5 lacune che continuo a trovare nel self-publishing

Che cosa manca agli autori autopubblicati

5 lacune che continuo a trovare nel self-publishing

C’è ancora differenza fra l’editoria tradizionale e l’autoeditoria: un approccio alla pubblicazione troppo spesso semplicistico da parte degli autori autopubblicati.

Spesso mi capitano ebook autopubblicati, si trovano su Amazon e in vari blog. Ebbene, noto subito la differenza con i libri pubblicati dalle case editrici.

È questa differenza, insieme ad altre considerazioni, che mi ha dato l’idea per questo articolo.

Parlerò quindi delle 5 lacune che riscontro negli autori autopubblicati, di ciò che manca a questi autori affinché possano salire a un livello più alto.

Una copertina professionale

Ho una fissazione per le copertine dei libri. Di norma in un libro dovrebbe attrarre il testo, non la copertina. Ma come dico sempre: qual è l’elemento che si nota prima di tutto nei libri? La copertina!

Sarò di gusti difficili, ma solo raramente ho visto buone copertine nei libri autopubblicati. Il problema, quasi sicuramente, è che una copertina realizzata da un grafico professionista costa molto e ben pochi posso permettersi una spesa del genere.

Su Fiverr, comunque, ci sono moltissimi grafici e nel portfolio si possono visionare le copertine realizzate. È possibile anche fare una ricerca per prezzo.

Gli elementi della copertina

Che cosa leggiamo sulle copertine dei libri? Una serie di informazioni che ci orientano sulla tipologia del libro.

  • Nome dell’autore
  • Titolo del libro
  • Sottotitolo (eventuale)
  • Nome della casa editrice (manca nell’autoeditoria)
  • Genere
  • Collana (eventuale)
  • Ciclo narrativo/Serie (eventuale)
  • Tagline
  • Informazioni aggiuntive: “Prefazione di…”, Soffietto editoriale, Strillo, ecc.

Ovviamente non occorre inserire tutte queste informazioni nella copertina, ma andranno valutate di volta in volta per ogni libro.

Deve per forza mancare il nome della casa editrice sulle copertine dei libri e ebook autopubblicati? Quando un libro viene pubblicato scegliendo uno dei vari servizi di self-publishing, è probabile che compaia il nome di quella società. Altrimenti?

Mi chiedo perché non inventare un marchio per le autopubblicazioni, un marchio proprio per ogni autore. Se dovessi autopubblicare qualcosa – e un paio di idee ci sono – ho già scelto il nome per la mia finta casa editrice. Avere un marchio in copertina fa scena, non trovate?

Galleria di copertine di libri e loro elementi

Informazioni sulle copertine dei libri

Informazioni sulle copertine dei libri

Informazioni sulle copertine dei libri

Informazioni sulle copertine dei libri

Informazioni sulle copertine dei libri

Un codice ISBN per i loro libri

Che cos’è il codice ISBN? È un numero internazionale standard per i libri (International Standard Book Number). Fino alla fine di dicembre 2006 era di 10 cifre, ma dal 1° gennaio 2017 è diventato di 13. È generato da una formula matematica e contiene 5 elementi:

  1. Prefisso: è di 3 cifre e può essere 978 o 979.
  2. Gruppo linguistico: identifica la nazione, la regione geografica o l’area linguistica. È formato da 1 a 5 cifre.
  3. Editore: identifica chi pubblica il libro. È lungo fino a 7 cifre.
  4. Identificativo del libro: identifica l’edizione e il formato di un libro. È lungo fino a 6 cifre.
  5. Cifra di controllo: è di una sola cifra e convalida matematicamente le cifre precedenti.

Come vedete è una specie di carta d’identità del libro.

E per l’ebook? I codici ISBN possono essere applicati anche agli ebook. Anzi, l’aliquota sarà al 4% e non al 22% se avrete i codici ISBN.

Quanti di voi che vi siete autopubblicati hanno pensato ad acquistare un codice ISBN?

Dove acquistare i codici ISBN

Sul sito ISBN.it ci sono informazioni su come aderire e richiedere i codici, tariffe comprese.

Un sito professionale (e magari anche un blog)

Quanti autori autopubblicati hanno un sito professionale? Pochissimi. La maggior parte prende uno spazio gratis su Blogger o su WordPress o su Wix o su Altervista, anziché spendere pochi euro l’anno per acquistare un proprio dominio.

Chi pubblica e chi si autopubblica, quindi chi pubblica in genere, vuole essere considerato uno scrittore. Uno scrittore professionista. Non parliamo di scrittori alle prime armi, perché gli scrittori alle prime armi stanno imparando a sparare, non vanno in guerra.

Se pubblichi un ebook e su quell’ebook ci metti un prezzo, allora stai facendo sul serio. Allora la tua è una scrittura professionale, dunque sei uno scrittore professionista.

Ergo: investi quei pochi euro per avere un dominio tuo.

E il blog? Serve a uno scrittore?

No, il blog a uno scrittore non serve assolutamente a nulla, se non ci pubblica costantemente. Pubblicare un articolo oggi e un altro fra 3 o 4 mesi e poi di nuovo 2 mesi di silenzio e quindi un breve (inutile) articolo di scuse per latitanza causa mancanza di tempo e ancora un mese senza farsi vedere e così via… significa ammazzare il blog.

Un blog è una creatura virtuale che ha bisogno di cure. Il modo più semplice per curare un blog è definire un buon piano editoriale e creare (e rispettare) un calendario editoriale di pubblicazioni.

Che cosa leggerete sul blog di uno scrittore? Ho provato a dare una risposta, ma non credo che ne esista solo una. Ogni autore deve essere in grado di gestire il suo blog come meglio crede.

Una presenza (loro e dei loro libri) su Goodreads

Conosco alcuni autori autopubblicati, frequentano il blog qualche volta, e ho trovato i loro libri su Goodreads. C’è una comunità di lettori italiani su quel social dedicato ai libri. Tempo fa ho inserito il mio libro sul blogging, poi mi sono accorto che qualcuno aveva inserito la versione in ebook di quel mio libro.

Io stesso ho aggiunto qualche decina di libri, creando una scheda libro con il modulo che Goodreads mette a disposizione.

Siamo iscritti a tanti (troppi) social network, ma penso che un autore non possa trascurare il social network dedicato ai libri e agli autori.

Una coscienza editoriale (che spesso manca)

Che cos’è una coscienza editoriale?

Intendo la consapevolezza di cosa sia l’editoria professionale, cioè la vera editoria, diversa dall’editoria selvaggia che da anni è presente sul mercato dei libri.

Intendo la conoscenza dei meccanismi editoriali che permettono la nascita, la creazione, la pubblicazione e la diffusione dei libri.

Intendo la consapevolezza del valore di un’opera letteraria, della dignità del libro come prodotto artistico e commerciale insieme, del rispetto del lettore come cliente e ammiratore dell’autore.

Intendo la conoscenza dei propri limiti e delle proprie lacune come scrittore, che può nascere soltanto da un’onesta e umile autocritica.

Intendo il superamento della coscienza di sé come autore tuttofare e l’accettazione di tutte le figure professionali che entrano in gioco nella produzione dei libri.

Intendo anche il riconoscimento delle proprie capacità artistiche e letterarie, che sprona l’autore verso il raggiungimento dei propri obiettivi e lo determina nelle sconfitte.

Quali lacune riscontrate nel self-publishing?

Se anche voi, come lettori, ne avete trovate, parlatene nei commenti. Gli autori autopubblicati, invece, potranno smentire o meno quanto ho scritto finora.

28 Commenti

  1. Ferruccio Gianola
    19 settembre 2019 alle 08:12 Rispondi

    Il fatto di accontentarsi e non avere La coscienza editoriale “professionale” in primis, io ho scritto quattro romanzi e una cinquantina di racconti, ora potrei investire 1000 euro, pubblicarli per conto mio cercando di fare del mio meglio e guadagnare in un paio di anni, se va bene, il doppio. In questo modo potrei essere uno scrittore letto da cento, duecento persone…
    Non mi interessa lavorare così.

    • Daniele Imperi
      19 settembre 2019 alle 11:14 Rispondi

      Neanche io me la sentirei di investire 1000 per guadagnarne 2000 in 2 anni e avere 100 lettori. Neanche a me piace lavorare così.

  2. Nuccio
    19 settembre 2019 alle 10:11 Rispondi

    Che poso dirti? Boh! È tutto così aleatorio che consigli non se ne possono dare. Comunque è vero che un blog dev’essere vitale, altrimenti, a che serve?

    • Daniele Imperi
      19 settembre 2019 alle 11:15 Rispondi

      Sì, in un certo senso può essere aleatorio, in fondo hanno venduto anche autori autopubblicati con vere ciofeche di ebook.
      Sul blog ovviamente mi trovi d’accordo.

  3. Barbara
    19 settembre 2019 alle 14:55 Rispondi

    Come nell’editoria tradizionale ci sono case editrici di diverso livello, sia per dimensione aziendale che per qualità perseguita (escludendo l’editoria a pagamento, che è più un servizio di stampa…), anche nel self publishing puoi identificare diverse tipologie di autori, in base alla professionalità che mettono in campo.
    Dall’autore che “per me la scrittura è solo un hobby” che si mette a vendere un raccontino lungo, con copertina con foto sgranata del giardino di casa e le scritte inserite col Paint, fino allo scrittore che investe denaro sonante in grafico professionista, editing curato, dominio e blog con template studiato, presenza sui social con contenuti sponsorizzati, newsletter, posizionamento sui motori di ricerca, booktrailer d’impatto, ecc
    In fondo anche nell’editoria tradizionale ho trovato pessime copertine, e spesso la stessa immagine è riciclata miliardi di volte. A parte i Big, anche i piccoli editori hanno siti raffazzonati, per non parlare della presenza social, se non completa assenza in marketing adeguato. Del resto, sempre di più prima sul contratto di pubblicazione chiedono agli esordienti di impegnarsi per la promozione (e allora tanto vale il self publishing no?!)
    Purtroppo scrivere ha sempre più a che fare col il marketing che con le parole. Anche se poi, a ben vedere, basterebbe applicare quelle quattro regolette di quando si è alla ricerca di lavoro, di selezione in selezione, di colloquio in colloquio. Stai vendendo un libro, esattamente come stai vendendo la tua capacità lavorativa. :)

    • Daniele Imperi
      19 settembre 2019 alle 15:13 Rispondi

      Eppure se ne vedono di quelle copertine con foto sgranate e titoli fatti con Word, altro che Paint :D
      Per pagare un grafico professionista, un editing curato, dominio e blog con template studiato, presenza sui social con contenuti sponsorizzati, newsletter, posizionamento sui motori di ricerca, booktrailer d’impatto, ecc. ci vogliono troppi soldi, che non ti rientrano vendendo romanzi su Amazon.
      Sì anche le case editrici riciclano le copertine. Anzi, credo che non controllino. Specie quando usano i quadri per le copertine.

      • Barbara
        19 settembre 2019 alle 15:16 Rispondi

        Per pagare un grafico professionista, un editing curato, dominio e blog con template studiato, presenza sui social con contenuti sponsorizzati, newsletter, posizionamento sui motori di ricerca, booktrailer d’impatto, ecc. ci vogliono troppi soldi, che non ti rientrano vendendo romanzi su Amazon.

        Vogliamo parlare di quelli che spendono dai 1700 euro in su per pubblicare il loro primo romanzo con l’editoria a pagamento? Quelli gli rientrano secondo te? :D

        • Daniele Imperi
          19 settembre 2019 alle 15:24 Rispondi

          Ah, no, ovvio che non rientrano nemmeno quelli :)

  4. Emilia Chiodini
    19 settembre 2019 alle 15:13 Rispondi

    C’è molto da imparare da questo tuo post. Sposo ogni tua parola. Delle cinque abilità che hai indicato come carenti agli autori alle prime armi quello più impervio e di difficile competenza è la coscienza editoriale. Una consapevolezza di valori che raramente si riscontra nei grandi, figuriamoci nei piccoli. Aspetto che in un tuo prossimo post ne indichi la via per raggiungerlo.

    • Daniele Imperi
      19 settembre 2019 alle 15:23 Rispondi

      Grazie. Penso anche io che la coscienza editoriale sia l’abilità più difficile da avere.
      Un post su come raggiungere la coscienza editoriale? Ci penso su :)

  5. Marco Amato
    19 settembre 2019 alle 16:08 Rispondi

    Infatti ormai va fatta la distinzione fra Self Publisher e scrittore indipendente. Il primo è colui che pubblica senza criterio, e dato che la pubblicazione self è libera, esisterà sempre la persona raffazzonata. Mentre lo scrittore indipendente è colui che conscio delle necessità editoriali del proprio scritto, opera per ottenere il miglior risultato possibile, sia emulando lo standard di un editorie, sia creando qualcosa di superiore. Perché bisogna sempre ricordarsi che un editore deve dividere le proprie risorse per tot pubblicazioni mensili, devono correre, l’autore indipendente può curare se stesso mirando alla perfezione, per quanto impossibile da ottenere.
    Riguardo ai costi quelli sono inevitabili, ma bisogna sempre tener conto che viviamo nella migliore epoca possibile per gli scrittori, sia per pubblicare, sia per la capacità di farsi conoscere dai lettori del mondo intero.
    Siamo fortunati a voler scrivere in questo tempo storico, ma purtroppo molti non si rendono conto delle enormi potenzialità.

    • Daniele Imperi
      19 settembre 2019 alle 16:14 Rispondi

      Non è la stessa distinzione che faccio io. Anche lo scrittore consapevole è un self publisher.
      Oggi abbiamo tante possibilità di farci conoscere, che prima non c’erano, ma è anche vero che oggi siamo in troppi a voler emergere come scrittori.
      Allo stesso tempo si legge poco, almeno in Italia, che è il paese che a noi interessa.

  6. Sara
    19 settembre 2019 alle 21:55 Rispondi

    Buona sera, io ho da pochi mesi, auto pubblicato un saggio su Amazon…ho scelto di auto pubblicarmi per paura di un flop da parte del mio libro…infatti lo hanno acquistato solo in pochi. Ma concordo con lei, bisognerebbe, affidarsi ad un editore. Ho ancora il manoscritto e proverò ad informarmi su questa strada…grazie per il consiglio.

    • Daniele Imperi
      20 settembre 2019 alle 07:03 Rispondi

      Ciao Sara, benvenuta nel blog. Se il libro è uscito da pochi mesi e non c’è stata promozione, è normale che l’abbiano acquistato in pochi. A spedire il manoscritto a un editore non ti costa nulla, tanto vale provare.

  7. Grazia Gironella
    20 settembre 2019 alle 21:51 Rispondi

    I miei libri sono tutti usciti con il mio logo, l’albero della vita con le mie iniziali inserite. Su Goodreads ci sono, mentre il codice ISBN per gli ebook mi manca. Ci penserò. Quanto alla coscienza editoriale, non è facile costruirsela, perché non arriva da sola… ;)

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2019 alle 07:31 Rispondi

      Non arriva da sola la coscienza editoriale, è vero. Forse arriva col tempo e l’esperienza. O con una sana dose di autocritica.

  8. Salvatore Mulliri
    21 settembre 2019 alle 00:39 Rispondi

    Curioso, siamo arrivati alle stesse conclusioni. Ho cercato di metterle in pratica, un po’ per scherzo un po’ con la consapevolezza del ghetto in cui è finito in Italia il genere che prediligo scrivere: la fantascienza (risate di sottofondo del pubblico nel sentire la parola)

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2019 alle 07:32 Rispondi

      Ciao Salvatore, benvenuto nel blog. Perché dici che la fantascienza è finita in un ghetto?

  9. Salvatore Mulliri
    21 settembre 2019 alle 08:51 Rispondi

    In realtà è sempre stata in un ghetto: sempre dentro collane di genere (come Urania, nonostante i momenti gloriosi di Fruttero e Lucentini) o le collane Nord. La fantascienza in Italia è sempre stata guardata con spocchia da una classe intellettuale che l’ha sempre considerata letteratura per ragazzi o adulti poco cresciuti, però dall’altra parte sempre pronta a osannare le opere straniere di DFW o Murakami che esplorano quella frontiera senza remore o imbarazzi. Il ghetto italiano è un recinto che segue i confini nazionali. A volte con ragione perché essendo un genere poco amato dagli editori italiani non è presente nelle librerie se non come trascrizione pedestre di saghe filmiche americane. Gli aspiranti scrittori pensano perciò che sia quella l’unica fantascienza possibile (spesso confondendola col fantasy) e la rinchiudono loro stessi nel recinto delle pubblicazioni di nicchia e altre trite scopiazzature.

    • Daniele Imperi
      22 settembre 2019 alle 11:25 Rispondi

      Sì, la fantascienza e il fantastico in generale sono visti come letture d’evasione, e si continuano a elogiare romanzi ritenuti “alti” (che a me annoiano e basta).
      DFW chi sarebbe? Ho un certo rifiuto per gli acronimi, che non capisco mai.

  10. Salvatore Mulliri
    22 settembre 2019 alle 14:26 Rispondi

    Scusa, hai ragione. Sta per David Foster Wallace e il suo romanzo Infinite Jest ambientato in una distopia ultra capitalista americano-canadese. Romanzo bellissimo e irraggiungibile, ovviamente, ma che usa l’ambientazione futuribile per esplorare i confini estremi delle dipendenze umane. Uno scrittore italiano non si azzarderebbe mai ad affrontare un romanzo del genere. Lo vedi tu un Saviano usare lo spunto di un’eruzione catastrofica del Vesuvio per raccontare le sue vicende di crimine organizzato in chiave apocalittica? Non sia mai. A noi piacciono le apocalissi quotidiane, piccole piccole, che coinvolgono poche persone alla volta.

  11. Alessandro
    23 settembre 2019 alle 20:26 Rispondi

    Scrivono tutti. Ci si auto pubblica, si aspetta che magari con il primo libro si guadagni pure. Ci si tutto. Se si scrive un libro è perchè si é giunti al culmine si di raccontare a se le emozioni, la vita d’esperienza, fatta di sangue, sudore, e lacrime, come si diceva una volta, ma non nessariamente, oppure tentare di trascrivere gioia, o qualunque altra cosa che sentiamo di non trattenere più, di raccontarla al vento. Non debbono esserci necessariamente lettori. Quando é il momento di eruttare la vita, tradurre in parole lo sconvolgimento naturale anche se solo per una sola volta, in un solo libro, che rimanga per sempre a noi.
    Questo perché leggendo nel tuo blog si parla tanto di situazioni tecniche, tattiche di pubblicazioni, editor, sperav, o meglio credevo si potesse parlare che differenza c’é tra Saroyan e Fante. Forse chiedo troppo oppure ho confuso il blog.

    • Daniele Imperi
      24 settembre 2019 alle 07:17 Rispondi

      Ciao Alessandro, benvenuto nel blog. Non devono esserci necessariamente lettori? Allora che pubblichi a fare? Ti basta tenere un diario. Ma se metti un prezzo di vendita a un libro, autopubblicato o meno, allora è perché vuoi lettori.
      Il mio blog parla di scrittura, editoria, blogging e altro, non delle differenze fra un autore e l’altro.

    • Nani
      25 settembre 2019 alle 07:51 Rispondi

      Scusa se mi impiccio, ma secondo me non e’ del tutto vero quello che dici. Non si scrive solo per troppa pienezza di vita secondo me. Ha ragione Daniele. Un buono scrittore e’ colui che riesce a fare ANCHE quello, in un modo magari innovativo, risonante. Ma secondo me lo scrittore e’ principalmente un narratore. Allo scrittore piace raccontare, piace condividere, piace vedere l’effetto che fa. Me ne accorgo ora, dopo anni passati a pensare “chi se ne frega se nessuno mi compra, mi leggeranno le mie bambine da grandi”. Ecco, gia’ in quel “Mi leggeranno loro” c’e’ la mia intenzione: quella di avere un pubblico. E non per bisogno di attenzione, che e’ davvero il bisogno che meno mi caratterizza (e anche per questo non diventero’ mai una scrittrice conosciuta: mi vergogno a fare pubblicita’). Forse si tratta davvero semplicemente di aspirazione alla condivisione. E al confronto, perche’ no?

  12. Monmartre Angeloise
    24 settembre 2019 alle 17:02 Rispondi

    Grazie per la segnalazione di Fiverr: è proprio il punto di contatto che mi serviva per le immagini.

    Grazie mille.

    • Daniele Imperi
      25 settembre 2019 alle 07:00 Rispondi

      Ciao Angeloise, benvenuta nel blog. Scegli bene su Fiverr, perché è pieno di ciarlatani, io ne ho trovati 2.

  13. Tiziana B.
    29 settembre 2019 alle 14:27 Rispondi

    Giustissime considerazioni, quella che noto più spesso è la cattiva qualità delle copertine…

    • Daniele Imperi
      30 settembre 2019 alle 07:03 Rispondi

      Ciao Tiziana, benvenuta nel blog. La copertina è il primo elemento del libro che si guarda, quindi se è di qualità scarsa, a me passa la voglia di comprare quel libro.

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