Come rovinare le opere letterarie

Condensare, epurare, distillare, ammodernare

Come rovinare le opere letterarie

Le iniziative editoriali non sempre danno lustro alle opere letterarie: anzi, molte hanno arrecato veri e propri danni alla letteratura e, di conseguenza, anche agli autori.

Oggi parliamo dei libri condensati, epurati, distillati e ammodernati: uno scempio dopo l’altro, una serie di scelte che di culturale non hanno nulla, che provengono da filosofie più che discutibili.

I libri condensati

Ve li ricordate? Erano i libri pubblicati dal Readers’ Digest – ossia il “riassunto del lettore”. E già con questo nome si capiva subito che cosa avremmo letto.

La serie di libri condensati, che venivano spediti per posta previa abbonamento, si chiamava Readers’ Digest Condensed Books e iniziò nel 1950, andando avanti fino al 1997. Uno dei più grandi “condensatori” fu John S. Zinsser jr, che riassunse centinaia di romanzi.

Sì, erano in pratica dei riassunti: venivano snelliti dei brani, tagliate parti che non contribuivano alla trama. Zinsser disse che non voleva che i libri fossero così lunghi. Ogni volume conteneva 4 o 5 romanzi del momento.

Qual era lo scopo di questa iniziativa? Diffondere la cultura… far arrivare i libri anche alla massa.

I libri epurati

Quando leggo alcuni romanzi degli anni ’50, mi dico sempre: “Oggi questo libro avrebbe suscitato una marea di polemiche”. Magari è una parola “forte”, un’espressione particolare, dettagli che a me personalmente non fanno alcun effetto.

Eppure da anni è nata la filosofia dell’epurazione. Epurare significare eliminare le impurità. Epurare significa censurare.

Una casa editrice americana censurò i romanzi più famosi di Mark Twain, il Tom Sawyer l’Huckleberry Finn, per via della parola nigger, che all’epoca faceva parte del linguaggio. La stessa operazione ha colpito l’autrice di libri per ragazzi Enid Blyton e la scrittrice di gialli Agatha Christie.

Lo scopo dei libri epurati è non ferire la sensibilità dei lettori moderni. Questa, almeno, è la spiegazione ufficiale. Quella che alcuni definiscono sensibilità, io chiamo invece fisime. Fisima è una bellissima parola dai vari significati, che illustra appieno la filosofia dell’epurazione.

I libri distillati

Ne parlai diversi anni fa, nel 2016. Una casa editrice si inventò la letteratura distillata: libri ridotti della metà, così, tanto per alimentare l’analfabetismo funzionale che dilaga.

I libri distillati si potevano leggere nel tempo di un film: era questo il messaggio che diffondevano. Per quale motivo si dovesse leggere un libro in un paio di ore non è dato sapere. Forse perché oggi bisogna correre, non si ha più tempo per fare niente. Mah.

Un film è un mezzo di comunicazione differente dal libro: si avvale di immagini, quindi può permettersi di “condensare” un romanzo in due ore o poco più. Leggere un libro è una forma di intrattenimento che richiede più tempo.

Non ho mai capito il problema di leggere un libro di 600 pagine o perfino di 1000: alla fine, come dico spesso, è come leggerne 3 o perfino 5 di 200 pagine. Nessuno ci mette fretta.

I libri inclusivi

Da qualche anno è nata la filosofia dell’inclusività, che ha già creato parecchi danni alla lingua italiana: testi sgrammaticati e pressoché illeggibili grazie a soluzioni ridicole e per nulla accettabili.

Ma non finisce qui. Due anni fa parlai dei libri inclusivi, ossia le modifiche apportate ai romanzi di Roald Dahl, con tagli per non offendere la sensibilità dei lettori moderni. In quel caso fu la società Inclusive Minds (un nome, un programma) a danneggiare quelle opere.

Anche nei film abbiamo iniziato ad assistere ai danni dell’inclusività: nel film Guglielmo Tell, per esempio, da poco uscito al cinema, è stata cambiata la storia. Furst, che nella leggenda è il padre della moglie di Guglielmo Tell, diventa un frate che potrebbe essere il cugino di Sandokan. La moglie di Tell è musulmana, conosciuta durante una crociata. Tutto questo nella Svizzera del 1300.

Lo ha detto proprio il regista: l’intento era rendere la storia più rilevante per il pubblico contemporaneo. Dei danni culturali di una scelta del genere se ne infischia, a quanto pare.

Ma torniamo ai libri. Nel mio articolo sulla riscrittura dei romanzi del passato, avevo citato una modifica al romanzoTerra sull’abisso di George R. Stewart, della serie Urania, in cui l’originale “The driver” (conducente) era stato tradotto con “Il proprietario (o la proprietaria)”.

Anche in questo caso l’intento è stato sicuramente accontentare il pubblico contemporaneo. Mi chiedo: ma il pubblico di oggi è davvero così ignorante? Non possiamo riscrivere tutto perché qualcuno non comprende come era il mondo anni o secoli fa.

I libri ammodernati

Che significa? Significa di nuovo riscrivere. Il Decameron di Boccaccio riscritto in italiano moderno. Non sia mai che ci si sforzi a comprendere il linguaggio di un tempo. «Leggere il Decamerone nella sua lingua trecentesca non è un’impresa facile» dice la casa editrice (La nave di teseo).

Io ho letto dei brani e non m’è sembrato incomprensibile. Un altro “problema” sollevato dalla casa editrice sono le note: in classici del genere l’apparato di note è… notevole, ma è normale che sia così.

No, con tutte quelle note si perde tempo. Di nuovo il problema del tempo. Cosa dovremmo farne di tutto questo tempo risparmiato non si sa bene. Di seguito a confronto l’incipit dell’opera di Boccaccio con lo scempio dell’ammodernamento:

Decameron Decamerone
Umana cosa è l’avere compassione degli afflitti, e come che a ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richesto li quali già hanno di conforto avuto mestiere ed hannol trovato in alcuni; tra li quali, se alcuno mai n’ebbe bisogno o gli fu caro o già ne ricevette piacere, io sono un di quegli. Per ciò che, dalla mia prima giovanezza infino a questo tempo oltre modo essendo stato acceso d’altissimo e nobile amore, forse più assai che alla mia bassa condizione non parrebbe, narrandolo io, si richiedesse, quantunque appo coloro che discreti erano ed alla cui notizia pervenne io ne fossi lodato e da molto più reputato, nondimeno mi fu egli di grandissima fatica a sofferire: certo non per crudeltà della donna amata, ma per soperchio fuoco nella mente concetto da poco regolato appetito, il quale, per ciò che a niun convenevole termine mi lasciava contento stare, più di noia che bisogno non m’era spesse volte sentir mi facea. “Umana cosa è aver compassione degli afflitti.” Questa massima vale per tutti, ma in particolare per coloro che hanno avuto necessità di conforto e l’hanno trovato in altri; e se mai qualcuno ne ebbe bisogno, o gli fu gradito, o ne ricevette piacere, io sono fra questi. Infatti dalla prima giovinezza fino a oggi sono stato preda di un amore appassionato e nobile, forse più di quanto, sentendolo raccontare, sembrerebbe appropriato alla mia umile condizione; e per quanto le persone sensibili che ne ebbero no- tizia mi lodassero e mi stimassero più di prima, questo amore mi procurò tuttavia grandissima sofferenza, non per la crudeltà della donna amata, ma per l’eccessivo fuoco concepito nella mia mente da un desiderio sregolato; il quale desiderio non permetteva che mi sentissi appagato entro i limiti della convenienza e spesso mi faceva quindi soffrire più del necessario.

I libri ammodernati fanno perdere identità storica e letteraria all’opera, stravolgono del tutto un’opera letteraria. Pensate se in questi ammodernamenti infilino nel testo anche gli anglicismi (con una versione del Decameron è stato fatto…).

Qualcuno ha anche riscritto I promessi sposi di Manzoni. Ho letto l’incipit e sembra di leggere un libro di geografia.

Un pensiero sui libri condensati, epurati, distillati, ammodernati

Vi ricordate il film Totò a colori? La scena con il pittore? Ecco, al posto del quadro immaginate un libro condensato, epurato, distillato o ammodernato.

12 Commenti

  1. Andrea
    giovedì, 8 Maggio 2025 alle 8:25 Rispondi

    Ahahah… Totò mi ha fatto ridere, anche se i realtà il tema affrontato è davvero serio (preoccupante). Il mio ultimo lavoro voleva essere un tributo a uno scrittore che non ci andava giù leggero, adattando un suo racconto distopico alla ”mia Venezia abissale”. Cruenta la trama e sovente volgare.
    Pur essendo generalmente più cauto nell’usare termini forti, in questo caso ho fatto un’eccezione; una scelta di coerenza. L’ho fatto leggere a dei beta (anche accademici) che ne hanno confermato la drammaticità e la crudezza, ma dandomi l’okay.
    Ho messo a disposizione un’ampia anteprima, giusto per rendersi conto di ciò che si andava leggere, ma non è servita a molto. A gran fatica ho raggiunto le 100 copie con una buona promo. Beh, la coerenza non paga, non nell’immediato almeno. Ma niente rimpianti… e niente fisime!

    P.S.: io di valido di Readers’ Digest avevo il mitico stereo semi-automatico, da bambino ci giocavo ore! :-)

    • Daniele Imperi
      giovedì, 8 Maggio 2025 alle 14:01 Rispondi

      Io non uso termini forti ma magari in futuro, se davvero necessario, potrei usarli.
      Il tema è molto preoccupante perché rischiamo di leggere opere rimaneggiate, su cui le case editrici, anche se le opere fossero di dominio pubblico, non hanno comunque il diritto di apportare modifiche.

  2. Grazia Gironella
    giovedì, 8 Maggio 2025 alle 8:46 Rispondi

    La moda di rendere le storie conformi alle idee del momento (che idee, poi!) non solo mi disturba, perché non la ritengo corretta, ma sono anche convinta che tradisca clamorosamente i supposti ideali che ci stanno dietro, irritando le persone intelligenti e lasciando le altre comode nella loro superficialità. Magari si potesse migliorare la nostra società così facilmente! Ma siccome è vero che le storie con cui entriamo in contatto ci educano in qualche modo, non sarebbe sufficiente creare nuove, belle storie più brevi e semplici per il pubblico che si spaventa anche solo per il numero di pagine, oppure che contengano – non goffamente e artificialmente, grazie! – esempi di inclusività? Non è creatività rimaneggiare le opere di altri vissuti prima di noi, a meno che – e qui mi discosto un po’ da quanto hai detto – non si tratti di renderle comprensibili, quando il linguaggio si è fatto difficile da seguire. Il Decamerone mi è sembrato ostico, sinceramente, quindi una versione semplificata di testi di questo tipo (che non sostituisca l’originale) la capisco.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 8 Maggio 2025 alle 14:07 Rispondi

      Infatti basterebbe scrivere storie nuove, cosa più normale e logica del modificare le vecchie. Non si capisce perché vogliano intervenire sui classici o su altri romanzi piuttosto che creare una letteratura in funzione delle loro ideologie.

  3. Corrado S. Magro
    giovedì, 8 Maggio 2025 alle 9:12 Rispondi

    O tempora o mores! Un trafiletto pubblicitario molto diffusso, elogia un personaggio internazionale di sucesso che, a detta, legge 50 (cinquanta) libri all’anno pur essendo molto impegnato in affari, poiitica eccetera.
    Mi sono chiesto come faccia: “Ai posteri l’ardua sentenza!”.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 8 Maggio 2025 alle 14:08 Rispondi

      Dici che legge i libri distillati? Comunque, bisogna vedere cosa legge, magari molti libri sono leggeri e si leggono velocemente.

  4. Pades
    giovedì, 8 Maggio 2025 alle 10:32 Rispondi

    :-) Sei stato un po’ severo con la trasposizione del Boccaccio, che per capire come ha influenzato la nascita della lingua italiana andrebbe studiato nelle scuole esattamente come hai fatto tu, con testo originale e “traduzione” a fronte, senza ammorbare gli studenti con interpretazioni “moderne” ma apprezzando l’uso di parole e costrutti. È affascinante e molto utile studiare l’etimologia delle parole e come il loro uso è cambiato nel tempo, e Boccaccio è un ottimo punto di partenza.
    Nei vari condensati e distillati vedo purtroppo tanta pigrizia e il tentativo diffuso in questi anni di incamerare nella nostra mente quante più cose possibili, confondendolo per “Cultura”. Se non si è poi in grado di classificare e comprendere quello che si acquisisce si finisce per appiattire tutto e non capire più nulla. Questo non ti ricorda un po’ l’intelligenza artificiale? :-)
    Sull’inclusività ormai non ho più parole, aspetto che passi. Anch’essa tende ad appiattire e omologare tutto, mentre noi non siamo tutti uguali, ma piacevolmente e fortunatamente diversi, spesso unici.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 8 Maggio 2025 alle 14:14 Rispondi

      Non ho studiato Boccaccio a scuola con la traduzione a fronte. Quando andavo a scuola si leggevano le opere così com’erano, non esistevano traduzioni (per fortuna), ma erano gli insegnanti che, se necessario, spiegavano.
      Nei libri condensati e distillati ci vedo un avvicinamento alla pigrizia di certi lettori e forse quanto dici significa che oggi, con l’eccesso di informazioni che c’è, non si riesce a leggere un libro di 500 pagine e allora si riduce della metà.
      L’inclusività, infatti, è proprio omologazione, ma soprattutto travisamento e distorsione.

  5. Antonio Zoppetti
    giovedì, 8 Maggio 2025 alle 14:13 Rispondi

    La storia del Decameron è molto significativa, a proposito di riscritture e epurazioni.
    Dal punto di vista linguistico lo stile della prosa boccaccesca ricalcava volutamente quello del latino – all’epoca considerato una lingua superiore ai volgari – e proprio per i suoi costrutti fatti di subordinate e incidentali (ipotassi), con il verbo spesso alla fine della frase, a partire dal ‘500 è stato eletto da Bembo e dai puristi come il modello da imitare nello scrivere in italiano. Questo modello – non condiviso da tutti nemmeno nei tempi passati – è poi entrato in crisi soprattutto nel Settecento, quando il latino internazionale della cultura ha lasciato il posto al francese, con il suo periodare considerato più “naturale” che privilegia i costrutti soggetto-verbo-complementi. E così anche l’accostamento di frasi tra loro coordinate (paratassi) ha avuto il sopravvento nell’italiano moderno.
    Dal punto di vista religioso e morale, invece, benché la prosa dell’opera fosse stata esaltata come il canone dell’italiano, conteneva passi licenziosi, parole triviali… e dunque fu spesso epurata e censurata, a partire dalle prime edizioni della Crusca e curate da Salviati, sino alle edizioni scolastiche anche novecentesche.

    Lasciando da parte le epurazioni che un tempo erano improntate alle visioni cristiano-bigotte e oggi si fanno in nome dell’inclusività e di un nuovo neopuritanesimo laico, tornando alla lingua mi pare che siamo ormai davanti a uno strappo con l’italiano storico. Se fino a qualche decennio fa, come nota il traduttore dell’ammodernamento, la comprensibilità di testi in italiano medievale (da Dante a Boccaccio) era buona (al contrario di ciò che avviene per es. nel caso di inglese e francese), adesso lo è sempre meno. I motivi sono legati a un enorme cambiamento della lingua italiana, lessicali oltre che rappresentati dai costrutti più “lineari” rispetto all’ipotassi latina, ma anche al tanto deprecato analfabetimo di ritorno che emerge da una scuola che ha abbandonato la centralità dell’italiano, come testimoniano i famigerati risultati Invalsi. In questo strappo bisognerebbe porsi la questione di che cosa fare. Mi pare che si vada nella direzione di una scuola “all’americana” lucidamente teorizzata persino da docenti che vorrebbero puntare sul pragmatismo e abbandonare gli approcci storicistici da lasciare solo nei licei. E quindi c’è chi vorrebbe sostituire le letture di testi da “tradurre” come i Promessi sposi con letture più moderne (sono usciti due articoli recenti sul Corriere che sposano questa tesi, per chi se li vuole leggere: “Basta con Manzoni: è tempo di una nuova didattica dell’italiano” e “Emergenza italiano, basta con gli stessi programmi uguali per tutti: una cosa sono i licei, un’altra i professionali”).
    Questa soluzione, insomma, invece che far studiare l’italiano storico come un tempo e privilegiare lo spessore, punta ad abbandonarlo, e così davanti all’alfabetismo di ritorno c’è chi preferisce assecondarlo e semplificare ogni cosa invece che rimediare con lo studio.
    Personalmente mi schiero sull’altra sponda e, rispetto agli ammodernamenti e agli appiattimenti che non possono che favorire il decervellamento sociale, la mia reazione è in linea con quella di Totò.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 8 Maggio 2025 alle 14:38 Rispondi

      Bell’analisi. Questo strappo con l’italiano storico è preoccupante, perché tende, alla lunga, a cancellare la nostra storia. Tanto vale, allora, eliminare anche lo studio della Storia nelle scuole. Oggi si vuol semplificare tutto, e questo favorisce il decervellamento, come hai detto.

  6. Franco Battaglia
    sabato, 10 Maggio 2025 alle 6:56 Rispondi

    Anche se devia un pochino dal focus del post, segnalo che oggi c’è un modo ancora più semplice per massacrare un libro: farci un film. ;)

    • Daniele Imperi
      sabato, 10 Maggio 2025 alle 8:18 Rispondi

      In un certo senso ti do ragione. Però libri e film sono 2 mezzi di comunicazione diversi. Un film rovina un romanzo se lo stravolge, per esempio censurando alcune parti o modificandone altre in nome dell’inclusività.

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