
Indice degli argomenti
Correggendo le bozze di un romanzo fantasy, mi sono imbattuto in alcuni anglicismi “nostrani”, che stonavano in una storia ambientata in un mondo immaginario, non proprio medievaleggiante ma quasi (ci sono archibugi, cannoni, bombe, per esempio, ma anche spade).
Pensate se un Bilbo Baggins parlasse di un party per il suo centoundicesimo compleanno – parola che Tolkien ha effettivamente usato, perché propria della sua lingua. Per fortuna il traduttore – almeno nella mia versione – ha usato la parola festa.
Quando gli anglicismi sono radicati nell’italiano
È un segno dei tempi, mi viene da dire. Ormai esistono nella lingua italiana degli anglicismi cristallizzati, che viene spontaneo usare ogni giorno.
Ecco che alcuni personaggi rispondono “Ok” – e non con la corretta grafia “Okay”. Spesso mi sono scontrato nei manoscritti con ok, che si pronuncia “oc”, non certo “okèi”.
Ecco che si parla di “Un look da quartieri alti”. Look è una parola entrata da molto tempo nella nostra lingua, ricordo che la pronunciò la mia insegnante di Italiano al II Liceo in merito al mio nuovo taglio di capelli. Ma all’epoca era raro sentirla.
Anche i francesismi stonano in un romanzo fantastico: ecco che si parla anche di routine. Abitudine o pratica, secondo il contesto, sarebbe stata più corretta.
In quale genere letterario possiamo usare anglicismi e altri forestierismi?
In nessuno, secondo me. Abbiamo la lingua più bella del mondo, che ci permette di dire e descrivere qualsiasi cosa. Scherzi a parte, potrei capirli – e non accettarli – in un romanzo ambientato nei nostri giorni.
Anatopismi
Mi serviva un termine analogo all’anacronismo – l’errore cronologico, che oggi si riscontra in alcuni film cosiddetti inclusivi, per esempio – e così ho coniato il termine anatopismo – l’errore di luogo – per scoprire che invece esiste.
Non sono sicuro che il mio esempio possa considerarsi un anatopismo: un personaggio disse “Perdiana”, sorta di imprecazione verso la dea pagana Diana. Il fatto è che nel romanzo esiste un pantheon proprio di quel mondo immaginario, quindi Diana, Giove, Dio e Satana non c’entrano assolutamente nulla.
In un articolo di ben 10 anni fa ho fatto l’esempio di un anatopismo: nell’anteprima del romanzo, ambientato nel Paleolitico, Il primo eroe di Martì Gironell, avevo letto che un cervo corse via veloce come se avesse il diavolo in corpo.
Quale diavolo, se è un concetto introdotto dopo il IV secolo?
Il lessico dei generi letterari
Se nella fantascienza siamo liberi di sfoggiare un vocabolario amplissimo, o perfino di creare neologismi, se nella narrativa moderna – intendo storie ambientate nel XXI secolo – possiamo scrivere con la libertà lessicale di tutti i giorni, altri generi narrativi ci costringono a un’attenta scelta delle parole.
Nel romanzo fantasy comparve la parola “elastico”, introdotta nell’italiano nel 1685. In quel romanzo non esistevano però gli elastici e l’ho fatto presente.
Come ho scritto nel titolo dell’articolo, ogni genere letterario ha bisogno di un lessico appropriato. Questo non significa che scrivendo romanzi storici siamo più limitati nell’uso delle parole. Io, anzi, mi sto divertendo a scovare termini inusuali oggi per il mio romanzo, ma che all’epoca erano consueti.
Certo, in un romanzo su Romolo non potremmo usare treno, auto, schiaccianoci, caffettiera, anche se un autore gli ha fatto usare il verbo “implementare”, neologismo del 1983. Ma Romolo era un precursore.
Anche nell’ambito dello stesso secolo esistono lessici diversi: ve ne accorgerete scrivendo o leggendo un romanzo ambientato durante il Risorgimento e uno ambientato nel cosiddetto Far West, e questo non solo perché ambientati in luoghi e con popoli differenti, ma perché sono storie che richiedono ognuna un preciso lessico.
Per scrivere occorre uscire dalla realtà
Si dice che la lettura sia un’evasione dalla realtà, ma non lo è forse anche la scrittura?
Prima di scrivere dobbiamo distaccarci dalla nostra realtà quotidiana, specialmente se intendiamo scrivere fantascienza, fantasy, romanzi storici, gotici o dell’orrore, storie d’avventura, polizieschi.
Il lessico ci permette di contestualizzare al meglio la nostra storia, di far immergere i lettori nel mondo di cui stiamo scrivendo.
Le parole non sono solo importanti, sono fondamentali. Determinano soprattutto la nostra padronanza della lingua e la nostra conoscenza del genere letterario, ma anche il perfetto controllo della storia che abbiamo scritto.
Scarica il post in PDF
Grazia Gironella
Perfettamente d’accordo sull’importanza delle parole, non solo nella narrazione. Scegli parole diverse per esprimere gli stessi concetti, e sarà cambiato tutto. Grazie di avermi fatto scoprire, attraverso la tua critica, un lontano parente: Martì Gironell, catalano d’origine come la nostra famiglia. C’è una vena di scrittura tra i Gironella, primo tra tutti il più famoso (pare) Josè Maria Gironella. Spero che siano geni di qualità.
Daniele Imperi
Ci perdo del tempo a scegliere le parole, ma ne vale la pena.
Io invece devo ancora trovare antenati o lontani parenti con la vena della scrittura
Francesca Zuccarello
Sono un’insegnante anzianotta, che ama la scrittura; leggo con molto interesse ciò che scrivi con dovizia di particolari. Sono consapevole e concordo nel ritenere fondamentale saper scegliere le parole giuste per evitare che i testi siano mediocri, banali e piatti.
Grazie dei suggerimenti.
Daniele Imperi
Grazie Francesca e benvenuta nel blog. Testi mediocri banali piatti: è proprio la sensazione che si ha leggendone alcuni proprio per la mancata ricerca delle parole, che certo non è sufficiente per avere un buon testo.
Antonio Zoppetti
Molto interessante la riflessione sul lessico che deve rispecchiare l’epoca di ciò che si racconta ed evocare quel contesto. Tempo fa mi avevi segnalato con una certa perplessità una riscrittura del Decameron in italiano moderno, il che non signfica parlare per esempio dei reading dell’allegra brigata durante il lockdown della peste, che produrrebbe un effetto comico. Viceversa, però, quando si narra di cose attuali la direzione è quella opposta: anglicizzare (spesso a vanvera) per produrre l’effetto modernità. Bisognerebbe spezzare questo sentire spesso inconsapevole per fare in modo che l’italiano torni a essere una scelta moderna e praticabile.
Daniele Imperi
La riscrittura del Decameron in italiano moderno è un’oscenità, secondo me.
Mi è comunque capitato di trovare anglicismi in traduzioni moderne: i traduttori non traducevano, in pratica, alcune parole inglesi, o perché anch’essi le usano o, come dici, per produrre l’effetto modernità.
Se dovessi scrivere una storia che “narra di cose attuali”, non userei mai gli anglicismi: i miei personaggi sarebbero tutti contrari a questa tendenza