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Ogni volta che leggo un romanzo, sia di un autore che conosco sia di uno che leggo per la prima volta, mi colpisce subito l’ambientazione della storia. Immancabilmente il romanzo è ambientato nel paese dell’autore. Salgari e Verne sono eccezioni.
Mentre scrivo questo articolo sto finendo Il filo del rasoio di William Somerset Maugham (1874-1965), scrittore britannico nato a Parigi. L’azione si svolge infatti in gran parte in quella città. Prima ho letto Cuori in Atlantide di Stephen King, ambientato negli USA. Prima ancora Smoke Bellew di Jack London, ambientato nel Klondike, dove London ha vissuto e lavorato come cercatore d’oro. Ma Salgari e Verne sono eccezioni.
Non riesco a scrivere storie ambientate in Italia – anche se raramente l’ho fatto. Voglio sempre andare lontano. Uno degli ultimi racconti pubblicati nel blog, “La pietra venuta dal cielo”, è ambientato nell’Italia degli anni ’80, lontano nel tempo, ma pur sempre lontano. E Salgari e Verne sono sempre eccezioni.
Le ambientazioni abusate nei romanzi
Vuoi sapere cosa è noioso? Quando ogni romanzo che leggi è ambientato a New York o a Londra.
Un utente su Writing Forum
La questione che si poneva un tizio su quel forum era la stessa che mi pongo io da sempre: “Ambientazione familiare o sconosciuta?”. Il tizio proviene da Melbourne, in Australia, e non voleva ambientare il suo romanzo nella sua terra.
Il motivo era la ricchezza storico-culturale di altre città (come appunto New York e Londra) rispetto alla sua Melbourne. Quanto interesse potrebbero destare, a livello internazionale, storie ambientate in località pressoché sconosciute?, si chiedeva.
Credo di aver letto finora un solo romanzo ambientato in Australia, L’ultima spiaggia di Nevil Shute (1899-1960), tra l’altro un romanzo apocalittico. Ho visto pochi film ambientati in quel continente e in genere mi sono piaciuti. Per me è stata importante la storia, non tanto la sua ambientazione geografica.
Che cosa dire dell’interesse internazionale che potrebbe nascere da un nostro romanzo? Io dico che, se ci dice bene, è tanto se riusciamo a pubblicarlo. Da qui a ottenere una traduzione in inglese passa parecchio. Per chi si autopubblica il discorso internazionale diventa proibitivo, perché far tradurre un romanzo costa molto.
Quanto influisce la ricchezza storico-culturale di un luogo sui lettori?
Prendete il genere western. Basta un ranch che confina con un altro, in una sperduta vallata di 2-300 abitanti, per creare una storia. Il discorso, ovviamente, varia al variare del genere letterario.
Alcuni sottogeneri della Fantascienza richiedono luoghi con un elevato sviluppo tecnologico e quindi anche culturale. Alcuni polizieschi anche, se si vogliono trattare temi che sono propri delle grandi città.
L’ambientazione, quindi, influisce sulla storia, e spesso ne è l’elemento dominante. Ambientazione e storia sono indissolubilmente legate, a meno di non raccontare storie che potrebbero funzionare in qualsiasi parte del mondo e in qualsiasi epoca storica.
Prendete La strada di Cormac McCarthy, per esempio, romanzo post-apocalittico: sarebbe cambiato qualcosa se fosse stata ambientata, anziché negli USA, in Italia, in Spagna, in Australia, in Norvegia, in Islanda, in Irlanda, in India, in Cina o in Giappone? No, assolutamente.
Il pensiero di Maugham sulle ambientazioni e i personaggi “forestieri”
Il brano che segue è tratto dal romanzo Il filo del rasoio di Maugham.
Conoscere gli uomini è molto difficile ed io credo che si possono conoscere bene solo i propri connazionali. Gli uomini e le donne, infatti, non sono soltanto se stessi ma anche la regione in cui sono nati, l’appartamento in città o la casa di campagna dove impararono a camminare, i giochi che fecero da bambini, le vecchie favole che ascoltarono, i cibi che mangiarono, le scuole che frequentarono, gli sport che praticarono, i poeti che lessero e il Dio nel quale credettero. Sono diventati quello che sono per effetto di tutte queste cose e queste cose non si possono capire per averne udito parlare: bisogna averle vissute. Le conosce solo chi le ha in sé. E siccome i forestieri si possono conoscere solo osservandoli, è difficile farli vivere con verosimiglianza nelle pagine di un libro.
Che ne pensate?
Per certi versi ha ragione, eccome. Quando ripenso agli anni ’70 e ’80, che ho vissuto appieno, mi prende la nostalgia di quell’Italia e anche la voglia di scrivere storie ambientate nell’Italia di quelle epoche. E, chissà?, forse un giorno lo farò. Qualche mezza idea ha iniziato da tempo a mettere radici nella mia testa.
In alcuni casi, secondo me, una buona documentazione unita a una serie di risorse sono una solida base di partenza per scrivere storie ambientate in località mai conosciute. Uno scrittore non può restare prigioniero nel suo paese.
Il legame fra l’ambientazione e l’argomento della storia
La storia viene prima di tutto. A meno che non si voglia raccontare la vita romanzata di un personaggio famoso, è sulla storia che dobbiamo concentrarci. Sulla storia e anche sul genere narrativo.
Riprendendo l’elenco dei romanzi che vorrei scrivere, ho una dimostrazione del fatto che per me l’ambientazione è stata una conseguenza della storia che vorrei raccontare o del genere letterario cui appartiene:
- PU (fantascienza): è un romanzo multigenere, ha quindi varie ambientazioni, che ho scelto in funzione delle 6 storie.
- R (fantascienza): ambientazione europea; la storia è un tributo a un autore, l’ho ambientata nella nazione di quello scrittore.
- K (fantasy): ambientazione desertica, perché lo richiede la storia.
- IC (fantasy): ambientazione italiana, perché lo richiede la storia.
- IVDA (fantascienza): ambientazione nordica, perché lo richiede il genere narrativo.
- DBR (poliziesco umoristico): ambientazione americana, con personaggi italiani e italo-americani, perché lo richiede il genere narrativo.
Perché c’entra sempre così tanto il genere letterario?
Se volessimo scrivere una storia western, dove mai potremmo ambientarla? È un genere abbastanza limitato, perché confinato nell’Ovest degli Stati Uniti e in un periodo storico compreso fra il 1850 e la fine del secolo.
Un poliziesco italiano sugli anni di piombo è confinato in Italia, appunto, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80.
E una storia di gangster? Negli anni ’20 e ’30 degli Stati Uniti, specialmente a Chicago e New York.
Ambientazioni familiari o sconosciute?
Ricapitolando, abbiamo potuto constatare queste 3 situazioni:
- L’ambientazione come elemento dominante della storia, in alcuni casi
- L’ambientazione legata al tema della storia, anche
- L’ambientazione totalmente scollegata al contesto della storia, come nel romanzo di McCarthy
Tutto questo a cosa ci porta?
A dare sempre importanza alla storia. Deciderne l’ambientazione soltanto dopo aver ideato la nostra storia.
È possibile decidere l’ambientazione a priori? Come scegliete le ambientazioni delle vostre storie?
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Marco
Io ambiento tutto a Savona, sempre (o quasi). Per me è più semplice, comodo e veloce. E quando arriva la storia, so già dove ambietarla.
Lo scrittore George Mackay Brown ambientava tutto nelle isole Orcadi. So che William Heinesen, delle isole Far Oer, ambientava lì le sue storie. Dostoevskij a San Pietroburgo. Eccetera eccetera.
Non credo che riuscirei ad ambientare altrove le mie storie. Ma forse sono un tipo provinciale
Daniele Imperi
La maggior parte degli scrittori ambienta nei suoi luoghi, quindi sei un tipo normale. Sono io a essere fuori dal coro, ma proprio non riesco ad ambientare le storie a Roma e nella mia epoca.
Le ambienterei a Roma fino al massimo agli anni ’90.
Bonaventura Di Bello
Beh, dai, Daniele, non è detto che una storia western o fantasy non si possa ambientare in una lontana galassia, sappiamo bene che è stato già fatto, e con successo. Il discorso del genere legato all’epoca e al luogo è stato “aggirato” più volte in narrativa, insomma, anche se in fondo (e in genere, scusa il gioco di parole) segue i canoni di cui parli nell’articolo. E del resto è accaduto anche il contrario, ovvero che argomenti “antichi” e legate a luoghi specifici siano state proiettate in epoche e loghi della nostra epoca, basti pensare ad American Gods. La regola della scrittura, in fondo, è… che non ci sono regole.
Daniele Imperi
Ricordo qualcosa a proposito di cowboy nello spazio, ma sinceramente non riuscirei a leggere queste storie.
Bonaventura Di Bello
Forse funzionano meglio nelle sceneggiature dei film, in effetti, come Space Cowboys o Star Wars, per intenderci. Negli usa c’era addirittura una saga di romanzi dove un cowboy cavalcava un unicorno, se non sbaglio. Sono “contaminazioni” narrative, come direbbe qualcuno, o se vogliamo eccezioni che confermano la “regola”.
Daniele Imperi
Non so, i cowboy nello spazio non mi attirano neanche nei film.
Guerre stellari è fantascienza con qualche ingrediente fantasy, quindi ci vedo meno contaminazione del western nella fantascienza.
Bonaventura Di Bello
Capisco, infatti è questione di gusti, sia come autore sia come lettore, nel senso che probabilmente visto che non ti attirano sarà veramente difficile che tu ne scriva. Come sappiamo, però, i gusti sono diversi, e se esiste una narrativa “a generi incrociati” (https://en.wikipedia.org/wiki/Cross-genre) un motivo ci sarà, dopotutto. Neanche a me fanno impazzire queste “contaminazioni”, ma era per introdurre il discorso a proposito dei luoghi in relazione ai generi, tutto qui.
Ferruccio Gianola
Io non riesco a scrivere storie che non siano ambientate in luoghi che conosco o che penso di conoscere perché ci sono stato, poi magari mischio i luoghi ma devono narrare emozioni che ho vissuto lì. Non potrei ambientare un romanzo a New York se non ci sono mai stato. Non so che odore ha NY. Penserei di ingannare il lettore.
Daniele Imperi
In quel senso ti do ragione. A me, sinceramente, nessun luogo urbano ha mai lasciato delle emozioni, quindi da questo punto di vista un posto vale l’altro.
STEFANO TARTAGLINO
Dunque non sono l’unico ad aver stilato una lista delle storie che vorrebbe scrivere. Secondo me l’ambientazione conta molto quando non è ancora stata esplorata: ad esempio consiglio la trilogia di Yeruldelgger, autore Ian Manook, ambientata in Mongolia, Paese di cui, ancora oggi, non si sa assolutamente nulla. Sono dei polizieschi, con storie e personaggi che apparirebbero normali e abusati se il contesto fosse appunto NY o Londra, ma qui il contesto geografico e culturale rende il tutto completamente nuovo. Personalmente, data la mia formazione universitaria, prediligo scrivere storie ambientate in epoche lontane e in altri periodi storici, in particolare l’Antichità Classica. Il mio mondo narrativo di riferimento è la Storia con la S maiuscola, ma anche il Fantasy (se mi fossi svegliato prima avrei forse potuto scrivere qualcosa di buono, oggi che per colpa di GOT il genere è stato sdoganato ci sarà presto la valanga di pessimi imitatori, ancora peggio che dopo Tolkien).
Daniele Imperi
Ciao Stefano, benvenuto nel blog.
Ho preferito fare una lista sia per fare chiarezza sui romanzi che davvero vorrei scrivere sia per stabilire delle priorità, visto che li ho iniziati tutti e mai portati avanti.
Concordo sull’ambientazione, ma c’è ben poco di non esplorato oggi. E la documentazione, in quei casi, è ancora più complessa.
Epoche lontane, altri periodi storici: non ho una formazione universitaria in questo senso, né in altri, ma sono le ambientazioni che preferisco.
Riguardo al Fantasy, basta allontanarsi da Tolkien e Martin.
PS: bella la felpa che indossi
Rebecca Eriksson
Generalmente i luoghi me li invento, dato scrivo perlopiù fantasy.
Se devo però scrivere qualcosa ambientato nella realtà, lo faccio nei luoghi che conosco. La mia è pigrizia, mi risparmio la documentazione per l’ambiente e la cultura degli autoctoni.
A me fa impazzire quando in un film americano ambientato in Italia vedi i protagonisti girare per strada con il bicchiere di caffè in mano.
Se è coerente e documentata, uno scrittore può ambientare ovunque: basta non idealizzare (come in realtà ha parzialmente fatto Salgari).
Daniele Imperi
Col Fantasy non c’è questo problema. La cultura della popolazione, infatti, andrebbe approfondita, altrimenti rischi di scrivere scemenze.
Che intendi per idealizzare?
Rebecca Eriksson
Scusa, scrivo i commenti sempre di fretta. Con idealizzare intendevo l’uso degli stereotipi: in italia tutti circondati da mafiosi, in una riserva indiana tutti shamani, tra i cinesi esperti di arti marziali… E gli ambienti di conseguenza: una casa italiana oltre che una grande cucina ha sempre un’arma ed un gatto; gli indiani d’america che vivono tutti in tende, le case cinesi con dojo di arti marziali…
Su Salgari invece non riesco a ricordare i dettagli perchè l’ho letto nell’adolescenza, ma ricordo di aver studiato che il testo su cui faceva riferimento per l’ambientazione della Malesia era approsimativo ed aveva diversi errori.
Daniele Imperi
Una casa italiana sempre con un’arma non m’è mai capitato. Il resto più o meno sì.
Salgari si documentava con quello che aveva a disposizione e considerando anche il periodo storico e il poco che c’era di pubblicato, penso abbia fatto comunque un gran lavoro.
von Moltke
Intanto bentornato, ho sentito la tua mancanza ad agosto.
Ambiento storie in luoghi vicini o lontani, cercando di andare a finire in posti di cui ho avuto esperienza. Ma, a volte, la storia (come tu giustamente dici) mi impone di cimentarmi con ambientazioni spazio-temporali aliene dalle mie frequentazioni. Là cerco di supplire con una buona documentazione, anche a costo di riscrivere, a posteriori (cioè dopo la prima stesura) interi capitoli. Forse i miei personaggi austriaci, boemi, russi, inglesi e tedeschi porteranno un’impronta troppo italiana, ma che dire? Sono i rischi del mestiere. Non ce la farei a rimanere confinato fra le rive della mia isola (la cui letteratura sarà bella, ma è anche disperatamente monocorde) o anche solo italiana. Mi sentirei prigioniero, mentre scrivo innanzitutto per liberare tante cose che mi porto dentro, e che desiderano prendere vita magari da decenni.
Daniele Imperi
Grazie. Addirittura?
Il problema è proprio quello che citi: si rischia di restare confinati nel proprio piccolo mondo. L’esempio di Salgari, a cui aggiungo Verne, capita a proposito: nessuno dei 2 è rimasto dentro il proprio paese, ma hanno sentito il bisogno di allontanarsene.
Emilia Chiodini
Uno scrittore talentuoso può ambientare la sua storia in qualsiasi luogo, anche in quelli a lui sconosciuti, ciò che conta è l’effetto che ne sortisce. Portando come esempio un’ambientazione ben riuscita, come nel romanzo di Paolo Cognetti, Le otto montagne, leggendolo, ho avuta la sensazione di respirare l’aria pura dei monti, di vedere scorrere l’acqua dei torrenti, ecc., mi sono sentita trasportata in quei luoghi. Pur non amando in modo particolare la montagna mi è venuta persino voglia di andarci a vivere. In questo romanzo l’ambientazione familiare all’autore rende la storia speciale.
Daniele Imperi
Sì, lo penso anch’io: dipende dall’effetto che riesce a dare alle sue storie. Cognetti però abita in quelle montagne, quindi ha scritto di ambienti che conosce bene e ha potuto rappresentarli al meglio.
Grazia Gironella
Non credo mi sia mai capitato di avere l’idea per una storia senza ambientazione annessa. Per me le due cose sono inscindibili. Dopo magari cerco di inquadrare le scene in un luogo o nell’altro in base all’atmosfera che cerco, ma il macroambiente nasce da subito. Quanto al mio rapporto con l’Italia, la questione è spinosa: se è bene che la storia sia ambientata qui (perché Maugham ha ragione, altroché), che Italia sia, ma non si deve notare molto; i personaggi inoltre viaggiano, così posso ambientare scene in luoghi lontani, viste però con gli occhi del viaggiatore. Non lo faccio per una scelta razionale; credo sia il mio modo istintivo di mettere d’accordo la voglia di ambientare altrove con la consapevolezza che scrivere di luoghi lontani rende superficiali.
Daniele Imperi
Anche per me l’idea per la storia e la sua ambientazione sono indivisibili e giungono contemporaneamente. Il tuo metodo è interessante. In fondo si scrive anche per viaggiare, come sosteneva Salgari
Kukuviza
A me piace che l’ambientazione si percepisca in maniera chiara. Una buona storia con ambientazione troppo “sullo sfondo” mi piace meno di quanto potrebbe se l’ambientazione fosse più in rilievo.
Se la storia si ambienta in luoghi reali, preferisco quegli scrittori che hanno vissuto davvero in quei luoghi, perchè è più probabile che ne riescano a rendere vive e veritiere le caratteristiche. Una storia può essere benissimo ambientata a New York, ma è veramente deprimente leggere di protagonisti che passano sopra il ponte di Brooklyn, vanno a bere il caffettone a Times Square e altre amenità tipiche da turista, quando i protagonisti non sono per niente turisti. E poi magari quando arrivano a casa, si magnano pure la carbonara.
Daniele Imperi
Hai ragione. Come minimo, se vuoi ambientare una storia a New York, devi leggere romanzi americani così da farti un’idea dei luoghi turistici e non. E imparare le loro abitudini.
Kukuviza
Hai detto bene, le abitudini sono fondamentali.