La lingua italiana è a rischio?

La lingua italiana è a rischio?

Un articolo interessante dell’Accademia della Crusca mette in luce alcune problematiche che stanno di fatto minando l’italiano e che ci fanno chiedere se la nostra lingua avrà un futuro e, soprattutto, quale sarà questo futuro.

Ho scritto diversi articoli contro l’abuso degli anglicismi, il politicamente corretto e il linguaggio inclusivo, ma non sono gli unici “colpevoli” della rovina della lingua italiana.

L’impoverimento della lingua italiana su internet

la perdita della “sacralità” della scrittura, ormai fruita prevalentemente nella rete, con l’affermazione, soprattutto nei social, di un italiano spesso inutilmente aggressivo se non violento, sbrigativo, irriflesso […], lessicalmente povero e, sul piano delle strutture grammaticali, spesso “accidentato” e comunque notevolmente lontano dalla norma tradizionale.

“L’italiano tra passato, presente e futuro”, Accademia della Crusca, 30 marzo 2026

È un problema che riscontro ogni giorno. L’impoverimento dell’italiano su quel vasto mondo virtuale che è internet è dovuto alla velocità del mezzo, alla simultaneità dei messaggi e dei pensieri, al frenetico scambio di opinioni.

Siamo ben lontani dalle “parole in libertà” marinettiane (che conservavano comunque un godibile lirismo): qui non siamo immersi in un nuovo Futurismo, i nuovi “narratori” – cioè la gente comune – scrivono liberandosi della grammatica e avvalendosi di un ristrettissimo vocabolario e usando verbi ibridi derivati dall’inglese.

Quest’abitudine, anzi la disabitudine a scrivere correttamente nella propria lingua, si riflette nel mondo reale. Non è più la realtà quotidiana a influenzare quella virtuale, bensì l’esatto contrario: scrivendo con un lessico carente e sterile su internet, si finisce a scrivere a quel modo a scuola e magari anche nei libri.

L’affermazione della lingua inglese a livello globale

Ma l’espansione dell’inglese non può non causare qualche preoccupazione relativa alle sorti dell’italiano. Non preoccupa particolarmente la massiccia (e molto appariscente) presenza di anglismi non adattati in vari linguaggi settoriali e nella stessa lingua comune

“L’italiano tra passato, presente e futuro”, cit.

Qualche preoccupazione? Forse bisognerebbe fare un salto su LinkedIn – dove ormai non è più possibile trovare chi scrive in un italiano… italiano, bensì nell’ibrido itanglese – oppure sentire come parlano giornalisti e politici e leggere alcuni quotidiani. Non parlerei di qualche preoccupazione, ma di tantissime preoccupazioni.

L’ultima chicca che ho trovato su LinkedIn è la seniority nel mondo lavorativo: perché è brutto parlare di anzianità come tempo trascorso all’interno di una società. Di certo non è stato da meno il tecnico quando mi ha scritto “Il suo ip era stato bloccato da Bitninja. Ho provveduto a sbloccarlo e whitelistarlo”.

Non capisco, poi, come si possa affermare che “non preoccupa particolarmente la massiccia presenza di anglismi”: se è massiccia, e lo è, allora deve preoccupare e anche molto questa presenza, che ormai non ha assolutamente più freni.

Tra qualche anno preoccuperà la presenza di italianismi nell’italiano.

Non siamo più un popolo di creatori

“Italians are not inventing any new words,” he said. “They’re not creating anything. They take everything from English.”

Nick Squires, “How Covid accelerated the death of the Italian language”, 4 aprile 2026

E infatti, su Instagram e altrove, si parla di creator

A parlare è il professor Paolo D’Achille, presidente dell’Accademia della Crusca, sul «Telegraph». Gli anglofoni criticano, giustamente, tutti quei termini inglesi che abbiamo importato e che usiamo impropriamente. Una volta nelle squadre di calcio c’era l’allenatore, adesso c’è il mister. Un tempo si correva, adesso si fa footing e i corridori sono diventati runner.

Oggi non si creano più neologismi, o forse se ne creano raramente. Quelli che chiamano neologismi in realtà non lo sono: si tratta di parole inglesi introdotte senza alcuna giustificazione né necessità nella lingua italiana.

Il professor D’Achille la vede nera: «la fine dell’italiano avverrà “non con uno schianto ma con un lamento”, […], ma, ineluttabilmente, anche se dopo di noi, avverrà. Siamo ancora in tempo per impedirlo».

Il problema è che, a parte pochi, sembra non interessi a nessuno proteggere la lingua italiana. I vocabolari non fanno altro che attestare i nuovi “prestiti” dall’inglese – ma quando si prende qualcosa in prestito, prima o poi si restituisce – che invece finiscono per divenire proprietà dell’italiano.

I governi, a parte i soliti bla bla bla, non promuovono iniziative a favore della lingua italiana – non è neanche sancita dalla Costituzione come lingua ufficiale d’Italia.

Da parte mia sto boicottando tutti quei libri che mantengono il titolo in inglese: non ha alcun senso. Sto pian piano eliminando i vari anglicismi usati in passato su Penna blu. Se riesco a scrivere un articolo, e un libro, senza usare parole inglesi, significa che è possibile farlo e che possono farlo tutti.

L’italiano del futuro si definisce nel presente

La fine dell’italiano avverrà: questa frase profeticamente catastrofista dovrebbe farci riflettere.

Se continua così, la fine della lingua italiana avverrà senza ombra di dubbio. Non si parlerà certamente in inglese, ma ci ritroveremo – noi o i nostri posteri – a leggere una lingua priva di riconoscibilità, identità e musicalità come l’abbiamo sempre conosciuta: accanto agli ormai tristemente noti meeting, call, black friday, crowdfunding, deadline, location, feedback, red carpet, competitor, scrollare, i nuovi whitelistare, ghostare, chillare, doomscrolling, dissing, spoilerare, whistleblowing, spreadsheet, benchmark, machine learning e via dicendo con centinaia e centinaia di altre amenità.

È questo l’italiano che vorreste leggere e sentire in futuro?

Due libri per riscoprire la lingua italiana

Concludo la mia polemica segnalando due interessanti libri appena usciti:

  1. La soffitta delle parole di Stefano Fava (UTET, 2026), insegnante di letteratura italiana e storia, che su Instagram ha avviato il bel progetto @piuscuolanellavita. La missione del libro è salvare l’italiano dal dilagare dell’inglese, dal linguaggio sciatto della tv, dalla pigrizia di noi parlanti, che ricicliamo sempre la stessa manciata di parole.
  2. K e spada. La controversa storia dell’italiano di Antonio Zoppetti (goWare, 2026), revisore editoriale, autore e insegnante, che difende la nostra bella lingua nel blog “Diciamolo in italiano”. Una storia molto avvincente, poco conosciuta e fatta di accese controversie che parte dalle origini fino ai giorni nostri, mostrando le connessioni tra lingua e società.

10 Commenti

  1. ANDREA PERIN
    giovedì, 9 Aprile 2026 alle 7:59 Rispondi

    Se con i secoli è sparito il latino, lingua internazionale: si pensi ai letterati, artisti, religiosi, storici e persino scienziati, beh, figuriamoci l’Italiano. Penso che l’AI avrà un ruolo decisivo in questa (in)evoluzione. Tutto ha una fine: i miei nipoti (e – “ostrega!” – saranno veneti!) si vedranno Goldoni in inglese… The Cioxota Squabbles! :-)

    • Daniele Imperi
      giovedì, 9 Aprile 2026 alle 12:55 Rispondi

      Speriamo che l’italiano non si estingue. Ma il paragone con il latino secondo me non regge: l’italiano è un’evoluzione del latino, mentre l’ibrido che molti parlano ora è soltanto un guazzabuglio di parole miste che non può definirsi una lingua.

  2. Barbara Businaro
    giovedì, 9 Aprile 2026 alle 9:01 Rispondi

    Sì, la lingua italiana è a rischio, nonostante sia considerata all’estero una delle lingue più belle del mondo, associata alla bellezza del nostro stesso territorio, e sia studiata dagli stranieri proprio per la sua musicalità. Però non è a rischio per gli anglicismi, o meglio, quello è l’effetto che vediamo quale risultato di altre dinamiche. Prima con i social media, ora con l’Intelligenza Artificiale, le generazioni del “tutto e subito, senza fatica”, della finta meritocrazia che premia gli intenti e ancora più gli amici, si è proprio perso il valore della nostra lingua, e quindi il suo studio. Un passaggio di quell’articolo dell’Accademia della Crusca:
    “non è stato con la violenza che l’italiano ha progressivamente sostituito, in Italia, i vari dialetti, i quali peraltro, in molte aree della penisola, hanno tuttora una vitalità maggiore di quella che si possa immaginare e che risulta dalle indagini statistiche. È stata la forza della letteratura, che ha toccato ben presto i suoi vertici con le opere dei già citati Dante, Petrarca e Boccaccio, a determinare l’accettazione dell’italiano nell’intera penisola e nelle isole maggiori ad essa geograficamente pertinenti, prima nello scritto e poi anche nel parlato.”
    La forza della letteratura oggi dov’è? Cosa stanno pubblicando gli editori oggi? Fanno davvero una selezione di qualità oppure si accontentano di vendere a un pubblico che nemmeno sa più cosa vuole davvero? Se pubblicano romanzetti scritti con l’Intelligenza Artificiale a firma dei soliti “influencer” sperando nei numeri dei loro “follower”, il risultato è altro che la morte della lingua italiana. E non parliamo del “self publishing”, che se prima si riusciva a distinguere un pochino di qualità, con fatica ma era possibile, adesso è tutto sepolto dietro ai testi scritti da ChatGPT e compagnia (giusto ieri ne ho beccato un altro, un saggio di psicologia di uno psicologo inesistente…) Non parliamo poi di giornali e riviste, che soffrono tanto nelle edicole, ma poi sono gli stessi giornalisti i primi a ricorrere all’Intelligenza Artificiale per il loro lavoro.
    E poi c’è un’altra questione, che viene posta alla fine di quell’articolo:
    “Non è certo un caso se l’Académie française e l’Academia Española svolgono compiti che potremmo definire istituzionali che alla Crusca non sono stati mai affidati: in Francia e in Spagna c’è una politica linguistica che in Italia, anche a causa dei provvedimenti nazionalistici adottati nel corso del ventennio fascista, dal dopoguerra in poi ha sempre latitato. ”
    Gli altri paesi difendono la loro lingua, cosa facciamo invece noi qua in Italia? Siamo divisi dai dialetti, da un territorio fragile poco curato, ma soprattutto siamo divisi dalla politica, che parla di indipendenza e separazione, senza capire che, in un mondo globalizzato, solo l’unione con la valorizzazione delle rispettive differenze possono renderci davvero forti. Investiamo sempre di meno nella scuola, negli insegnanti, nella lettura. Povera Italia!

    • Daniele Imperi
      giovedì, 9 Aprile 2026 alle 13:00 Rispondi

      Oggi nella letteratura non vedo alcuna forza, non trovo capolavori come se ne pubblicavano un tempo, forse perché oggi si pubblica troppo e forse con troppa facilità.
      I libri scritti dalle IA vanno considerati una truffa.
      Su quell’ultimo punto hanno ragione: da noi non esiste un ente o un’istituzione incaricata di difendere la lingua nazionale.

  3. Luciano Cupioli
    giovedì, 9 Aprile 2026 alle 9:31 Rispondi

    Essendo nato in Inghilterra e conoscendo l’inglese, ma vivendo in Italia dall’inizio delle elementari, mi sono sempre reso conto che storicamente gli italiani non hanno mai saputo parlare la lingua più diffusa del globo. Anche oggi, che le scuole preparano meglio rispetto al passato, tale conoscenza è riservata a una percentuale limitata di persone. Ecco allora che percepisco la necessità tutta italica di voler far sembrare quello che non siamo. É come se, arricchendo il proprio vocabolario con termini inglesi, anzi, sostituendo proprio sempre più parole nell’uso comune, si ritenga di compensare a un’atavica carenza culturale, finendo per danneggiare in maniera irreparabile una delle nostre cose più distintive. Ci vergognamo di non sapere l’inglese e roviniamo l’italiano per far finta di saperlo: che povertà…

    • Daniele Imperi
      giovedì, 9 Aprile 2026 alle 13:02 Rispondi

      Forse hai ragione. Di certo credo che per molti gli anglicismi siano considerati un arricchimento del proprio vocabolario.

  4. Corrado S. Magro
    giovedì, 9 Aprile 2026 alle 9:55 Rispondi

    È una miseria che si allarga a macchia d’olio grazie all’evoluzione tecnologica. Una conseguenza del potere usufruire “almeno” di un pc a famiglia (vedi Bill Gate fine anni 80). Prima di dare il fucile in mano alle reclute saarebbe stato necessario informare cosa comporta usandolo come la panacea del benessere che sbocca nel cancro del malessere!

    • Daniele Imperi
      giovedì, 9 Aprile 2026 alle 13:03 Rispondi

      L’evoluzione tecnologica ha creato nuovi mostri e nuove mostruosità linguistiche, ma stava agli addetti ai lavori fare in modo di arginare certi problemi.

  5. Antonio Zoppetti
    venerdì, 10 Aprile 2026 alle 10:31 Rispondi

    L’anglicizzazione viene un po’ sottovalutata, a mio avviso, dal presidente della Crusca, che ne appare più infastidito che preoccupato. Il pericolo che indica è invece quello della dialettizzazione dell’italiano, cioè per la perdita del ruolo di lingua di cultura faticosamente conquistato nella storia a scapito del latino: l’italiano che ha saputo esprimere la scienza, da Galileo in poi, che è diventato lingua della scuola, delle riviste, della saggistica… oltre che della letteratura. Se viene estromesso dall’università o dalla lingua della ricerca scientifica, che avvengono sempre più in inglese, ciò diventerà la prassi, porterà inevitabilmente a esprimersi in inglese in questi ambiti in modo naturale (perché mai farlo in italiano?). Il ruolo della letteratura come modello letterario è finito nell’Ottocento, e il fatto che oggi non ci siano opere significative non è così determinate, secondo me; anzi, ricorda la letteratura parallela all’italiano, quella vernacolare, che proprio perché non era fatta nella nuova lingua alta – il tosco-fiorentino che si era imposto come modello nazionale sugli altri volgari che da quel momento in poi sono regrediti allo status di dialetti – è sempre stata considerata minore o rozza, anche quando non era affatto così.
    Comunque, il punto è che se l’italiano è a rischio e “bisogna fare qualcosa” dalla Crusca dovrebbero arrivare proposte concrete: come intervenire? Bisognerebbe appunto fare come all’estero e varare una politica linguistica, e se non si ha il coraggio di mettere in discussione l’idea che la lingua si protegge da sola e di intervenire, lamentarsi non produce nulla: “essere creativi” e inventare neologismi è un auspicio, non è un soluzione proponibile.

  6. Daniele Imperi
    venerdì, 10 Aprile 2026 alle 12:04 Rispondi

    Infatti dalla Crusca ci si aspetterebbero proposte, piuttosto che lamentele che non portano a nulla. Magari proprio la Crusca potrebbe farsi sentire con le istituzioni governative per proteggere la lingua.
    L’inglese nell’università e nella ricerca scientifica ha senso se ti stai rivolgendo al mondo intero, non se programmi e studi sono per studenti e accademici italiani.

Lasciami la tua opinione

Nome e email devono essere reali. Se usi un nickname, dall'email o dal sito si deve risalire al nome. Commenti anonimi non saranno approvati.