60 parole comuni inglesi che si possono scrivere in italiano

Contro l’imbarbarimento della nostra lingua

Bandiera

[…] per balbettar molte lingue, si balbetta anche la propria, ridicoli a un tempo agli stranieri e a noi stessi.

Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis

T anti, troppi vocaboli inglesi che ogni giorno leggiamo e scriviamo. Ma sono davvero necessari o si possono usare i corrispettivi italiani?

Fra poco per capire un testo italiano avremo bisogno di un dizionario di inglese. L’abuso di vocaboli inglesi per sostituire – senza alcuna logica, ma soltanto per distinguersi o apparire (illusoriamente) più professionali – i vocaboli italiani è diventato una tendenza degli ultimi anni.

Ormai non c’è più alcun freno. Pian piano la nostra bella lingua sta scomparendo a favore di quella inglese, che non ci appartiene neanche lontanamente. Anzi, a esser precisi e pignoli, molti vocaboli inglesi provengono dalla nostra lingua madre, il latino. Tanto per fare qualche esempio:

  1. beast da bestia
  2. cat da cattus
  3. chester da castra
  4. flame da fiamma
  5. to have da habeo
  6. long da longus
  1. me e my da meus
  2. mouse da mus
  3. people da populus
  4. picture da pictura
  5. school da schola
  6. wall da vallum

Conseguenza, forse, della pax romana?

In alcuni casi è impossibile usare una traduzione, come nel caso di blog, che proviene da web log, su cui Peter Merholz ha giocato modificando l’espressione in we blog, o, più semplicemente, blog. Ma anche web, che comunque viene tranquillamente tradotto in rete. Internet non si può tradurre, poiché è l’abbreviazione di interconnected computer networks o di internetwork.

Che alcuni vocaboli inglesi siano ormai diventati d’uso comune è accettabile, come flash, email (che viene anche chiamata posta elettronica), western, chat, sport, marketing e via dicendo, ma siamo davvero sicuri che i vocaboli che elenco in quest’articolo non abbiano un più comprensibile corrispettivo italiano?

Possibile che ci sia questa totale e brutale mancanza di rispetto per la nostra lingua? Perché, inoltre, scrivere e parlare mescolando arbitrariamente due lingue così da non farsi comprendere da tutti? Io ho studiato l’inglese e leggo spesso in inglese, ma altrettanto spesso non capisco cosa voglia dire la gente quando abusa di questi termini inglesi.

Vi lascio a questo mio breve e personale dizionario Inglese-Italiano.

A

  1. a.k.a.: also known as, ossia “anche noto come”, “altrimenti detto”, “detto anche”. Dunque… alias? No, il nostro alias è sparito a favore di a.k.a. (che mai riuscivo a capire cosa diavolo volesse dire).
  2. All inclusive: il nostro caro vecchio “tutto incluso”… è stato escluso.
  3. Audience: il pubblico, quindi. L’uditorio, anche.
  4. Automotive: un tempo c’era la sezione Motori nelle riviste e nei giornali. Oggi , chissà perché, c’è la sezione Automotive.
  5. Awareness: spesso usata nell’espressione brand awareness, cioè riconoscibilità del marchio. Ma non vi accorgete che è anche difficile da pronunciare questa awareness?

B

  1. Bipartisan: anche la nostra politica infierisce sulla lingua italiana. Bipartisan significa né più né meno che bipartitico.
  2. Brand: la cara, vecchia marca. O il caro, vecchio marchio. Ma oggi si veste di un’importanza maggiore e diventa brand.

C

  1. Call: quante volte avete letto o sentito “Ti faccio una call su Skype”? Ma perché non si può dire “Ti chiamo su Skype”?
  2. Coach (e Coaching): c’erano una volta l’allenatore e l’allenamento (negli sport), c’erano anche l’istruttore e l’istruzione. O anche il preparatore.
  3. Community: la… comunità, forse? Signori, anche community viene dal latino: communitas!
  4. Competitor: il vecchio concorrente. E di nuovo un termine inglese che proviene dal latino: competitor da competere, gareggiare.
  5. Corporate: avete un sito corporate? No, forse avete un sito aziendale. Che dite, anche questa viene dal latino? Sì, da corporatus, participio passato di corporare, cioè far parte di un’unione di commercianti.
  6. Crowd Founding: non riesco nemmeno a pronunciare quest’espressione. È la nostra raccolta di fondi o, come ricordo ai tempi del liceo, la colletta. Forse colletta ha un significato un po’ diverso. Ma raccolta di fondi è giusto, anche se gli anglofoni parlano più propriamente di “raccolta di massa (di gente)”, quindi raccolta di gente interessata a un certo progetto. Ma gente che non sganci un quattrino non ha senso, quindi penso sia davvero più corretto chiamarla raccolta di fondi, perché è questo che cercate: i fondi, cioè i soldi. Abbiate il coraggio di dirlo. Ah, per la cronaca, founding, da found, proviene dal latino fundare
  7. Customer Care: ovvero, Servizio clienti. La parola customer ha percorso un bel viaggio per arrivare fino a noi: customer da custom, a sua volta da custume, a sua volta dal francese costume, che viene dal latino volgare consuetumen che proviene dal latino consuetudinem da consuetus, participio passato di consuesco. Tutte le strade (o anche le parole?) portano a Roma.

D

  1. Dating: termine introdotto nel 1939 per indicare l’atto o le pratiche di avere appuntamenti romantici. Anche qui dating da date dal latino data. Insomma, è il vecchio appuntamento, anche se fissato online.
  2. Deadline: scadenza? Termine? Ma perché non possiamo usare la nostra parola scadenza come abbiamo sempre fatto?
  3. Default: questa parola è ormai una consuetudine. Nello smartphone certe applicazioni sono di default, per esempio. Default significa predefinito, prestabilito. Ma che parolaccia è mai questa? Vuoi vedere che siamo di nuovo tornati a Roma? Default (entrata nel vocabolario dei computer nel 1966) proviene dal vecchio francese defaute, a sua volta preso dal latino volgare defallita, participio passato di defallere.

E

  1. Engagement: è il coinvolgimento. Si usa nel linguaggio dei social media.

F

  1. Feedback: ovvero riscontro. Dare un feedback è lo stesso che dare un riscontro, ve l’assicuro.
  2. Follow-up: in base al contesto si traduce con controlli periodici (medici), seguito o sollecito.
  3. Food and Beverage: stesso discorso di prima, le riviste e i siti avevano la sezione Cibi e bevande e adesso l’hanno sostituita con Food and Beverage. Che poi questo beverage proviene dal bibere latino, eh.
  4. Founder (e Cofounder): ah, quanto impazza e piace ’sta parola! I social si sono riempiti di founder che è una bellezza. Poi, che founder provenga dal latino fundator, cioè fondatore, importa poco e niente.
  5. Freelance: ovvero la lancia libera. Sì, perché era il guerriero mercenario medievale. Insomma combatteva (per lavoro) per chi l’ingaggiava. La parola è stata coniata forse da Sir Walter Scott nel suo Ivanhoe. Nel 1864 è stato usato il termine anche in senso figurato, il libero professionista, colui che lavora per chi lo paga.

H

  1. Headline: è il titolo, signori. Perché non usate la parola titolo, dannazione? “Scrivi una buona headline”… ma perché “scrivi un buon titolo” che ha d’incomprensibile?

L

  1. Leadership: altra parola che piace molto. Ma è la nostra direzione (assumere la leadership di un partito significa assumerne la direzione), mentre parlare di leadership di un governo è come parlare delle sue capacità (quindi in Italia non esiste questo concetto).
  2. Location: quante parole possiamo usare nella nostra lingua al posto di questa location? Sede, ubicazione, localizzazione, posto, luogo, postazione. Avete l’imbarazzo della scelta, mentre gli anglofoni devono accontentarsi di una sola parola.

M

  1. Magazine: cioè… rivista? Adesso spiegatemi perché abbiamo bisogno di chiamare le nostre riviste magazine. La storia del magazine è curiosa. Proviene dall’italiano magazzino, a sua volta preso dall’arabo makhazin, con significato di magazzino, appunto, luogo in cui depositare la merce. Ma da qui a rivista come ci si arriva? Grazie alla prima rivista pubblicata nel 1731, il «Gentleman’s Magazine», nome preso dagli elenchi di negozi e informazioni militari e, in senso figurato, un magazzino di informazioni.
  2. Meeting: incontro. C’è da dire altro? Riunione, anche, o assemblea, secondo il contesto. Ma basta con questi meeting!
  3. Mission: quindi che cosa avete fatto? Avete tolto la vocale finale alla nostra parola missione e vi siete convinti di aver creato qualcosa di nuovo? Non ho parole.

N

  1. News: cioè le notizie? Oggi si parla tanto, troppo, anche di fake news… cioè le notizie false? Ma perché non chiamarle notizie? Il bello è che qualcuno scrive anche “pubblico una news”… dando l’impressione di non distinguere fra singolari e plurali.

O

  1. Outfit: la prima volta che ho comprato online un paio di pantaloni è apparsa la scritta “Completa il tuo outfit!” e io sono rimasto a guardarla per qualche secondo senza raccapezzarmi su che diavolo dovessi fare per avere quel paio di pantaloni e non rischiare di uscire in mutande. Insomma, gente, è il completo. Uomini e donne hanno sempre indossato dei completi, perché oggi devono avere degli outfit?

P

  1. Preview: dunque… l’anteprima? Che ha di strano la nostra anteprima da dover soppiantarla con una preview?
  2. Problem solving: possiamo tradurlo con risoluzione di problemi o capacità di risolvere problemi, secondo il contesto. Di nuovo nessuna logica per usare l’inglese.

R

  1. Recruiting: assunzione, forse? L’etimologia di questa parola risale al francese, ma si torna indietro nel tempo fino al verbo latino crescere.
  2. Release: la troviamo specialmente nei programmi da scaricare, in frasi come “è uscita una nuova release di OpenOffice”. Ma esiste il nostro corrispettivo: è versione, distribuzione, o anche pubblicazione, o in alcuni casi lancio. Per caso siamo tornati ancora a Roma? Eh, sì, perché release proviene dal verbo latino relaxare, che ha prodotto anche l’inglese relax.
  3. Reseller: dai, diventa un reseller! Rivenditore, no?

S

  1. Sequel: è il seguito, per favore tornate a chiamarlo seguito come un tempo. Che poi anche questa viene dal latino, sequela, anche se con significato diverso.
  2. Shopping bag: la borsa della spesa? Vi vergognate ad andare in giro con una borsa della spesa e quindi la ribattezzate shopping bag?
  3. Skill: ci avevo messo un po’ per capire che cavolo fossero ’ste skill di cui parlavano gli annunci di lavoro. Comunque sono le abilità, le capacità, i talenti. Ma quante parole abbiamo nella nostra lingua!
  4. Sold out: sempre più nel ridicolo, sostituiamo il nostro “esaurito” con sold out, che si capisce di più.
  5. Speaker e (Public) Speaking: lo speaker è il relatore, chi parla a un evento. Così come public speaking è semplicemente parlare in pubblico.
  6. Specialist: ah, ma allora è un vizio quello di togliere la vocale finale alle nostre parole per illudersi di aver creato una novità. Lo specialista che ha di strano? Sei un social media specialist? O forse sei un esperto di social media?
  7. Speech: avete mai fatto uno speech? Io no. Forse avete fatto un discorso o un intervento a una qualche manifestazione culturale.
  8. Stand-by: in attesa. Attività del computer sospesa, interrotta.
  9. Startup: è sempre esistita e si è sempre chiamata nuova impresa, nuova attività.
  10. Step: è la parola che sopporto di meno. Abbiamo i nostri passi, le fasi, le mosse, gli stadi, i gradi.
  11. Store: Quando ho comprato, anni fa, il mio primo videofonino, c’era la pubblicità che diceva “In tutti i negozi 3”. Adesso quei negozi hanno chiuso, tutti quanti, e le nuove offerte della casa si trovano soltanto nei 3 store
  12. Strategist: la parola stratega pare non piaccia. Eppure gli anglofoni la usano senza problemi.

T

  1. Team: eccone un’altra che non sopporto. La squadra, signori, è la squadra. Perché punire questa parola?
  2. Tone of voice: ma non vedete che quest’espressione è presa pari pari dalla nostra “tono di voce”?
  3. Tool: si usa sempre per gli strumenti online. Un tool per diminuire il peso delle immagini, un tool per trovare le parole chiave. Dunque uno strumento per diminuire il peso delle immagini, uno strumento per trovare le parole chiave.
  4. Topic: è il tema di uno scritto, l’argomento, il soggetto. C’è da sapere che la vecchia Albione ha preso questa parola dai “Topici” inclusi nell’Organon di Aristotele.
  5. Travel: come l’Automotive, anche il Travel ha sostituito la nostra categoria di Viaggi e Turismo. È curioso come l’inglese travel provenga da travail, a sua volta presa dal tardo latino trepalium (uno strumento di tortura). In fondo anche il nostro travaglio ha la stessa origine. Un viaggio nel dolore.
  6. Trend: la tendenza, la moda.

V

  1. Vision: ci risiamo, hanno di nuovo tolto la vocale finale, creando una vision ben diversa dalla visione.
  2. Visual: usato spesso nell’espressione contenuti visual. Cioè contenuti visivi, le immagini e i video.

W

  1. Wedding planner: oggi sono nate nuove figure professionali, le wedding planner. Come se definirsi “organizzatore di matrimoni” fosse una vergogna. Quello stai facendo. Comunque planner viene da plan che a sua volta, guarda caso, viene dal latino planum. Certo, wedding è invece molto english. Oddio, mi sa di no. Infatti partendo dall’Inglese antico, passando per il Proto-germanico e l’antico Norreno fino alla radice wadh- si giunge al Latino vas, vadis, col significato di cauzione.
  2. Weekend: “che fai nel fine settimana”, mi chiedevano da ragazzo. “Che fai nel weekend?”, mi chiedono adesso. Ha un senso?
  3. Welfare: parolaccia introdotta da uno dei governi passati (che avrebbe dovuto aver più riguardo verso la propria lingua). Ogni volta che sentivo parlare del Ministero del Welfare non capivo minimamente che diavolo di ministero avessero inventato. Welfare in inglese sono i sussidi pubblici, ma anche la previdenza sociale. Per fortuna ora è stato rinominato in Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
  4. Workshop: è il nostro vecchio seminario, ma anche laboratorio, se si tratta di corsi che prevedono lavori manuali.

Una storia italiana

Ovvero: come scrivono gli italiani di oggi

Sono il founder di una startup che gestisce una serie di blog corporate nel settore del food and beverage. Le nostre skill ci hanno permesso di raggiungere un’audience molto ampia, grazie alla nostra vision e a una mission che vede il cliente protagonista. I feedback sono per noi fondamentali per migliorare la nostra brand awareness. In breve tempo abbiamo superato i nostri competitor e costruito una community di fan e potenziali clienti che cresce ogni giorno, perché puntiamo su headline magnetiche che generano engagement e like. Abbiamo un team di collaboratori che abbiamo formato con workshop interattivi dove il visual è il punto di forza.

Prenota una call oggi stesso e mettici alla prova!

Traduzione

Sono il fondatore di una giovane impresa che gestisce una serie di blog aziendali nel settore della ristorazione. Le nostre capacità ci hanno permesso di raggiungere un pubblico molto ampio, grazie alla nostra visione aziendale e al nostro obiettivo che vede il cliente protagonista. I riscontri sono per noi fondamentali per migliorare la riconoscibilità del nostro marchio. In breve tempo abbiamo superato i nostri concorrenti e costruito una comunità di appassionati e potenziali clienti che cresce ogni giorno, perché puntiamo su titoli magnetici che generano coinvolgimento e apprezzamenti. Abbiamo una squadra di collaboratori che abbiamo formato con seminari interattivi dove i contenuti visivi sono il punto di forza.

Chiamaci oggi stesso e mettici alla prova!

Scrivere in italiano è possibile?

Secondo me sì. E secondo voi?

34 Commenti

  1. Rebecca Erikkson
    4 aprile 2019 alle 05:42 Rispondi

    Da anni mi sono imposta di non scrivere parole inglesi se c’è un corrispettivo in italiano.
    Tutto è partito dal notare le traduzioni errate e l’utilizzo improprio dei termini che mi fa impazzire.
    Esempi?
    Designer: in inglese è il progettista, non il disegnatore.
    Credits: alla fine di un film, ma anche nei siti web mi volete dare la lista di tutti i creditori oppure i riconoscimenti a chi ci ha lavorato?
    L’utilizzo improprio mi fa veramente impazzire, tanto da portarmi ad abolire anche spelling per il termine compitare.

    • Daniele Imperi
      4 aprile 2019 alle 12:23 Rispondi

      Vero, spesso l’uso di certi termini è davvero improprio. I credits non li ho mai sopportati, e crediti infatti non dice nulla.

    • nani
      5 aprile 2019 alle 20:50 Rispondi

      Compitare! Lo sai quante volte la cercavo questa parola da usare al posto di spelling! Ma ha proprio la stessa valenza?
      Vado a cercarla sul vocabolario. :)

      Ok, quasi la stessa, visto che sembra voglia dire sillabare. Meglio di niente. :)

      • Daniele Imperi
        7 aprile 2019 alle 07:31 Rispondi

        Compitare ha un altro significato, secondo me. Sillabare prevede appunto le sillabe, non le lettere. Ti spell vuol dire dire la parola a lettere.

  2. Gabriele
    4 aprile 2019 alle 08:36 Rispondi

    Lavorando in una ditta di programmazione (ops! software house!) i termini inglesi hanno drammaticamente invaso il mio quotidiano.
    Consola che gli inglesi chiamano “globish” il nostro utilizzo ridicolo dei loro vocaboli, come il Foscolo ben ci ricorda!

    Personalmente, provo ad usare l’italiano il piu’ possibile e mi fa piacere vedere che non sono il solo.

    • Daniele Imperi
      4 aprile 2019 alle 12:24 Rispondi

      Bene, è bello sapere che all’estero si siano accorti di questo vizietto italiano.

  3. Susanna De Ciechi
    4 aprile 2019 alle 08:55 Rispondi

    Gli italiani non sanno più scrivere, non conoscono l’italiano, hanno un vocabolario limitato e lo integrano malamente con i termini che imparano in rete. Il risultato a volte è ridicolo. Apprezzo e condivido in pieno l’articolo, purtroppo temo sia una battaglia persa.

    • Daniele Imperi
      4 aprile 2019 alle 12:25 Rispondi

      Il vocabolario limitato è una piaga infatti. Fra questo e l’uso di parole inglese continuo stiamo regredendo ad analfabeti.

  4. Ombretta
    4 aprile 2019 alle 10:13 Rispondi

    Grazie per questo articolo, sembra che mi abbia letto nel pensiero! Qualche giorno fa ho usato il termine fotocromatico e un’amica mi ha preso in giro perché adesso si dice visual o qualcosa del genere😆. Mi sono ritrovata a parlare proprio di questi termini con mia nipote che mi ha definita antica, coi giovanissimi purtroppo credo sia una battaglia persa

    • Daniele Imperi
      4 aprile 2019 alle 12:26 Rispondi

      Fotocromatico non significa visual, però. I giovanissimi dovrebbero imparare la loro lingua.

  5. Ferruccio Gianola
    4 aprile 2019 alle 15:40 Rispondi

    Lasciamo stare, va :-D
    Al di là degli aspetti comuni io non reggo gli “scrittorucoli” nostrani che quando parlano dei loro libri li classificano usando i nomi del genere a cui si riferiscono in inglese, o peggio ancora parlano scimmiottando i loro idoli, per lo più di madrelingua inglese

    • Daniele Imperi
      4 aprile 2019 alle 15:56 Rispondi

      Sì, infatti dicono Scifi e non Fantascienza, Romance e non Storie d’amore, Crime e non Poliziesco.

  6. Luz
    4 aprile 2019 alle 18:30 Rispondi

    Sì, i termini anglofoni sono decisamente troppi. Nel tuo elenco aggiungerei “open day”, che facciamo noi insegnanti quando accogliamo genitori e alunni della primaria per fornire indicazioni sull’offerta formativa della secondaria. Mi è stato detto che si potrebbe evitare, invece anch’io credo che, derivando molti termini direttamente da usi e costumi di quella cultura, che noi abbiamo adottato, non sia così indispensabile tradurre. Diverso è quando sento “buon week end” o altro (la lettera di presentazione nel mondo del lavoro e-commerce o marketing è addirittura ridicola), lì proprio non ci sono scuse.

    • Daniele Imperi
      5 aprile 2019 alle 07:09 Rispondi

      Ma perché “riunione coi genitori” non si può usare? “Open day” è giornata aperta e non significa nulla. Gli inglese hanno un modo di esprimersi diverso dal nostro.
      Com’è questa lettera di presentazione?

      • Luz
        7 aprile 2019 alle 18:38 Rispondi

        Non si può usare perché le riunioni con i genitori sono altre.
        L’Open day è una giornata a “porte aperte” (ecco, al limite si potrebbe utilizzare questo) in cui si accolgono genitori di alunni non iscritti.
        È la lettera di presentazione che hai riportato sopra.

        • Daniele Imperi
          8 aprile 2019 alle 07:00 Rispondi

          “Porte aperte” è un’espressione che usiamo.
          La lettera di presentazione me la sono inventata, ma ti assicuro che è facile trovare testi del genere :D

  7. Silvia
    6 aprile 2019 alle 17:50 Rispondi

    La buona notizia è che pian piano sta diventando di moda il non usare i termini inglesi. In certi ambienti è la controtendenza, sperando che non diventi una mania anche quella (tipo l’ordinateur alla francese).
    L’italiano è molto più ricco di termini dell’inglese anche se a volte difetta di brevità. Capisco, quindi, il termine inglese quando proprio non c’è l’equivalente o quando è talmente entrato nell’uso che non viene più nemmeno percepito come termine straniero (computer non possiamo più chiamarlo calcolatore elettronico), ma – davvero – questi curricula infarciti di inglesismi fanno sorridere.
    Che poi il peggio è quando si trasforma una parola inglese in un neologismo italiano ed escono i mostri: brieffare, daunlodare etc. etc.

    • Daniele Imperi
      7 aprile 2019 alle 07:33 Rispondi

      Ah, sì? Non so, io vedo invece il contrario, li sento sempre più spesso e li leggo sempre più spesso nel web.
      Quelli che nomini non li chiamo neanche neologismi, ma brutture da ignoranti.

  8. von Moltke
    6 aprile 2019 alle 22:46 Rispondi

    Non sono arrivato nemmeno alla metà dell’elenco, tanta è la ripugnanza a questo imbarbarimento e impoverimento della nostra lingua mascherato dal suo esatto contrario, ovvero dalla pretesa di dir di più in modo più efficace quando si sta scivolando invece nella pura incomprensibilità. Anche per questo ho abbandonato il mondo delle aziende per esiliarmi in quello reazionario della campagna. E nei miei romanzi non esito ad utilizzare termini che stanno cadendo nel dimenticatoio e che invece, secondo me, conservano tutta la forza dei loro giorni migliori. Qualche giorno fa un amico che mi legge mi ha ringraziato per avergli fatto scoprire “anodino”…

    • Daniele Imperi
      7 aprile 2019 alle 07:35 Rispondi

      Non si rendono conto infatti di essere diventati incomprensibili. Io sto preparando un articolo con 100 vocaboli caduti in disuso :)
      Anodino me lo ricordo, lo trovai in so più quale libro.

  9. von Moltke
    6 aprile 2019 alle 22:53 Rispondi

    A proposito, come faccio a far comparire un’immagine del profilo accanto al nome nel commento?

    • Daniele Imperi
      7 aprile 2019 alle 07:35 Rispondi

      Ti devi registrare sul sito Gravatar.

      • von Moltke
        10 aprile 2019 alle 20:52 Rispondi

        Già fatto, ma non compare nulla lo stesso

  10. MikiMoz
    7 aprile 2019 alle 21:21 Rispondi

    Alcune, però, sono “specifiche” perché si riferiscono a specifici frangenti.
    Il caso di deadline, per esempio: è, sì, scadenza. Ma non quella del latte. È la scadenza della consegna di un qualcosa, per dire.
    Audience, competitor sono nel linguaggio televisivo, denotano una sfumatura diversa rispetto a auditorio e avversario.
    Community è da web. Io mi riferisco a comunità se devo parlare di altro, per dire.
    In sostanza, molti termini stranieri rendono più ricca la nostra parlata, e siamo in grado attraverso questi di essere più specifici… almeno secondo me :)

    Moz-

    • Daniele Imperi
      8 aprile 2019 alle 07:02 Rispondi

      La scadenza non è solo quella del latte. In Italia si è sempre parlato di date di consegna di servizi o prodotti.
      Tutto si riferisce a certi frangenti, ma noi qui abbiamo i frangenti italiani, quindi non è giustificabile eliminare le nostre parole in favore di quelle inglesi.
      No, non vedo alcuna ricchezza, anzi c’è un progressivo impoverimento della nostra lingua, se abbandoniamo i nostri vocaboli per sostituirli con quelli inglesi.

      • MikiMoz
        8 aprile 2019 alle 08:41 Rispondi

        Boh, io non userei mai “comunità” per parlare della community web, per dire. È come se fossero due concetti diversi; pertanto parlo di ricchezza, abbiamo più scelta (considerato tra l’altro che l’italiano è una lingua ricchissima già di suo…).
        Altre parole che hai elencato, certo, sono davvero sciocche anche per me, e non le userei mai… 😊😋

        Moz-

  11. Grazia Gironella
    12 aprile 2019 alle 16:03 Rispondi

    Questa è divertente… quando ho visto il titolo pensavo che mi sarei espressa pro lingua inglese, perché la lingua si evolve e blablabla… per poi accorgermi che il 95% dei termini elencati non li uso e son contenta! In definitiva non provo avversione verso questa intrusione, diciamo, ma quando i nostri termini esprimono bene il concetto e non causano lungaggini, li preferisco.

    • Daniele Imperi
      12 aprile 2019 alle 16:11 Rispondi

      Infatti il problema è proprio questo: in tutti i casi abbiamo le nostre parole che esprimono quei concetti. Perché sostituirle?

  12. Giorgy
    18 aprile 2019 alle 09:39 Rispondi

    Ma davvero qualcuno direbbe “Per favore abbassa il tone of voice”? Ho riso di gusto nel leggerlo.
    Amo l’inglese, ma lo uso per parlare e leggere in inglese, punto. Quando non c’è una logica dietro come dici tu, diventa un bel modo per rendersi ridicoli.
    È vero che in altre lingue basta una parola per esprimere un concetto che in italiano si può a volte difficilmente riassumere, ma quello è un altro discorso. Secondo me nella stragrande maggioranza dei casi è una questione di pigrizia e di “stringere i tempi”, perché mentre l’italiano ci consente una vasta scelta di sinonimi in inglese molte volte hanno una parola sola inequivocabile e impossibile da confondere e quindi per una velocità di comunicazione ci affidiamo all’immediatezza di una lingua meno contorta.
    Prendendo l’abitudine poi finiamo col dire non più “vestiti di nero” ma “mettiti un outfit total black”, al che uno ribatte: ma non facevi prima a dirmelo in italiano?

    • Daniele Imperi
      18 aprile 2019 alle 10:44 Rispondi

      Ciao Giorgy, benvenuto nel blog. In quel caso per “tone of voice” si intende il tipo di linguaggio usato nei blog o nei siti aziendali. Ma comunque fa lo stesso.
      Non so se sia per pigrizia, resto dell’idea che sia anche per darsi un certo tono. L’inglese è una lingua più immediata, è vero, ma 10-15 anni fa nessuno avrebbe scritto o parlato in quel modo.

  13. Barbara
    18 aprile 2019 alle 15:34 Rispondi

    Li uso tutti, ma proprio tutti!
    Quando scrivo in inglese. O quando fornisco supporto alle traduzioni in italiano per le community in inglese (per cui coach resta coach, io impiego meno tastiera a scriverlo e le persone iniziano ad abituarsi ad alcuni termini, pian piano imparano a leggere in inglese in autonomia).
    Alcuni poi mi sono necessari al lavoro, dato che oramai abbiamo tutte le gestioni dei progetti in multilingua o solo in inglese. La riunione la chiamiamo meeting perché è con quel nome lì che la troviamo nel sistema per crearla e convocare gli utenti. Poi però nel linguaggio comune non li sopporto: asap (as soon as possible) invece di subito; fyi (for your information) invece di leggi per cortesia; tiger team invece di squadra d’emergenza; war room invece di riunione critica…e via andare. Però c’è anche il contrario, l’eccesso di Italianismo. Ci ho messo mesi per capire cosa intendeva quel mio collega con “la direttrice”. Non era il capo donna. Era la “folder” di windows!! :D :D :D

    • Daniele Imperi
      18 aprile 2019 alle 15:44 Rispondi

      Per un attimo ho pensato male :D
      Io fyi non l’avrei mai capito, ma ho seri problemi a capire gli acronimi…
      Tiger Team? Oddio, a me fa pensare a una squadra di incursori della Seconda guerra mondiale.
      La direttrice è una donna che dirige, ma si usa anche in matematica, quindi dipende dal contesto.
      La folder di Windows che sarebbe?

      • Barbara
        18 aprile 2019 alle 16:34 Rispondi

        La “folder” è la cartella di windows, che taluni chiamano la “direttrice” come traduzione di “director” dal vecchio DOS.

        • Daniele Imperi
          18 aprile 2019 alle 16:44 Rispondi

          Io l’ho sempre chiamata cartella, come chiamo cartelle le altre.

Lasciami la tua opinione

Nome e email devono essere reali. Se usi un nickname, dall'email o dal sito si deve risalire al nome. Commenti anonimi non saranno approvati.