La teoria dell’iceberg di Hemingway

Ovvero: perché non dire tutto ai lettori

La teoria dell’iceberg di Hemingway

Conoscete la teoria dell’iceberg di Hemingway? In breve si tratta di lasciar trasparire il significato più profondo di una storia senza rivelare troppi dettagli ai lettori.

La storia è vista come un iceberg, in cui soltanto una piccola parte è visibile, appena 1/8, mentre il resto è nascosto, sommerso sotto la superficie del mare.

Questa tecnica narrativa, chiamata anche teoria dell’omissione, è stata creata da Ernest Hemingway, che nelle sue storie non descriveva tutto ciò che accadeva, ma soltanto i punti chiave, lasciando che fossero le azioni a trasmettere le emozioni dei personaggi.

Un vantaggio dell’omissione sta nella suspense che crea: far capire l’argomento di un dialogo senza precisarlo, senza nominarlo, per esempio.

La parte visibile delle storie e il “non-detto”

Se non è così semplice intuire cosa sia questo testo nascosto nelle storie, questa parte da non mostrare ai lettori, è invece facile capire quale sia la parte visibile: il narrato, le azioni dei personaggi, l’ambiente, i dialoghi.

Due elementi del non-detto sono però abbastanza conosciuti: il tema della storia (che non deve necessariamente essere presente) e il sottotesto. Sul tema ho intenzione da tempo di scrivere un articolo, mentre per l’altro elemento vi rimando all’articolo “Scrivere il sottotesto” sul blog «Scrivere vivere».

Alcuni parlano anche di simbolismo, un elemento che non credo di aver mai individuato in una storia. Ma forse dipende dal fatto che per me la narrativa è puro intrattenimento, non altro, quindi tutto ciò che sta “sott’acqua” non mi arriva.

Spazio all’immaginazione dei lettori

Il succo della teoria dell’iceberg di Hemingway è questo: la scrittura, quindi la storia, diventa più potente se lasciamo che i lettori intuiscano cosa ci sia sotto.

Ma cosa eliminare?

Eliminare descrizioni, per esempio, o le eccessive visualizzazioni? Non sono d’accordo sull’eliminazione delle descrizioni, specialmente su quei generi letterari – come la fantascienza e il fantasy – che rispecchiano mondi immaginari.

Sto finendo di leggere Il grande libro della fantascienza mondiale e in quei racconti viene omesso talmente tanto da rendere incomprensibile la maggior parte delle storie. Spesso, alla fine di un racconto, mi sono trovato a chiedere: “Ma che significa? Ma di che parla?”.

Oltre la teoria dell’iceberg di Hemingway

Parlando del non-detto, anzi del non-dire, in narrativa esistono 2 errori da non commettere, che riguardano proprio ciò che uno scrittore non deve assolutamente inserire nelle sue storie.

  1. Spiegoni: avete mai letto i romanzi storici di Ken Follett? Sono pieni zeppi di spiegoni. Gli spiegoni sono spiegazioni esplicite da parte del narratore. Le trovo insopportabili. In inglese c’è un termine che ne spiega bene la natura: infodump, in breve informazioni inutili (dump è rifiuti, quindi sono proprio informazioni che non servono al lettore).
  2. Intromissioni del narratore: quando la storia è scritta in terza persona, ovviamente. Scrivere, per esempio, “Entrò una bella ragazza” rappresenta un’intromissione, perché è un giudizio soggettivo del narratore. Lasciamo che sia il personaggio a “dire” al lettore che si tratta di una bella ragazza.

Come usare la teoria dell’iceberg di Hemingway nella scrittura?

Se pensavate di essere arrivati finalmente alla soluzione del problema, resterete delusi. Ho letto parecchi articoli, in italiano e in inglese, su questa teoria, ma sarebbe stato sufficiente leggerne soltanto uno, a caso, perché alla fine dicono tutti le stesse cose.

Quali cose? Più o meno quelle che ho scritto io, ma nessuno dà una soluzione, nessuno dice come mettere in pratica questa teoria dell’iceberg.

E non credo che possa esistere una guida che spieghi cosa inserire in una storia e cosa no: ogni storia va limata, va sfoltita del superfluo.

Più siti mostrano due racconti di Hemingway, “Colline come elefanti bianchi” (Hills like White Elephants) e “Un posto pulito, ben illuminato” (A Clean, Well-Lighted Place), rappresentativi della sua teoria dell’iceberg.

Li ho letti, ma sono quel tipo di storie senza una struttura, senza che nulla accada, di sicuro racconti sperimentali che però a me non comunicano nulla, che non lasciano niente. Forse in quei casi si è omesso fin troppo, anche se è vero che potrà essere il lettore a ricostruire la storia.

Ma a questo punto, secondo me, si sminuisce proprio la figura del narratore, dello scrittore stesso, di chi, cioè, è preposto a raccontare la storia.

Sono quindi molto scettico sull’eccessiva omissione propria di quei due specifici racconti, ma in generale trovo efficace la teoria dell’iceberg, anche se usata con parsimonia e soprattutto con una certa abilità, che soltanto la pratica – tantissima pratica – può dare.

Avete mai usato la teoria dell’iceberg di Ernest Hemingway? Vi sembra applicabile a qualsiasi genere letterario?

16 Commenti

  1. Orsa
    giovedì, 12 Maggio 2022 alle 10:33 Rispondi

    Dici bene, è una tecnica che va usata con abilità e padronanza: c’è non-detto e non-detto.
    Anche il mio commento contiene un non-detto.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 12 Maggio 2022 alle 13:32 Rispondi

      Soprattutto va capito cosa dire e cosa non dire.
      Il non-detto non lo individuo…

      • Orsa
        giovedì, 12 Maggio 2022 alle 13:36 Rispondi

        Va bene, come non-detto 😂

      • Alice
        domenica, 22 Maggio 2022 alle 20:43 Rispondi

        Interessante riflessione, non è facile capire cosa dire e cosa no perché un autore ha sempre paura di non riuscire a trasmettere la giusta “immagine” al lettore, però sì deve per forza esserci qualcosa di “non detto’.
        Questa teoria dell’iceberg l’avevo interpretata in modo leggermente diverso… cioè uno scrittore deve conoscere bene i suoi personaggi, il suo ambiente ecc ma non deve dire necessariamente tutto, un po’ come scattare una fotografia, il fotografe vede tutto ma può decidere di mostrare solo un dettaglio.
        Ma da questo a togliere volontariamente delle parti per dare al lettore la possibilità di immaginare mi sembra un po’ eccessivo e come ho letto in altri commenti, il rischio è di non capire la storia ne di esserne coinvolti.
        È come essere all’opposto di chi dice troppo ( come Ken Follet di cui ho letto i pilastri della terra), l’ideale sarebbe trovare un equilibrio.

        • Daniele Imperi
          lunedì, 23 Maggio 2022 alle 8:21 Rispondi

          Avevi capito nel modo giusto la teoria dell’iceberg: presuppone appunto che l’autore conosca bene storia e personaggi, altrimenti come fa a inserire un non-detto?
          Diciamo che nei 2 racconti di Hemingway si intuisce bene l’argomento del dialogo, ma in quello del cameriere no, per niente.
          Follett è all’opposto, infatti, dice eccessivamente troppo.

  2. Pades
    giovedì, 12 Maggio 2022 alle 11:45 Rispondi

    Sono d’accordo, serve una solida maestria nell’uso della tecnica, per trovare l’equilibrio fra gli insopportabili spiegoni e i racconti così sfrondati da risultare eterei. Quando il punto di equilibrio dello scrittore si incontra con quello del lettore, scatta la scintilla. Anche io, come Orsa, lascio un po’ di non detto. :-)

    • Daniele Imperi
      giovedì, 12 Maggio 2022 alle 13:33 Rispondi

      Racconti troppo sfrondati vanno bene se sono racconti bonsai, quella narrativa istantanea di cui ho parlato tempo fa.
      Neanche il tuo non-detto riesco a individuare…

      • Pades
        venerdì, 13 Maggio 2022 alle 9:57 Rispondi

        I racconti bonsai hanno un senso, sono brevissimi ma folgoranti, è un non detto che si intuisce al volo perché patrimonio comune dello scrittore e del lettore, come quando si strizza l’occhio a una persona per dire “abbiamo pensato la stessa cosa”. Il mio non-detto-che-non-ho-detto era del tipo: è colpa del lettore o dello scrittore se quel punto di equilibrio non si trova? Sono io lettore che non capisco o lo scrittore che non mi dà abbastanza elementi per capire? Secondo me i grandi scrittori hanno una tale consapevolezza dell’animo umano che sanno “non dirti” una cosa e tu la senti lo stesso.

        • Daniele Imperi
          venerdì, 13 Maggio 2022 alle 10:19 Rispondi

          Nei racconti bonsai infatti il non detto è più che necessario, ma si deve appunto basare su elementi e parole riconoscibili dai lettori.
          In ogni racconto purtroppo può esserci il lettore che non capisce ciò che ha voluto dire lo scrittore, ma non è detto che sia colpa dello scrittore.

  3. Corrado S. Magro
    giovedì, 12 Maggio 2022 alle 12:15 Rispondi

    Non conosco e non ho messo consciamente in pratica la teoria dell’iceberg .
    Ogni lettore ha il suo modo di vedere, immaginare la storia. Che pronfondità celata apprezza Tizio e quale Caio o Sempronio? Non so, forse Hemingway non ci pensava nemmeno scrivendo, poi qualcuno ha creduto scoprire che Hemingway sognava gli iceberg senza averne mai fatto parola. Evitare di essere prolissi, lasciare al lettore la facoltà di misurare “Sé Stesso” con quello che “si lascia leggere”, d’interpretarlo secondo il proprio gusto, è determinante. Guardiamo i grandi autori ( in particolare i russi) che riempiono di corollari e dettagli il mondo di cui riferiscono esaltando il nesso logico del romanzo. Umberto Eco, parlando dei nostri, è per me un maestro che sa dosare l’evidente e il nascosto reso evidente quando la storia si dipana. Sta al lettore scovare il “significato”, il messaggio che gli eventi pensano trasmettere. E ogni lettore troverà il proprio o non ne vedrà alcuno.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 12 Maggio 2022 alle 13:37 Rispondi

      Neanche io penso di aver mai messo in pratica la teoria dell’iceberg. Concordo che ogni lettore percepisce la storia a modo suo, a prescindere dal detto e dal non-detto. Anche sul tema: puoi scoprirlo oppure no. Secondo me non è necessario che si riesca a individuare: lo scrittore scrive, ma non ha facoltà su come il lettore percepisce la storia.

  4. Valentina De Luca
    venerdì, 13 Maggio 2022 alle 7:13 Rispondi

    Buongiorno Daniele, sai che apprezzo sempre sia i tuoi post sia il modo in cui li scrivi, e mi insegnano molto. Ma stavolta ammetto che brancolo nel buio. Che sarebbe questa teoria dell’omissione??? Non c’ho capito niente, ma proprio niente :O :O

    • Daniele Imperi
      venerdì, 13 Maggio 2022 alle 8:17 Rispondi

      Buongiorno Valentina, il senso è omettere qualcosa nella storia, ma in modo che il lettore comunque capisca.
      Cerca online il racconto di Hemingway “Colline come elefanti bianchi”, si trova gratis. Nel dialogo si intuisce di cosa stiano parlando i due.
      M’è venuto in mente un racconto che ho scritto esattamente 10 anni fa, in cui, senza sapere allora nulla di questa teoria dell’iceberg, c’è il non-detto, l’omissione, che però fa capire cosa stia per succedere: https://pennablu.it/non-siamo-soli/

      • Valentina De Luca
        venerdì, 13 Maggio 2022 alle 9:04 Rispondi

        Corro al lavoro ma sono curiosissima, lo farò subito stasera. E poi ti dico. Grazie!

  5. Valentina De Luca
    sabato, 21 Maggio 2022 alle 1:39 Rispondi

    Ciao Daniele, ho letto (qualche giorno fa) per adesso il racconto di Hemingway e… mah, che dire. Sono tuttora perplessa. Diciamo che ho capito il senso di questa “teoria”, e già questo è qualcosa :) Il racconto, poi, a dirla tutta, non mi è nemmeno dispiaciuto. Voglio dire, niente di esilarante, ma credo che sia un racconto la cui forza sia il dialogo e il cui fine sia questo “non detto” di cui ci parli nel post; una sorta di “esperimento”, in sostanza. Che dire. Onestamente, pur avendo inteso su cosa si fondi questa teoria del non detto, non ne ho pienamente compreso il senso. Cioè: in questo racconto (e mi riservo di leggerne altri) si capisce benissimo cosa sta per succedere. E allora, mi domando, a cosa serve questa fantomatica omissione? Mi aspettavo un “non detto” che lavorasse in funzione dell’immaginazione; in sostanza, immaginavo che la sua funzione fosse quella di aprire più strade e più possibilità nell’immaginazione del lettore, lasciandolo nel dubbio (mai risolto) che quella scelta fosse o meno quella “giusta”. Ma, se la soluzione viene comunque svelata, se questo non detto è talmente evidente (al pari del detto omesso), mi domando: qual è il senso?? Grazie, vale

    • Daniele Imperi
      lunedì, 23 Maggio 2022 alle 8:17 Rispondi

      A me quei 2 racconti di Hemingway non sono piaciuti. Il migliore è quello del dialogo, ma va bene come esercizio di stile, come esperimento, però non c’è una storia. In vari articoli viene suggerito a cosa si riferisca il ragazzo, ma non so se sia stato Hemingway a dirlo. L’omissione serve a creare suspense o a lasciare aperte delle porte, come in alcuni finali. Il dubbio nel lettore va bene per il finale di una storia. Ma appunto non va svelata la soluzione.

Lasciami la tua opinione

Nome e email devono essere reali. Se usi un nickname, dall'email o dal sito si deve risalire al nome. Commenti anonimi non saranno approvati.