La distruzione della lingua italiana

Dagli inglesismi alle cacografie dell’inclusione

La distruzione della lingua italiana

Con la scusa della lingua dinamica si sta demolendo l’italiano, fra non necessari inglesismi e assurdi simboli.

Il conto alla rovescia è iniziato. Manca ormai poco alla definitiva distruzione della nostra lingua.

È da tempo ormai che professionisti del web, della finanza, giornalisti e politici hanno iniziato a corrodere, come acido, l’Italiano, operando una sistematica e consapevole sostituzione dei termini italiani a favore di quelli inglesi, creando di fatto una non-lingua, che non è né italiano né inglese. È stata infatti sarcasticamente definita itanglese.

Qualcuno, su Linkedin, ha sostenuto che dipende dal contesto: in alcuni casi è necessario dire bello, in altri cool.

Gli ho risposto che a me quella parola, quando la sento, fa invece venire in mente una parte anatomica.

Ma di cosa mi lamento, se perfino la Treccani, che dovrebbe più di tutti tenere alla lingua italiana, nella sua comunicazione digitale si affida all’itanglese, senza alcun motivo logico?

Ecco un estratto del messaggio di benvenuto ricevuto dopo essermi iscritto alla loro newsletter:

Ottieni la spedizione gratuita sul primo acquisto utilizzando al check out il promocode: XXTHANKS.

Le “XX” sono mie per mascherare il codice, il corsivo è per enfatizzare gli obbrobri inglesi.

Non era davvero possibile scrivere:

Ottieni la spedizione gratuita sul primo acquisto utilizzando al momento del pagamento il codice promozionale: XXGRAZIE.

E il bello è che pubblicizzano il loro come il “negozio digitale della cultura italiana”. Peccato che check out, promocode e thanks non abbiano nulla a che vedere con la cultura italiana.

Ma l’abuso dell’inglese non è l’unico virus che sta ammorbando la nostra bella lingua – una lingua densa, poetica, una lingua che ha influenzato anche altre lingue nel passato (chiedetevi l’etimologia di tante parole inglesi).

Da qualche tempo è apparso un altro virus che sta rendendo la lingua italiana non solo incomprensibile ma anche illeggibile e cacofonica: lo chiamano linguaggio inclusivo, un insieme di brutture e simboli e cervellotiche soluzioni per non discriminare nessuno.

Lo pseudosessismo della lingua italiana

La lingua italiana è patriarcale.

Il maschile plurale rafforza questo patriarcalismo. Scrivere e dire “tutti” non include anche le donne, ma le discrimina perché le esclude.

Forse queste affermazioni sono alla base storica dell’uso del maschile plurale – ma bisognerebbe esserne sicuri (e io non sono per niente sicuro che il maschile sia stato usato per discriminare le donne). Di certo non valgono più oggi.

È falso affermare che oggi l’uso del maschile plurale discrimini le donne.

Ma c’è chi la pensa diversamente, e infatti ecco che la lingua italiana fa uso di più parole, non necessarie: “i cittadini e le cittadine”, “gli infermieri e le infermiere” e così via. E chi, peggio, nel proprio blog usa solo il femminile plurale, anche se si rivolge agli uomini.

Non mi piegherò mai a questa moda.

La cacofonia delle soluzioni “inclusive”

Ti sei mai chiest* se il/la tu@ nuovə amicu vuole che ti rivolgi a lui/lei al maschile o al femminile?

Benvenuti nel Nuovo Italiano.

L’Italiano del XXI secolo.

Ditemi voi come sia possibile soltanto concepire un’oscenità cacofonica e cacografica come questa (caco- è un prefisso che significa cattivo, sgradevole in greco antico, nulla a che spartire con cool).

4 cervellotiche soluzioni per un italiano osceno

  1. Asterisco: l’uso dell’asterisco per evitare il maschile plurale l’ho odiato fin dal primo momento. Non ha alcun senso logico, se non sottolineare l’estraneità al patriarcalismo della lingua italiana (che di fatto non esiste).
  2. @: la conosciamo tutti da parecchi anni, è la a commerciale, volgarmente (nel senso di popolarmente) detta chiocciola. Io la chiamo at, come si pronuncia in realtà. È addirittura un simbolo antico, ma che oggi è usato soltanto negli indirizzi email.
  3. ə: è lo scwha, un grafema, un simbolo che non esiste in italiano, neanche come suono. Dunque mi domando: perché viene usato? Perché ne viene consigliato l’uso? Come dovrei pronunciarlo? Come interpretarlo? Non bastano gli inglesismi?
  4. Desinenza in u: ossia l’introduzione del neutro nell’italiano. Perché anche questa follia è nata nel XXI secolo. Parlano di evoluzione della lingua e poi vogliono il neutro come nel latino. “Tuttu”, “amicu”, “bravu”: ah, che poesia!

Su queste brutture si è espresso bene il presidente dell’Accademia della Crusca in un articolo su Facebook, che parlava comunque di altro:

la nomina ad Accademico (come si vede, io non scrivo Accademic*, Accademic@, Accademicǝ o simili, e mi risparmio in questo caso anche la reduplicazione di maschile e femminile, che reputo tuttavia molto più tollerabile, in quanto meno invasiva rispetto alle precedenti manomissioni grafiche)…

Plauso totale.

Bellissima, poi, la definizione delle brutture del linguaggio inclusivo: manomissioni grafiche. Anzi, sarebbe meglio definirle manomissioni ortografiche.

Quello che mi chiedo – e che forse mi meraviglia e indigna più del resto – è come sia possibile che dei professionisti della scrittura partecipino a simili campagne, che si attivino a deturpare la lingua italiana.

La scusa della dinamicità della lingua

La lingua italiana è dinamica. Tutte le lingue lo sono. È dinamico ciò che varia. E questo discorso mi sta bene.

Dal latino arcaico siamo passati a quello classico e pian piano siamo arrivati all’italiano attuale.

Vorrei però capire per quale motivo dobbiamo passare dall’italiano all’itanglese e, peggio, al linguaggio sgradevole e incomprensibile della cosiddetta inclusività.

Abbiamo già parecchie parole straniere nella nostra lingua (menu, web, blog, flash, computer, smartphone – che si poteva evitare –, marketing, tanto per scrivere le prime che mi vengono in mente). In questi casi, però, si sta identificando un preciso contesto o oggetto.

Ma competitor? Ma brand? Ma audience? Coach? Assistant? Founder? Fake? Location? Mood? Mission? Meeting? Team? Step? Outfit? Community?

E adesso ci mancano anche i vari *, @, ə e le desinenze in u…

Provate a immaginare un libro scritto in itanglese e soluzioni inclusive e poi ditemi cosa ci capite.

La lingua italiana è uno dei nostri patrimoni culturali.

Va difesa, non distrutta.

42 Commenti

  1. Gabriele
    giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 9:00 Rispondi

    Con me sfondi una porta aperta: ho affrontato questo argomento qualche tempo fa e non comprendo come una lingua possa essere sessista. La lingua è quella che è e si evolve spesso in modo tutt’altro che logico.
    “Tutti” comprende sia maschi che femmine. Può piacere o meno ma così è. Del resto l’italiano il neutro non ce l’ha e la regola è che in caso di genere indeterminato la parola si declina al maschile (se anche l’italiano contemplasse la declinazione al femminile non è che mi taglierei le vene, ma è così e basta).
    Non userei argomenti come questi per scontri sessisti senza costrutto.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 12:58 Rispondi

      Hai detto bene: la lingua è quella che è e va accettata.
      Il sessismo della lingua viene visto sempre come fa comodo: nessun uomo ha mai fatto storie quando è stato sentinella, guardia, guida, recluta. Perché sindaco e ministro danno problemi?
      Sono appunto tutti scontri sessisti fuori luogo: non è sulla lingua che devono combattere le battaglie contro il sessismo.

  2. DarkAlex1978
    giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 9:11 Rispondi

    Non posso che concordare su tutto quello che hai scritto ed è sconfortante vedere questa contaminazione assurda.
    Poi lasciamo stare la dinamicità della lingua: tempo fa avevo scritto anche io dell’argomento ed il mio blog è molto poco seguito, eppure perfino lì saltò fuori uno che ad oltranza (e dichiarandosi linguista…. Mah!) mi ha dato contro appoggiandosi a questa p********. Questo per dire quanto siano ossessivi ed instancabili per aver beccato immediatamente perfino me nel mio angolino sperduto.

    Qualche giorno fa mi è arrivata su facebook la pubblicità proprio della Treccani, con i volumi colorati in arcobaleno (che ormai è divenuto una sorta di segnale di pericolo, che lo si voglia ammettere o no) e mi sono chiesto: sarà scritta con criterio o promuoverà boiate? Ecco, adesso propendo più per la seconda ed è, lo ripeto, sconfortante.

    Sempre qualche giorno fa mi sono ritrovato a leggere un articolo di un quotidiano che parlava di un Rider. Scusa il francesismo ma che c**** si dovrebbe intendere con l’essere un Rider (l’articolo non lo spiegava: dava per scontato che il lettore lo dovesse sapere)? E’ il fattorino? Il ragazzo delle consegne? Il garzone? Chiamare quell’impiego come è sempre stato chiamato è diventato adesso difficile oppure insultorio? Mi sembra di vivere in un mondo di deficienti.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 13:03 Rispondi

      Secondo me scandagliano la rete in cerca di gente come noi da attaccare :D
      I volumi della Treccani li ho visti, ma non credo c’entri il simbolo dell’arcobaleno come lo intendi.
      Il francesismo viene censurato automaticamente da un plugin :D
      Ho sentito e letto fin troppo spesso l’uso di questo rider, quando appunto in Italia si è sempre detto fattorino, corriere, ecc.
      Anche io ho l’impressione che ormai stiamo vivendo in mezzo ai deficienti.

      • DarkAlex1978
        giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 13:23 Rispondi

        Quella sull’arcobaleno era un’uscita intesa come per metà scherzosa: colpa mia che ogni tanto mi scordo che per iscritto non si può sentire il tono della voce :D

        Si, secondo me sono tipo cani da tartufo: ormai li allevano apposta per stanarci :D

  3. Emilia Chiodini
    giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 10:43 Rispondi

    Non posso che condividere quanto hai scritto. L’abuso di termini inglesi, specie in politica, non solo ci confonde le idee, ma sa tanto di negligenza, servilismo, provincialismo.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 13:04 Rispondi

      La politica, poi, dovrebbe essere in prima linea per difendere l’italiano, invece qualsiasi trovata o legge viene detta in inglese: ma perché?

  4. Corrado S. Magro
    giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 10:46 Rispondi

    D’accordo, pienamente d’accordo! Solo che il fenomeno affonda le radici nell’humus sociale ed economico che nutre le epoche e che ahimé, è difficile, quasi impossibile gestire. Dove il segno e il fonema viene in qualche modo condiviso, chi detta legge è l’economia dominante. Inglese e inglesismi la fanno da padrone perché gli anglofoni appartengono a quel mondo che “decide”, salvo eccezioni. Vedo in ciò la causa della battaglia persa dell’esperanto. Chiediamoci poi: Cosa avveniva con il latino sotto il grande impero romano? Oggi sarei curioso di conoscere come il cinese, l’arabo o gli altri ceppi che usano segni e fonemi diversi si comportano. O perfino il russo e i ceppi uralo-altaici. Chi ha provato a resistere per decenni sono stati e sono i francesi, ricorrendo spesso a tortuosi adattamenti che a volte rasentano il ridicolo. Il momento in cui la società economica, politica, militare, elitaria sarà sostituita, l’indirizzo cambierà. A noi, carbonari più o meno puri, non resta che resistere.🤨

    • Daniele Imperi
      giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 13:07 Rispondi

      L’humus sociale ed economico attuale andrebbe estirpato, divelto, per farne crescere uno nuovo e più rispettoso della nostra lingua e della nostra identità.
      Giusto: le lingue che non usano il nostro alfabeto, che fanno? Secondo me lasciano la loro lingua come è.

  5. Orsa
    giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 10:57 Rispondi

    La rabbia è accentuata dalla condizione di totale impotenza. Cosa possiamo fare? Morire da eroi? E sia.
    Ma poi Scwha? Neanche Dante, nonostante il suo enorme “know how” :P , avrebbe osato partorire una tale bruttura infernale.
    Mi piaci quando imbracci il fucile, Gringo.

    • Roberta Visone
      giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 11:15 Rispondi

      Lo schwa esiste nell’Alfabeto Fonetico Internazionale, si pronuncia in diverse lingue, fra cui il tedesco, l’inglese e persino il napoletano, e credo sia un modo intelligente per introdurre il genere neutro nella lingua italiana senza stravolgere un mondo. Questo, ovviamente, solo nel caso in cui un aggettivo o un sostantivo hanno due generi distinti e separati (es. bello vs. bella, ragazzo vs. ragazza), non in tutti i casi. Stesso discorso per il simbolo ɜ, ma sempre e solo per il plurale di aggettivi o sostantivi in cui la distinzione M/F è netta.

      • Orsa
        giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 11:28 Rispondi

        Hai centrato perfettamente il punto: “introdurre il genere neutro”. Ma perché?
        Esistono solo due generi.
        Ad ogni modo, paesà, grazie per le spiegazioni, ignoravo completamente l’esistenza dello schwa nel dialetto napoletano ;)

        • Roberta Visone
          giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 11:43 Rispondi

          Pensa a quando pronunciamo le parole in napoletano, facendo “cadere” la vocale finale (es. “‘a maestr”). Ecco, è lì che nella trascrizione fonetica accorre in soccorso lo schwa.😁

          • Orsa
            giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 11:51 Rispondi

            Ah ecco, ora è chiaro! Mi hai fatto venire in mente la scena della cena al ristorante in Benvenuti al Sud 😂

          • Daniele Imperi
            giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 13:12 Rispondi

            Credo sia differente. Ma resta il fatto che in italiano non abbiamo quella pronuncia.

      • Daniele Imperi
        giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 13:10 Rispondi

        Il genere neutro non esiste in italiano e non c’è alcuna logica motivazione né necessità per introdurlo.
        Lo schwa non fa parte della nostra lingua e non è pronunciabile in italiano.

        • Roberta Visone
          giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 13:19 Rispondi

          “La lingua si muove fra norma e uso”: non ricordo chi l’abbia detto, ma condivido questo pensiero. Se c’è un modo per constatare la vivacità e vitalità della lingua, è proprio vedendola evolversi nel tempo, anche attraverso le influenze esercitate da altre lingue (prestiti, calchi di vario tipo – fonologico, morfologico, sintattico, semantico).
          Come tuttavia ho già precisato nel primo commento solitario, trovo errato l’ABUSO degli anglicismi così come l’uso di schwa e dell’altro simbolo in TUTTI gli ambiti, canali e mezzi espressivi.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 13:08 Rispondi

      Possiamo combattere: io finché vivrò combatterò il linguaggio inclusivo e le sue assurdità, come combatterò gli adattamenti femminili inutili e via dicendo.

  6. Elisa
    giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 11:10 Rispondi

    Non posso che essere pienamente d’accordo su quanto espresso. Non solo gli inglesismi, ma anche un impoverimento del linguaggio che porta la lingua a divenire sterile.
    Permettetemi di citare uno scritto:
    “l Quoziente d’Intelligenza (QI) medio della popolazione mondiale è in continuo aumento (effetto Flynn). Questo almeno dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni ’90. Da allora il QI è invece in diminuzione… È l’inversione dell’Effetto Flynn. La tesi è ancora discussa e molti studi sono in corso da anni senza riuscire a placare il dibattito. Sembra che il livello d’intelligenza misurato dai test diminuisca nei Paesi più sviluppati. Molte possono essere le cause di questo fenomeno. Una di queste potrebbe essere l’impoverimento del linguaggio. Diversi studi dimostrano infatti la diminuzione della conoscenza lessicale e l’impoverimento della lingua: non si tratta solo della riduzione del vocabolario utilizzato, ma anche delle sottigliezze linguistiche che permettono di elaborare e formulare un pensiero complesso (…) Più povero è il linguaggio, più il pensiero scompare. La storia è ricca di esempi e molti libri (Georges Orwell – 1984; Ray Bradbury – Fahrenheit 451) hanno raccontato come tutti i regimi totalitari hanno sempre ostacolato il pensiero, attraverso una riduzione del numero e del senso delle parole. (…) Cari genitori e insegnanti: facciamo parlare, leggere e scrivere i nostri figli, i nostri studenti. Insegnare e praticare la lingua nelle sue forme più diverse. Anche se sembra complicata. Soprattutto se è complicata. Perché in questo sforzo c’è la libertà. Coloro che affermano la necessità di semplificare l’ortografia, scontare la lingua dei suoi “difetti”, abolire i generi, i tempi, le sfumature, tutto ciò che crea complessità, sono i veri artefici dell’impoverimento della mente umana. Non c’è libertà senza necessità. Non c’è bellezza senza il pensiero della bellezza.”
    (Christophe Clavé)
    L’ho ridotto, perché molto lungo… ma lo trovo davvero tristemente attuale.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 13:15 Rispondi

      Quella tesi mi trova d’accordo: oggi si assiste davvero a un impoverimento del linguaggio. Testi sempre più brevi e più semplici per migliorare la comprensione. Ma un tempo – neanche lontano, come il mio – erano più intelligenti? Forse sì.
      Di legge da varie parti che oggi molti giovani hanno difficoltà a comprendere un testo.
      La colpa è anche dell’inglese, che pian piano sta sostituendo le nostre parole senza alcuna logica né necessità.

  7. Roberta Visone
    giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 11:10 Rispondi

    Da docente di inglese concordo a pieno sull’abuso di questa lingua salvo poi, nella maggior parte dei casi, non saper accocchiare un soggetto e un verbo… per non parlare della famigerata -s che è internazionale, eppure tante persone la dimenticano quando occorre!
    Riguardo, invece, alla questione dell’inclusività, sono d’accordo sull’uso dello schwa /ə/ per il singolare e del /ɜ/ per il plurale delle parole e degli aggettivi in generale (es. “Questə ragazzə è bellə”, “Loro sono bellɜ ragazzɜ”). Concordo su quest’uso soprattutto nel mezzo scritto sui social (che se non ricordo male è più noto come “oralità secondaria”) e soprattutto se dall’altra parte c’è una persona che non si riconosce nel genere maschile o femminile. Credo sia una forma di rispetto, questa qui. MA SEMPRE SENZA ESAGERARE.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 13:19 Rispondi

      Quale -s internazionale?
      Riguardo agli esempi che fai, come dovrei pronunciare “Questə ragazzə è bellə”?
      A un uomo mi rivolgo usando il maschile, a una donna usando il femminile. Non posso sapere se poi uno non si riconosce nel proprio sesso… e non è giusto stravolgere e rovinare una lingua per una esigua minoranza.
      Ma comunque, per parte mia, non rivolgerò sempre a un uomo usando il maschile e a una donna usando il femminile.

      • Roberta Visone
        giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 13:22 Rispondi

        Ho scritto di -s internazionale perché il suo uso è comune a diverse lingue, per esempio l’inglese, francese e lo spagnolo. Con le sue varianti -es e -ies, quella lettera serve a formare il plurale dei sostantivi quanto (in inglese) per formare la terza persona singolare del Simple Present.

        • Daniele Imperi
          giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 13:25 Rispondi

          Ah, per il plurale inglese. Che sottolineo, non va usato se il termine è entrato nella nostra lingua: si scrive i cowboy e non i cowboys.

          • Roberta Visone
            giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 13:28 Rispondi

            Certo che non si mette. Ci ho scritto una tesi sugli anglicismi, so le regole. Ho fatto un esempio di quanto possa essere ridicolo usare anglicismi a sbafo, per poi non sapersi esprimere in inglese inserendo la -s dove occorre.

  8. Maria Teresa Steri
    giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 11:12 Rispondi

    Sono totalmente d’accordo, hai fatto bene a definirle brutture. Detesto anche io l’asterisco e tante altre consuetudini (che spero prima o poi decadano). E’ tutto così ridicolo! Poi quelli che parlano e scrivono infilandoci mille termini inglesi mi danno proprio sui nervi.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 13:21 Rispondi

      Spero che decadano anche io, perché sono brutture che non stanno né in cielo né in terra.
      Chi usa spesso termini inglesi dà sui nervi anche a me, perché davvero non capisco quasi quel che dicono.

  9. Luca
    giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 11:48 Rispondi

    Bellissimo articolo!
    In una televisione locale, durante la lettura della rassegna stampa, il conduttore contestava il titolo di una notizia: “Partono i lavori per rinnovare il waterfront” e dicendo, giustamente, che era meglio usare la parola “lungomare”. Poi commenta un’altra notizia dicendo: “per lanciare il nuovo brand è stata scelta come location… ” .
    Che dire?

    • Daniele Imperi
      giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 13:22 Rispondi

      Grazie :)
      Waterfront? Questa mi mancava…
      Da un po’ di anni vanno di moda brand e location (e altre)… e io mi chiedo: quando nessuno usava queste parole, quei contesti non esistevano? O non se ne parlava?

  10. Fabio Amadei
    giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 15:11 Rispondi

    Caro Daniele fai benissimo a denunciare la proliferazione di parole straniere nella lingua italiana. Sono come falli da rigore che nessuno fischia. Lo scempio non ha fine.
    Bisognerebbe reagire con la satira e l’ironia perché tutte queste ubriacature legate all’ipocrisia del politicamente corretto vanno ridicolizzate.
    E che dire di come queste queste parole vengono dette in tivù e alla radio? Pochi italiani possiedono la pronuncia corretta, specialmente tra politici e giornalisti.
    Nel lontano ‘78 ho vissuto due anni tra Londra e Birmingham. Facevo parte di un gruppo internazionale cristiano e noi italiani parlavamo un inglese terribile. Pronunciavamo tree e three allo stesso modo come pure shit e sheet. Olandesi e tedeschi ci guardavano con disgusto per non parlare dei francesi che ci guardavano dall’alto in basso. Mi vergogno ancora adesso.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 15:19 Rispondi

      No, sono veri e proprio autogol :D
      Chissà che non tiri fuori una vignetta sull’abuso dell’inglese, uno di questi giorni.
      Il politicamente corretto si ridicolizza da sé.
      Capisco il tuo disagio, ma prova a sentire come inglesi, francesi e tedeschi pronunciano le nostre parole ;)

  11. MikiMoz
    giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 15:38 Rispondi

    Sono d’accordo… in parte.
    Nel senso che certe volte, anzi quasi sempre (se non usati a sproposito) i termini inglesi hanno un significato di concetto stesso, non di parola.
    Quindi, siccome l’inglese è di fatto una lingua più agile, secondo me vanno usati per facilitare proprio l’immediatezza dell’espressione di un concetto.
    Alcuni termini poi sono entrati nel nostro linguaggio. Cool significa fico, ma è sottintende sottilmente anche altro…
    Sul plurale, asterischi e neutri sono d’accordissimo con te: fa ridere.
    Per non dire che fa piangere.

    Moz-

    • Daniele Imperi
      giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 15:45 Rispondi

      Sono concetti che esistono anche in italiano. O prima che qualcuno avesse avuto la bella idea di introdurre brand, location, competitor, contest, cover, rider, ecc. noi non parlavamo di quei contesti?
      Sul resto hai detto bene, fa piangere più che ridere.

    • DarkAlex1978
      giovedì, 28 Gennaio 2021 alle 16:24 Rispondi

      Moz se mi permetti, parti da una convinzione sbagliata: non è una lingua più agile ma funziona solo in modo diverso.
      Hanno parole che esprimono concetti e questo è vero, però non i contesti che loro assolutamente devono specificare a parte e non so quante volte su youtube ho visto commenti solo di chiarimento fra utenti al riguardo. In un certo senso è più rigida dell’italiano, infatti io non riesco a considerare l’idea di vivere all’estero perchè l’inglese è troppo schematico: non mi da la stessa flessibilità astratta dell’esprimermi che ho nella nostra lingua.
      Esempio pratico. Non posso dire in inglese “mi stai rompendo il c****”. Al massimo posso dire “You are pissing me off” ovvero “Mi stai facendo arrabbiare”. Ma tu non ti stai facendo arrabbiare. Mi stai proprio rompendo il c**** e se per noi le varie sottili differenze appaiono chiarissime, in inglese non potrei comunicarla una cosa del genere con altrettanta chiarezza ed immediatezza, perchè è un modo di esprimersi troppo astratto per l’inglese.
      Hanno i loro modi ma sono appunto più schematici, più incasellati: basta confrontare gli insulti nostri con i loro e non c’è paragone.

      Mischiare parole inglesi così a cavolo con l’italiano non funziona, perchè più spesso che no, non quagliano tipo l’esempio del Rider che facevo io. Se mi dici “Ho visto un rider” e basta, io so dalla conoscenza dell’inglese, che è qualcuno che viaggia montando qualcosa, ma non mi dici perchè o cosa sta montando. Potrebbe essere un monocliclo così come un cavallo e non mi dici in che contesto ti stai riferendo a quel termine. Se mi dici in italiano “fattorino”, allora con una singola parola capisco tutto.

  12. stefano
    martedì, 9 Febbraio 2021 alle 10:20 Rispondi

    Io ero molto rigido nel chiamare @ at… Poi dopo anni di persone che mi rispondevano? Che cosa hai detto??… Ho mollato e ora dico chiocciola :) :)

    • Daniele Imperi
      martedì, 9 Febbraio 2021 alle 10:35 Rispondi

      Prova a dire “a commerciale” e capiranno di meno ;)

  13. Davide
    venerdì, 26 Febbraio 2021 alle 8:44 Rispondi

    Ciao Daniele Imperi. Il mio nome è Davide e vengo in provincia di Torino.

    Da un po’ tempo ho letto con interesse il tuo Blog Pennablu.it e sono rimasto particolarmente colpito dai tuoi articoli riguardanti la distruzione della lingua italiana. E proprio a proposito di questo problema linguistico vorrei chiederti una bella cosa : hai mai sentito parlare del professore e saggista Antonio Zoppetti ? Egli, insieme ad altri personaggi intellettuali , fin dal 2017, si sta battendo contro l’eccesso di anglicismi nella lingua italiana e lo sta facendo sia attraverso il suo interessante Blog “Diciamolo in italiano”, sia attraverso il dizionario AAA (un dizionario digitale accessibile a tutti dove si elencano la lista di parole inglesi presenti nel nostro linguaggio ed affiancate con tutte le possibili alternative italiane da promuovere liberamente ai parlanti) e soprattutto attraverso la comunità “Attivisti dell’italiano” (fondata in collaborazione con il portale Italofonia e attualmente in fase di crescita), creata apposta con lo scopo di sensibilizzare dal basso la tutela della nostra lingua affinché rimanga viva e creativa piuttosto che lasciarla schiacciata dal prepotente “itanglese”.

    Dunque Daniele, cosa ne pensi di queste iniziative? Ti lascio pure i rispettivi collegamenti.

    https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/
    https://attivisti.italofonia.info/
    https://aaa.italofonia.info/
    https://italofonia.info/

    A presto! È stato un piacere conoscere un bloggatore come te. 😉

    • Daniele Imperi
      venerdì, 26 Febbraio 2021 alle 12:34 Rispondi

      Ciao Davide, grazie e benvenuto nel blog. Conosco il blog “Diciamolo in italiano” e mi pare di averlo citato tempo fa in un articolo.
      Mi sembrano iniziative più che buone e lodevoli. Non conoscevo gli altri siti.

  14. giulia
    venerdì, 23 Aprile 2021 alle 16:19 Rispondi

    Quanta rabbia per un argomento per cui bisogna essere lieti, in quanto ha sollevato molti interrogativi e ha aperto questioni, facendoci chiedere se siamo, oggi, abbastanza inclusivi e se potremo esserlo di più in futuro. Non è, come descrive lei, “il nuovo italiano” dato che non è ancora niente di certo e nonostante molti abbiano adottato alcune di queste soluzioni non è stato ancora deciso nulla, dovrebbe saperlo. Con il tempo si vedrà, poiché non ci si sveglia un giorno qualunque e si cambia la lingua, perché ci va. Si sollevano questioni, si propongono soluzioni (quelle che lei ha definito come cervellotiche) e si studia sociologicamente e linguisticamente questi cambiamenti.
    “La lingua italiana è uno dei nostri patrimoni culturali. Va difesa, non distrutta” Questo non vuol dire che non possa cambiare, l’ha già fatto e lo rifarà. Ovviamente con il dovuto tempo. Le lingue in qualche modo mutano, anche se è scorretto dire “evolvono” e questo N. Chomsky l’ha spiegato chiaramente.
    “Ma c’è chi la pensa diversamente, e infatti ecco che la lingua italiana fa uso di più parole, non necessarie: “i cittadini e le cittadine”, “gli infermieri e le infermiere” e così via.” Beh, io mi sono abituata a non esistere o a venire dopo sempre. Non voglio entrare da qualche parte e leggere “benvenuto”, non voglio farmi sentir dire “ciao a tutti” quando siamo in un gruppo di 9 donne con 1 solo uomo. Lei non vede maschilismo? Eppure la “regola della prossimità” è stata proprio tolta per quel motivo: vince il maschile perché è più forte e puro. Lei non vuole “piegarsi” a queste regole. Libera scelta, ma cerchi di comprendere come mai sono spuntate fuori queste questioni invece di scrivere articoli carichi di rabbia e veramente poco oggettivi.

    • Daniele Imperi
      venerdì, 23 Aprile 2021 alle 16:43 Rispondi

      La rabbia è più che lecita, quando vedo quelle soluzioni inclusive che rovinano la lingua italiana, come asterischi, neutri, caratteri che nel nostro alfabeto non esistono.
      È vero che non è stato deciso niente – e per fortuna, aggiungo – ma si legge fin troppo spesso, e anche in comunicazioni istituzionali, di queste soluzioni inclusive. Anzi, a me è diventata proprio indigesta la parola inclusione.
      Passi per il “benvenuto”, che si può rendere come un semplice “ciao”. Ma come si dovrebbe dire a un gruppo di 9 donne con 1 solo uomo? “Ciao a tutte”? E perché, soprattutto, finora nessuno ha mai sollevato la questione? Risposta: perché non c’era certa politica.
      Nessuna donna si è mai sentita di non esistere per il maschile plurale che “include” maschile e femminile.
      Ma diciamo che posso accettare “ciao a tutti e tutte” e simili, ma le soluzioni inclusive che prevedono schifezze linguistiche come asterischi, schwa e neutri vanno ostacolate, combattute, ora e sempre.

      • Giulia
        sabato, 1 Maggio 2021 alle 2:20 Rispondi

        (La rabbia è più che lecita, quando vedo quelle soluzioni inclusive che rovinano la lingua italiana, come asterischi, neutri, caratteri che nel nostro alfabeto non esistono.)
        Come ho detto, niente è già deciso.

        (È vero che non è stato deciso niente – e per fortuna, aggiungo – ma si legge fin troppo spesso, e anche in comunicazioni istituzionali, di queste soluzioni inclusive. Anzi, a me è diventata proprio indigesta la parola inclusione.)
        E’ vero, non vanno giù neanche a me, quindi vediamo di impegnarci affinché si trovi una soluzione migliore. Se se ne discute vuol dire che siamo arrivati ad un punto in cui ce n’è bisogno.

        (Anzi, a me è diventata proprio indigesta la parola inclusione.)
        Perché? Non c’è cosa più triste che leggere una frase del genere. Il linguaggio e le parole sono di tutti, il mondo è di tutti, perché tagliare fuori delle persone per delle regole grammaticali che “”ci siamo autoimposti””?

        (Ma come si dovrebbe dire a un gruppo di 9 donne con 1 solo uomo? “Ciao a tutte”? E perché, soprattutto, finora nessuno ha mai sollevato la questione? Risposta: perché non c’era certa politica.)
        In realtà le discussioni di questo tipo si sono sempre sollevate, ma ora ci sono anche più mezzi per far veicolare più velocemente i messaggi e collegarsi con tutto il mondo. Fanno, diciamo, un po’ da cassa di risonanza. Le consiglio la lettura del Sessismo nella Lingua Italiana di Alma Sabatini (1987). Oppure le “Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo” di Cecilia Robustelli.
        Sa perché 9 donne spariscono alla presenza di UN solo uomo? Come le ho suggerito vada a leggere la questione che si è sollevata in Francia rispetto al recupero della regola di prossimità. Si dice ciao a TUTTI perché “le masculin l’emporte sur le féminin” (il maschile vince sul femminile) perché considerato più puro. Viene chiamato “maschile inclusivo”, viene preso come neutro, eppure come ben sappiamo il neutro nella lingua italiana non c’è e non è possibile farlo. Quindi? Non pare un po’ ipocrita chiamarlo “inclusivo” quando esclude ben nove donne per considerare un maschio solo? Le donne continuano a sparire nei discorsi e siamo da sempre abituate a farlo. Non prendiamoci in giro, non si tratta di “maschile inclusivo”, bensì viene preso il maschile come base, come fondamenta da cui partire. Prima c’è il maschio, POI la femmina. Anche in biologia, prima si studia l’uomo, poi la donna. La lingua non è altro che lo specchio della società.

        (Nessuna donna si è mai sentita di non esistere per il maschile plurale che “include” maschile e femminile.)
        Fonti? Perché se stiamo parlando proprio di questo vuol dire che sì, donne che si sono sentite escluse, messe da parte, non considerate, rese invisibili ci sono. Ci sono eccome. Io sono tra queste (e sto scrivendo proprio ora una tesi sul linguaggio, sulla sociologia della rete, con progetti di inclusività), ma non sono l’unica. Ci sono state petizioni, articoli, saggi su questo tema, basta informarsi.

        (Ma diciamo che posso accettare “ciao a tutti e tutte” e simili, ma le soluzioni inclusive che prevedono schifezze linguistiche come asterischi, schwa e neutri vanno ostacolate, combattute, ora e sempre.) No. Non vanno ostacolate e combattute. Ripeto, io non sono d’accordo con l’introduzione dell’asterisco e simili ma non dico che va ostacolato, bensì che si può giungere a soluzioni migliori. Prendiamo in considerazione queste proposte, vediamo i pro e i contro e andiamo avanti per soluzioni migliori. Ostacolare il mutamento della lingua è come mettersi a braccia conserte davanti ad uno tsunami, l’onda di certo non smette di arrivare a riva. Riguardo a questo una buona soluzione è quella a cui arriva Arnaldo Pangia in “Italiano lingua inclusiva: Cosa stiamo dimenticando?”, non definitiva, ma di partenza.

        • Daniele Imperi
          domenica, 2 Maggio 2021 alle 10:11 Rispondi

          Se non vanno giù neanche a lei asterischi, neutri, caratteri che nel nostro alfabeto non esistono, allora qual è il problema?
          In questo articolo contesto soprattutto quello.

          Se qualcuno vuole scrivere “Buongiorno a tutti e tutte”, a me sta bene. Mi semrba eccessivo, ma non lo critico né lo ostacolo.

          Ma il linguaggio inclusivo prevede altro, prevede assurdità. La Unilever ha bandito la parola “normale” dai suoi prodotti, perché discriminante. Siamo alla follia pura.
          Aziende hanno cambiato il logo perché hanno ricevuto critiche dai soliti forsennati e perditempo che frequentano i social.

          Maschile inclusivo: allo stesso modo il femminile inclusivo (sì, esiste anche questo) esclude l’uomo. Ma, ripeto, usate entrambi, nessun problema.

          Fonti: frequento il web fin dagli inizi e non ho mai letto di contestazionni del genere né sono mai nate fra tutte le mie conoscenze femminili. Sono nate in questi ultimi anni.
          Dire che le donne siano invisibili è un’esagerazione cosmica.

          Giulia, lei dice che non è “d’accordo con l’introduzione dell’asterisco e simili”, ma non dico va ostacolata perché bisogna trovare soluzioni migliori. Quindi quelle soluzioni non vanno bene per lei. Dunque vanno ostacolate.

          Stanno rovinando la nostra lingua, non con maschili e femminili, ma non asterischi e schwa e ridocole e cacofoniche desinenze in u.
          Qui non parliamo di evoluzione della lingua italiana, ma della sua ridicolizzazione.

          Ho visto quel video. L’asterisco è tipico della comunicazione dei centri sociali, che di cultura non hanno nulla. Lo lascio volentieri a loro.
          Schwa: ha giustamente detto che non è immediato trovare quel carattere nella tastiera e la pronuncia, poi, aggiungo io, di italiano non ha nulla.
          Neutro: è ridicolo e lo dice anche lui (usando buffo).
          Generi: qui non sono d’accordo. I generi delle parole, maschile e femminile, non hanno connotazioni sessuali.

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