Il linguaggio inclusivo è davvero necessario?

Come rendere ridicola e più complessa la lingua italiana

Linguaggio inclusivo

Contro il proliferare di pseudonorme che vorrebbero sensibilizzare la comunicazione, ma complicano soltanto il linguaggio.

Negli ultimi anni si sono scatenate battaglie sull’uso di determinate parole con l’intento di rendere la lingua italiana più equa, in alcuni casi più rispettosa di certe categorie (a detta di alcuni, almeno).

Prendiamo come esempio l’abbandono dei termini “cieco” e “sordo”, a favore delle non corrette espressioni “non vedente” e “non udente”. Perché non corrette? Perché “non vedente” è troppo generico: al buio anche io sono non vedente. L’espressione, insomma, non esprime l’irreversibilità della condizione, ma soltanto una sua generica temporaneità.

Qualcuno ha fatto notare che anche “diversamente abile” non è corretto: tutti siamo diversamente abili, perché non siamo in grado di fare qualsiasi cosa.

Il risultato, almeno nei casi esposti, è un crescente allontanamento del concetto che si vuole esprimere, quando con una sola parola – dal significato esatto – si semplificava la comunicazione e si esprimeva senza errori, incomprensioni o imprecisioni il messaggio.

Dal sessismo linguistico al linguaggio inclusivo

Mi sono già espresso in passato sul sessismo linguistico: lo reputo una delle scemenze di questo secolo, all’insegna del politicamente corretto che ho sempre considerato una delle più grandi ipocrisie della storia.

In un articolo si consigliava di sostituire la vocale finale con una x o perfino con la @, quindi scrivere “studentx” o “student@” per includere sia gli studenti sia le studentesse.

Sinceramente fatico non poco a capire come si possa arrivare a una soluzione del genere, creando parole totalmente impronunciabili.

Scrivere al femminile: l’inclusività che esclude

Si consiglia anche questo, ma non è una novità. Tempo fa sono capitato in alcuni blog in cui le blogger scrivevano al femminile, rivolgendosi cioè a un pubblico di donne, e non erano blog che trattavano solo argomenti femminili (non sarebbero state giustificate neanche in quel caso).

Ovviamente ho chiuso quei blog, senza continuare a leggere. Pur essendo fermamente contrario a questi concetti di sessismo e inclusività, dove possibile – e soltanto se mi viene in mente – uso termini che possiamo chiamare neutri. Per esempio “autore” e non “scrittore”… ma “autore” è maschile, qualcuno (o qualcuna? O qualcun@?) potrebbe far notare.

Certo, come anche “guida”: qualche uomo s’è mai lamentato della sua professione “al femminile”? No, mai.

Usare la forma passiva per eliminare la forma maschile

Ma come? La forma passiva è sempre sconsigliata nella scrittura e adesso se ne consiglia l’uso?

Perché evitare la forma passiva? Perché è verbosa e in più trasforma in soggetto l’oggetto della frase.

Eppure in un altro articolo sul linguaggio inclusivo si consigliava la forma passiva nel seguente caso (e in altri simili):

“I candidati devono inviare il proprio portfolio entro…” diventa “Il portfolio deve essere inviato entro…”

Se proprio qualche ottuso pensasse che con “candidati” si intende soltanto gli uomini e non le donne (vai a capire perché), si può usare un linguaggio più conversazionale:

Inviate il vostro portfolio entro…

La guerra ai participi presenti sostantivati

In quello stesso articolo si consiglia di trasformare alcune professioni con espressioni che ne indichino le cariche:

“professori, docenti*, insegnanti*” diventano “corpo docente, personale docente, corpo insegnante”

Da notare l’uso dell’asterisco, proprio di uno specifico movimento estremista politico.

“Docente” e “insegnante” non sono termini maschili. Il vocabolario Treccani infatti ci dice:

docènte agg. e s. m. e f. [dal lat. docens -entis, part. pres. di docere «insegnare»]. – 1. agg. a. Che insegna.

insegnante s. m. e f. e agg. [part. pres. di insegnare]. – Chi si dedica all’insegnamento, chi esercita la professione d’insegnare.

Da una parte si cerca di rendere il linguaggio più colloquiale, eliminando burocratese e aziendalese, dall’altra arriva chi vuol complicare la lingua con espressioni come “corpo docente”.

A questo proposito ricordo ancora una scena degli inizi del mio 2° liceo classico, quando la scuola cambiò una serie di docenti (senza asterisco). Incontrammo il nostro ex professore di Italiano (anche lui, purtroppo, sostituito) – quel Giuseppe Giulio Del Corso che ricordo sempre con piacere e di cui, a sua insaputa, facevo l’imitazione – e ci mettemmo a parlare di quel fatto.

Il professore ci disse: “Insomma, avete un nuovo corpo docente”. Quanto abbiamo riso, poi, di quella frase. Ma quel prof era famoso per il suo linguaggio forbito, che a noi studenti faceva sorridere.

Il linguaggio inclusivo e lo sradicamento dei termini

La battaglia a favore dell’inclusività continua contro quei termini ormai radicati nel lessico italiano e che mai hanno creato problemi di sorta.

Perché usare “clienti” quando possiamo usare “clientela”? Ma “clientela”, scusate se lo faccio notare, è femminile. Dunque ricapitoliamo:

  • Clienti non può riferirsi a uomini e donne, perché termine maschile
  • Clientela può riferirsi a uomini e donne, perché termine femminile

C’è qualcosa che non quadra.

Sdoppiare i sostantivi: usare più parole è meglio

Chi consigliava di usare un linguaggio più semplice, di tagliare parole in eccesso? Non lo so, ma si sbagliava.

Al telegiornale ho sentito spesso, riguardo alla Covid-19: “Gli infermieri e le infermiere…” come se qualcuno potesse davvero pensare che in quell’ospedale non lavorino anche donne nell’assistenza infermieristica.

Non declinare al femminile è sessista

Questa frase mi sta bene come opinione personale, perché rappresenta un’idea soggettiva, non oggettiva. Usare il maschile plurale o alcune parole declinate solo al maschile – perché rappresentanti alcune professioni – è solo una convenzione, antica quanto il mondo.

Ma dal momento che esistono parole e professioni di genere femminile che riguardano anche gli uomini, allora perché non si parla anche in quel caso di sessismo? 2 pesi e 2 misure.

Tornare al neutro: l’ultima follia del linguaggio inclusivo

La nostra lingua, a differenza del latino – nostra lingua madre (espressione sessista, perché non esiste una lingua padre!) – non ha più il neutro. Che facciamo, allora? Cambiamo le norme linguistiche e introduciamo il genere neutro.

In quell’articolo si davano 2 soluzioni, una peggiore dell’altra:

  1. l’uso del solito asterisco (su cui mi sono già espresso)
  2. l’uso della desinenza -u, tanto per ridicolizzare la nostra lingua

“Ciao a tuttu!”

E la poesia della nostra bella lingua va definitivamente a farsi friggere.

Già martoriata dall’abuso dilagante di termini inglesi, la lingua italiana sarà ancor più sfregiata da soluzioni che la priveranno non solo della sua storia e della sua identità, ma anche della sua eleganza e della sua bellezza.

Linguaggio inclusivo? No, grazie

Faccio parte della vecchia scuola. Sono cresciuto in una società che non badava a queste sottigliezze, semplicemente perché non se ne sentiva il bisogno.

Oggi, con una politica e una società che non hanno argomenti validi di cui trattare né soluzioni per reali e concreti problemi della nazione, ci si perde in disquisizioni che, anziché includere, escludono: escludono il nostro passato, escludono i significati, escludono la personalità dei parlanti e degli scriventi e la loro stessa libertà di espressione.

La parola ai lettori: usate un linguaggio inclusivo quando scrivete e parlate?

44 Commenti

  1. Gabriele
    giovedì, 23 Luglio 2020 alle 8:11 Rispondi

    In effetti pare anche a me una schifezza. Ho affrontat* non molt* temp* fa quest* argoment* traendone le stesse conclusioni. Ops…conclusionu.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 23 Luglio 2020 alle 13:14 Rispondi

      Ciao Gabriele, benvenuto nel blog. Hai presente come parla Cattivik? Elimina sempre l’ultima vocale… come chi scrive con l’asterisco.

      • von Moltke
        giovedì, 23 Luglio 2020 alle 14:30 Rispondi

        Sì, Daniele, ma neppure Cattivik era così scemo…

        • Daniele Imperi
          giovedì, 23 Luglio 2020 alle 14:31 Rispondi

          Usava l’apostrofo, infatti.

  2. DarkAlex1978
    giovedì, 23 Luglio 2020 alle 8:24 Rispondi

    Ho trovato il tuo articolo divertente (divertente perchè veritiero) e sinceramente mi trovi d’accordo.
    Ho scritto tempo fa sullo stesso tema e mi sono ritrovato un sedicente linguista che difendeva questa cosa, con le solite “scuse” tipo “ma il linguaggio si evolve: è normale”. E grazie, senza boiate del genere sarebbe senza lavoro, ovvio che le difendeva XD

    Tra l’altro, leggendo moltissimo in inglese dove il neutro esiste, lo ritengo molto confusionario: al 99% non si capisce il sesso di certi soggetti, lasciando aperta all’interpretazione o necessitando di precisazioni aggiuntive, cose che al contrario nella nostra lingua al 99% non succede. Neutro? No grazie. Poi si, l’abuso dei termini inglesi è sconcertante e demoralizzante.

    Io ritengo che chi considera questo genere di cose come problemi, sia fortunata: devono avere delle vite veramente belle se i problemi più importanti che riescono a concepire siano c****** come il non trovare abbastanza “inclusiva” la nostra lingua.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 23 Luglio 2020 alle 13:19 Rispondi

      Ciao Alex, benvenuto nel blog. L’articolo voleva essere un po’ divertente, perché leggere certe cose mi ha davvero fatto salire la bile, quindi volevo stemperare un po’.
      Il fatto è che non si tratta di evoluzione del linguaggio. La stessa scemenza viene detta da chi difende l’abuso di termini inglesi o, peggio, da giustifica “scendere lo zaino”.
      Il neutro infatti creerebbe parecchi problemi. Ma ti immagini che casino per introdurlo di nuovo?
      Concordo con l’ultimo pensiero, ma non in toto: più che vita bella, hanno tempo da perdere, e non vedono o non voglio vedere i reali problemi.

      • DarkAlex1978
        giovedì, 23 Luglio 2020 alle 13:43 Rispondi

        Si infatti se non si scherza un pò…. infatti il discorso sulla vita bella era inteso con tono sarcastico, col medesimo significato che appunto hanno molto tempo da perdere ;)
        La questione dell’Inglese che va ad imbastardire un linguaggio, l’ho vista la prima volta nel Giapponese: ne mastico qualche parola e mi capita di vedere alcuni video in lingua ed in mezzo ci sono spessissimo parole inglesi, anche per termini banali, tant’è che spesso mi trovavo a pensare confuso ed incredulo “Ma non ce l’avete quel termine nella vostra lingua?”. Solo che in quel caso una motivazione concreta per come si son ridotti così almeno ce l’hanno (gli anni di occupazione e tentato indottrinamento da parte degli Americani nel dopoguerra), noi invece no. Ad ogni modo il pensiero che l’Italiano si possa ridurre così lo trovo agghiacciante.

        • Daniele Imperi
          giovedì, 23 Luglio 2020 alle 13:58 Rispondi

          Un giorno vorrei prendere un testo inglese e sostituire alcune parole con termini italiani per vedere l’effetto.
          Sì, per alcune nazioni in un certo senso è giustificabile, ma è passato del tempo quindi dovrebbero riappropriarsi della loro lingua.
          Agghiacciante e anche pericoloso, per me.

  3. Orsa
    giovedì, 23 Luglio 2020 alle 8:49 Rispondi

    Condivido il tuo pensiero nella sua totalità.
    Ma come solo si può pensare che la nostra bella lingua italiana sia discriminatoria?
    Poi dice che l’Orsa ragiona sempre in termini bellici… ma si è mai sentito un viril soldato lagnarsi per sostantivi come reclutA, vedettA, guardiA?
    Parole dai contenuti sublimi come PatriotA o CameratA non sono forse declinate al femminile? Eppure nessun essere con barba e baffi ha mai sbraitato in merito.
    E invece oggi, questi improbabili cavalieri dell’identità, ci apparecchiano la sagra dell’asterisco.
    Ma veramente io dovrei leggere una notizia o una poesia con la logica dell’inclusione per far contente le cosiddette persone non binarie?
    Ma veramente le donne per sentirsi considerate devono appellarsi all’uso del linguaggio e della grammatica?
    Tutto questo per me è folklore, un becero teatrino.
    Io me li immagino questi nuovi profeti della grammatica, questi assassini della lingua italiana, esattamente come Totò e Peppino nella memorabile scena della lettera.
    Solo che mentre quella era una dissacrante e geniale parodia, qui invece siamo alla frustrazione allo stadio più elevato.
    È vero che la società e il linguaggio cambiano e si evolvono, ma l’uso degli asterischi lanciati come stellette ninja a me fa orrore. Il testo diventa pesante, brutto e illeggibile.
    Qui non si tratta di usare un linguaggio non selettivo, qui siamo di fronte a una pericolosa regressione civile e educativa, qui si mettono in discussione modelli consolidati e tradizionali.
    Sai che ti dico? Il compito del linguaggio è quello di comunicare in modo chiaro, giusto? Ecco, allora lo so io come usare l’asterisco nel modo corretto: le femministe hanno rotto le pa**e.
    È dagli anni ’60 che le donne latrano la loro ostilità nei confronti dell’uomo con metodi indecorosi, barbari e soprattutto ipocriti, con l’unico risultato di aver sdoganato turpiloqui e trasgressioni travestite da lotta per l’emancipazione.
    Non lo dico a cuor leggero ma l’unico nemico della donna è la donna stessa.
    E non voglio aprire il capitolo LGBT, altrimenti libero il nero Cerbero che c’è in me.
    La regola non va messa in discussione, due sono i generi grammaticali: masculum et feminam.
    Punto.
    Anzi, due punti.
    Salutandovi indistintamente, i fratelli Caponi
    (che siamo noi)

    • Daniele Imperi
      giovedì, 23 Luglio 2020 alle 13:26 Rispondi

      E sentinella, anche.
      Patriota e camerata hanno desinenza femminile, ma articolo maschile e anche femminile.
      Un’altra follia, secondo me, è la questione binaria, ma questo non è certo argomento del blog e su cui calo un pietoso velo.
      Sarà anche un teatrino, ma fa notizia e si diffonde e la bella lingua italiana di inquina.
      Va a finire che certe usanze, asterischi e desinenze in u, qualcuno pretenderà di insegnarle a scuola…

  4. Marco
    giovedì, 23 Luglio 2020 alle 10:05 Rispondi

    Non lo uso. La scrittura d’altra parte o divide, oppure non è scrittura. Non è qui per fare la pace universale.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 23 Luglio 2020 alle 13:27 Rispondi

      In che senso la scrittura divide? Come espressione scritta delle proprie idee?

      • Marco
        giovedì, 23 Luglio 2020 alle 14:04 Rispondi

        Sì. La scrittura, per chi sostiene queste posizioni “neutrali”, dovrebbe unirci tutti in un abbraccio universale. Ma questo non è certo il fine della scrittura. Il semplice atto di raccontare una storia è di per sé libero e potenzialmente “ribelle” perché io racconto quello che voglio io, nei modi che decido io. E nessuno può dirmi come devo farlo.

        • Daniele Imperi
          giovedì, 23 Luglio 2020 alle 14:09 Rispondi

          Mmm, no… sulle posizioni che ho contestato nell’articolo da me nessuno avrà un abbraccio :D
          Sul raccontare storie hai ragione.

  5. Elisa
    giovedì, 23 Luglio 2020 alle 12:30 Rispondi

    Condivido ogni parola. Scrivere rovinando la nostra bella lingua, distruggere la grammatica e depauperarla nel suo significato… è davvero drammatico (triste mi sembrava poco!!!) 😁

    • Daniele Imperi
      giovedì, 23 Luglio 2020 alle 13:31 Rispondi

      Pensa che su Twitter uno ha mostrato la foto di una pagina di un libro (ma non siamo riusciti a farci dire quale) dove l’editore avvisava che era stato deciso “di non utilizzare il maschile generalizzato previsto dalla norma grammaticale italiana in quanto espressione di un uso sessista della lingua” e che avrebbero usato sia l’asterisco sia il “suffisso non binario u”.

      • von Moltke
        venerdì, 24 Luglio 2020 alle 14:37 Rispondi

        Ho visto quell’incredibile foto, e ho fatto di tutto per sapere da quale libro era tratta. Invano: speravo davvero poter evitare del tutto il rischio di comprarlo o vedermelo regalato.

        • Daniele Imperi
          venerdì, 24 Luglio 2020 alle 15:02 Rispondi

          L’ha pubblicato Fusaro, gli ho anche scritto un’email per chiederglielo, ma non ha risposto. Mah.

          • Elisa
            venerdì, 24 Luglio 2020 alle 16:51 Rispondi

            Anche io l’ho vista. Se Fusaro non ha risposto sarà per evitare altri scempi? :-)

            • Daniele Imperi
              venerdì, 24 Luglio 2020 alle 17:06 Rispondi

              Ma perché non far sapere che libro è? Così davvero non si rischia di comprarlo.

  6. Corrado S. Magro
    giovedì, 23 Luglio 2020 alle 14:20 Rispondi

    Dai luoghi da cui traggo origine, tradotto “quasi” in italiano si suol dire:
    – In tempo di piena tutti gli s****** galleggiano.
    Poiché viviamo in un’epoca di piena dilagante, di argini sommersi, anche gli s****** più pesanti vengono a galla: cretinate, idiozie, fobie, esibizionismi, arroganza (aggiungete quel che volete), la fanno da padroni e, per essere in linea, da “padrone” (plurale di padrona).
    Come scrivere il singolare maschile? Qualcuno ha un’idea? Oh bella perché si dice “idea” solo al femminile? Non è discriminazione del maschil”o”.
    Dialogando la scorsa settimana su un testo teatrale la regista si allarma:
    – Attento qui caschi nell’omofobia! Il pubblico potrebbe reagire.
    Mi sono chiesto quale pubblico ma aveva ragione. Poveri noi! Tutti ci arroghiamo il diritto di essere delle stelle del firmamento ma guai se gli altri dicono che luce emettiamo.

  7. Daniele Imperi
    giovedì, 23 Luglio 2020 alle 14:28 Rispondi

    Ce ne sono di parole al femminile che invece riguardano entrambi i sessi, ma per me non sono mai state un problema, né per nessuno, anzi.

  8. von Moltke
    giovedì, 23 Luglio 2020 alle 14:40 Rispondi

    Che non si tratti di evoluzione, ma di sfiguramento, è evidente da un fatto: l’evoluzione è un processo spontaneo, non pianificato, tipico degli organismi viventi (e anche le lingue sono delle cose che vivono), mentre quest’oscenità del linguaggio inclusivo vuole vandalizzare le regole e le strutture stratificatesi nei secoli di uso così, di punto in bianco, per ragioni neppure estetiche (e infatti il risultato fa schifo) ma semplicemente politico-ideologiche. Usare questo tipo di neolingua? Non mi pongo neppure il pensiero. Io mi ostino persino a scrivere “negro”, dato che NON è un termine spregiativo, raccogliendo ban e sospensioni sui social a raffica, e facendo prendere ai miei manoscritti la via del cestino anzitempo. Ma come si capisce subito, le “alternative” non sono tali: “di colore” non significa nulla (che colore? Viola? Ocra?), “afroamericano” non è certo un senegalese, e “africano” non è un haitiano. E dire “nero” è impreciso egualmente: “nero” è un colore, oppure un fascista. Ma se dobbiamo spiegare queste cose, significa già vivere in un’epoca che ha perso la sanità mentale da un pezzo.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 23 Luglio 2020 alle 15:03 Rispondi

      Giusto, il linguaggio si evolve spontaneamente, non introducendo a forza delle norme, tra l’altro soggettive, su come comunicare. Si tratta infatti di modifiche di stampo politico-ideologico come fai notare, ecco perché ancor di più vanno condannate.
      Proprio l’altro giorno leggevo che una sentenza stabiliva che “negro” non è un insulto. Sul dizionario infatti il termine è forma antica e letteraria per nero e dice il termine “è avvertito o usato con valore spregiativo”. Avvertito, appunto. E questo non vuol dire che se ne ha l’intenzione.
      Se continua così, si dovrà prendere la patente della lingua per parlare e scrivere.

      • von Moltke
        venerdì, 24 Luglio 2020 alle 14:43 Rispondi

        Vedo che siamo esattamente sulla stessa lunghezza d’onda su questo argomento. Pensavo appunto a quella sentenza: ma possibile che ci voglia un tribunale per stabilire quello che sta scritto su tutti i dizionari esistenti? La patente per scrivere, pensare e parlare è proprio quello a cui si mira, e non proseguo, perché la discussione mi porterebbe troppo lontano. Comunque, la finale in “u” è da medaglia: dialettizzare una lingua pochi decenni dopo averla fatta emergere dai dialetti. Torniamo tutti sardi e siciliani. “Lu bambinu”, “unu alberu”… Ma davvero chiudere i manicomi è stata una così buona idea?

        • Daniele Imperi
          venerdì, 24 Luglio 2020 alle 15:04 Rispondi

          Ho pensato anche io ai sardi: chissà come saranno contenti che il loro dialetto diventa lingua ufficiale :D
          Chi ha proposto le desinenze in U andrebbe davvero rinchiuso.

          • von Moltke
            venerdì, 24 Luglio 2020 alle 15:07 Rispondi

            La rivincita de Sa Limba (essendo femminile, poi, nessuno avrebbe da ridire)

  9. Grazia Gironella
    giovedì, 23 Luglio 2020 alle 21:05 Rispondi

    Per me sono tutte baggianate, sinceramente. Questo modo di attaccarsi al dettaglio, al cavillo, rivela soprattutto una scarsa attenzione alla sostanza delle cose. Se io non ho rispetto per le donne, per gli omosessuali o per i portatori di handicap, non sarà certo qualche arzigogolo linguistico a darmelo. L’interlocutore sarà invece soddisfatto, a questo punto, si sentirà rispettato? Se sì, si sarà accontentato di molto poco. La lingua italiana è fatta in un certo modo, e il rispetto sta dietro le parole, non dentro. Vorrei più sensibilità reale e meno puntigliosità sulla forma.

    • Daniele Imperi
      venerdì, 24 Luglio 2020 alle 8:08 Rispondi

      Concordo in pieno. Il rispetto non si avrà mai imponendo o suggerendo determinati accorgimenti linguistici, anzi, questo avrà l’effetto contrario.
      “La lingua italiana è fatta in un certo modo”: è questo che pare sia difficile far capire a certa gente.

  10. Annalisa
    venerdì, 24 Luglio 2020 alle 20:03 Rispondi

    Secondo me invece la lingua ha il diritto e dovere di evolversi con neologismi e nuovi modi di esprimersi, perché i tempi stessi si evolvono. Sì, ok, ci sono problemi ben più gravi ma cosa c’entra? A sto punto non si dovrebbe fare più niente…
    L’evoluzione però deve essere funzionale. Se per esempio si introducesse un corrispettivo femminile a ruoli espressi al maschile perché nell’antichità potevano ricoprirli solo i maschi (recensore, oratore, assessore, ministro)… perché no?
    Ma l’articolo citato parte da assunti completamente errati. E cioè che le parole con suffisso -ante/-ente (insegnante, cliente) siano maschili. LOL, ma sono bi-genere, basta cambiare l’articolo! :D “Studente” poi ha già il suo femminile: “studentessa”!
    E l’asterisco, la chiocciola… magari in messaggi informali. Ma come li pronunci? Io preferisco signori e signore, tutti e tutte, ragazzi e ragazze. Oppure, nello scritto “tutti/e”, “ragazzi/e”, “ragazzo/a”, “infermiere/a”. E attenzione a non fare come quel tizio che scrisse “studente/a” :D

    • Daniele Imperi
      sabato, 25 Luglio 2020 alle 15:52 Rispondi

      Più che diritto e dovere, l’evoluzione della lingua è un processo lentissimo e soprattutto spontaneo, non può subire modificazioni per la mentalità di qualcuno.
      Riguardo a “studente”, secondo me non è corretto “studentessa”. Studente, come insegnante e docente, è un participio presente e significa colui o colei che studia. Quindi perché non dire “la studente”, come si dice “la docente”?
      Per altre parole non sempre si può creare il femminile, come recensore, ministro (aborro ministra), assessore. Ma c’è oratrice.

      • Annalisa
        sabato, 25 Luglio 2020 alle 16:52 Rispondi

        Non sapevo che studentessa fosse errato! Comunque esatto, la cosa non cambia: LA studente e siamo a posto!
        Ministra non piace neanche a me, mi ricorda la minestra. Magari un giorno verrà fuori qualcosa di più bello e gradevole all’udito… :D

        • Daniele Imperi
          sabato, 25 Luglio 2020 alle 17:06 Rispondi

          Ma no, non è errato studentessa :)
          Secondo me è incoerente con insegnante, docente, presidente, ecc.

        • Daniele Imperi
          domenica, 26 Luglio 2020 alle 11:44 Rispondi

          Ripensandoci: studente proviene dal verbo latino, non da quello italiano (altrimenti sarebbe studiante). Ma comunque non si spiega perché si possa dire “la docente”, anch’essa parola che proviene da un verbo latino e non italiano, e non “la studente”. Misteri della lingua :)

    • LiveALive
      domenica, 16 Agosto 2020 alle 16:08 Rispondi

      Vi è qualcosa di perverso nel modificare la lingua per pura contingenza. Personalmente non credo nella distinzione tra fatti e valori: i fatti sono individuati anche in virtù di certi valori. Al che, non credo si possa dire che il mutamento linguistico è di per sé neutro.
      Abbiamo una tipologia linguistica, sappiamo che le lingue, se lasciate evolvere naturalmente e non per gli interessi dell’epoca, tendono a diventare tipologicamente coerenti, il fatto che la lingua abbia certe caratteristiche ne attira certe altre. Che l’italiano sia stata una lingua spesso manipolata anche a scopo politico lo si vede anche dal fatto che, rispetto ad altre lingue, è tipologicamente molto incoerente. Similmente, la lingua tende a ridurre il numero di eccezioni, tende a diventare più semplice ed efficiente da usare; e l’italiano ha molte eccezioni, è una lingua complessa di una complessità che non necessariamente ne aumenta la espressività o la precisione. Una lingua semplice e coerente è bene, il distruggere la sua coerenza per motivazioni politiche è il male.
      Personalmente, ritengo che casi come “assessora”, “ministra”, addirittura “coccodrilla”, vadano bene: rendono la lingua più omogenea, riducono le eccezioni. È però sbagliato portare avanti certe forme per un interesse politico-sociale che con la lingua non c’entra: semplicemente, la lingua è fatta per rappresentare proposizioni in modo efficiente, non per mandare messaggi politici o sociali tramite la sua grammatica. Dire che la lingua è sessista è come dire che l’evoluzione darwiniana è sessista: fino a prova contraria, la natura è per definizione neutrale; la grammatica, similmente, è neutrale.
      Prendiamo anche il suffisso “-essa”: è sessismo? Come dice Quine, there’s no fact of the matter: c’è chi accetta, e chi invece dice che “presidentessa” è sessista rispetto a “presidenta” (c’è chi propone di pronunciare “presidente” con la schwa finale!). Oppure, prendiamo “guardia”, un nome femminile per un mestiere tipicamente maschile: è forse espressione di un sentimento androfobico?

      • Daniele Imperi
        giovedì, 20 Agosto 2020 alle 17:23 Rispondi

        Sì, perverso è la parola giusta per questa tendenza.
        Come anche rendere più complesse alcune parole: da disabile a diversamente abile.
        C’è questo pensiero, perverso appunto, di modificare la lingua, di condannare all’oblio certe parole per puri scopi socio-politici.

  11. Barbara
    lunedì, 27 Luglio 2020 alle 16:30 Rispondi

    Sinceramente, la questione linguistica legata al genere mi sembra una battaglia futile e usare asterischi finali come inclusione una vittoria di Pirro, soprattutto se in caso di licenziamenti massivi si continua a pensare di lasciare a casa prima le donne “tanto avranno un uomo che le mantiene”. Ma mi faccia il piacere! direbbe Totò.
    Questa non è la parità dei diritti, è farsi deridere da una vocale.
    Ho pure diversi amici disabili, o diversamente abili, o handicappati, che ne hanno le tasche piene dell’uso di vocaboli socialmente corretti di cui non sanno proprio cosa farsene, quando vengono pronunciati poi dall* stess* stronz* che parcheggia la Porsche sul parcheggio contrassegnato appositamente per loro, calpestando tranquillamente i loro diritti. Peggio ancora quando chiamano i vigili e si sentono rispondere che “non è il caso di agitarsi tanto.”
    Inutile attaccarsi alle parole. Questa società ha bisogno di più cultura, non di parole.

    • Daniele Imperi
      lunedì, 27 Luglio 2020 alle 16:47 Rispondi

      Infatti pensano di risolvere la questione con il linguaggio.
      Riguardo ai disabili/diversamente abili/handicappati, anni fa disegnai una vignetta che riassumeva la loro situazione, in quel caso sulle barriere architettoniche.
      Si tratta alla fine proprio di una battaglia di parole, che in sostanza non cambia nulla nella vita reale.

  12. Eleonora
    giovedì, 27 Agosto 2020 alle 23:18 Rispondi

    Ciao, concordo pienamente con te nonostante sono una persona che è per la parità, appoggia l’inclusività e sono contro la discriminazioni. Personalmente non credo che cambiando alcuni termini o utilizzando determinate espressione risolverebbero i problemi sociali attuali. Anche se giustamente si potrebbe evitare termini come negri, f***** o t**** perché sono parole veramente offensive e le gente pensa ancora che può utilizzarle senza ferire nessuno.
    Volevo porti un’altro quesito che è tipico del cinema, serie tv e altri prodotti di intrattenimento credo compresi libri: inclusività. Cioè includere all’interno della storia tutti i rappresentati delle minoranze lgbt, afro, donne ecc. Da una parte è bello che al giorno d’oggi ci sia molto più rappresentanza e diversità, ma dall’altra lo si fa per essere politicamente corretti ed è una forzatura fatta per mostrare che si è progressisti perché ho un personaggio nero nella mia storia. Io lo percepisco come se fosse un obbligo morale quello di mettere personaggi che siano lgbt, che rappresentano minoranze etniche ecc. senza pensare al contesto in cui inserisci la storia. es. non potresti mettere delle persone di etnia africana nell’Italia medievale, al massimo gli arabi sì perché conquistarono la Sicilia e quindi avrebbe senso

    • Daniele Imperi
      venerdì, 28 Agosto 2020 alle 16:55 Rispondi

      Io ti dico che la parola inclusività non la sopporto più e ogni volta che la leggo o sento mi prudono le mani, perché la leggo sempre come imposizione. Sono totalmente contrario al politicamente corretto e nelle mie storie non inserirò mai questi personaggi, perché non ne vedo il motivo. Hai detto bene: bisogna considerare il contesto. Un personaggio africano in Robin Hood cosa c’entra? Tanto per fare un esempio.

      • Eleonora
        venerdì, 28 Agosto 2020 alle 23:04 Rispondi

        Anch’io come te la leggo come una imposizione l’inclusività. Spesso lo si fa in buona fede per risolvere secoli di ingiustizia sociale.
        Oggi ho ripensato di nuovo a questa questione e penso che secondo me invece di imporre es. a un scrittore di includere chiunque si dovrebbe permettere a qualsiasi persona lgbt, di qualunque etnia, minoranza ecc. di scrivere le storie. Facendo così ovviamente scriveranno personaggi che gli assomigliano perché è normale che nelle storie raccontiamo ciò che conosciamo, ciò che è simile a noi e in un certo senso ci narriamo.
        Ovviamente se un bianco vuole scrivere la storia di un nero e viceversa nessuno glielo vieta. Ma permettendo a tutti di scrivere le storie ci sarà più rappresentanza. E’ un fatto storico che la maggior parte delle storie pochi decenni fa li hanno scritti gli uomini bianchi senza farne una colpa però. Purtroppo la storia è stata così e non avrebbe senso scaricare la colpa sugli uomini bianchi etero cis in quanto tali come fanno diversi sul web per frustrazione.

        • Daniele Imperi
          sabato, 29 Agosto 2020 alle 15:52 Rispondi

          Ma nessuno impedisce a chicchessia di scrivere e pubblicare e i tempi in cui pubblicavano soltanto i bianchi e i maschi sono finiti da un bel pezzo.

  13. martina
    lunedì, 14 Settembre 2020 alle 10:12 Rispondi

    Pensiamo in un determinato modo proprio perchè parliamo una determinata lingua, magari cambiare un po’ la lingua ci porterebbe a pensare in maniera più inclusiva.

    • Daniele Imperi
      lunedì, 14 Settembre 2020 alle 10:15 Rispondi

      Ciao Martina, benvenuta nel blog. È il contrario: il pensiero è nato prima della lingua. La lingua nasce per esprimere a parole i nostri pensieri. E da come la vedo io è sempre stata inclusiva.

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