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Figli dell’inverno

Un racconto di Natale

Figli dell'inverno

Erano tredici e camminavano sulla neve come fantasmi di ghiaccio. Stekkjastaur li conduceva, anime silenziose nella tempesta bianca. Il bastone affondava nel candore immacolato del terreno, ma orme e tracce erano cancellate in pochi attimi.

La strada era lunga, e andava a Nord.

Verso il Polo.

Era il dodici dicembre.

 

Il vecchio tossì, in un accesso catarroso che lo lasciò senza fiato. Si portò un fazzoletto ingiallito alla bocca, asciugandosi lentamente. Guardò la macchia rossa sulla stoffa, ripiegò il fazzoletto e se lo ficcò in tasca.

Era stanco. Si lasciò cadere sulla poltrona sdrucita, che aveva messo davanti al camino, e se ne restò lì, come in attesa di qualcosa a cui non sapeva dare né un nome né un volto.

 

Il tredici del mese la compagnia si concesse qualche ora di riposo. Giljagaur diede a tutti un po’ del latte rubato in una stalla. Bevvero in silenzio, mentre la neve continuava a cadere.

Alcune rocce spuntavano dal bianco come denti marci da una mandibola spolpata. Giljagaur sedette su una e guardò a Nord.

La strada sembrava non aver fine.

 

Un ciocco si spezzò nel camino e il vecchio si riscosse, riportato in vita dal mondo confuso dei sogni senza immagini in cui era caduto. Sbatté le palpebre, la vista offuscata da un velo che da tempo copriva gli occhi cisposi. Il fuoco languiva.

A fatica, puntando le mani nodose sui braccioli della poltrona, si alzò. Una sensazione di umidità lo colse e il vecchio si guardò i pantaloni scoloriti. Si era pisciato addosso un’altra volta, senza neanche rendersene conto.

Decise di riattizzare il fuoco e avanzò strascicando i piedi fino al camino. Si piegò a prendere le molle, rovistò fra le braci e sistemò meglio la legna. Poi soffiò più volte, finché le fiamme ripresero a consumare il legno secco.

Si tirò su, restò appoggiato alla mensola del camino per qualche secondo, riprendendo fiato, poi si voltò verso il fuoco per asciugarsi i pantaloni.

L’odore di urina che evaporava gli arrivò alle narici, ma non ci badò. Sentì il calore che gli infondeva sollievo e un po’ di energia. Guardò la pendola, sul lato ovest della casa. Era quasi mezzogiorno.

 

Il giorno successivo si fermarono al riparo di un boschetto di betulle. La tempesta sembrava essersi placata e Stúfur accese un fuoco. Poi prese la grossa padella che portava appesa dietro la schiena e la poggiò sul terreno gelato. Ringraziò la dea Birka, che custodiva il bosco, quindi tirò fuori da un tascapane del grasso di montone, che spalmò sul fondo della padella. Quando prese a sfrigolare, vi buttò sopra, una alla volta, le forme tonde di pane.

Gli altri crearono un piccolo riparo sulla neve, mettendo a nudo alcune rocce e sedendovisi sopra.

Stúfur disse: «Il laufabrauð è pronto».

I compagni si alzarono, presero ognuno il proprio pane fritto e tornarono a sedersi. Mangiarono senza parlare.

Quando ebbero terminato, Stúfur pulì la padella sulla neve e spense il fuoco.

Si incamminarono nuovamente, tredici anime silenti in un paesaggio che non aveva voce.

 

Arrivare fino in cucina gli costò uno sforzo che gli fece perdere l’energia riacquistata davanti al fuoco. Cominciò a apparecchiare la tavola, poi aprì la dispensa e prese del pesce affumicato. Da un piccolo barile spillò un boccale di birra leggera e la poggiò sul tavolo. Poi sedette, gli occhi chiusi, sfinito da quel poco lavoro appena compiuto.

Tagliò una fetta di pane e prese a mangiare, masticando lentamente, come se avesse a disposizione tutto il tempo del mondo. Bevve un sorso di birra per mandare giù il boccone, si pulì la bocca con la manica della veste e spezzò un altro pezzo di pesce.

Fuori, aveva ripreso a nevicare.

 

Era il 15 dicembre quando arrivarono alla base delle Montagne. Þvörusleikir si fermò e sedette sulla neve, incurante del freddo. Gli altri, in muta accettazione, l’imitarono e l’intera compagnia si ritrovò riunita in circolo, a fissare il paesaggio sempre più bianco.

La luce del sole si allontanava man mano che procedevano verso Nord e erano sempre più le ore di buio che li accompagnavano in quel viaggio.

Þvörusleikir tirò fuori di tasca un cucchiaio e cominciò distrattamente a leccarlo.

«Che fai?» gli chiese uno dei compagni.

«C’è rimasto del burro», rispose. E scese di nuovo il silenzio fra i viandanti.

 

Dalla finestra poteva vedere i tumuli, nonostante la gran quantità di neve caduta negli ultimi giorni. Erano otto, uno accanto all’altro. Tumuli senza nome, che nei ricordi del vecchio prendevano vita in immagini ormai lontane ma ancora così limpide. Le notti trascorse nella libertà dell’aria, inattaccati dal freddo, le scorribande che li portavano in ogni parte del mondo, la velocità impensabile con cui riuscivano a spostarsi. Tutto sembrava ora distante come l’alba dell’uomo, eppure ancora vivido nella mente del vecchio.

Le sue guance si inumidirono a quei pensieri. Con una mano si asciugò il viso, scacciando la malinconia.

Tornò verso il camino, un piede dietro l’altro, diede uno sguardo al fuoco e decise che non aveva bisogno di essere riattizzato. Un grosso ciocco ardeva senza fiamma, sprigionando un piacevole tepore.

Il vecchio sedette pesantemente sulla poltrona e chiuse gli occhi.

 

Al termine di un altro giorno di viaggio trovarono riparo sotto una sporgenza rocciosa, profonda abbastanza per contenere tutta la compagnia. La neve cadeva a fiocchi così fitti da formare un muro davanti a loro. Accesero un fuoco e cucinarono una zuppa vegetale che li riscaldò un po’.

«Per Grýla e Leppalúði!», brontolò qualcuno nel buio.

«Non bestemmiare», lo rimproverò Pottasleikir.

«Nostra madre e nostro padre sono forse dei?»

«Non importa».

«Siamo bastardi, o te ne sei dimenticato?»

Ma l’altro non rispose e si fece più vicino al fuoco, stendendo le mani verso il calore. Poi, usando la giacca per proteggersi, afferrò la pentola, la poggiò a terra e prese a raschiarne il fondo col cucchiaio. «Nessuno ne vuole un po’?», chiese, non aspettandosi una risposta.

La voce di prima mugugnò qualcosa che nessuno capì. Poi tornò il silenzio, interrotto soltanto dal grattare del cucchiaio sul metallo della pentola.

 

La foto sbiadita appesa al muro lo riportò indietro ai tempi della fabbrica, quando accanto a casa sua c’erano sempre movimento e voci che si chiamavano e chiasso e rumori e via vai di gente. C’erano oggetti per terra, trucioli di legno sparsi sul pavimento, orologi che ticchettavano e profumo di legna che ardeva e calore, quello dei lavoratori che l’amavano.

Adesso la fabbrica era andata, chiusa anni prima, quando era diventato troppo vecchio per organizzare il lavoro, ricordare, viaggiare. A uno a uno tutti i suoi aiutanti se ne erano andati a cercare lavoro altrove, verso Sud, dove il clima era più mite e potevano trovare un nuovo impiego.

Ma lui era rimasto, legato ai ricordi, alla sua vita di sempre. Alle sue compagne, adesso morte e sepolte davanti casa, sotto tumuli senza nome.

Nessuno era più venuto a trovarlo. La sua residenza era ogni giorno immersa nel silenzio più cupo. E lui si stava consumando come la legna nel camino, un fuoco che dissipava le sue energie, non più alimentato neanche da una minima speranza.

 

I giorni trascorrevano velocemente. Era il 17 dicembre quando attraversarono il passo uno in fila all’altro, come una processione di morti ritornati in vita per un oscuro incantesimo. Si facevano luce con torce di legno e fascine imbevute dei residui di grasso e i loro passi erano muti sul soffice manto di neve.

Trascorsero la notte in un bosco di abeti. Con alcuni rami costruirono dei giacigli e chiesero perdono alla dea Tann. Prima di dormire accesero un fuoco e sedettero a mangiare una zuppa d’agnello nei loro askur. Poi, uno dopo l’altro, si coricarono.

A mezzanotte voci concitate svegliarono l’intera compagnia. Il fuoco era un mucchio disordinato di braci ardenti e un debole lucore scacciava a fatica le tenebre della notte.

Askasleikir si stagliava come un demone del freddo, incurante delle voci che lo chiamavano.

«Posa quell’askur e torna a dormire», disse qualcuno nel buio.

«È il mio askur, maledetto ladro!», urlò un’altra voce.

«Silenzio!», urlò una seconda.

Ma Askasleikir teneva la ciotola sulle gambe e rovistava nell’interno, mettendosi in bocca i residui della zuppa.

«Cosa vuoi che sia rimasto, maledetto bastardo?»

«È tuo fratello», gli rispose la prima voce.

«Pezzi d’agnello che hai lasciato sul fondo», rispose annoiato Askasleikir.

Quando finì di pulire l’askur, Askasleikir si alzò, restituì la ciotola al proprietario e si distese sui rami.

Un brontolio accompagnò il sonno dei tredici fratelli per alcuni minuti, finché anch’esso si spense, come un’eco lontana non più riconoscibile.

 

La neve aveva ripreso a scendere, piccoli fiocchi che svanivano sul terreno bianco. La pendola segnava le tre del pomeriggio. Fuori, il buio faceva sembrare il mondo una notte senza fine, ma per chi viveva così a Nord non era mai stato un problema.

La luce, a primavera, era accolta con entusiasmo. Il ritorno del Sole era festeggiato con canti e tavolate di cibo e bevande e dolci. Un tempo anche il vecchio vi partecipava, anche se restava poco in mezzo alla baldoria. Il lavoro era lungo e la fine dell’anno più vicina di quanto si pensasse.

Da anni non andava più. Se ne restava chiuso in casa, partecipando con la mente, i ricordi che riaffioravano da quel mare confuso che era divenuta la sua memoria. Qualcuno era da tempo naufragato senza ritorno, ma i più erano ancora ben saldi e il vecchio amava ripescarli e far rivivere il passato.

Il passato che adesso lo feriva, perché chiudeva per sempre un’esistenza ormai giunta alla fine.

Qualcuno, sapeva il vecchio, avrebbe risposto al suo muto appello. Qualcuno avrebbe fatto qualcosa.

Allungò le gambe davanti al camino e attese.

 

Al crepuscolo del giorno successivo arrivarono a un rifugio abbandonato. Erano stanchi e si buttarono a terra senza neanche accendere un fuoco. Consumarono un pasto a base di pesce essiccato, bevvero un po’ di birra e chiusero gli occhi, nell’attesa che il sonno giungesse presto.

Hurðaskellir non riusciva a addormentarsi. Pensava a quanta strada dovessero ancora percorrere in quelle lande infinite, se le scorte di cibo fossero bastate fino a destinazione, chi avessero incontrato laggiù.

Si alzò e sbirciò fuori dalla finestra. La neve scendeva in minuscoli punti bianchi, silenziosa come la voce del nulla. Hurðaskellir aprì la porta e si affacciò sul paesaggio innevato. Un fievole cigolio si diffuse nell’assenza di suoni. Lo steccato circondava in maniera discontinua il terreno su cui era stato edificato il rifugio. Avrebbe dovuto essere riparato, pensò Hurðaskellir, mentre prendeva a giocherellare con la porta, cullandosi al gemito metallico dei cardini arrugginiti.

«Falla finita con quella porta!», urlò qualcuno da dentro.

Hurðaskellir la aprì e chiuse più volte, sorridendo alle bestemmie mormorate dal fratello, poi la richiuse definitivamente e tornò a dormire.

 

Il torpore che l’aveva pervaso era piacevole. La notte era ancora lunga, l’attesa snervante. Mentalmente cercò di fare ordine nel caos di pensieri che non gli dava tregua. Una nebbia di immagini e parole che s’addensava sempre più, offuscando la sua memoria e smarrendolo nei ricordi come un bimbo in un bosco d’estate.

Talvolta quel vagare ipnotico gli regalava sensazioni di quiete e effimera felicità. Altre lo lasciava inebetito come una bambola abbandonata in una casa sfitta.

Si fece forza e si alzò dalla poltrona. Raggiunse la stanza da letto e da una mensola prese il Diario di Lavoro. Il tomo era rilegato in pelle bianca, chiuso con un antico fermaglio in cui era incisa una sola runa. Lo aprì e lesse l’ultima data. Quanto tempo era passato, si disse. Era lì che il vecchio annotava i lavori da fare, le cose da consegnare, gli orari da rispettare, i luoghi in cui andare.

Lo portò con sé sulla poltrona, così non sarebbe sfuggito a chi fosse venuto.

Sedette, piegandosi sulle ginocchia con concentrata lentezza. Tenne il Diario sulle gambe, una mano sopra come a proteggerlo. E sorrise.

Sì, pensò. Non sarebbe sfuggito.

 

Il 19 dicembre scesero dalle Montagne e incontrarono un paesaggio ghiacciato di brughiere e tundra. Cespugli secchi erano sparsi disordinatamente e alcune stalle diroccate attendevano mute di crollare.

Skyrgámur corse come un bambino verso la più vicina.

«Dove corri, stupido?», gli urlò dietro uno dei fratelli, ma l’altro era ormai troppo lontano per sentire.

Quando la compagnia raggiunse la stalla, Skyrgámur si affacciò fuori, sorridendo come un fanciullo. «Correte», disse loro. «È rimasto dello skyr in un barile».

Gli altri, affamati, entrarono. Il pensiero di mangiare un po’ di skyr cremoso fece dimenticare loro per un momento la fatica del viaggio.

Dentro, nonostante la fatiscenza della struttura, era caldo. L’odore delle bestie permaneva, forse era stata abbandonata da poco. Avevano incontrato parecchi villaggi disabitati lungo la strada. Gente che aveva preferito trasferirsi altrove, lasciando il mondo del Nord come una terra di nessuno.

«Restiamo qui», disse contento Skyrgámur. Gli altri annuirono e si apprestarono a preparare dei giacigli.

La notte era giunta e con essa l’ora del sonno.

 

Aprì e chiuse gli occhi più volte, nel caleidoscopio di immagini oniriche in cui vagava come un fantasma perduto. Seguiva il corso delle lancette della pendola, che gli pareva lento, così lento che il tempo forse si era davvero fermato e magari lo stava aspettando. Attendeva che il vecchio riuscisse nella sua impresa impossibile, in quell’unica richiesta della sua vita, espressa senza parole.

Ma non c’era nessuno con cui confidarsi, a cui chiedere di fare qualcosa, di portare avanti una tradizione secolare. Nessuno a cui affidare il suo diario, a cui far leggere cosa fare, dove andare.

Nessuno.

Lassù, sul tetto del mondo, il vecchio era solo, coi suoi frammenti di memoria che stentavano a ricomporsi in un quadro riconoscibile.

 

Bjúgnakrækir osservava il locale da dietro un mucchio di neve spalata.

L’odore delle salsicce cotte li aveva costretti a fermarsi. Lo skyr mangiato il giorno prima aveva alleviato ben poco la fame. Avevano ancora ingredienti per cuocere delle zuppe o del laufabrauð, ma quel profumo che gli aveva stregato le narici proveniva da salsicce abbrustolite sul fuoco. Non c’era paragone.

«Quanto abbiamo?», chiese Bjúgnakrækir qualche minuto dopo.

«Niente», gli rispose qualcuno. «Nostra madre non ci ha lasciato conio».

«Vecchia strega», brontolò Bjúgnakrækir.

«Che si fa?», chiese qualcun altro nel buio.

«Posso arrampicarmi sui travetti del camino e prenderne qualcuna», disse Bjúgnakrækir. «Ma voi dovete distrarre l’oste».

«Sta bene».

E si mossero, come incubi della notte pronti a colpire.

Dentro, pochi avventori consumavano la cena, davanti a un boccale di birra schiumante. L’oste stava portando del pane, quando sentì bestemmiare fuori la taverna.

Uscì e vide dodici tipi che litigavano fra di loro. Sembravano esserci più fazioni e ognuno minacciava l’altro di staccargli la testa dal collo.

Bjúgnakrækir sgattaiolò dentro proprio quando l’oste si avvicinò per sedare la rissa. Nessuno badò a lui. Riuscì a arrampicarsi sul travetto del camino, in fondo alla sala comune, dove una fila di almeno venti salsicce si stava rosolando sul fuoco.

L’afferrò, saltò giù, nel momento in cui uno degli ospiti alzava lo sguardo verso il focolare. Ma l’uomo non capì cosa avvenne, vide soltanto uno spettro correre via veloce come il vento, seguito da una specie di corda robusta. Tornò alla sua birra, confuso da quell’immagine.

I dodici colsero la fila di salsicce volare via assieme al loro fratello, un guizzo di stoffa e barba che scompariva nella notte.

«Bjúgnakrækir! Maledetto cane, aspetta!», urlarono all’unisono, correndogli dietro come un gruppo solidale di anime dannate e lasciando l’oste istupidito dal gelo e da quell’incomprensibile scena a cui aveva assistito.

 

Si erano fatte le cinque, fra un dormiveglia e l’altro. Avrebbe dovuto cominciare a preparare la cena, ma si sentiva ancora pieno del pranzo. E poi non aveva la forza di alzarsi.

Con una mano si tastò i pantaloni. Questa volta erano asciutti, per fortuna. Come se l’avesse richiamato, arrivò lo stimolo.

Si tirò su, sospirando per lo sforzo, e si diresse verso il bagno. Dopo qualche minuto uscì e andò a mettere altra legna nel focolare. Quindi raggiunse la cucina, tirò fuori il pane e si riempì un altro boccale di birra. Poi prese una pentola di coccio dalla mensola, la riempì d’acqua e la mise a bollire sul fuoco. Tagliò due porri e scaldò il burro in una padella. Vi buttò poi dentro i porri e infine della farina. Mescolò, il profumo della zuppa che gli faceva venire l’acquolina. Versò poi il brodo sui porri e lasciò cuocere. Tagliò il pane a pezzetti e lo fece abbrustolire sul camino, sopra una graticola.

Dopo circa mezz’ora la zuppa era pronta. La tolse dal fuoco e ci buttò su i pezzetti di pane dorato.

Poi sedette.

Si concesse un sorso di birra, gustandone il sapore nella bocca prima di inghiottire.

E cominciò a mangiare, un cucchiaio alla volta, soffiando via il calore prima di ogni boccone.

 

Erano ancora stanchi per la precipitosa fuga dalla taverna avvenuta il giorno prima e per aver rincorso Bjúgnakrækir per quasi quattro miglia attraverso le brughiere imbiancate. Erano arrivati in tempo, però, prima che tutte le salsicce rubate fossero state divorate dall’insaziabile fame del fratello.

Era il 21 dicembre e c’era molta strada da fare.

Quella taverna era stata una vera fortuna, ma al ritorno avrebbero fatto meglio a cambiare percorso.

La sera si stava consumando nella notte quando apparve un gruppetto di case. Da una giungeva il chiarore di una lampada.

«È il caso di dare un’occhiata», disse Gluggagægir, allontanandosi dalla compagnia.

Lo trovarono a sbirciare da una finestra, un’ombra spaventosa che avrebbe fatto venire un colpo a chi si fosse affacciato in quel momento.

«Vieni via», sentì sussurrare alle spalle. Liquidò l’esortazione con un gesto nervoso della mano. Disse: «Cose interessanti, dentro».

«Non abbiamo voglia di un’altra corsa, Gluggagægir».

«Non l’avrete», li rassicurò. Si scostò, sorridendo maliziosamente.

Poi, insieme, si incamminarono nella notte. Dormirono in una stalla non lontano dalla prima casa. Non c’erano animali dentro, eccetto i tredici fratelli che russarono fino al mattino.

 

Dopo cena sparecchiò la tavola. Sul lavabo c’erano ancora i piatti del pranzo, che non aveva avuto voglia di lavare. L’avrebbe fatto adesso, assieme a quelli della cena.

Da una credenza prese una bottiglia d’aceto, ne versò un po’ in una pentola con dell’acqua e la mise a scaldare sul fuoco, aggiungendo del sale. Dopo circa dieci minuti tolse la pentola e cominciò a lavare piatti e stoviglie.

Ripose tutto nella credenza, si asciugò le mani con uno straccio e andò a scaldarsele davanti al camino.

Poi si lasciò cadere sulla poltrona, stanco, e chiuse di nuovo gli occhi, lasciando vagare i pensieri finché divennero confusi come nebbia e sfumarono in un sogno senza immagini.

 

Mentre camminavano in fila per uno sulla lunga distesa di neve, potevano ancora sentire, portata dall’eco, la voce dell’uomo che malediva rabbiosamente il ladro entrato in casa sua la notte prima. Gluggagægir assunse uno sguardo innocente, ma il gonfiore sotto la giacca era una prova fin troppo manifesta che non era sfuggita ai fratelli. Qualcuno si limitò a borbottare, ma i più scossero il capo in silenziosa rassegnazione.

Fu solo verso sera che si fermarono nei pressi di un villaggio. Avrebbero voluto proseguire, ma Gáttaþefur si staccò dal gruppo, prese a annusare l’aria come un cane da fiuto e poi schizzò via come inseguito da un branco di lupi.

«Gáttaþefur, torna qui!», gli urlò qualcuno.

«Maledetto ghiotto, chissà che avrà sentito», brontolò un altro.

«Laufabrauð appena cotto, o qualche dolce».

Lo trovarono parecchi minuti più tardi, non lontano dalle ultime casupole, nascosto da un avvallamento del terreno. Aveva acceso un fuoco e preparato dei giacigli e adesso sbocconcellava una kleina ancora calda.

«Prendetene», disse con la bocca piena.

Accanto a lui, sparse su un fazzoletto, un mucchio di kleinur fumava come un piccolo geiser.

Troppo affamati e stanchi per chiedersi come si fosse procurato quelle paste, gli altri sedettero e presero a mangiare.

Un altro giorno di viaggio se ne era andato. Qualcosa, nel paesaggio sempre più desolato, disse loro che la meta non era più così lontana.

 

Aprì gli occhi. Dapprima non riconobbe la stanza, poi a poco a poco la memoria si riaffacciò nella sua mente. Sentì le guance inumidirsi ancora, ma lasciò scorrere quelle lacrime liberatorie finché si arrestarono da sole. Malinconia e angoscia che tornavano a attaccare le sue deboli difese.

E la data che si avvicinava e nessuno che giungeva.

Il vecchio si domandò se sarebbe arrivato qualcuno. Forse, si disse. Forse il muto appello lanciato con la sua mente, come una sorta di incantesimo di richiamo, avrebbe funzionato.

Di lì a poco qualcuno avrebbe bussato alla sua porta e lui si sarebbe alzato dalla poltrona per farlo entrare.

Sorrise, perso nelle sue azzardate riflessioni.

Lo stimolo arrivò, ma non fu percepito. Avvertì un calore liquido sulle gambe e vide i pantaloni farsi più scuri. Pianse, singhiozzando senza voce nel silenzio vuoto della stanza.

 

La casa sorgeva in mezzo a una distesa di neve piatta come una tavola da apparecchiare. Dal comignolo una colonna di fumo saliva pigramente al cielo grigio. I tredici fratelli si fermarono a osservare.

Avevano sentito il profumo.

«Agnello affumicato», disse Ketkrókur, sfilando dalla cintura il suo gancio.

«Che vuoi fare?», gli chiese uno degli altri.

«Procurarmi la cena», rispose. «Sono stufo di laufabrauð e zuppe».

«Prima o poi qualcuno di noi si farà ammazzare», fu il commento che seguì, ma nessuno capì chi avesse parlato.

Ketkrókur lanciò uno sguardo attorno. Accanto alla casa c’era una piccola stalla. Nonostante l’oscurità, che si faceva sempre più fitta man mano che si addentravano nel profondo Nord, scorse un avvallamento poco lontano, a circa quaranta metri dalla casa.

«Aspettatemi laggiù», disse, indicando la conca.

Nessuno fiatò e la compagnia si incamminò verso l’affossamento, come una processione di anime redente.

Ketkrókur attese che i fratelli si dileguassero, poi avanzò verso la costruzione.

Dentro c’era silenzio. Sbirciò da una finestra e vide un’anziana rimescolare dentro un calderone accanto al camino. Il fuoco era un ammasso di braci morenti, su cui stava appeso a affumicare un grosso cosciotto di agnello. Su una sedia, invece, un vecchio sonnecchiava. Non pareva esserci altra gente.

Aiutandosi col gancio si arrampicò sul muro della casa e salì sul tetto. Da una tasca prese un cordino e ne fissò un’estremità al gancio. Quindi lo calò dalla canna fumaria e cominciò a muovere la corda con abilità, finché riuscì a agganciare il cosciotto.

Tirò su lentamente la corda e il cosciotto si staccò dal piccolo supporto a cui era appeso. In pochi secondi era in mano a Ketkrókur, che arrotolò la cordella, ripose il gancio alla cintura e saltò giù dal tetto, atterrando sulla neve senza far rumore.

Poi corse via come uno spettro.

Quella sera, il 23 dicembre, all’insaputa dei vecchi, cenarono agnello affumicato.

 

Aveva avvicinato la poltrona al camino per asciugarsi i pantaloni, troppo stanco per starsene in piedi davanti al fuoco. Con un ramo aveva smosso le braci, vi aveva buttato sopra altra legna e adesso si godeva le fiamme che lo scaldavano e asciugavano.

La notte stava giungendo, ma non aveva sonno.

Non aveva più nevicato. Fuori, il mondo sembrava un deserto bianco avvolto dal silenzio della tenebra invernale.

Quando si sentì abbastanza asciutto, si alzò e prese il braciere di rame vicino al camino. Con la paletta raccolse un po’ di carboni ardenti e li versò dentro. Poi andò in camera, si inginocchiò accanto al letto e spinse lo scaldino sotto.

Tenendosi alla sponda del letto, si rialzò a fatica, sbuffando per lo sforzo. Tornò in cucina e aprì la finestra. Non c’era vento e la sera era calma. Respirò a fondo quell’aria frizzante e pulita.

Scrutò l’orizzonte, strizzando gli occhi per aguzzare la vista. Ombre. Non c’era altro là fuori. Solo ombre e silenzio.

Richiuse la finestra, si massaggiò le braccia per scaldarsi e tornò a sedersi sulla poltrona.

La pendola segnava le nove.

 

Si erano fermati al termine di una lunga camminata che durava dal mattino presto. Avevano saltato il pasto di mezzogiorno, per arrivare il prima possibile dove sapevano essere attesi. Ignoravano da chi, ma poco importava per quel gruppo ben assortito di avventurieri del freddo.

Il buio era pesto. Kertasníkir tirò fuori dalla bisaccia un mazzo di candele colorate, rubate in una delle cittadine che avevano attraversato giorni prima. Una a una le accese e le distribuì ai fratelli.

«Che giorno è?», chiese.

«Il 24», rispose qualcuno.

«Allora siamo arrivati», aggiunse.

«Beh, potrebbe esserci chiunque là dentro».

Osservavano la casa che a pochi metri da loro si stagliava nella piana di neve come un giocattolo abbandonato. Una sola finestra era illuminata, ma non si scorgevano movimenti all’interno. Dal comignolo saliva una sottile colonna di fumo.

«Resta solo un modo per saperlo», disse Kertasníkir, incamminandosi verso l’abitazione.

Gli altri si guardarono e annuirono. Uno dietro l’altro seguirono il fratello.

 

Gli era parso di sentire delle voci provenire da fuori. Stava sonnecchiando sulla poltrona, il fuoco che languiva nel camino, lasciando i pensieri vagare a briglia sciolta, quando si era riscosso. Poteva giurare di non averle sognate.

Volse lo sguardo verso la finestra. Erano delle luci quelle che vedeva? Avrebbe voluto alzarsi per controllare, ma era così stanco. L’orologio sulla parete gli mostrò che le dieci erano da poco passate.

Forse… si disse.

O forse era la sua fantasia, e la speranza, che creava voci e immagini nella sua mente annebbiata.

Allungò la mano verso il piccolo tavolo che aveva accanto e prese il Diario. Meglio essere pronti, pensò.

Guardò ancora verso la finestra. Le luci parvero più vicine, sembravano un piccolo serpente luminoso che si snodava sul terreno gelato.

Forse avrebbe dovuto alzarsi, per accogliere gli ospiti. Tentò. Puntando le mani sui braccioli consunti, fece forza sulle gambe e ricadde subito seduto. Era sfinito. Troppi, troppi anni a lavorare, viaggiare. Era giunto il momento del riposo. Del cambio. Il Diario sarebbe stato affidato ai nuovi venuti e tutto sarebbe tornato come prima.

La leggenda sarebbe rinata, finalmente, in quella notte di magia.

Guardò ancora la pendola. Non era così tardi. Sì, avrebbero fatto in tempo, ne era sicuro.

Quando chiuse gli occhi, poté appena sentire qualcuno bussare alla porta. Ebbe il tempo di sorridere prima di andarsene per sempre.

 

«Forse sta dormendo», disse Stekkjastaur, avvicinandosi alla finestra.

«Forse la porta è aperta», esortò Giljagaur allungando una mano.

«Sta bene, entriamo», concesse Stúfur, alitandosi sulle mani per scaldarle.

«Sì, ché qui fuori si gela», aggiunse Þvörusleikir.

Entrarono. Dentro c’era un po’ di tepore che li gratificò. La casa non era grande, ma ben arredata. Erano in una sala e davanti a loro, seduto su una poltrona malandata, stava un vecchio incartapecorito dai secoli. Aveva una folta barba bianca che gli arrivava fino al petto e addosso una giacca e un pantalone di un verde ormai scolorito.

«Andiamo a svegliarlo», propose Pottasleikir.

«Vacci tu, io riattizzo il fuoco», rispose Askasleikir, e andò a prendere della legna vicino al camino.

Hurðaskellir si fece avanti, titubante. Scosse il vecchio per una spalla e disse: «Ehi, sei sveglio?»

«Se fosse stato sveglio ci avrebbe sentito, no?», brontolò Skyrgámur.

«Magari è morto», azzardò sottovoce Bjúgnakrækir. Gli altri lo guardarono, poi fissarono il vecchio.

Era immobile. Non sembrava che respirasse, a dire il vero. Gluggagægir si avvicinò e gli sollevò le palpebre. Poi appoggiò un orecchio al petto e ascoltò. Un puzzo rancido di urina gli invase le narici, ma non ci fece caso. Annuì. «Lo è», disse.

Nella stanza scese il silenzio. I tredici fratelli restarono immobili a guardare il corpo senza vita del vecchio, come se potesse rianimarsi da un momento all’altro. Il volto era sorridente, l’espressione come velata da una improvvisa felicità.

Poi Gáttaþefur gli prese il volume che aveva sulle gambe, lo aprì e cominciò a leggere. «È interessante», disse, perso nella lettura.

«Che cos’è?», gli chiese Ketkrókur.

«Leggilo ad alta voce, maledetto egoista», borbottò Kertasníkir.

E Gáttaþefur lesse.

 

Seppellirono il vecchio accanto ai tumuli che avevano trovato nei pressi della casa, quando si erano domandati a chi mai potessero appartenere e quanto fosse stata numerosa la famiglia del vecchio, anche se non certo come la loro.

Avevano letto il Diario e appreso che cosa aveva fatto l’uomo per secoli. Ma soprattutto avevano capito. D’un tratto tutto fu chiaro nella loro mente.

Adesso la sua missione era la loro.

«Per Grýla e Leppalúði!», brontolò uno dei fratelli. «Dobbiamo darci una mossa, manca poco più di un’ora a mezzanotte».

Il tempo parve fermarsi nel gelo del Polo Nord. La neve cominciò a cadere, soffici piume di ghiaccio che si posavano sulle lunghe distese bianche, mentre gli edifici della fabbrica venivano ristrutturati e i macchinari rimessi in funzione. Un richiamo era stato lanciato e già si udivano da lontano i passi veloci di numerosi zoccoli avvicinarsi alla casa. Sacchi di iuta erano pronti su tredici slitte ricostruite, colmi fino all’orlo.

Quando i tredici fratelli terminarono il lavoro, le renne già scalpitavano nella notte invernale.

14 Commenti

  1. Michela
    25 dicembre 2011 alle 08:23 Rispondi

    hahahaha allora l’hai fatto un post per Natale! Pensavo che nemmeno te ne fossi accorto di che giorno era :P Ecco come fanno a fare tutto in una notte :)

  2. Daniele Imperi
    25 dicembre 2011 alle 08:59 Rispondi

    Purtroppo me ne sono accorto che è Natale :)

  3. henryx
    25 dicembre 2011 alle 12:12 Rispondi

    Bel racconto con notevole crescendo che porta magicamente alla commistione dei due tempi storico/scenici che apparivano all’inizio distantissimi. Da una parte il vecchio che sembra appartenere ad un mondo moderno (la pendola, il ricordo della fabbrica), dall’altra i 13 che sembrano usciti dal medioevo scandinavo se non addirittura dalla mitologia nordica.
    Si capisce infatti solo col procedere nella lettura che le due storie sono contemporanee ed il gruppo entrerà nella casa del vecchio.
    Pensa che all’inizio avevo pensato che il vecchio stesse leggendo un racconto in un libro di storie mitologiche e che prima o poi questa avrebbe influito sulla sua realtà, un po’ come ne “La caduta della casa degli Usher” ( però questa mia interpretazione potrebbe ancora reggere nell’economia del racconto che hai scritto !)
    Quindi il vecchio Babbo Natale ormai in cielo e i 13 alla fine si incontrano, ma in quale tempo ? Beh , direi tempo assolutamente indefinito a questo punto, potrebbe trattarsi di un qualunque Natale !
    Auguri a tutti !!

  4. Daniele Imperi
    25 dicembre 2011 alle 12:17 Rispondi

    Grazie Henryx, domani svelo qualcosa del racconto.

  5. Marco
    26 dicembre 2011 alle 07:58 Rispondi

    Nelle leggende nordiche (islandesi?) ci sono delle creature che nel periodo natalizio si divertono a fare scherzi agli uomini. Rubare cibo per esempio, e non solo. E quei nomi mi paiono islandesi: o sbaglio? ;)

  6. henryx
    26 dicembre 2011 alle 08:42 Rispondi

    in effetti quei 13 sono piuttosto scalmanati, potrebbero essere giusto degli “huldufólk” (hidden people, la gente nascosta )
    http://en.wikipedia.org/wiki/Hulduf%C3%B3lk

  7. Daniele Imperi
    26 dicembre 2011 alle 13:46 Rispondi

    @Marco: bravo, sono proprio loro :)

    @Henryx: si chiamano in islandese “jólasveinar”, ossia amici del Natale (Jule). In inglese sono conosciuti come Yule Lads.

  8. Romina
    27 dicembre 2011 alle 20:10 Rispondi

    Questo racconto mi è piaciuto davvero moltissimo!!! Ho aspettato di avere un po’ di tempo e me lo sono letto con calma ed è stato davvero tempo ben speso!!! Una bellissima storia… l’unico mio problema sono stati i nomi che non sapevo assolutamente come leggere e pronunciare. Grazie per il bellissimo racconto e per aver fatto vestire Babbo Natale di verde: può sembrare un piccolo dettaglio, ma a volte è bene ricordarci che la Coca cola non governa il mondo! Bello, bello, bello… non ho altro da aggiungere!

  9. Daniele Imperi
    27 dicembre 2011 alle 21:39 Rispondi

    @Romina: grazie :)

    La ð è il th, come in that, la Þ ha il suono del th in thing. La æ si pronuncia come una è.

    Ho preferito lasciare la grafia originaria di quei tredici fratelli.

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  13. Cinzia
    28 marzo 2013 alle 17:52 Rispondi

    Ho appena finito di scaricare (grazie!) e leggere il racconto – tutto d’un fiato – certo, un modo originale di raccontare la leggenda di Babbo Natale ma diversamente non saresti stato tu a scriverlo!
    Complimenti.

    • Daniele Imperi
      28 marzo 2013 alle 17:55 Rispondi

      Grazie, Cinzia :)
      Devo preparare un ebook che conterrà questo racconto e gli altri 3 legati a esso pubblicati a dicembre 2012.

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