3 verità sulla scrittura (e sui libri da pubblicare)

Dalla diretta voce degli autori classici

3 verità sulla scrittura

I classici continuano a essere attuali e a offrirci sia insegnamenti sia spunti di riflessione sull’arte della scrittura e sull’editoria.

Chi ama scrivere, e leggere, è facile che s’imbatta in suggerimenti di scrittura, in consigli su come scrivere meglio, che da tempo considero come soggettivi: hanno funzionato per quegli autori, non è detto che funzioni anche con me.

Ciò che invece apprezzo di più dagli autori sono quelle che chiamo verità. Perché verità? Perché credo che non possano essere viste come semplici opinioni personali, ma abbiano anzi un valore oggettivo.

Delle 3 di cui parlo nell’articolo di oggi ho potuto osservarne la validità, e voglio azzardarmi a dire che siano 3 verità forse sempre valide.

Saper scrivere “libri nuovi”

Molti eccellenti libri vi sono, i quali non si leggono, perché non hanno il pungolo della novità. Chi può farne di nuovi, deve farli, per rendere gloria a Dio, e giovare al prossimo.

Silvio Pellico, Le mie prigioni, capitoli aggiunti

Che cosa significa scrivere libri nuovi? Di sicuro il libro del Pellico, Le mie prigioni, fu un libro nuovo, considerando anche la censura politica applicata a quell’epoca.

Fu un libro di denuncia, anche se scritto con intenti diversi (Pellico ce lo dice nell’introduzione), ma raccontando i suoi patimenti nelle 3 prigioni in cui fu detenuto (carcere di Santa Margherita di Milano, i Piombi di Venezia e lo Spielberg a Brünn), ha messo in circolazione la verità sul carcere duro di quei tempi, sulla facilità degli arresti, sulle condanne pesanti anche per reati minori.

Fu un libro di memorie e un libro di memorie è sempre un libro nuovo, come lo sono tutti i libri autobiografici, perché personale, frutto dell’esperienza vissuta dall’autore.

Si possono ancora scrivere libri nuovi?

Saper scrivere libri nuovi non è certo facile. Ai tempi di Pellico non esistevano così tanti libri come oggi né così tanti autori, quindi poteva essere relativamente semplice. Oggi, con un mercato editoriale che offre migliaia di libri l’anno, scrivere libri che abbiano il “pungolo della novità” diventa un’operazione complicata.

Cosa significa “libri nuovi”?

Di certo non significa scrivere romanzi cavalcando l’onda del momento. Basta che un romanzo abbia successo (per esempio la serie di Harry Potter o i vampiri sui generis di Twilight) ed ecco che vari autori si precipitano a replicare quel successo con romanzi simili.

Scrivere libri nuovi non significa neanche lasciarsi imprigionare dalle saghe del fantastico: forse sarà nuovo il primo libro della saga, ma gli altri sono soltanto delle copie.

Io non ho la ricetta per scriverli, ma mi sto sforzando di lavorare a storie che escano dal coro e lo faccio leggendo tantissimo e informandomi ogni giorno su ciò che offre l’editoria italiana e quella straniera.

Non cambiare genere letterario

Il pubblico è, in generale, prontissimo a far propria la credenza che chi è stato capace di compiacerlo grazie a uno specifico genere di composizione sia proprio da quello stesso talento reso inetto ad avventurarsi su altri soggetti.

Walter Scott, Introduzione a Ivanhoe

State attenti al primo romanzo che pubblicherete, perché sarete identificati come autori di quel genere letterario che avete trattato. È la “maledizione” toccata a Stephen King e, sono sicuro, a tantissimi altri autori come lui.

In fondo, come ho scritto nel mio articolo “Quale storia come primo romanzo?”, è difficile considerare un autore versatile. È difficile, anzi, pensare che scriva storie di altri generi narrativi, come se la nostra prima opera debba identificarci, marchiarci a vita.

Non so se accada quanto sentenziato da Scott – se, cioè, da lettori riteniamo un autore incapace a scrivere buone storie di generi letterari diversi – ma di sicuro noi lettori ci aspettiamo che quell’autore continui a scrivere del primo genere narrativo con cui s’è cimentato.

Cambiare o no genere letterario?

Come dico sempre, un autore deve essere libero di scrivere ciò che vuole. Non ho mai pensato a scrivere dei saggi storici e politici, eppure qualche settimana fa me ne sono venuti in mente ben 3. Li scriverò? Non ne ho idea, ma sono felice di aver avuto quelle idee.

Ho pubblicato l’elenco dei romanzi che vorrei scrivere e appartengono a vari generi. A me piace essere libero, ci metto poco a sentirmi in carcere, obbligato a seguire una strada già tracciata, a soddisfare le aspettative dei lettori.

Scrivere per la gloria

Dunque crepiamo ma scriviamo; giacché non si può fare di meglio. La letteratura che non isfama un letterato, può nutrire una generazione e ingigantirne un’altra.

Ippolito Nievo, “Attualità”, ne «L’Uomo di Pietra», 27 marzo 1858

Nel suo articolo Nievo fa il totale di quanto ha guadagnato con vari scritti, fra versi, una commedia, novelle, opuscoli e 2 romanzi… la bellezza di niente. Avrebbe potuto morire di fame, scrive. Anzi, ci ha preso anche una multa per “presunta diffamazione degli austriaci” in una sua novella – erano tempi risorgimentali.

Io peraltro vi giuro che finché avrò stilla di cervello nel cranio e inchiostro nel calamaio, e luce negli occhi, scriverò, scriverò sempre, per la semplice ragione che ho il sangue caldo nel cuore.

E ha fatto bene a continuare a scrivere, anche se non sapeva ancora che di lì a 3 anni se lo sarebbe portato via per sempre il mare in un naufragio.

Le sue parole, comunque, contengono una grande verità. La letteratura – a quell’epoca come nella nostra – non sempre sfama il letterato, però può nutrire generazioni di lettori.

Conviene scrivere per la gloria?

Convenga o meno, si scrive nella speranza di pubblicare e si pubblica nella speranza di vendere. Con le vendite non ci si camperà – a meno di non fare il botto, e questo accade a un autore su un milione – ma con i lettori si avrà la soddisfazione che ciò che abbiamo scritto è stato letto e magari anche apprezzato.

Se poi avremo anche “nutrito” quei lettori (oltre ad averli semplicemente intrattenuti), se dopo la dipartita avremo perfino ingigantito una generazione, sarà il vero guadagno di ciò che abbiamo creato, perché resterà nella storia. E dalla storia non si può sparire.

Quali sono le vostre verità sulla scrittura?

Vi sentite d’accordo con Pellico, Scott e Nievo? O avete altri autori, classici o meno, da prendere come esempio?

22 Commenti

  1. Marco
    31 ottobre 2019 alle 07:41 Rispondi

    Nievo e Pellico sono due autori che da un pezzo voglio affrontare, ma rimando sempre, senza mai decidermi. So che Pellico ebbe un successo stratosferico, persino in Francia il suo libro vendette tantissimo (e non solo in Francia).
    Direi proprio che hanno ragione entrambi.

    • Daniele Imperi
      31 ottobre 2019 alle 11:50 Rispondi

      Io ho letto diverse opere di Nievo, ma di Pellico solo Le mie prigioni. Sì, quell’opera ebbe un enorme successo.

  2. Marco
    31 ottobre 2019 alle 08:08 Rispondi

    Nulla da dire sulla prima e sulla terza verità, ma la seconda mi lascia sempre stranito. Forse è perché detesto fossilizzarmi, ma credo nel fascino dello scrittore vario. È naturale che scrivere sempre dello stesso genere ti dia a mano a mano più padronanza, però non credo che la gente ti etichetterebbe subito come mediocre a scrivere altro e non comprerebbe i tuoi libri a priori. Forse sì, chissà, ma io farei la fila per leggere un romanzo di King di fantascienza o addirittura fantasy. La curiosità sarebbe troppa. Anche se c’è da dire che lui non ha qualche pubblicazione mono-genere alle spalle, ma tutta la sua carriera (con rarissime eccezioni).

    • Marco
      31 ottobre 2019 alle 11:49 Rispondi

      Chiedo perdono, commentare la mattina presto mi ha fatto dimenticare che esistono opere del Re di quei generi. Che gaffe! Credo che il discorso, in linea generale, valga lo stesso.

      • Daniele Imperi
        31 ottobre 2019 alle 11:53 Rispondi

        La serie della Torre nera viene classificato come fantasy e fantascienza, mi pare. Ha anche qualche romanzo drammatico. Per esempio La bambina che amava Tom Gordon non ha nulla di horror.
        Però la maggior parte delle sue opere sono sull’orrore.

    • Daniele Imperi
      31 ottobre 2019 alle 11:52 Rispondi

      Ciao Marco, benvenuto nel blog. La seconda lascia perplesso anche me, perché anche io odio fissarmi su un genere.

  3. Barbara
    31 ottobre 2019 alle 10:26 Rispondi

    Ecco, quelle che per te sono 3 verità per me sono 3 suggerimenti soggettivi. :D
    Saper scrivere “libri nuovi”: conosco persone che leggono sempre lo stesso genere e più un libro rimane dentro i paletti di quel genere, più l’adorano. Dai romance al fantasy, ci sono parecchi esempi di “libro fotocopia” che vendono bene.
    Non cambiare genere letterario: King ha cambiato genere letterario, anche se ha scritto sotto pseudonimo, idem JK Rowling come Galbraith. Anche Sophie Kinsella (che è già uno pseudonimo), conosciuta per i suoi chick lit ha scritto libri per ragazzine adolescenti. Il più delle volte il cambio di genere è un problema del marketing dell’editore, che non è capace di sfruttarlo a dovere.
    Scrivere per la gloria… io direi per passione. C’è chi lo tramuta facilmente in lavoro (copywriting o saggistica), un po’ complicato per la narrativa, ma non del tutto impossibile. Dipende ancheql quanto si è disposti a scendere a compromessi col mercato. Però c’è da pensarci bene. Ho già fatto l’errore di trasformare una passione in un lavoro, ha perso tutta la magia e il divertimento. Non sono sicura di voler fare lo stesso con la scrittura. ;)

    • Daniele Imperi
      31 ottobre 2019 alle 11:57 Rispondi

      Venderanno anche bene, ma appunto non sono libri nuovi. Non reputo maturità fissarsi a leggere un solo genere.
      Di Rowling come Galbraith ho letto il primo romanzo, ma non è nulla di che. Molto bello invece Il seggio vacante. Ma non dico che cambiando genere non abbiano successo, ma che la percezione dei lettori li fa dubitare.
      Con la narrativa non è impossibile, certo, ma è ultradifficile in Italia. Compromessi? Dipende quali.

  4. emilia
    31 ottobre 2019 alle 19:56 Rispondi

    Ritengo che scrivere sia un moto dell’anima. La capacità di esprimere i propri sentimenti, i ricordi, la vita, il passato e non può essere imbrigliata in un unico genere. L’espressione deve essere libera al di là dello scopo per il quale si scrive.Scrivere è comunicare e la comunicazione travalica i limiti.di uno schema. Un romanzo, un racconto riflettono il modo di essere dell’autore che non può scendere a compromessi con se stesso; tradirebbe la sua passione.

    • Daniele Imperi
      1 novembre 2019 alle 07:58 Rispondi

      Ciao Emilia, benvenuta nel blog. Hai centrato in pieno la questione. Sono d’accordo al 100%: scrivere viene da dentro di noi, quindi non ha importanza il genere che usiamo per scrivere una storia: il genere diventa soltanto un mezzo, quello che più ci fa comodo in quel momento per trasmettere i nostri pensieri.

  5. Grazia Gironella
    1 novembre 2019 alle 13:23 Rispondi

    L’autore deve essere libero di scrivere ciò che vuole, questo è certo. Partendo dalla mia esperienza, però, devo anche dare ragione a Walter Scott: i lettori non si “allargano” facilmente per seguire un autore. Il mio primo romanzo era un mystery, il secondo è uno YA (che non è un genere ma una fascia d’età dei lettori, però si comporta in modo simile). Probabilmente questo è un cambiamento ancora più radicale di quello di genere. Dal punto di vista delle vendite, vuole dire ricominciare da zero. Anche se amo il nuovo romanzo e sono convinta del suo valore, se tornassi indietro ci penserei prima di fare la stessa scelta. Scrivere per essere letta è già una strada in salita, senza farla diventare un’arrampicata dell’Everest! ;)

    • Daniele Imperi
      1 novembre 2019 alle 13:30 Rispondi

      Cambiare fascia di età è un cambiamento radicale, è vero, ma ci sono autori che l’hanno fatto. Per esempio io ho letto romanzi per adulti di Scarlett Thomas, che ha però scritto ultimamente una trilogia per ragazzi. Al contrario, ho letto romanzi per ragazzi di Maile Meloy, che però ha scritto anche romanzi per adulti.
      In questo caso è normale che i lettori restino più dubbiosi. Ma anche fra i classici troviamo casi del genere.

  6. Corrado S. Magro
    1 novembre 2019 alle 19:34 Rispondi

    Da quando qualcuno ha voluto conoscere a ogni costo cosa raccontavo e come lo esprimevo, è iniziata la mia avventura/disavventura, il mio vagabondare nella scrittura. Vagabondare perché sempre alla ricerca del nocciolo che è in me, non mi lego a nessun genere. Scrivo se vedo scorrere le immagini, se vivo le emozioni di quello che scrivo. E come la vita scorre in alvei sempre diversi così è altrettanto vario quello che mi sento di offrire ai lettori, in verità rarissimi, e che fanno lo sforzo di leggermi. Se il genere è la condizione indispensabile per definire chi scrive, rimarrò ignoto. Continuerò a scrivere.

    • Daniele Imperi
      3 novembre 2019 alle 08:33 Rispondi

      Secondo me il genere letterario non può definire un autore. Si chiama scrittura creativa: quindi ogni autore crea come si sente di creare.

  7. Ferruccio Gianola
    1 novembre 2019 alle 20:53 Rispondi

    Io purtroppo non amo molto la letteratura italiana e di conseguenza gli autori italiani (a parte pochi nomi), o forse farei meglio a dire l’editoria italiana in generale e quindi ti viene facile capire cosa penso delle citazioni lette frutto, più che altro del peso storico e politico che hanno avuto i due personaggi italiani (tipico di un nostro malcostume che ancora ci accompagna), mi piace di più quello che dice Scott. Tuttavia penso che un lavoro personale senza troppi influssi esterni dovuti ad altri scrittori, se non per il mero aspetto tecnico, permetta a un autore di creare sempre qualcosa di nuovo.

    • Daniele Imperi
      3 novembre 2019 alle 08:35 Rispondi

      Neanch’io amo molto la letteratura italiana e gli autori italiani, a parte pochi moderni e i classici. Gli influssi esterni, se leggi, arrivano: l’importante è imparare da quegli influssi, non farsi trasportare dall’imitazione.

  8. von Moltke
    1 novembre 2019 alle 22:34 Rispondi

    Bene, diciamo che trovo abbastanza giusti sia Pellico che Nievo: scrivendo mi butto su quel che mi ispira al momento, e quel che mi ispira non segue generi precisi, avendo spaziato dal fantastico-apocalittico al thriller storico, al romanzo storico puro, alla fantascienza. Per ora scrivo proprio “per la gloria”, visto che non trovo un editore manco a dissanguarmi, ma almeno non perdo il gusto e la spinta interiore a creare storie e personaggi. Mi fa un po’ paura, invece, questo principio della “maledizione del primo romanzo pubblicato”: io proprio non mi ci vedo a venir etichettato per sempre come uno scrittore di un solo genere. Sarei pronto a tutto, anche ad usare più pseudonimi, pur di conservare la libertà di scegliere i temi e spaziare.

    • Daniele Imperi
      3 novembre 2019 alle 08:37 Rispondi

      La “maledizione del primo romanzo pubblicato” mi piace :D
      Purtroppo credo che per la maggior parte dei lettori sia così: ti etichettano. Sono invece contrario a usare uno pseudonimo, solo per accontentare editori e lettori immaturi.

  9. Rebecca Eriksson
    3 novembre 2019 alle 18:15 Rispondi

    Una prima riflessione che mi viene è: si vuole scrivere per vivere o per hobby?
    Io personalmente scrivo per me stessa, non mi interessa cosa vuole il pubblico in questo momento, oppure l’attenzione ad essere un autore coerente. La creatività non è fidelizzazione ad un genere.
    E non voglio nemmeno chiudermi in una strategia marketing per avere seguaci.

    • Daniele Imperi
      4 novembre 2019 alle 07:58 Rispondi

      Scrivere narrativa per vivere, come dico sempre, è pressoché impossibile. La coerenza, secondo me, deve aversi nella qualità, nello stupire il lettore, non nell’imprigionarsi in un unico genere letterario.

  10. Patrizia
    6 novembre 2019 alle 17:34 Rispondi

    Ciao Daniele
    leggo sempre con molto piacere le mail che prepari settimanalmente. Sono la più ‘piccola’ in questo nutrito “gregge” che ti segue, non ho esperienza come scrittrice ma mi piace un sacco imparare da te e dai commenti che vengono pubblicati. Quindi ho poco da commentare se non il fatto che io in questo periodo sto leggendo Edgar Allan Poe e che mi piacerebbe vederlo infilato tra Silvio Pellico,Walter Scott e Ippolito Nievo… ciao

    • Daniele Imperi
      6 novembre 2019 alle 17:37 Rispondi

      Ciao Patrizia, cosa stai leggendo di Poe?
      È uno dei miei autori preferiti, tanto che gli ho dedicato un sito.
      Avresti voluto una citazione di Poe nell’articolo?

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