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La difficoltà di pubblicare narrativa

La difficoltà di pubblicare narrativa
Avere un romanzo pronto rappresenta un bel traguardo. Mesi, nel mio caso anni, di scritture e ripensamenti, di revisioni e correzioni. Ma un romanzo scritto e finito non è un libro, non è ancora nulla, perché è soltanto un manoscritto.

E un manoscritto non si può vendere.

L’autore deve cercare adesso una casa editrice. Deve selezionarne alcune e scegliere quella che ritiene più opportuna, “ideale”, per il suo romanzo. Io parlo di case editrici, perché non ho intenzione, come ho già scritto tempo fa, di autopubblicarmi. Ma alla fine il mezzo cambia poco, l’autore che si autopubblica dovrà comunque cercarsi un editor e un grafico.

Spedire un manoscritto a una casa editrice, lo sappiamo tutti, non ci garantisce la pubblicazione. Nel 2012 ho spedito un mio primo manoscritto sul blogging a un paio di editori, ma non hanno mai risposto. E quel manoscritto è rimasto a “prendere polvere” nel mio hard disk. 350.000 parole che forse mai utilizzerò.

Pubblicare narrativa è ben più arduo rispetto alla saggistica. Il problema maggiore, credo, è riuscire a piazzare il primo romanzo, ma non è detto che poi la strada sia più facile. Se cambi genere letterario, secondo me, devi ricominciare tutto da capo, anche perché potresti essere costretto a cambiare editore e non sono sicuro che i romanzi precedenti facciano curriculum.

Il nuovo autore, l’autore che si presenta a una casa editrice, va incontro a una serie di problemi, uno più difficile dell’altro da risolvere.

L’etichetta di “nuovo autore”

Un nuovo autore rappresenta un rischio per un editore. E se il neoautore decide di autopubblicarsi, rappresenta comunque un rischio per il lettore.

Se l’editore deve scegliere fra un autore già pubblicato (quindi già con un suo pubblico di riferimento) e un nuovo autore, cosa farà? Punterà sul sicuro: sull’autore che ha già pubblicato.

Quella di “nuovo autore” è un’etichetta difficile da togliersi di dosso. Le reclute non piacciono a nessuno. Quando esce il primo romanzo di Pinco Pallino, la domanda esce spontanea: “E questo chi è?”. Non mi è difficile immaginare un editore porsi quella stessa domanda al ricevimento di un (ennesimo) manoscritto.

Un mondo ultracompetitivo

Vi siete mai chiesti quali siano tutti i concorrenti di un nuovo autore? Con chi deve vedersela, se vuole pubblicare il suo primo romanzo?

Mi vengono in mente questi:

  • Autori famosi in generale, italiani e stranieri
  • Autori famosi che pubblicano il suo stesso genere letterario
  • Autori non famosi, ma comunque presenti nel mercato editoriale, che pubblicano il suo stesso genere letterario
  • L’infinita masnada di altri nuovi autori che bombardano ogni giorno le case editrici
  • Gli autori che si autopubblicano

Là fuori c’è un mercato ultracompetitivo, un oceano di autori e aspiranti tali che sommerge il povero neoautore.

Un salvagente sarebbe d’aiuto, ma non esiste. L’autore può solo cercare di nuotare senza affogare.

Le tendenze del momento

Le mode nella letteratura sono una piaga. Quando ho parlato (male) della moderna letteratura per ragazzi, ho accennato alle trame pressoché uguali di alcuni romanzi di fantascienza distopica. È passato un anno da quell’articolo e non credo che la situazione sia cambiata.

Questa tendenza, credo, si riscontra anche in altri generi narrativi, fantasy specialmente. Ma ho visto mode e tendenze anche nel romanzo storico: avventure di condottieri dell’Antica Roma o perfino investigatori di quell’epoca.

Sono stato di recente in una libreria e nel reparto dedicato alla letteratura per ragazzi m’è sembrato di vedere lo stesso romanzo servito con diverse copertine.

Come combattere contro le tendenze narrative? Scrivere oggi un romanzo di genere fuori dal coro ci pone in un gradino basso e traballante. Il nostro romanzo sembra gridare all’editore “Io non venderò neanche una copia, buttami via”.

Pubblicare è soggettivo

Mandate lo stesso manoscritto a 10 case editrici e ottenete 8 rifiuti e 2 proposte di pubblicazione.

Che cosa significa?

Che 2 editori su 10 hanno trovato interessante il vostro manoscritto, anche se andava bene per il catalogo e le collane di tutti e 10.

Pubblicare è soggettivo. Tutto qui.

Potete inviare lo stesso manoscritto a 80 editori, manoscritto adatto al loro catalogo, e ricevere 80 rifiuti. Magari anche 81, perché uno, distratto, ve lo rifiuta due volte.

Contro i gusti dell’editore non possiamo combattere. De gustibus non disputandum.

Il vero significato dell’invio di un manoscritto a una casa editrice è questo: chiedere alla casa editrice di spendere soldi per stampare e distribuire centinaia di copie del romanzo di un perfetto sconosciuto, più tutto ciò che dovrà spendere in marketing e pubblicità.

Pubblicare, per la casa editrice, diventa più che soggettivo.

Conclusione?

Quest’articolo, come tanti altri, non vuole dare alcuna risposta, perché forse non ce ne sono. Ma se vi ha lasciato con parecchi interrogativi e dubbi su cui riflettere, allora ha svolto bene il suo compito.

Buona riflessione :)

40 Commenti

  1. Roberto
    21 giugno 2018 alle 07:36 Rispondi

    E dopo questa bella e corposa iniezione di pessimismo, iniziamo la giornata 😂

    • Daniele Imperi
      21 giugno 2018 alle 11:41 Rispondi

      Be’, io sono pessimista di natura, ma chiamo il mio pessimismo “realismo” :D

  2. Nuccio
    21 giugno 2018 alle 08:29 Rispondi

    In un periodo temporale così confuso, in cui tutti abbiamo l’impressione di capire più degli altri, nascondendo le nostre insicurezze dietro una pretestuosa prosopopea, è difficile distinguere le peculiari capacità degli individui che “capitano” tra i “piedi “. Questa è la difficoltà del serio editore. Si va allora alla ricerca di chi si ritiene possa sorprendere il lettore. A volte fa presa altre per nulla. È un gioco alla roulette. E sig rischia grosso. L’editore è un pirata che su una nave leggera si destreggia tra i marosi, cercando la nave spagnola da depredare. Ecco perchè si rivolgono solo verso i carichi sicuri: coloro che hanno già un seguito sicuro di pubblico.
    Non mi sento di condannarli in una vasca di prscecani.

    • Daniele Imperi
      21 giugno 2018 alle 11:42 Rispondi

      Neanche io mi sento di condannarli: in fondo sono i soldi loro che devono spendere e è ovvio che cerchino un ritorno sull’investimento.

  3. Bonaventura Di Bello
    21 giugno 2018 alle 08:40 Rispondi

    Proprio l’altro ieri io e la mia compagna eravamo a una bella conferenza/incontro nell’ambito di “Salerno Letteratura”, dove un autore già abbastanza affermato introduceva il concetto di ‘genesi di un romanzo’ e poi presentava/intervistava un giovane autore emergente lecchese, Mattia Conti, in relazione al suo primo romanzo “Di sangue e di ghiaccio” (https://amzn.to/2MHHM45).
    Uno degli aspetti che è venuto fuori dall’incontro è che Mattia ha esordito prima con dei racconti, inviati a più riprese per il “Premio Campiello Giovani” e riuscendo a spuntarla solo al terzo tentativo (nel 2011).
    Non so quanto abbia influito positivamente questa ‘vittoria’ (e la successiva al “Premio Prada” nel 2013) sulla decisione dell’editore (Solferino per quanto nuova è comunque de gruppo RCS, mica pizza e fichi), ma è significativo che Mattia abbia potuto vedere pubblicato un suo romanzo, che gli ha preso comunque due anni circa fra ricerche e scrittura, solo quest’anno.
    Alla luce di tutto ciò, direi che una delle armi da tenere sempre affilate, quando si è un autore di narrativa, è la tenacia.

    • Daniele Imperi
      21 giugno 2018 alle 11:47 Rispondi

      Non dev’essere un concorso facile, quindi spuntarla al terzo tentativo la vedo buona.
      E non sono sicuro che la pubblicazione del suo romanzo sia stata influenzata dal suo CV.
      Sulla tenacia concordo.

  4. Pierangelo Ottusi
    21 giugno 2018 alle 08:40 Rispondi

    i miei racconti non li invio ormai da molto a case editrici.
    sono stato dissanguato ed abbandonato dopo pochi mesi da un editore di cui non mi sembra giusto fare nome.
    mi sono munito di una buona stampante e di una copisteria che me li lega in modo molto artigianale.
    li faccio girare tra amici e conoscenti.
    tanto mi basta.
    poi, lo si sa, quando si scrive e si pubblica per la prima volta, si attendono scrosci di applausi dal cielo.
    che non arrivano.
    meglio scrivere per se stessi.
    e guardare questo lavoro non leggero, come un piacere.
    pierangelo ottusi

    • Daniele Imperi
      21 giugno 2018 alle 11:49 Rispondi

      Scrivere per se stessi non è un male, né far girare i propri scritti come fai tu.
      Devi però pensare che puoi esserti arreso troppo presto.

  5. Michele Catozzi
    21 giugno 2018 alle 08:43 Rispondi

    Ciao Daniele, hai fatto una sintesi impeccabile del panorama editoriale italiano, che è in effetti desolante. Ma davvero hai un saggio nel cassetto di 350.000 “parole”? Non sarà per quello che non ti hanno risposto? :) Scherzo, eh…
    In un quadro del genere, è comprensibile che in molti si rivolgano all’autopubblicazione, ma è soltanto chi si cala davvero nella figura di “indie” (termine che preferisco a self-publisher, perché dà conto di una consapevolezza del ruolo) ad avere qualche minima chance di farsi notare nel mare di self.

    • Daniele Imperi
      21 giugno 2018 alle 11:51 Rispondi

      Ciao Michele, benvenuto nel blog. 350.000 parole stanno in un volume di 2-300 pagine, più o meno, non è tanto :)
      Essere autore indipendente richiede un investimento che non tutti si possono permettere.

      • Michele Catozzi
        21 giugno 2018 alle 12:18 Rispondi

        Mi riferivo a parole vs battute… :)
        Poi sì, è vero, fare l’autore “indie” non è per tutti, e non soltanto per una questione economica.

  6. Barbara
    21 giugno 2018 alle 09:09 Rispondi

    L’unica canzone di Morandi che mi ricordo: Uno su mille ce la fa. :D

    • Daniele Imperi
      21 giugno 2018 alle 11:51 Rispondi

      E nell’editoria secondo me si dovrebbe cantare “Uno su un milione ce la fa” :D

  7. Martin Rua
    21 giugno 2018 alle 09:11 Rispondi

    Mi ha colpito l’ultimo commento di Pierangelo Ottusi: meglio scrivere per se stessi.
    Dipende dai punti di vista.
    Si scrive per se stessi un diario, ma se si vuole far conoscere il proprio lavoro, non si può avere questo atteggiamento. È quello di chi, sapendo che è difficile farsi pubblicare, si ammanta di filosofica consapevolezza e dice: “ma sì, ma che m’importa di confrontarmi con simili pescecani. Il mio lavoro è superiore, lo tengo per me”.
    Per carità, può andare bene, ma non per me.
    Io ci ho provato, ho avuto un po’ di fortuna, ma questa va alimentata, se volete scrivere per pubblicare e non solo per dar sfogo alla vostra creatività.
    In base alla mia esperienza, vi dico che oltre a tentare di sfondare porte sbarrate di case editrici, si può provare approcciando agenzie letterarie (serie, possibilmente). Se il vostro libro vale, faranno di tutto per farvi avere un contratto degno di questo nome.
    Il problema semmai è un altro: spesso non ci rendiamo conto che il nostro lavoro non vale un granché e pensiamo che, piuttosto che basarsi su questo, le case editrici operino nei nostri confronti la più grande ingiustizia del mondo.
    A volte è così, ma non così spesso come possiate pensare.
    Le case editrici vogliono pubblicare, ma vista la competizione di cui parla Daniele, devono fare una feroce selezione.
    Un’altra cosa che vi suggerisco caldamente è di evitare nella maniera più assoluta le case editrici a pagamento. Anzi, ripetete con me questo mantra: “le case editrici a pagamento non sono case editrici”. Sono stamperie. E come stamperie, una volta avuti i vostri 1.500 euro, non hanno alcun interesse a complicarsi la vita con distribuzione e deposito di copie.
    Meglio rivolgersi ad Amazon con il suo servizio di “print on demand” a quel punto.
    Oppure, se proprio volete avere tra le mani il vostro libro, fate come Pierangelo e stampatelo per conto vostro.
    Risparmierete.
    Un abbraccio,
    M

    • Daniele Imperi
      21 giugno 2018 alle 11:56 Rispondi

      Non è detto che chi s’arrende pensi di aver fatto un lavoro superiore, però.
      Pare che le agenzie letterarie oggi chiedano contributi, e allora ti chiedi se poi ne valga la pena. Perché puoi spendere centinaia di euro e poi non arrivare alla pubblicazione.
      Sono convinto che molti non sappiano fare autocritica e sparino a zero sugli editori perché sicuri che la loro robaccia sia da Premio Nobel e non venga capita.
      Le case editrici a pagamento non le considero case editrici.

  8. Gierre13
    21 giugno 2018 alle 09:38 Rispondi

    Un libro diventa libro non solo quando qualcuno lo scrive, ma se c’è qualcuno che lo legge. Quella che viene definita ansia da pubblicazione è quindi, a mio parere, una cosa del tutto normale. Se scrivi devi anche pubblicare, è un dato di fatto. La concorrenza è si agguerrita ma bisogna entrare un attimo nei meccanismi editoriali. L’ultimo anello della filiera sono le librerie (tralascio del tutto il digitale, che è un altro discorso). Le librerie prendono gli editori “noti”, non dico i più grandi, ma quelli che sono introdotti. Di conseguenza l’autore nuovo se pubblicato da un editore introdotto ormai da anni nel settore, in libreria ci arriva comunque. Nonostante la concorrenza. Qui il discorso si fa più complesso. Su 5000 CE italiane, solo una cinquantina possono fregiarsi del titolo di editori che distribuiscono. Morale ? Per pubblicare bisogna pubblicare con uno di questi 50 marchi editoriali, se si vuole visibilità. Allora il problema è sostanzialmente uno: come si accede a questa elite editoriale ? Non c’è una sola risposta, ma ne esistono molteplici. Chi ci è riuscito, non dirà mai come ha fatto. Dirà piuttosto che ha inviato il suo manoscritto, è stato contattato, ha pubblicato (se poi venderà per davvero questo è ancora un altro discorso). Non è impossibile, ma di sicuro molto difficile. L’editoria funziona per cooptazione. Qualcuno deve tirarti dentro, aprirti le porte e traghettarti nel fossato dei leoni. Difficile, complicato, ma non impossibile. E poi, oltre al valore della propria opera, c’è un elemento imprescindibile: la fortuna. Occorre tanta, ma tanta fortuna.

    • Daniele Imperi
      21 giugno 2018 alle 11:59 Rispondi

      Ciao e benvenuto nel blog.
      Anche per me bisogna riuscire a pubblicare con un editore medio-grande, se si vogliono avere riscontri.
      Alla fortuna non credo, perché non esiste. Chiamiamo fortuna il caso, le coincidenze, gli eventi positivi.
      Ma non sono sicuro che ci debba essere qualcuno che ci tiri dentro alle grandi case editrici.

  9. Andrea Venturo
    21 giugno 2018 alle 10:25 Rispondi

    Ho risolto con l’autopubblicazione e la conclusione che “non sto pubblicando, ma sto investendo per migliorare me stesso”. Quindi ogni libro è una spesa, più o meno ingente, ma neanche troppo in termini di tempo (2 ore al giorno tutti i giorni dalle 4 alle 6, punto) e di denaro quando si tratta di produrre cover e far editare il testo.

    Per imparare a scrivere si spende, quindi: meglio con un “personal editor” che ti segue passo passo e si arriva al risultato che frequentando costosi o costosissimi corsi di scrittura.
    La Scuola Holden, per dire, si piglia circa 10000 euro l’anno.

    Io ne spendo, se va proprio male, 500 l’anno, ma anche meno.

    Qualcuno dei libri che ho pubblicato… va be’, uno, è finito su Amazon Prime Reading e qualcosa sta combinando.

    Alla fine della fiera…
    https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2FEtsiqaar%2Fposts%2F618846408452323%3A0
    (segui il link)

    Una cosa che sto facendo, visto che comincio a capirci qualcosa se non proprio di scrittura almeno di trame e personaggi, oltre che di ambientazioni, è mettermi a recensire… insomma a fare il critico (gh gh gh).

    Ti dico che mi sto togliendo qualche piccola soddisfazione.
    Collaboro con “Les Fleurs du Mal” https://lesfleursdumal2016.wordpress.com/ e ogni tanto compare una mia rece.
    Vietato stroncare, se un testo fa proprio schifo (e ne arrivano di testi così) invece della stroncatura: “Buongiorno, mi è stato assegnato il suo testo da recensire, ma poiché la recensione sarebbe troppo negativa preferiamo non recensirlo. È stato commentato però, desidera avere il testo con le annotazioni? Potrebbe contenere parole che potrebbe ritenere violente.”
    Non ti nego che in un caso ho annotato anche le madonne. E sai una cosa? La tipa cui ho commentato mi ha ringraziato, perché tra un moccolo e una madonna ha avuto una analisi del testo completa e approfondita con tutti i punti di forza e le immani cazz… pardon, gli strafalcioni storico-lessical-drammaturgici.

    Quindi: non più emergente me ne resto sotto, vedo i piedini dei tanti che sgambettano per un posto al sole e ogni tanto tiro un morso, pure due.

    Mai mollare :-)

    • Daniele Imperi
      21 giugno 2018 alle 12:01 Rispondi

      Non spenderei mai 10.000 euro l’anno per un corso di scrittura, perché non ce li ho da spendere e perché non ho mai creduto ai corsi di scrittura :)

      • Andrea Venturo
        21 giugno 2018 alle 14:09 Rispondi

        Le lezioni della Holden le trovi su YouTube, dacci un’occhiata perché meritano.
        La qualità degli insegnanti mi pare buona e frequentare quell’ambiente procura contatti che un blog offre con difficoltà, mentre facebook… bah. Che poi non è tanto il costo in denaro, ma il tempo che richiede e i costi correlati al restare a Torino per mesi. Gn’a a posso fa’

        • Daniele Imperi
          21 giugno 2018 alle 14:13 Rispondi

          Ma scherzi? Per avere contatti nell’ambiente devo spendere 10.000 euro per un corso e altrettanti per mantenermi a Torino per mesi? :D
          Ma allora tanto vale autopubblicarmi, spendo di meno.

          • Andrea Venturo
            21 giugno 2018 alle 14:41 Rispondi

            Sfondi un portone spalancato.
            Un’occhiata al canale yt della scuola daglielo, quello è gratis e ogni tanto i docenti rispondono anche ai commenti degli esterni.

  10. Nuccio
    21 giugno 2018 alle 10:43 Rispondi

    Leggendo quanto è stato iscritto finora, concordo con l’ego smisurato di ciascuno di noi che scrive, altrimenti ci limiteremmo a leggere; concordo con l’esistenza degli squali affamati o pirati che affollano i nostri mari per cui diventa necessario acuire il proprio senso ceitico; concordo sulla esigua schiera di editori seri e l’utilità di essere protetti da un anfitrione o da un proprio clan; ma aggiungo che il mercato italiano con la nostra lingua sempre meno conosciuta nel mondo non è l’ideale come l’inglese. Carver non sarebbe diventato Carver se avesse scritto in italiano. Così altri scrittori provenienti da Paesi alla “fine del mondo se non avessero usato la lingua inglese. Preparatevi, scelte in mandarino! 1000.000.000 di lettori vi attendono. 😂😁😢

    • Daniele Imperi
      21 giugno 2018 alle 12:03 Rispondi

      Per scrivere narrativa in inglese devi essere madrelingua, altrimenti scriverai malissimo. Puoi farti tradurre il manoscritto da un madrelingua, ma spenderei un botto di soldi.

  11. Gianfranco Frosi
    21 giugno 2018 alle 15:53 Rispondi

    Ho scritto un libro (l’unico): “Un mondo ideale” Parla di un mondo in cui non esiste il denaro e le sue conseguenze. Data la forte spinta egoista che sta investendo il nostro pianeta, sentivo che questo libro era quello che ci voleva per poter fare un respiro profondo. L’ho corretto con l’aiuto di amici professori che lo hanno letto puramente dal punto di vista grammaticale e sintattico e alla fine l’ho rivisto seguendo i consigli di un’amica che fa la correttrice di bozze per un editore. Ho stampato in proprio una ventina di copie e l’ho regalato ad amici e parenti, con un poco di orgoglio e tante speranze. Dopo sei mesi non ho ricevuto una telefonata o una mail che mi dicesse: “Bello, il tuo libro mi è piaciuto”. A me il libro piace moltissimo, ma evidentemente non merita l’attenzione di un editore e tanto meno quella dei lettori.

    • Daniele Imperi
      21 giugno 2018 alle 16:25 Rispondi

      Ciao Gianfranco, benvenuto nel blog. Sai che penso? Che far leggere il proprio libro ad amici e parenti sia sbagliato. Non so perché, ma credo che ci sia una diffidenza innata, o che ci siano aspettative non soddisfatte, poi.
      Se credi nel tuo libro, spediscilo a un editore.

  12. Lisa Agosti
    23 giugno 2018 alle 06:20 Rispondi

    Hai ragione Daniele, come sempre. Non basta di certo scrivere bene o sapersi fare una buona auto-promozione per farsi notare nel marasma generale.

    • Daniele Imperi
      25 giugno 2018 alle 07:08 Rispondi

      Oggi farsi notare è diventato più difficile e bisogna mettere insieme più strategie per avere un minimo di visibilità.

  13. Fulvio
    23 giugno 2018 alle 21:19 Rispondi

    Io sono riuscito a pubblicare un paio di racconti, sino ad oggi, uno dei quali nell’ambito di un concorso letterario. Mi é servito quale conferma di essere al minimo livello necessario per provarci. Ciò detto, continuo ad essere molto critico verso quello che scrivo. E credo che un buon libro, prima o dopo, verrà pubblicato da una casa editrice piccola a piacere. Spero mi capiti e continuo a provarci, con fatica. Da ultimo una nota: i soldi aiutano anche in questo campo. Un editor personale, per esempio, può fare la differenza.

    • Daniele Imperi
      25 giugno 2018 alle 07:10 Rispondi

      Le piccole case editrici, però, non ti assicurano una buona visibilità.
      L’editor personale per cosa? Per autopubblicarsi va bene, altrimenti?

  14. Gianpaolo Tulli
    27 giugno 2018 alle 03:58 Rispondi

    Come pubblicare ?domanda complessa,
    ormai la letteratura è defunta come le idee dei giovani .È stato scritto di tutto ,
    più che progresso viviamo in un medioevo moderno .Lettura e Scrittura sono mezzi obsoleti ,che cos’è il progresso? Schermi tappezzati di foto,spettacoli e scempio,sorrisi e finzione.La gioventù vive d’ illusioni ,”il successo dei mediocri” le masse si nutrono del nulla dopodiché rimangono i piaceri indiscutibili denaro,beni,potere, .
    Un autore emergente deve sperare nel cambiamento, un autore emergente deve comunicare, leggere,piacere,
    ammaliare,lottare, e deve ripetere cento volte al giorno “volere è potere”.I più grandi scrittori della storia,non inseguivano il successo, cercavano di comunicare con loro se stessi e con il mondo esteriore.

    • Daniele Imperi
      27 giugno 2018 alle 07:10 Rispondi

      Ciao Gianpaolo, benvenuto nel blog. Un autore emergente, più che sperare nel cambiamento, dovrebbe essere quel cambiamento.

      • Gianpaolo Tulli
        27 giugno 2018 alle 21:13 Rispondi

        Ho commesso errori di punteggiatura 😂 .Cambiamenti , successo ,e tenacia devono essere un miscuglio eterogeneo .

  15. Morena
    28 giugno 2018 alle 16:35 Rispondi

    Nel mio blog (sguardodidonna.blogspot.it) ho postato un articolo proprio sulla pubblicazione, almeno secondo la mia esperienza. Ho letto tutti i commenti all’articolo, alcune idee interessanti, molto pessimismo che da un certo punto di vista condivido. Però credo ci si possa fare anche un’altra domanda: perché scrivo e Pierangelo Ottusi ha dato una risposta. Non sto dicendo che non mi interessa guadagnare, ma mi gratifica anche pubblicare con una casa editrice che ti segue, forse non ti porta in ogni libreria, ma parla con te, ascolta le tue idee, insomma instaura un rapporto professionale serio, basato sulla stima. Se guardo indietro a quando sono partita, con la fortuna di una pubblicazione garantita da un progetto che mi ha aperto le porte per i successivi lavori, vedo ciò che ho imparato, gli errori commessi, le gratificazioni. Tutto questo, secondo me, fa parte del mestiere di scrittore. Ciò che più lamento, invece, è la solitudine, la mancanza di un confronto ed è anche per questo che ho aperto il blog, con la speranza di fare rete fra colleghi. Utopia? Forse.

    • Daniele Imperi
      2 luglio 2018 alle 07:17 Rispondi

      Una casa editrice che ti segue è una buona cosa, il difficile è trovarla. Ma quello è il passo successivo alla pubblicazione.

      • Morena
        4 luglio 2018 alle 09:35 Rispondi

        Non credo che una casa editrice che ti segue sia il passo successivo alla pubblicazione (o forse ho inteso male io la risposta). La casa editrice valida supporta, coinvolge e si confronta con l’autore da subito, a cominciare dal contratto, dalla creazione della copertina, dalle modifiche da fare al testo e tutto questo è anteriore alla pubblicazione. Almeno secondo la mia esperienza.

        • Daniele Imperi
          4 luglio 2018 alle 10:10 Rispondi

          Intendevo che la collaborazione inizia quando ti approva il manoscritto e decide quindi di pubblicarlo.

          • Morena
            4 luglio 2018 alle 10:39 Rispondi

            Ok, allora siamo in accordo.

  16. Grazia Gironella
    1 luglio 2018 alle 11:47 Rispondi

    Tutto verissimo. Spero comunque che esistano anche editori interessati a rischiare su nuovi autori. In effetti l’editore è un imprenditore, perciò ragiona come tale, ma la materia che tratta dovrebbe indurlo a cercare talenti. Che dire? Speriamo che il nostro talento sia tale da renderci interessanti, e che tutti gli altri fattori imponderabili girino a nostro favore.

    • Daniele Imperi
      2 luglio 2018 alle 07:18 Rispondi

      Concordo, e certo che esistono editori interessati ai nuovi autori, ma di solito sono i piccoli editori.

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