ciechi si defiiscono così senza alcun problema (vedi l’unione ciechi) e il revisionismo linguistico dei moralizzatori non tiene nemmeno conto degli interessati e vorrebbe educare i ciechi a chiamarsi diversamente o le donne avvocato, che non amano essere chiamate avvocate, a femminilizzarsi contro il loro gradimento. Per chiudere il cerchio, nelle fila dei predicatori del linguaggio corretto pronti a modificare l’uso, si annidano proprio i sostenitori della necessità degli anglicismi che invece non si devono deprecare perché sono entrati nell’uso. Mi pare un atteggiamento schizofrenico e doppiopesista.

    • Daniele Imperi
      lunedì, 13 Giugno 2022 alle 12:41 Rispondi

      Infatti non ci vedo nessun arricchimento, come qualcuno sostiene. L’arricchimento c’è se una parola straniera si aggiunge alla nostra lingua, non se la sostituisce.
      Sapevo dei ciechi, ma anche i sordi, se non ricordo male, non vogliono essere definiti non udenti.
      Concordo in pieno sull’atteggiamento schizofrenico e doppiopesista.

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