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La consegna

Un racconto di Natale

La consegna

Il tempo parve fermarsi nel gelo del Polo Nord. La neve cominciò a cadere, soffici piume di ghiaccio che si posavano sulle lunghe distese bianche, mentre gli edifici della fabbrica venivano ristrutturati e i macchinari rimessi in funzione. Un richiamo era stato lanciato e già si udivano da lontano i passi veloci di numerosi zoccoli avvicinarsi alla casa. Sacchi di iuta erano pronti su tredici slitte ricostruite, colmi fino all’orlo.

Quando i tredici fratelli terminarono il lavoro, le renne già scalpitavano nella notte invernale.

Figli dell’Inverno.

«È ora di andare», disse Stekkjastaur.

Tenebre cristallizzate avvolgevano la landa silente, pietrificando l’alito e sbriciolando le ultime spire della volontà. E mentre i sogni si estendevano come propaggini di energia cerebrale, la Corsa ebbe inizio. Cerca, Obiettivo e Consegna. E ancora. Innumerevoli volte in quella notte senza tempo, lasso infinitesimale, a velocità neuroniche lungo l’ellisse orbitale e per meridiani e paralleli, la rete del pianeta.

Si mossero. Le slitte ricolme di oggetti addensati, senza massa, atomizzati uno dopo l’altro, lo spazio ristretto curvato e ridefinito.

Gli enormi palchi fulgenti di neve ghiacciata, le renne scossero il capo, in attesa. Sbuffarono ancora.

Montarono sulle slitte, tredici spettri d’ombra cosmica, orchi glaciali in viaggio lungo le curve del tempo.

 

Allungò le manine verso la pentola di rame. Era troppo in alto. Prese una sedia impagliata, ci si arrampicò, protese ancora la mano. L’afferrò. Era rovinata, ma per cuocere la verdura andava bene. Ridiscese. Poggiò la pentola sulla stufa e andò a prendere i cavolfiori. Nel silenzio della sera prese a tagliarli.

Tac. Tac. Tac.

Monoritmico, come una danza spenta, il suono si propagava nel vuoto freddo della stanza. La piccola mano s’alzava, il coltello dal manico di legno scuro stretto nella leggera morsa, e s’abbassava sui fiori.

Tac. Tac. Tac.

Fuori nevicava.

 

Giljagaur fece schioccare la frusta nell’aria gelida.

Sul terreno algido le zampe delle renne sollevarono cristalli di ghiaccio e neve solida. Sputando nuvole di aria calda, iniziarono la corsa prima di alzarsi da terra.

La frusta lacerò la notte di nuovo. Nel tempo si aprì una crepa, strappo nel continuum della realtà artica. Tredici slitte si separarono dal permafrost, galleggiando nella stratosfera onirica della notte.

 

Accese il fuoco.

Il tepore si diffuse nella piccola baracca di legno marcio, assieme al fumo che sembrò stagionare ancor più lo scarso arredo. Tese le mani verso il metallo che andava scaldandosi e rabbrividì nel vestitino rattoppato di tessuto. Restò qualche minuto così, persa nei pensieri, riordinando le idee. Poi trascinò un pentolone verso la stufa, lo poggiò sulla piastra accanto alla pentola coi cavoli e prese a riempirlo d’acqua con un mestolo.

Mentre un filo di vapore si alzava dalle pentole, la bambina si infilò il cappotto di panno, muffole tarlate, una sciarpa.

Uscì nel gelo.

 

Dalla sua slitta, scintilla antimaterica che fluiva nelle correnti dell’Universo, Stúfur osservò il buio ignoto che l’attorniava.

C’era silenzio. No. Forse era più assenza di suoni, un limbo iposonico che si propagava lungo linee di divergenza spaziotemporali.

Percepiva, nella sua mente d’improvviso dischiusa, i brontolii dei fratelli, le loro esitazioni, paure, sensazioni in quell’avventura che connetteva spirito e fisico in un connubio emozionale che nessuno aveva mai provato prima.

Si lasciò andare. Liberò le sue inibizioni in un’ebbrezza di pathos e impulsi.

Rise.

 

Rientrò e poggiò in terra tutto quanto. Muschi, ramoscelli con bacche attaccate. Fiori. Cortecce. Radici aggrovigliate in fogge inusuali. Piccoli ceppi. Una pigna.

Andò a controllare l’acqua. Non bolliva ancora.

Tornò dalla sua paccottiglia vegetale. Prese tutto e sedette accanto alla stufa.

Mentre lavorava agli addobbi da attaccare qui e là in casa, canticchiò una canzone.

 

Si fermarono a osservare il vuoto attorno a loro. Þvörusleikir sputò oltre la slitta. Il grumo di densa saliva si dispiegò in sottili filamenti di umore asciutto. Svanì nel tempo.

«Dove siamo?», chiese, irritato e spaventato.

Non giunse risposta in quella regione adimensionale del nulla e, nell’inconcepibilità di quegli interstizi cosmici in cui navigavano, concepirono l’immensità della missione.

Spavaldi, proseguirono.

 

Dal soffitto pendeva la pigna, strie di muschio gialloverde l’avvolgevano come piccole sciarpe. Un cappello di carta colorata nascondeva la punta e segatura di legno bianco era stata sparsa a mo’ di barba.

Il folletto sembrava osservare senz’occhi la casa.

«Benvenuto», disse la bambina, sorridendo alla pigna che oscillava appena.

Nessuno rispose.

 

Bestemmiando in proto-norreno, Pottasleikir fermò la slitta. I pattini frizionarono sulla superficie d’ombra, che rilasciò schegge di energia all’attrito. Le renne scossero la testa, il palco che fendeva l’oscurità cieca dell’Universo.

«Ho sete», disse Pottasleikir.

Un mormorio generale assentì all’unisono.

Sostarono in un fragmentum di stasi ipocritica. Stapparono bottiglie di jólaöl.

Bevvero.

 

Gorgoglii di vapore sprigionato da bolle d’acqua esplose le giunse alle orecchie. Si alzò. L’acqua nella pentola bolliva. Pochi minuti e il cavolfiore sarebbe stato pronto. Prese una bacinella di rame e la portò davanti alla stufa, poi con il mestolo travasò l’acqua dal pentolone, ormai calda abbastanza. Quando ebbe finito, la stiepidì con dell’acqua di fonte.

Iniziò a lavarsi i lunghi capelli, canticchiando.

Fuori nevicava ancora.

 

Soltanto un dio lontano avrebbe potuto udire le risate dei tredici fratelli, ormai sbronzi. Le renne stavano silenti come statue cornute a difesa di un tesoro. Ignare della dissacrazione del momento, attendevano.

Askasleikir gettò l’ultima bottiglia di jólaöl, che ruotò nel vuoto spaziale, sparendo inghiottita dall’eternità monocroma che li sovrastava. E allora fu presa la decisione.

Urlarono la loro scelta come un branco di lupi rinnegati, tredici anime astrali senza più il giogo di promesse non suggellate.

Con la mente obnubilata dall’alcol e da repentine pulsioni, fecero schioccare le fruste e diressero le slitte fuori dall’intercapedine fra Cosmo e Mondo terreno, giù verso l’orizzonte ozonico che tremolava come un miraggio.

Cavalcarono l’attimo.

 

Pettinò i capelli al calore della stufa, l’odore dei cavoli diffuso in un aroma forte e deciso. Terminò di appendere i vari addobbi di corteccia e legno e muschio e fiori nella stanza che fungeva da casa e apparecchiò la tavola.

Sul legno nudo poggiò una scodella e un cucchiaio. Una caraffa d’acqua. Una coppa di rame. Pane bianco. Un sottopentola di metallo. Accese una vecchia candela di sego e la mise in mezzo al tavolo.

La cena in quella sera di festa.

Sentì le lacrime salire su fino agli occhi cobalto, le represse, si sforzò di sorridere nella solitudine della sua vita di orfana e dimenticata. Guardò il folletto che penzolava come un impiccato e gli parlò.

«È ora di cena», disse, la voce limpida nel silenzio. «A mezzanotte arriverà chi sai tu» e fece l’occhiolino.

Il folletto non rispose. Muto, nel suo involontario sussiego sembrò guardare verso la finestra, nella notte imminente, sondare le profondità universali in cerca del misterioso ospite.

La bambina sedette a tavola.

 

Erano anime sprigionate, come lembi di energia latente scaturita dalla forza del momento. Sulla scia di flussi ipnotici, le slitte scorrevano come masse inerziali in quell’acromatica aura di attesa. Hurðaskellir indicò un punto sotto di lui, dove l’Umanità pareva immersa in un magma amniotico prenatale. Le menti che ribollivano di desiderio. Le emozioni al limite del parossismo. L’ilarità unica voce.

«Laggiù», disse.

Fu come una sentenza dogmatica. L’impulso principe che scatenò l’irreversibilità.

Deviarono le slitte. In picchiata verso la Terra.

 

Mangiò in silenzio i cavolfiori bolliti, accompagnandoli con due bicchieri d’acqua. Scambiò qualche battuta col folletto, sognò a occhi aperti nuove esistenze. Finito di cenare, sparecchiò la tavola. Aveva lasciato dell’acqua sulla stufa e la utilizzò per lavare i piatti, pensando a come trascorrere il tempo nell’attesa della mezzanotte. Mancavano almeno cinque ore.

Si ricordò di avere ancora della farina. E un uovo, da qualche parte. E latte e burro. Sì, aveva gli ingredienti per preparare un pönnukökur abbastanza semplice. Sarebbe stato il suo dolce per quella serata di festa.

Era veloce, come ricetta, quindi se la prese comoda.

Strizzò l’occhio al folletto. «Adesso preparo un dolce», disse, e sorrise.

Canticchiando, dimentica della sua indigenza e dello squallore della casa, prese a lavorare.

 

A velocità ipersonica, oltre lo spazio dimensionale, le slitte puntarono l’atmosfera, perforandola come frecce di luce contro le tenebre. Avvolti dall’immobilità, dentro sfere esoenergetiche, i tredici fratelli rientrarono nella realtà, interrompendo il blocco temporale.

Lo scorrere delle ore ricominciò.

«Cerchiamo una taverna», disse Skyrgámur. «Ho fame».

«E il Tempo?», chiese qualcuno dietro di lui.

«Dannazione», rispose Skyrgámur.

«Usiamo un Cunicolo», propose qualcun altro. «Non abbiamo neanche conio».

La proposta fu accolta. Invertirono la rotta, volando verso le profondità cosmiche della notte, in accelerazione aumentata. Le slitte compirono un giro a 360°, oltre la barriera del suono e della luce, e si riportarono alla posizione di partenza.

«Ora», disse Skyrgámur.

Le renne partirono.

 

Il pönnukökur friggeva in padella, scoppiettando. Quando divenne dorato, la bambina lo tolse adagiandolo su carta assorbente che aveva preparato con un impasto di segatura. Versò sopra dello zucchero avanzato e lo portò in tavola su un piatto.

«È pronto», disse al folletto, ma non l’attese.

Mangiò.

 

Sfrecciarono come lampi di luce. La notte era loro, schiava dei Cavalieri dell’Universo, sfrenati orchi di poli artici scaraventati sulla Terra. Abnormi mentalità paraumane, creature della fantasia, leggendari portatori di doni e misfatti, si diressero verso una meta incerta a compiere il loro destino e quello dell’Umanità.

«Vedo qualcosa», disse Bjúgnakrækir.

Sotto di loro, isolata nel gelo invernale, una taverna.

Carri sostavano nel buio. Un fienile accoglieva le bestie. Da una finestra proveniva una tiepida luce. Potevano perfino sentire le voci ovattate all’interno.

«Là», disse Bjúgnakrækir.

Andarono.

 

Al centro tavola lasciò una radice. La forma le ricordava un albero magico, intrico di radici e rami in cui si celavano creature misteriose. L’aveva abbellita con qualche fibra di muschio. Vicino, una candela di sego nuova, che non accese.

Portò una sedia davanti alla stufa, che aveva riempito con altri ceppi. Dalla mensola sopra al letto, al lato opposto della stanza, prese un libro. Era Bárðar saga Snæfellsáss, l’unico che avesse.

Cominciò a leggere, scaldandosi al tepore del fuoco.

 

Atterrarono, invisibili consistenze di materia organica irreale e concreta. Erano là e non erano. Lasciarono le slitte e le renne sulla neve ghiacciata ed entrarono.

La taverna era piccola e fumosa, ma calda. Pochi avventori all’interno, che alzarono lo sguardo sui nuovi arrivati. L’oste restò qualche secondo interdetto, calcolando dove farli sedere, cosa offrire loro. Poi si riscosse, chiamò una donna, diede ordini.

«Accomodatevi», disse.

Si diressero verso il lungo tavolo indicato, sul fondo della sala. La donna giunse poco dopo assieme a un garzone portando altre sedie. Tornò con stoviglie e una brocca di birra.

Tredici sguardi osservarono la caraffa, la donna, di nuovo la caraffa, la donna ancora, che comprese quella muta eloquenza e tornò col garzone posando sul tavolo altre quattro brocche di birra.

Si dissetarono.

«Che vi porto?», chiese l’oste.

Ordinarono aringhe e rane pescatrici e due vassoi di scampi alla brace come antipasto, zuppa d’agnello con verdure e riso, montone arrosto, agnello affumicato, ventisei porzioni di blóðmör, tredici tranci di hákarl, pesce gatto e trote arrostite, bollito di salmone con salsa, filetto di merluzzo, strisce salate di eglefino al burro, fagioli con maiale in agrodolce, patate bollite e dorate in burro e zucchero, barbabietole e mele alla salsa di rafano, formaggio caprino e infine skyr, pönnukökur e ástarpungar per dolce. Se avessero avuto ancora fame, avrebbero ordinato altro.

L’oste prese nota, sparì.

«A Grýla e Leppalúði», disse Gluggagægir alzando un boccale di birra.

«A Grýla e Leppalúði», risposero gli altri.

Mangiarono.

 

S’era addormentata. Quando aprì gli occhi si guardò attorno con apprensione, ma nessuno era giunto.

Come ogni anno.

Neanche quando i suoi genitori erano vivi nessuno veniva mai in quella sera di festa a portare doni. La bambina sperava, ma suo padre le aveva detto che era difficile trovare la loro casa dall’alto con tutta quella neve che cadeva. Però sua madre cucinava qualcosa di buono e c’era una pietanza in più rispetto agli altri giorni.

Poi i genitori erano morti.

E lei era rimasta sola.

Negli ultimi tre anni aveva conosciuto la solitudine, la fame, la malinconia. Il freddo. Aveva sentito il vento ululare e la casa tremare, quasi sradicata dalle raffiche d’aria gelida.

Con una manina si strofinò il viso per scacciare quei pensieri e tornò a leggere.

Mancavano tre ore a mezzanotte.

 

Gáttaþefur ruttò e cadde all’indietro. Gli altri risero.

Avevano mangiato tutto e s’erano scolati altre dodici brocche di birra, ma non avevano soldi per pagare.

Si chiesero come uscire dal locale.

In fondo, erano lì eppure no. Visibili, ma inconcreti. Reali e immaginari.

Semplicemente si alzarono da tavola – Gáttaþefur da terra – e se ne andarono.

 

Aprì lo sportello della stufa. I ceppi morenti emanarono ancora molto calore. Tolse più cenere che poté e buttò dentro altra legna. Richiuse lo sportello. Dopo qualche attimo sentì il rumore soffice della vampa e lo scricchiolio del legno che ardeva.

Continuò a leggere.

Mancava un paio d’ore a mezzanotte.

 

Schivando una scodella di coccio, Ketkrókur riprese a correre sulla neve. I fratelli erano schizzati avanti, le slitte con le renne già quasi raggiunte.

Quando erano usciti dalla locanda come se niente fosse, forti della loro essenza antimaterica, l’oste li aveva apostrofati.

«Signori», aveva detto.

Ma nessuno dei tredici s’era fermato a rispondere né s’era chiesto perché l’oste li avesse chiamati. Non erano, in fondo, ambasciatori cosmici di mondi sovradimensionali? Non avevano cavalcato su strali d’energia psichica e onirica verso mete definibili? Non avevano scandito la realtà materiale attraverso canali cromatici e livelli di metacomprensione?

«Maledetti!», urlò l’oste tentando di raggiungerli. Ma l’uomo, obeso e d’una certa età, non riuscì ad avere la meglio su quei tredici lanzichenecchi siderali che con ebbra furia montarono sulle slitte come centauri d’una leggenda dannata per svanire nuovamente fra le pieghe incerte del Tempo.

 

Un’ora prima di mezzanotte la bambina chiuse il libro. Sbadigliò. Controllò la stufa, mise dentro un altro ceppo, tornò a sedersi.

«Forse non verrà nessuno neanche quest’anno, sai?», disse al folletto.

La pigna restò muta.

«Intanto mi preparo per la notte», aggiunse alzandosi.

Ripose il libro sulla mensola, si svestì, s’infilò la camicia da notte rabbrividendo, scostò la coperta. Sedette.

Sbadigliò ancora. Si stese. Decise di attendere la mezzanotte sdraiata a riordinare i pensieri, a sognare a occhi aperti.

S’addormentò.

 

Volavano.

Sopra cieli di catrame, nell’interlinea che correva fra lo spazio e il tempo, acquistarono distanze d’inconscia lunghezza, conquistarono sicurezze, rapidi.

«Ho ancora sete», disse Kertasníkir tirando le redini. Le renne scossero la testa, fermando la slitta. Gli altri l’imitarono.

«Dobbiamo trovare un’altra locanda», propose qualcuno.

«Che ora è?», chiese qualcun altro.

«Quasi mezzanotte», rispose una voce in mezzo al gruppo.

«Non abbiamo più tempo».

«Cos’è il tempo?»

«Che si fa coi regali?»

«Poi ci si pensa».

«Ho sete», ribadì Kertasníkir.

«Anch’io», gli fece eco un altro.

«Andiamo».

«Sì, ma dove?»

Kertasníkir scrutò il nulla cosmico attorno. I suoi occhi divennero sfere lungimiranti che scandagliarono gli orizzonti della realtà sottostante in cerca dell’obiettivo.

«Là», disse serafico.

Partirono.

 

A svegliarla fu un rumore.

Aprì gli occhi, fissando il soffitto di travi macchiate. Si tirò su a sedere, guardandosi intorno. Si alzò.

Mise qualche altro ceppo nella stufa, si versò un bicchiere d’acqua e bevve. Scostò le tende della finestra e restò lì a osservare la notte stellata.

Puntini di luce lontana e irraggiungibile che sfavillavano nella densità buia dell’Universo. Alcuni parevano muoversi, venirle incontro. Farsi sempre più grandi, assumere forme. Emettere suoni rauchi, rumori metallici. Voci. Aspre e sgraziate.

Quando le slitte trainate da renne frementi e guidate da orchi spaventosi puntarono a velocità impressionante contro la sua finestra, la bambina gridò e si gettò a terra.

Un boato cupo sovrastò la piccola baracca. Un fruscio investì i vetri, ma non li frantumò. Fu solo neve sollevata dal movimento delle slitte in atterraggio.

La bambina tremò sotto al davanzale. Dopo qualche secondo s’arrischiò a sbirciare, impaurita.

E vide.

 

«Che ci facciamo qui?», chiese Stekkjastaur.

«Non mi pare una locanda, questa», disse Giljagaur.

«C’è una strada, però», fece notare Stúfur.

«E allora perché siamo atterrati qui?», domandò giustamente Þvörusleikir.

«Abbiamo seguito Kertasníkir», disse Pottasleikir.

«Un momento», si intromise Askasleikir. «Dobbiamo pensare ai regali».

«È vero», confermò Hurðaskellir.

«Potremmo lasciarli qui davanti», propose Skyrgámur. «Ci abita qualcuno, c’è una luce accesa».

«Già», fu d’accordo Bjúgnakrækir. «E proseguire a piedi».

«Ho giusto voglia di camminare un po’», aggiunse Gluggagægir, «con tutto quello che abbiamo mangiato».

«E allora è fatta», decise Gáttaþefur.

«Sta bene», assentì Ketkrókur.

«Andiamo, allora», sentenziò Kertasníkir, «ché muoio dalla sete».

S’incamminarono. Lasciarono davanti alla baracca le slitte piene di regali per il mondo intero, qualcosa come due miliardi di pacchi e pacchetti dentro milioni di sacchi di iuta. Le renne li videro allontanarsi, confuse da tutto quel trambusto di quella notte incomprensibile.

Quando i tredici fratelli scomparvero alla vista, qualcuno aprì la porta di casa.

 

Davanti a lei contò tredici slitte e un numero maggiore di renne. Le slitte erano cariche di sacchi, ma la bambina ignorava cosa contenessero. E, soprattutto, perché quegli strani tipi avessero voluto lasciarle lì. Era riuscita a sentire solo l’ultima parte del loro dialogo sconclusionato. Avevano parlato di abbandonare lì quella roba e andarsene a bere. La locanda del villaggio distava un’ora a piedi. Con quel freddo e tutta quella neve. La bambina alzò le spalle, senza parole.

Si avvicinò alle renne e ne carezzò una, che strofinò il muso sul suo collo. La bambina rise. Per prima cosa decise di liberare gli animali dai finimenti. Appena terminò, le renne gironzolarono attorno in cerca di cibo, svanendo nel buio. La bambina quindi si dedicò al misterioso carico della slitta. Aprì uno dei sacchi e scoprì che era pieno di regali. Ne aprì un altro e trovò lo stesso contenuto. E anche in un terzo. Con un sussulto comprese.

In quelle slitte c’erano tutti i regali del mondo. Una quantità impensabile, incommensurabile di regali. Ma perché li avevano abbandonati lì? E chi erano quei tredici orchi? E che fine aveva fatto il vecchio vestito di verde che si diceva venisse quella notte? E che se ne sarebbe fatta di tutti quei regali?

Ci rimuginò sopra. La mezzanotte era ormai passata. Le renne sparite chissà dove. Gli orchi lungo la strada per la locanda. Non avrebbe potuto mai consegnare tutti quei regali ad altrettanti bambini del pianeta. Quella sarebbe stata una notte magra per tutti. Beh, per lei era sempre stato così.

Doveva assolutamente far fruttare quel tesoro che le avevano consegnato. Ma come? Avrebbe impiegato oltre mezzo millennio per scartarli tutti, quando il periodo di vita concessole si sarebbe concluso da un pezzo.

Poi capì.

Avrebbe dovuto fermare il Tempo per poterli aprire tutti.

Rovistò nelle slitte e trovò qualcosa. Un manuale. Era scritto in nessuna lingua e in tutte le lingue conosciute. Un insieme di simboli che la bambina inaspettatamente comprese.

Sedette sulla slitta e tutto apparve differente. Come in una bolla atemporale, priva di dimensioni, la bambina vide la sua baracca sfocare e poi ricomporsi. Pensò a quanto potesse essere bello ricostruirla come una vera casa calda e accogliente e avere un fabbricato per riporre tutti quei regali.

No.

Non un fabbricato, ma un negozio. Avrebbe potuto vendere tutti quei giocattoli. Avrebbe potuto imparare perfino a costruirli. E, se un giorno sarebbe giunto un altro vecchio verdevestito, avrebbe potuto ritirare da lei i regali per tutti i bambini.

Sorrise. La sua vita stava cambiando, per un gioco del destino, chissà, per quell’incredibile lascito, ma stava cambiando. Aveva tante idee e progetti in testa, che si stavano accumulando come neve d’inverno. Ce l’avrebbe fatta a organizzarli e realizzarli tutti?, si chiese.

Sì, ci sarebbe riuscita.

Perché adesso aveva tutto il tempo del mondo.

7 Commenti

  1. Lucia Donati
    24 dicembre 2012 alle 11:42 Rispondi

    C’è una ricerca a volte di termini particolari magari d’effetto(forse infkuenza di McCarty?). Mi sembra molto buono. Con un bel finale, stavolta!

  2. Cristiana Tumedei
    24 dicembre 2012 alle 15:38 Rispondi

    Ho letto tutto d’un fiato.
    Wow, è una storia che riesce davvero a coinvolgere il lettore.
    E lo spirito natalizio non manca! :D

  3. Romina Tamerici
    24 dicembre 2012 alle 17:36 Rispondi

    Bellissimo! Ha la stessa struttura de “I figli dell’inverno” però mi è piaciuto ancora di più, forse per la tenerezza che mi ispira la bambina.
    E poi tutti questi racconti che si intrecciano eppure restano separati danno proprio un bell’effetto. Complimenti davvero.

    • Daniele Imperi
      24 dicembre 2012 alle 17:46 Rispondi

      Grazie :)
      la struttura uguale all’altro racconto è voluta. Domani sarà diversa, ma è il seguito di questo.

  4. Salomon Xeno
    25 dicembre 2012 alle 23:45 Rispondi

    “Poi ci si pensa”… :D

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