Scrivere romanzi con l’intelligenza artificiale

Scrivere romanzi con l’intelligenza artificiale

La letteratura non si genera: si soffre.
Ottavio Cappellani, “I libri scritti con l’IA invaderanno le classifiche e stermineranno i produttori di Bestseller. È così che la Scrittura, quella vera, vincerà. L’ho fatto e vi racconto com’è andata

Sono già apparsi nelle classifiche romanzi scritti con la cosiddetta intelligenza artificiale, anche se all’estero. In Italia, comunque, sono ormai molti a servirsi dei tanti programmi generativi di testo e immagini.

Su Amazon si trovano racconti e favole scritti “con l’aiuto dell’intelligenza artificiale”. E saggi che ti spiegano come narrare con l’IA, secondo me un ossimoro.

È questo il futuro della narrazione, della scrittura, della letteratura?

La narrativa di consumo è appannaggio dell’IA?

L’IA nella scrittura creativa è perfetta per i romanzi commerciali, ma ignora la fame che spinge a creare. […] Un testo così perfetto da essere pura e godibilissima narrativa di consumo.

L’autore si riferisce al romanzo generato dall’intelligenza artificiale – anche se nell’articolo non menziona a quale programma si sia affidato. Uno dei tanti – troppi – che imperano oggi e a cui tutti si attaccano come neonati a una mammella per succhiare parole su parole. (Ma il neonato è giustificato: non ha ancora la capacità di acquistare cibo e cucinarlo. Lo scrittore non lo è, perché la capacità di scrivere e creare dovrebbe averla.)

Là fuori è pieno di scrittori che scrivono romanzi commerciali e narrativa di consumo – che non sono necessariamente la stessa cosa.

Possiamo definire romanzi commerciali quelli della serie Harmony, per esempio, caratterizzati da trame pressoché uguali e finali scontati.

Definiamo invece narrativa di consumo i romanzi d’avventura di Salgari e Verne, densi di colpi di scena e trame sempre differenti.

Un programma generativo potrà creare un romanzo alla Harmony, ma non certo alla Salgari o alla Verne.

La scrittura è imperfezione

La letteratura — quella vera, quella che si scrive per necessità — vive di crepe, di esitazioni, di imperfezioni. È un organismo ferito che respira nonostante tutto. Le frasi sbagliate, le incoerenze, gli scarti improvvisi di tono: sono il suo battito cardiaco.

Prendo come esempio Edgar Allan Poe, forse il primo scrittore ad aver tentato di vivere con la scrittura: scriveva per necessità, scriveva perché spinto dalla fame e la sua può definirsi letteratura, altrimenti cosa potrà essere definita letteratura?

Le sue storie hanno fatto storia: non sono perfette, hanno crepe e imperfezioni. Incoerenze. Non credo che esista una storia perfetta, un romanzo senza alcun errore o imprecisione nei personaggi, nella trama, nei dialoghi.

Leggendo i classici me ne accorgo, ma all’epoca non era ancora nata l’amata-odiata figura dell’editor che suggeriva e consigliava: lo scrittore portava o spediva il manoscritto al giornale o alla casa editrice, che a loro volta lo passavano al tipografo.

Il bello dei classici, forse, è proprio quello di essere perfetti nella loro imperfezione, un’etichetta guadagnata dalla resistenza al tempo, dalle continue ripubblicazioni, dai nuovi studi e analisi del testo, dalle ripetute traduzioni e trasposizioni.

Il futuro della letteratura

Il futuro della letteratura non è nell’algoritmo, ma nella resistenza all’algoritmo. Il giorno in cui tutti scriveranno romanzi perfetti, l’unico gesto rivoluzionario sarà scrivere male.

Scrivere male, per l’autore, è scrivere come un essere umano, che sbaglia, inciampa, fallisce e si rialza.

Sempre più persone – e professionisti della scrittura, purtroppo – sono attratte dall’intelligenza artificiale: se ne servono ogni giorno. Già da oggi non usarla è un gesto rivoluzionario.

La scrittura è sofferenza, scrissi anni fa in un articolo. La fatica mentale che porta a riordinare le idee, a spremere dettagli e informazioni dalla documentazione, a creare frasi, periodi, capitoli si sente, si avverte e si apprezza, anche, perché così deve essere.

Non c’è alcuna fatica a farsi generare un testo. La differenza è la stessa fra un piatto cucinato a casa e una porzione ottenuta premendo un pulsante nella mensa di un’astronave. Commestibili entrambi, certo, ma non allo stesso livello.

Un programma generativo non potrà mai sfornare un romanzo al pari dei Promessi sposi di Manzoni o di Suttree di McCarthy, né una storia anche lontanamente vicina a Niente di nuovo sul fronte occidentale di Remarque o L’innocente di d’Annunzio.

Scrivere “con” l’intelligenza artificiale: la verità

Potete chiamare l’intelligenza artificiale “strumento”, ma non lo è. È una scorciatoia.

Potete fornire a un programma generativo tutti i dettagli che volete.

Potete indicargli gli eventi principali della trama.

Potete dargli i nomi dei vari personaggi e le loro caratterizzazioni.

Potete decidere quanti capitoli dovrà essere lungo il romanzo e anche la lunghezza stessa del romanzo.

Potete scegliere lo stile della narrazione.

Potete, infine, revisionare il romanzo generato dall’intelligenza artificiale.

Potete fare tutto questo e altro ancora con l’intelligenza artificiale, ma non sarà mai un vostro lavoro, non sarà mai il parto della vostra creatività. Non sarà mai il lavoro di un essere umano.

Sarà sempre un testo generato da un programma.

18 Commenti

  1. Barbara Businaro
    giovedì, 13 Novembre 2025 alle 11:07 Rispondi

    E ti dirò di più: adesso scrivere con l’IA rischia di diventare pericoloso per lo scrittore.
    Ci sono diverse cause in corso, sia in Europa che negli USA, verso diverse piattaforme IA generative gratuite (ChatGPT di OpenAI, Gemini di Google, per citare le più note) proprio per violazione del diritto d’autore. Perché le IA non generano proprio nulla di nuovo, le IA – penso che oramai lo sappiano anche i sassi – copiano dalle fonti con cui vengono continuamente addestrate (paradossalmente anche dai manoscritti originali, scritti di propria testa dall’utente, che però li dà in pasto all’IA per farseli editare, correggere, sistemare). Prendono dei pattern, che possono essere più o meno lunghi, e li salvano nell’enorme calderone che è la loro memoria. Da lì poi li riprendono, per statistica, per rispondere a un altro utente che chiederà la generazione di un testo, anche narrativo. C’è un problema di violazione del diritto d’autore grande quanto l’universo.
    E l’altro giorno OpenAI (quelli di ChatGPT) ha perso la prima causa proprio per questo: in Germania è stata condannata per aver violato il diritto d’autore di alcune canzoni. Causa intentata da GEMA (il corrispondente della nostra SIAE per capirci), OpenAI ha cercato di difendersi scaricando la colpa sull’utente finale (quindi attento tu, scrittore che usi l’IA per i tuoi romanzi, potresti trovarti in tribunale un giorno!), ma il giudice ha dato ragione a GEMA e OpenAI dovrà pagare le royalties non corrisposte, le spese legali e gli interessi. In un momento in cui gli analisti borsistici stanno scommettendo proprio contro l’Intelligenza Artificiale e investendo sullo scoppio della bolla speculativa… :)

    • Daniele Imperi
      giovedì, 13 Novembre 2025 alle 13:53 Rispondi

      Ho letto da qualche parte di cause in corso per questi motivi (anche sull’uso delle immagini). Il problema di violazione del diritto d’autore esiste, proprio perché non fanno che rimaneggiare, spesso male, i testi che trovano in giro.
      Il servizio di Google “Ai Overview” è pessimo, perché prende pezzi di testo qui e là, fornendo poi una risposta senza logica né accuratezza.

  2. Fabio Amadei
    giovedì, 13 Novembre 2025 alle 11:22 Rispondi

    Ciao Daniele,
    scusa la domanda magari banale: come lo si riconosce un romanzo o un racconto scritto con l’intelligenza artificiale? Come “stanarlo”? Di certo un capolavoro come la Metamorfosi di Kafka l’intelligenza artificiale non potrà mai pensarlo né tantomeno scriverlo.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 13 Novembre 2025 alle 13:55 Rispondi

      Ciao Fabio,
      bella domanda. Potresti fare una prova con ChatGPT, versione gratuita, chiedendole di scrivere un racconto breve su alcune indicazioni che darai tu: ti darà un testo banale, senza stile, eleganza, poesia, personalità.
      Altro che Kafka e altri grandi autori del passato.

  3. Corrado S. Magro
    giovedì, 13 Novembre 2025 alle 11:28 Rispondi

    Avete mai trovato un’enciclopedia intelligente? Cercatela se volete! Ho letto e incosciamente l’avevo fatta già mia precedentemente: la così detta IA non ha nulla d’intelligente e gli algoritmi non potranno mai vivere nuove emozioni. Esse spettano a chi SCRIVE.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 13 Novembre 2025 alle 13:56 Rispondi

      Infatti è sbagliato il nome che danno a questa tecnologia: intelligenza artificiale. Non è intelligente, l’ho sperimentato varie volte. Sono programmi generativi.

      • Luciano Cupioli
        venerdì, 21 Novembre 2025 alle 14:40 Rispondi

        C’è una massa di pseudoscrittori che per pigrizia o gravi limiti, riccorre all’intelligenza artificiale; orgoglioso di non essere fra questi, e non perché mi ritenga bravo, ma solo perché amo scrivere, l’unica vera caratteristica che indivudua uno scrittore da un’opportunista.

        • Daniele Imperi
          venerdì, 21 Novembre 2025 alle 14:59 Rispondi

          Infatti: se ami scrivere, scrivi da te; se hai bisogno di un programma che ti generi i testi, non sai scrivere né creare.

  4. Orsa
    giovedì, 13 Novembre 2025 alle 12:02 Rispondi

    Quella di Cappellani è una riflessione durissima, quasi un manifesto, sul rapporto tra creatività umana e intelligenza artificiale. Ma il nodo non è tanto se si possa scrivere “con” l’intelligenza artificiale, quanto come farlo senza smarrire la ferita che rende viva la parola. Non uno strumento, ma una scorciatoia: hai ragione. Però non fu ai tempi anche la penna stilografica una scorciatoia rispetto al calamo e all’inchiostro? E la macchina da scrivere un’altra? Word un’altra ancora? Strumenti che riducono la fatica materiale, ma non per questo la fatica interiore.
    La differenza, allora, non è nel mezzo, ma nell’uso che se ne fa. Un autore può servirsi dell’IA come di uno specchio, un compagno, un detonatore linguistico. Se lo fa con coscienza, non abdica alla sua umanità, ma la esplora in modi nuovi. Al netto di questo, i pericoli di cui ha parlato Barbara sono inquietanti!

    • Barbara Businaro
      giovedì, 13 Novembre 2025 alle 12:38 Rispondi

      Il paragone con la penna stilografica rispetto al calamaio, la macchina da scrivere prima e il computer poi, Word invece del cartaceo, non funziona: non stiamo sostituendo lo strumento meccanico atto a scrivere, inteso come memorizzare su un supporto duraturo ciò che la nostra mente ha pensato. Stiamo sostituendo il pensiero stesso (con il pensiero di un altro, che è un miscuglio dei miliardi di pensieri di altri umani). Stiamo sostituendo l’uomo, non la mano.

      • Daniele Imperi
        giovedì, 13 Novembre 2025 alle 14:00 Rispondi

        Molti chiamano le IA strumenti, specie su LinkedIn, dove forse sono rimasto l’unico a non usarle. Addirittura alcuni bambini hanno chiesto a un’IA chi invitare alla festa di compleanno.
        A lungo andare ci saranno umani non più in grado di pensare.

      • Orsa
        giovedì, 13 Novembre 2025 alle 14:51 Rispondi

        La tua è un’obiezione molto lucida e inoppugnabile, ma solo se diamo per buona una premessa implicita: che l’IA pensi. Ecco dove si crea il corto circuito, l’IA non pensa nel senso umano del termine: non ha desideri, intenzioni, esperienze, non elabora un pensiero proprio, ma riformula semplicemente quello che ha imparato da miliardi di esempi di addestramento. Per questo quello che restituisce non è un atto mentale, ma una simulazione statistica del linguaggio umano. La penna, Word ecc sono strumenti esattamente come l’IA perché non stiamo sostituendo il pensiero o la mente, ma la fatica di usarla. IA non pensa al posto mio, non può! Il rischio concreto (questo sì) è che l’autore si fidi del risultato consegnato come se fosse buono, addirittura migliore di quello partorito da una mente umana. La differenza, come sempre, non sta nello strumento, ma nell’intenzione. L’autore può usare l’IA per mettere alla prova le sue idee, per smontarle, riformularle, cercare alternative, cosa che costringe a pensare di più e non di meno. È un confronto che obbliga a chiarire cosa vuoi, prendere posizione e difendere una scelta. In altre parole usare l’IA per provocare il pensiero, non indebolirlo. Chi cerca un confronto – anche con una macchina – pensa di più.

        • Barbara Businaro
          giovedì, 13 Novembre 2025 alle 15:52 Rispondi

          Orsa, anche questo esempio non funziona bene: gli strumenti penna, macchina da scrivere, computer, Word sono “passivi” perché non modificano il tuo pensiero e la tua scrittura. Al massimo Word corregge gli errori d’ortografia. L’IA invece la usi per modificare, sperando di migliorare, il tuo pensiero e la tua scrittura, l’utilizzo che ne viene fatto è “attivo”, non possiamo negarlo. Vorresti associarlo al brainstorming, ma proprio perché l’IA ti risponde per statistica sul pensiero altrui, senza darti evidenza delle fonti utilizzate (a chi appartiene quel pensiero altrui), non è un confronto reale e nemmeno tanto equo. Il vero confronto lo hai quando, dopo aver espresso i tuoi dubbi, ti vengono poste domande a cui tu cerchi una tua risposta. Invece con l’AI tu fai domande e accetti le sue risposte o scegli tra una panoramica di risposte. Per altro, è già stato accertato che, proprio per come funziona, l’IA tende a confermare i bias cognitivi dell’essere umano e quindi non c’è un confronto che possa migliorare davvero il tuo pensiero. Si stanno solo cercando conferme o soluzioni facili. Ovviamente stiamo parlando di scrittura creativa (trame, personaggi, conflitti), e non di ricerca in campo scientifico, storico, matematico.

          • Orsa
            giovedì, 13 Novembre 2025 alle 19:32 Rispondi

            Un confronto asimmetrico, certo. Ma anche la lettura lo è: quando leggo un libro di un autore in carne e ossa, mi confronto con un pensiero che non mi risponde, che non cita tutte le sue fonti, e che pur tuttavia mi spinge a formulare il mio. In questo senso, l’IA può essere usata come si usa un testo, non per delegare il pensiero, ma per provocarlo. Il pericolo è la pigrizia mentale, non lo strumento in sé. Oddio mi sento come l’avvocato difensore di un assassino reo confesso :D Per inciso, io non sono per niente a favore di IA, eh! Sul rischio dei bias, concordo del tutto.

            • Barbara Businaro
              venerdì, 14 Novembre 2025 alle 16:20 Rispondi

              No, quando si legge un libro non ci si confronta, non c’è dialogo, non c’è botta e risposta, non ci sono domande esplicite, non si ragiona sulla materia del lettore, ma semmai su quella dello scrittore. E’ poi il lettore che deve fare la fatica di trovare elementi utili alle sue riflessioni. Ma con una bella e sostanziale differenza: quando si legge un libro si è consci di non poterlo copiare, si è consci che quel testo è protetto dal diritto d’autore di chi l’ha scritto, che è obbligato a citare le fonti esterne, se ve ne sono (le fonti di Delitto e castigo sono l’esperienza personale di Dostoevskij, chi altri dovrebbe citare se non se stesso?), si è consci di non poter prendere a man bassa quanto è scritto nel libro, senza a propria volta citarlo come fonte (e in Italia abbiamo anche una legge stringente sul diritto di citazione). Tutto questo non c’è nelle piattaforme di IA. Non sappiamo a chi appartiene il diritto d’autore delle sue risposte e, di conseguenza, l’utente finale non è conscio di eventuali violazioni ad utilizzare quelle risposte.
              Poi eh, a vostro rischio e pericolo!
              Considerato che OpenAI si stava difendendo in tribunale scaricando la colpa proprio sull’utente finale, io mi guarderei bene dall’usare l’IA per scrivere adesso… :D

              • Daniele Imperi
                venerdì, 14 Novembre 2025 alle 16:29 Rispondi

                Se nessuno pone un freno e ferree regole e controlli sui contenuti generati dalle IA, andremo incontro a un guazzabuglio di testi non solo mediocri, ma anche scopiazzati qui e là senza capire o riuscire a risalire a chi sono stati copiati.

                • Barbara Businaro
                  venerdì, 14 Novembre 2025 alle 17:57 Rispondi

                  Eh no, ci puoi risalire eccome. OpenAI ha perso quella causa in Germania perché sono risaliti al fatto che nelle risposte c’erano pezzi di testo coperti da copyright senza che ve ne fosse data evidenza. Perché qualcuno sta usando l’AI per scovare proprio i testi in violazione del diritto d’autore. Non sono sicuramente gratuite, ma se qualcuno vuole difendere i propri interessi probabilmente gli conviene (e gli editori riuniti ci arriveranno, solo questione di tempo).

    • Daniele Imperi
      giovedì, 13 Novembre 2025 alle 13:58 Rispondi

      Penna stilografica, macchina da scrivere e Word sono appunto strumenti, cui l’autore non demanda la parte creativa, che deriva dall’intelligenza umana, ma servono soltanto a velocizzare la scrittura.
      Le IA, invece, non velocizzano la scrittura, la sostituiscono.

Lasciami la tua opinione

Nome e email devono essere reali. Se usi un nickname, dall'email o dal sito si deve risalire al nome. Commenti anonimi non saranno approvati.