Scrivere lontano dai propri sentimenti

Scrivere lontano dai propri sentimenti

Durante la revisione di un breve racconto per un cliente, mi sono accorto di un errore che si compie quando si è alle prime armi nella scrittura creativa.

Molti anni fa sono incorso anch’io in quell’errore, pubblicando qui un racconto di 300 parole nato come sfogo per alcuni eventi che mi hanno coinvolto di persona. Rileggendolo oggi, ho notato quell’errore e anche delle forzature, di cui parlerò più avanti.

Che cosa significa scrivere lontano dai propri sentimenti?

Sono sempre stato convinto che sia impossibile separare nettamente l’autore dalla persona: in tutto ciò che scriviamo c’è comunque una parte di noi, della nostra personalità, delle nostre idee (anche politiche e sociali, per quanto “diluite”).

Dunque, sembrerebbe impossibile scrivere lontano dai nostri sentimenti, cioè dalle sensazioni e dalle impressioni che avvertiamo in tutto ciò che ci circonda.

Il mondo e la vita influiscono sulla nostra scrittura

Ma in che maniera? È questa la domanda da porci quando scriviamo.

Scrivere è sempre stato terapeutico. Lo è anche per me. Le storie che mi vengono in mente non fanno parte del Ventunesimo secolo: sono lontane nel tempo, futuro e passato, e anche nello spazio, quello immaginato.

Io reagisco così a ciò che non sopporto del mondo e della società che mi circonda: li rinchiudo entrambi nel dimenticatoio. Mi sfogo in questa maniera. Anche perché – come ho detto spesso – a me questo secolo non ispira proprio nulla. Lo trovo vuoto dal punto di vista culturale e ispirazionale.

Il mio cliente, invece, ha permesso ai propri sentimenti di prendere il sopravvento. Ne è nata una non-storia, un racconto che non andava da nessuna parte, in cui non accadeva nulla. C’erano poi delle forzature, per giustificare il suo sfogo nei confronti di alcuni eventi che l’hanno colpito.

Quelle forzature – in quel caso le caratteristiche dei personaggi – avevano lo scopo di costruire l’ambientazione e di rafforzare gli intenti del protagonista. Perfino l’unico dialogo del racconto conteneva una forzatura: un rimando, senza alcun motivo, agli eventi mondiali.

Il mondo non ha influito sulla scrittura dell’autore, ma sulla sua storia.

L’indignazione è nemica della storia

La scrittura creativa richiede freddezza. È la mia opinione, sia chiaro. Quando si reagisce a caldo, si commettono quasi sempre errori, non ottenendo alcun risultato. Scrivere a caldo, come ho fatto io molti anni fa e come ha fatto il mio cliente, ci fa produrre storie mediocri, se non scarse.

La scrittura creativa richiede distacco. Anche questa è una mia opinione. Distacco dai propri sentimenti, da ciò che ci indigna, da ciò che ci irrita. Nessuna storia può cambiare il mondo.

Non possiamo permettere all’indignazione di prevalere sulla storia: rabbia e risentimenti sono nemici della creatività.

Se davvero vogliamo scrivere una storia basata su fatti reali, lasciamo raffreddare l’animo e ragioniamo su come costruire una storia. L’evento reale sarà l’ambientazione o il tema portante o l’argomento, al cui interno si muove il protagonista per compiere il suo viaggio lungo l’arco drammatico.

Ma l’autore, quando scrive, deve tenersi lontano da sentimenti, rabbia, irritazione, indignazione e concentrarsi soltanto sulla storia: ciò che conta realmente.

9 Commenti

  1. Grazia Gironella
    giovedì, 19 Marzo 2026 alle 8:01 Rispondi

    Completamente d’accordo. I nostri sentimenti più negativi e reattivi conferiscono al testo caratteristiche che allontanano il lettore, anziché avvicinarlo. Sono nostri, personali, e come tali fanno bene a rimanere, a parte la possibile (non sempre opportuna) condivisione con le persone che ci circondano. Costruire una storia richiede un occhio più universale.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 19 Marzo 2026 alle 13:19 Rispondi

      Secondo me allontano anche i lettori che la pensano allo stesso modo, perché vi trovano dentro troppa rabbia o delle esagerazioni che stonano.

  2. Luciano Cupioli
    giovedì, 19 Marzo 2026 alle 9:28 Rispondi

    Non la storia, forse, ma ritengo che se trattati con attenzione, i propri sentimenti potrebbero molto ben caratterizzare un personaggio, renderlo più credibile, vero. Non e quello che cerchiamo di fare ogni volta, cioè ispirarci, nel modo di comportarsi e nel parlare, e quindi anche nei sentimenti, alle persone reali per dar loro maggiore autenticità? I sentimenti non devono pilotare la nostra scrittura, ma noi possiamo prenderne gli spunti giusti, avendo cura di tenere, come sottolinea Grazie, una visione globale.

    • Luciano Cupioli
      giovedì, 19 Marzo 2026 alle 9:30 Rispondi

      Perdonami, Grazia…

    • Daniele Imperi
      giovedì, 19 Marzo 2026 alle 13:21 Rispondi

      Se quei sentimenti sono usati per caratterizzare un personaggio, allora va bene. Ma se invece pilotano la storia, è un altro discorso. È quanto ho notato nel racconto che ho revisionato.

  3. Barbara Businaro
    giovedì, 19 Marzo 2026 alle 11:37 Rispondi

    L’ho imparato da lettrice, prima di tutto. Mai scrivere con rabbia e frustrazione proprio di ciò che ci sta portando rabbia e frustrazione. Penso a qualche autore, anche qualche blogger, che ho abbandonato perché in questo modo mi trasmetteva solo energia negativa all’ennesima potenza e ci perdeva proprio la qualità della storia, un’inutile e tediosa reprimenda della situazione politica in generale, o di qualche evento specifico, o di un settore economico, pure considerazioni religiose. Ci rimettevano i personaggi, perché diventavano solo estensioni dell’autore, rischiando talvolta di somigliarsi tutti. Ci rimetteva anche la storia, dove non c’era vera azione, conflitto o risoluzione, se non quello di mostrare ciò che più glorificava la causa. Io leggo anche per distrarmi dalle brutture del mondo e quindi contenuti di questo tipo non mi aiutano, non mi offrono nemmeno una chiave di lettura differente, ragionata, riflessiva, ponderata.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 19 Marzo 2026 alle 13:25 Rispondi

      Anche io leggo per distrarmi da quanto succede nel mondo, quindi non vorrei ritrovarmi a provare altra rabbia leggendo. E concordo che se un autore mi trasmette energia negativa, tanto meglio abbandonarlo. Storie del genere non portano a nulla: non offrono una soluzione né propongono interventi di alcun tipo.

  4. Fabio Amadei
    giovedì, 19 Marzo 2026 alle 12:59 Rispondi

    Il rischio che l’autore entri a gamba tesa nelle vicende dei personaggi della storia è sempre presente.
    Il più delle volte è un peccato di superficialità o di arroganza. Un po’ di umiltà non sarebbe male. Il lavoro da fare è un altro: come reagirebbe il mio protagonista se gli metto davanti questa complicazione? Si scrive entrando nella sua mente, nel suo cuore, cercando di capire cosa vuole, a cosa ambisce, se resta schiacciato o meno dalle avversità della vita. Se risulterà un vincente o un perdente. Il protagonista non va manovrato come un burattino.
    Uccidi i tuoi tesori, dice Stephen King, ovvero togli il superfluo, elimina tutto ciò che non riguarda la storia. Forse erano anche Hemingway e Simenon a suggerirlo. In definitiva: non parlare di te, non metterti in mostra, fai parlare gli uomini e le donne del tuo racconto. Tieni una certa distanza dagli eventi. Al lettore non interessa la lezioncina o il sermone dell’autore. Il lettore vuole godersi la storia e scommettere sul finale.
    Di politicamente corretto ne abbiano piene le tasche.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 19 Marzo 2026 alle 13:27 Rispondi

      Intromissione del narratore: un errore frequente.
      La reazione del protagonista di fronte a certi eventi è una scelta ottima, in effetti. La storia apparirebbe più naturale e senza forzature.

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