
Indice delle soluzioni
In un articolo di molti anni fa analizzavo il problema della lingua dei personaggi, facendo l’esempio di alcuni film, del dialetto siciliano (e anche genovese) dei romanzi di Camilleri, di alcuni racconti di Poe.
In narrativa, in quei casi, non c’era alcuna traduzione delle parole o frasi straniere – nel caso di Poe erano in francese, latino, tedesco. All’epoca pensavo utile inserire delle note a fondo pagina con la traduzione.
Qualche mese più tardi affrontavo il problema di rendere la lingua dei personaggi quando questi parlano appunto differenti lingue. In quell’articolo non offrivo una soluzione (secondo me non esiste una soluzione più valida delle altre), ma mostravo alcuni esempi.
Finora non mi è mai capitato questo problema. S’è invece presentato ora che sto scrivendo un romanzo storico, in cui il protagonista in alcuni casi ha parlato in francese (e c’è una comparsa che ha parlato in inglese, per fortuna in una sola battuta).
Come ho risolto?
Preciso che io non conosco la lingua francese. Per semplicità ho tradotto quei pochi dialoghi e quelle poche battute con il traduttore automatico di Google, ma in revisione farò correggere o ritradurre tutto da una traduttrice madre lingua, che ho già trovato. Ho reso parole, frasi e intere battute in corsivo.
Quando i personaggi parlano lingue differenti, le soluzioni che abbiamo a disposizione sono tre, ognuna con pro e contro.
1) Non inserire alcuna traduzione
È la soluzione più semplice. Leggendo i romanzi di d’Annunzio e Marinetti, per esempio – ma anche di altri autori classici – non ho trovato alcuna traduzione dei dialoghi in francese o in inglese.
Questo brano è tratto dal racconto “La logica di Ahmed Bey” in Novelle colle labbra tinte di Marinetti (Mondadori 1930):
Il mio passo fece sussultare il turco, e due occhi verdi intelligenti si levarono con una voce lagrimosa:
«C’est mon frère. J’ai travaillé deux heures pour sortir des décombres son pauvre corps, sans trop le torturer… Mais je n’ai pas pu trouver la tête. J’aurai tant voulu l’embrasser pour la dernière fois!»
In un caso d’Annunzio ha tradotto una frase in inglese (brano tratto da Il piacere, Treves 1896):
Ella, per un gesto, urtò il portabiglietti d’argento, che cadde sul tappeto. Andrea lo raccolse, e guardò le due giarrettiere incise. Portava ciascuna un motto sentimentale: From Dreamland – A stranger hither; Dal Paese del Sogno – Straniera qui.
In quest’altro brano non c’è alcuna traduzione:
– Sacrificai le mie mani alla Beneficenza – ella rispose. – Venticinque luigi di più!
– All the perfumes of Arabia will not sweeten this little hand…
Egli rideva, ripetendo le parole di Lady Macbeth ma in fondo a lui era una sofferenza confusa, un tormento non bene definito, che somigliava la gelosia.
Non siamo tenuti a conoscere il Macbeth a memoria…
Si dava forse per certo che la maggior parte dei lettori conoscesse quelle lingue? Ne dubito.
Non si ponevano il problema che molti lettori potessero non comprendere quelle frasi? Ne sono convinto.
A me sembra la soluzione migliore. Oggi i lettori di ebook traducono da varie lingue. Per chi legge i libri cartacei, invece, ci sono altri metodi (foto della pagina+programma OCR), non certo comodi, lo ammetto.
2) Inserire la traduzione dei dialoghi in nota
A me le note a fondo pagina nei romanzi sono sempre state antipatiche. Le accetto, perché utili, nei classici: stiamo parlando di romanzi di decine di anni fa, anche secoli, quindi è normale che ci siano rimandi a personaggi storici e eventi che non tutti conoscono o che siano utilizzate parole oggi desuete o abbandonate.
Ma che l’autore inserisca delle note per spiegare cosa ha scritto non mi è mai sembrata una mossa accettabile.
3) Interpretare i dialoghi nel narrato
L’ultima soluzione, secondo me la peggiore, è appunto fare in modo di interpretare i dialoghi in un’altra lingua nella narrazione. Come?
Un esempio è L’equilibrio delle lucciole di Valeria Tron (Salani 2022), che non ho letto, ma mi è stato indicato come una soluzione da adottare. Uno dei personaggi parla in un idioma francese chiamato patois, quindi incomprensibile a tutti (secondo il traduttore di Google è ligure…).
In una nota Salani ha spiegato che il patois «è una varietà occitana alpina, una delle tante manifestazioni della lingua d’oc, la lingua dei Trovatori» che si parla in alcune parti di Francia, Spagna e anche Italia.
Ecco un brano del secondo capitolo:
«Nanà, cosa stai cucendo?»
«Ah, ài un tricò da aranjâ e seou cougio de mêclâ la lano…» Un rammendo con lane spaiate la fa penare. Gli occhi da qualche tempo vibrano come antenne di insetto, costringendola a lavorare intermittente: nulla più di una lucciola.
«L’ê lou mâl de l’eulh». Il male degli occhi, aggiunge.
E un altro:
Mi osserva mentre sulle ginocchia dispongo le gallette di lana e le metto in ordine numerico. «Ërgrèttou de pâ te aguê moutrá» dice timidamente.
Ha ragione, tante nonne e nessuna che sia riuscita a obbligarmi ai ferri.
E un ultimo:
Dice che l’hanno portato via quelli dell’ambulanza più di un mese fa. È caduto facendo fascine davanti a casa. «Quê Testoun! La prèso! Maleirouzo prèso!» Pausa. «A m’à pâ eicoûtá…» Quel testone. Non le ha dato retta, gli aveva consigliato di farsi aiutare.
La mia impressione è quella dello spiegone. Ma anche della ridondanza. Quanto si allunga un libro con tutte queste spiegazioni/traduzioni?
Conclusioni
Per me la soluzione migliore resta non inserire alcuna traduzione. Se una casa editrice accetterà il mio romanzo, ne discuterò con chi avrà l’onore di occuparsi della revisione. Ma di sicuro scarto a priori la terza.
A voi è capitata una situazione del genere? Come avete risolto o risolvereste?
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Roberta F. I. Visone
Buongiorno!
Nel mio romanzo “Lo sguardo di Siria, la vita di Rosa” ho inserito varie lingue e dialetti (napoletano, inglese, tedesco e calabrese) e, in accordo con la mia editor, dacché avevo inserito la traduzione di ogni frase nelle note a piè di pagina, abbiamo scelto la prima opzione. Finora mi è capitato con una sola lettrice di fornire la traduzione di alcune frasi dal napoletano, ma per il resto risulta un testo scorrevole.
Daniele Imperi
Buongiorno Roberta, quindi nessuna traduzione. Se non si tratta di un dialetto stretto, allora è comprensibile, come il siciliano di Camilleri.
Corrado S. Magro
Infilare modi di dire in una lingua diversa può essere una pennellata di oiginalità, anche un modo per farsi notare, essere diverso. Che sia! Non mi ha mai impressionato più di tanto. Insomma se uno dei miei personaggi è un mongolo del deserto dei Gobi scrivo di lui nella lingua del romanzo provando a usare espressioni che rispondano alla sua cultura. E sul patois non trovo definizioni soddisfacenti: dinamico, partorito da ambienti specifici, racchiuso dentro limiti socio-culturali cresciuti alla base e propensi ad assorbire subito il nuovo custodendo il vecchio. Un esempio attuale: Il francese corrente, parlato in Svizzera a livello comunicazione interpersonale, viene definito da molti “patois”. Ogni pstois è una realtà viva e variegata di piccoli ambienti, valida per tutti gl’idiomi e i ceppi linguistici
Daniele Imperi
Il problema si presenta quando, per prendere il tuo esempio, un personaggio parla in una lingua non europea, quindi mongolo, russo, giapponese, tailandese, ecc. In quel caso non puoi inserire i loro caratteri alfabetici, sarebbe assurdo.
Sharon
Ogni volta che vedo delle frasi straniere cerco in fondo alle pagine e quando non c’è la traduzione le opzioni sono due: se ho il telefono acceso tradurre con Google traduttore, se è spento fissare la frase sperando di capirci il più possibile e soffrendo (odio non capire)
Daniele Imperi
Io sto cercando di limitare al minimo intere frasi in francese nei dialoghi. In revisione, poi, vedrò come suonerà il tutto. Purtroppo in alcuni romanzi o anche saggi ho trovato anche intere pagine in francese e m’è sembrato esagerato. Ho saltato e basta.
Luciano
Nel romanzo che sto scrivendo, all’inizio dei capitoli, prima del testo del romanzo, ho inserito citazioni anche di autori stranieri nella lingua e con gli idiomi originali, con annessa traduzione. Non mi è capitato di utilizzare lingue diverse nei dialoghi, eccetto una battuta in francese che però ho lasciato così, non tradotta, perché facilmente intuibile.
Daniele Imperi
Poe era solito lasciare le citazioni all’inizio dei racconti nella loro lingua originale: francese, latino, tedesco. In alcuni libri ho visto citazioni in altre lingue ma poi tradotte in nota.
P. Nestore Falchieri
Buon giorno,
a me non piace che l’autore dica qualcosa, forse d’importante, e che io non sappia cosa vuol dirmi l’autore. In “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” ci sono pagine intere in lingue straniere; erano inutili alla trama? avrei dovuto prendere un dizionario e una grammatica straniera per tradurle?
Secondo me, bisogna distinguere due casi: il personaggio che sente la lingua straniera la comprende? Se non la conosce, non deve esserci la traduzione; se la conosce, anche il lettore deve poter capire. Se è una parola o qualcosa di comprensibile, si può non tradurre; se è una frase, è accettabile la terza soluzione, poiché il personaggio la rielaborerebbe veramente nella propria lingua; se è un intero paragrafo o piú, viva le note.
Questo è un problema simile a quello della localizzazione dei nomi significativi dei personaggi o dei riferimenti culturali. Avrebbe senso che io, in una traduzione di un’opera americana leggessi: “e scaramanticamente toccò la scrivania di legno”? Senza nessuna nota o la traduzione “…toccò il tagliacarte di ferro sulla scrivania”? Se lo scrittore ha scelto il nome Dumbledore per caratterizzare il proprio personaggio, è corretto – secondo me – che un lettore italiano abbia la stessa possibilità e sensazione di un lettore inglese di capirne il collegamento. (cfr. https://www.terminologiaetc.it/2021/06/29/bombo-bumblebee-dumbledore).
In sintesi, la facilitazione alla comprensione deve dipendere dall’intento dello scrittore.
Daniele Imperi
Buongiorno, ho provato a leggere “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, ma l’ho abbandonato dopo poche pagine. Nel mio caso i personaggi in genere conoscono il francese.
Riguardo a Dumbledore, non sono d’accordo sul tradurre i cognomi.
Nadia Crucitti
Salve. Nel romanzo “Casa Valpatri”, edito nel 1996 da Mondadori, un personaggio canta una strofa in dialetto calabrese e in nota c’è la traduzione. Nel romanzo “Promettimi di essere libera”, edito da Libromania della De Agostini (ormai inglobata dalla Mondadori e quindi contratti svaniti) le poche parole pronunciate in tedesco vengono ripetute tradotte da altri personaggi.
Daniele Imperi
Nel primo caso lo trovo normale, è capitato anche a me di trovare canzoni cantate dai personaggi e la traduzione in nota. Nel secondo caso dovrei vedere come vengono ripetute, perché mi sembra ridondante.
Marco
Si il primo metodo è il migliore(e se non sbaglio quello più usato)
Il secondo penso sia tipo
“Gutentag”
“uh cosa?”
“ha detto: buon giorno.”
oppure
“spaghetti-frezer”
“eh?”
“mangia spaghetti è un’insulto!”
Daniele Imperi
Il secondo è inserire la traduzione in nota. Come hai impostato tu, sembra che sia un personaggio a tradurre.