
Conoscete Elmore Leonard? Di lui anni fa ho letto un romanzo western, Quaranta frustate meno una. È uno di quegli scrittori che ti invogliano a continuare a leggerli.
Tempo fa hanno pubblicato un libro, Elmore Leonard’s 10 Rules of Writing, perfino illustrato. E le sue regole di scrittura hanno iniziato a circolare.
Le pubblico qui, commentandole una a una.
Non iniziare mai un libro con il tempo atmosferico
Questo è un consiglio-regola proprio di molti scrittori famosi. Ricordate la frase “Era una notte buia e tempestosa”? No, non proviene dal romanzo che sta scrivendo Snoopy, ma dal romanzo, reale, Paul Clifford di Sir Edward Bulwer-Lytton:
It was a dark and stormy night; the rain fell in torrents – except at occasional intervals, when it was checked by a violent gust of wind which swept up the streets (for it is in London that our scene lies), rattling along the house-tops, and fiercely agitating the scanty flame of the lamps that struggled against the darkness.
“Era una notte buia e tempestosa; la pioggia cadeva a dirotto, tranne a intervalli occasionali, quando veniva interrotta da una violenta raffica di vento che spazzava le strade (poiché è a Londra che si svolge la nostra scena), sferzando i tetti delle case e agitando violentemente la debole fiamma dei lampioni che lottavano contro l’oscurità.”
Paul Clifford è un romanzo del 1830 e all’epoca nessuno, suppongo, si meravigliò di questo incipit dedicato al tempo atmosferico. A dire la verità, neanche io mi meraviglierei oggi a leggere un romanzo moderno che inizi parlando del tempo.
Mettiamola così: e se il tempo avesse una sua funzione? Se fosse davvero importante? Se fosse, anzi, quasi un incidente scatenante, un evento, cioè, da cui dipende l’intera storia?
Avete letto I vermi conquistatori di Brian Keene? Eccone l’incipit:
It was raining on the morning that the earthworms invaded my carport. The rain was something that I’d expected. The worms were a surprise, and what came after them was pure hell, plain and simple. But the rain — that was normal. It was just another rainy day.
Day Forty-one, in fact.
“Stava piovendo la mattina in cui i lombrichi invasero il mio garage. La pioggia me l’aspettavo. I vermi furono una sorpresa, e ciò che venne dopo di loro fu un inferno, puro e semplice. Ma la pioggia, quella era normale. L’ennesimo giorno piovoso.
Il quarantunesimo, per essere precisi.”
O, magari, un autore vuole introdurre i lettori nell’ambiente in cui si svolge la prima scena e ritiene necessario, piacevole, utile iniziare parlando del tempo.
Evita i prologhi
Non sopporto i prologhi. A meno che non siano lirici, poetici, divini. Come, per esempio, quello di Suttree di Cormac McCarthy, tutto reso in corsivo. Non so se si possa considerare un vero prologo, non c’è scritta la parola “Prologo” all’inizio.
Soprattutto non sopporto i prologhi nei film: quando si sente una voce narrante fuori campo, il monologo come lo chiamo, che dura magari alcuni minuti. Il risultato è un clic per cambiare film.
Chiedetevi se sia davvero funzionale alla storia un prologo.
Di solito, anziché un vero e proprio prologo, si inizia un romanzo – o anche un film – con gli antefatti. Dieci anni prima (anche se viene da chiedersi prima di quando?) o magari una data passata rispetto all’ambientazione della storia.
Non usare mai un verbo diverso da “disse” per introdurre i dialoghi
Non sono d’accordo, altrimenti non avrei scritto le “144 alternative al classico disse” (anzi, devo decidermi a inserire le varie alternative suggerite dai lettori nei commenti).
Se un personaggio urla, domanda, esclama, sbraita, starnazza, dubita, interroga e chi più ne ha più ne metta, non possiamo rendere il suo dialogo con un semplice monotono “disse”.
È anche vero che in alcuni casi non è neanche necessario usare un verbo dichiarativo. A me piace molto variare questi verbi e torno di frequente al mio elenco di alternative per trovare il verbo giusto. Se non lo trovo, ricorro al banale “disse”.
Non usare mai un avverbio per modificare il verbo “disse”
Qui sono d’accordo. Davvero l’avverbio aggiunge un’informazione in più per i lettori riguardo alla battuta di dialogo?
Quei “gravemente”, “lentamente”, “accoratamente”, “tristemente”, “allegramente” e via dicendo appesantiscono il dialogo, oltre a creare involontarie rime.
Tieni sotto controllo i punti esclamativi
Non ti è concesso usarne più di due o tre ogni 100.000 parole di prosa
Elmore Leonard mi avrebbe bacchettato a volontà: il settimo capitolo del mio romanzo storico, prossimo alla conclusione (il capitolo, non il romanzo), ne contiene per ora la modica cifra di 140.
Ma in quel capitolo – e nel romanzo in generale – si urla e si picchia a più non posso. È il protagonista, poi, a essere un personaggio… esclamativo!
Penso, invece, che non bisognerebbe abusare dei puntini sospensivi: più ne usi e più il romanzo è amatoriale.
Non usare mai le parole “all’improvviso” o “si scatenò l’inferno”
Anche in questo caso mi trovo d’accordo. Espressioni come “all’improvviso” o l’avverbio “improvvisamente” sono infatti abusati. Non occorre scrivere che qualcosa avviene all’improvviso, basta scrivere che avviene. Inoltre, tutto avviene all’improvviso.
L’espressione “si scatenò l’inferno”, poi, è una pigra scorciatoia: che significa? Ci sono fiamme e diavoli e anime dannate? No, ovviamente.
O si crea un’espressione originale – per non offrire ai lettori qualcosa di già letto e sentito decine di volte – o ci si rimbocca le maniche e si descrive quell’inferno nei particolari.
Usa dialetti regionali o idiomi locali con parsimonia
Concordo. Ci sono, nella lingua italiana, regionalismi entrati ormai nella memoria collettiva, dunque comprensibili. Ma moltissimi altri che ben pochi comprenderanno.
Usarli o meno?
Usarli, ma appunto con parsimonia. E, soprattutto, usare quelli comprensibili o intuibili dal contesto.
Evita descrizioni dettagliate dei personaggi
Le ho sempre evitate, credo. O, almeno, le evito da diversi anni. Qualche accenno a un particolare della persona è accettabile, ma descriverla dal colore e dalla lunghezza dei capelli fino alle scarpe che indossa mi sembra esagerato.
Eppure in molti romanzi moderni si riscontrano le descrizioni dettagliate dei personaggi.
Un tempo le ritenevo utili, poi ho cominciato a non apprezzarle. Credo che la verità sia nel mezzo: ossia rendere noti alcuni particolari dei personaggi nel corso del romanzo, almeno quelli che siano davvero utili.
Non entrare troppo nei dettagli descrivendo luoghi e cose
A me invece piacciono le descrizioni di luoghi e cose. Penso, anzi, che ci voglia molta creatività per descrivere un luogo o un oggetto senza annoiare i lettori.
Leonard sostiene che bisogna essere davvero bravi a descrivere scene e paesaggi (“dipingere scene con le parole”) e che possono diventare inutili se bloccano l’azione o il flusso della storia. E qui ha ragione.
Se la scena si svolge velocemente e ci perdiamo nei dettagli del battistrada dello pneumatico sull’asfalto – e qui descrivere le condizioni dell’asfalto con almeno 100 parole – e illustriamo la scia che il copertone disegna sulla strada – mi raccomando la descrizione della geometria della scia – e rendiamo con musicale perfezione il rumore del motore e delle sgommate – altre 100 parole – che resterà della scena movimentata e dinamica di un inseguimento?
Cerca di omettere le parti che i lettori tendono a tralasciare
Io non tralascio parti di romanzi o di altri libri quando leggo. Al limite li abbandono, come quest’anno m’è capitato di fare con almeno 7 libri.
Il mio pensiero è semplice: se l’autore l’ha scritto, significa che quel brano ci deve essere.
Ho da poco finito di leggere un capolavoro della narrativa americana, Preghiera per un amico di John Irving. Ci sono continui salti temporali, ma non si fa confusione. Ci sono continue digressioni, magari parlando per una o più pagine di uno o due personaggi di contorno, senza tuttavia annoiare la lettura.
Come al solito, le regole di scrittura degli scrittori famosi vanno prese con le pinze: soprattutto sono regole che valgono per chi le ha create, cioè riassumono le proprie regole di scrittura, il proprio modo di lavorare.
Prendiamo da queste regole ciò sentiamo nostro, attinente alla nostra personalità e al nostro modo di scrivere.
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Giuseppe Vitale
Iniziare dal tempo in effetti sa di scrittura amatoriale e di già visto. Se lo si fa bisogna non solo che cia sia un valido motivo, mi pare, ma che lo si faccia in modo diverso da quel che ci si aspetterebbe. Se spiazzi il lettore magari lo prendi. Tipo, per esempio: “Che afa! Si respirava vapore bollente che ti entrava negli alveoli. Entravano in combusione dopo qualche secondo. Come la benzina nella mia Mustang del ’77. L’avevo ritirata alle 10 dal meccanico e stavo…”. Ci ho povato, mettendoci una transizione
Con il prologo, poi, ci cominciavano l’Odissea, l’Iliade, il Mahābhārata, l’Orlando Furioso. Se lo si fa ci vuole un minimo di “epica”. E per favore ci vorrebbe davvero una moratoria internazionale contro gli avverbi in “mente”, lascamoli ai qualunquemente di Cetto La Qualunque. Le descrizioni, infine, vanno bene solo per i romanzi ottocenteschi di Balzac. Grazie!
Daniele Imperi
Il tuo incipit va bene, secondo me, tanto più che è in prima persona.
Sul prologo sono d’accordo: meglio per un romanzo epico. Oppure chiamare il prologo in un altro nome, come per gli antefatti.
Nani
Adesso mi hai fatto incuriosire. Quali sono gli almeno 7 libri che hai abbandonato? : )
Daniele Imperi
Ma guarda chi si rivede
Eccoli:
1) Sentieri di fango: Sui campi di battaglia della Grande guerra da Ypres a Passendale di Michele Spagnolo
2) Poe, l’eresia di un americano maledetto di Giorgio Ghidetti
3) Perelandra di C.S. Lewis
4) Catastrofe planetaria di Arkadij & Boris Strugatskij
5) Fontamara di Ignazio Silone
6) La Spia di James Fenimore Cooper
7) Donne e mitra di Enrico de Broccard
Nani
😜
Eppure alcuni di quei titoli sembrano interessanti.
Pades
Conoscevo il decalogo, e come tutti i decaloghi lo leggi e dici “ok, ha elencato quello che piace a lui”. Perché poi leggi capolavori che vanno contro metà di quelle regole. Quella sul non descrivere troppo i personaggi anche io la scolpirei sulla pietra, e infatti lui cita l’epocale racconto di Hemingway “Colline come elefanti bianchi” dove l’unica descrizione di lei è che appoggia il cappello sul tavolo, e non serve altro. Quello sul non iniziare con il tempo non l’ho mai condiviso. Dipende. Infatti lui stesso mi pare aggiunga che vale a meno che non ne sei veramente capace. Sui dialoghi lui dice giustamente che il dialogo è del personaggio, il “disse” è l’autore che ficca il naso. Io infatti vado oltre e ometto il più possibile i “disse” e simili. Se non si capisce chi dice cosa vuol dire che la scena è scritta male.
Daniele Imperi
Il decalogo gira da un po’, infatti, e hai ragione: sono sempre regole che piacciono a chi le scrive.
Il tempo, secondo me, serve anche a introdurre la stagione. Se sai descriverlo bene, non ci vedo nulla di male.
Sul disse un po’ dissento: se sono soltanto due i personaggi, si può anche omettere, ma se sono in 4 o 5 a parlare, la vedo dura seguire il discorso.
P. Nestore Falchieri
Buon giorno,
ritengo che il non cominciare parlando del tempo e il non scatenare l’inferno siano lo stesso consiglio: evitate i cliché. A meno che non siano voluti e ponderati.
Sull’evitare le descrizioni dei personaggi e non delle azioni o le descrizioni dei luoghi e non degli oggetti mi sembrano discorsi faziosi. O si dice di non entrare mai troppo nei particolari o sono affermazioni di gusto personale. Perché i luoghi sí e gli oggetti no?
Per quanto riguarda i prologhi, invece, sono molto in disaccordo. Tutto dipende dal tipo di romanzo che si sta scrivendo. A esempio, se il romanzo è raccontato dal punto di vista del protagonista o tutto incentrato sul protagonista, i prologhi li vedo bene se riguardano eventi antecedenti che hanno poi avviato il viaggio inconsapevole del protagonista. Se sono degli antefatti lontani nello spazio o nel tempo, è giusto che possano esserci come prologo (e non è che chiamandoli “Capitolo 1” si risolva il problema di evitare il prologo. Quanti primi capitoli sono in realtà dei prologhi!). Oppure si può ricorrere al solito personaggio secondario e inutile che nella storia si intromette a informare il lettore e poi scompare.
Divertente il consiglio di non scrivere le pagine che un lettore non leggerebbe: Moby Dick diventerebbe un racconto di 30 pagine. Ovvio che ci saranno lettori che sono interessati alla tassonomia ittica e altri no; e poi, d’un giallo devo scrivere subito chi è l’assassino perché è l’unica cosa che interessa al lettore?
Daniele Imperi
Il tempo diventa un cliché se lo descrivi alla maniera di altri autori. Comunque, tutte queste regole sono a gusto personale di Leonard e vanno sempre prese per quello che sono: consigli.
Sui primi capitoli a mo’ di prologo hai ragione: ce ne sono.
Un vero giallo, di solito, è breve come romanzo, anche scarno come descrizioni: penso ai romanzi di Agatha Christie.
Antonio Zoppetti
Non sapevo che lo snoopyano “Era una notte buia e tempestosa” riprendesse un romanzo ottocentesco… e ho letto che anche l’incipit del primo capitolo de “Il nome della rosa” di Eco (“Era una bella mattina di fine novembre”) riprendesse a sua volta l’incipit di Snoopy rovesciandone le condizioni atmosferiche (e forse violando appositamente i canoni del romanzo moderno, chissà). Credo che i tanti decaloghi d’autore con le regole della scrittura siano delle linee guida utili, ma nessuna regola deve essere presa in modo rigido e dogmatico. Mi piace ricordare una premessa di Giulio Mozzi, in proposito: “Tutto ciò che qui è presentato come errore può essere, in certi casi, vantaggioso espediente stilistico. L’errore spesso non sta tanto nella cosa in sé, ma nel farla senza rendersi ben conto di che cosa si fa.”
Daniele Imperi
E io non ricordavo l’incipit de “Il nome della rosa”. Forse l’incipit di Eco vuole in un certo senso tranquillizzare il lettore: ecco, va tutto bene, è perfino primavera. E poi i delitti.
Anche per me nessuna regola va presa alla lettera.
Barbara Businaro
Si vede che queste regole sono state scritte da un americano.

Per un europeo (e specie per noi italiani) il tempo è motivo di prima conversazione, il classico da ascensore nello stesso edificio con persone che conosci, ma non troppo. Inoltre il tempo è un fattore determinante per molti di noi sull’umore, non tutti ma buona parte, compresi i personaggi.
Sui prologhi, e soprattutto nei film, ci sono capolavori che contraddicono questa regola, vedesi il monologo di Galadriel all’inizio della trilogia de Il Signore degli Anelli di Peter Jackson, con quella voce soave: “Il mondo è cambiato. Lo sento nell’acqua. Lo sento nella terra. Lo avverto nell’aria. Molto di ciò che era, si è perduto… perché ora non vive nessuno che lo ricorda.” Che ci introduce nella storia parlando del passato, e si poteva fare altrimenti, ma vuoi mettere la sua voce?
Il “disse” è proprio della scrittura americana. Se ti ricordi, all’epoca scrissi un altro post dopo il tuo, andando ad analizzare un testo di Diana Gabaldon, che in inglese usava ben sette “said” in un paragrafo, poi tradotti con verbi diversi in italiano, lasciando da parte il “disse”. Il fatto è che la lingua inglese ha meno sfumature della nostra, quindi per loro la scelta diventa tra il “said” e il nulla, rischiando di non far capire chi sta parlando.
Sulle altre regole posso anche concordare, ma dipende sempre dal testo e dalla storia stessa. Tu esageri con i punti esclamativi, io tendo ad abusare dei puntini di sospensione (ma sto guarendo eh!) I dialetti regionali hanno fatto la fortuna di Montalbano, mi dicono. Adesso viene chiesto di evitare le descrizioni dettagliate dei protagonisti per aumentare il riconoscimento del lettore (soprattutto lettrice nel caso dei romance). Non credo fosse questa la motivazione del consiglio di Leonard, però. Quel “Cerca di omettere le parti che i lettori tendono a tralasciare” può diventare pericoloso: sull’onda del successo del film Cime tempestose al cinema lo scorso febbraio, tante lettrici si sono buttate a leggere il romanzo originale, che però era notevolmente differente da quanto prometteva il trailer della pellicola. Quindi c’erano video che spiegavano come leggere Cime tempestose saltando pagine intere di “inutilità”, andando solo ai punti salienti, per loro ma non certo per me. Quindi chi decide quali parti sono da tralasciare davvero?!
Daniele Imperi
E infatti bisogna anche tener conto dalla nazionalità di chi scrive, perché ogni lingua ha il suo modo di esprimersi e quindi anche di raccontare.
Il monologo di Galadriel all’inizio della trilogia de Il Signore degli Anelli proprio non l’ho retto
Ricordo 20 minuti di una voce che raccontava.
I dialetti regionali di Montalbano sono comprensibili, anche perché non propriamente stretti.
Aumentare il riconoscimento del lettore? Cioè? Lasciare che sia chi legge a immaginare le fattezze dei personaggi?
Saltare parti di Cime tempestose (romanzo che ho, ma devo ancora leggere) è un’assurdità! Possibile che oggi ci siano lettori che non capiscono che un film è una cosa e un romanzo un’altra?