Come scrivere una storia autobiografica

Diventa l’eroe del tuo libro

Come scrivere una storia autobiografica

Un guest post di Marina Innorta sulla scrittura di libri autobiografici: come impostarli, cosa considerare e quali errori evitare nelle autobiografie.

Diari, appunti, lettere… tutti almeno qualche volta nella vita ci siamo cimentati con la scrittura autobiografica, mettendo su carta i nostri pensieri, emozioni, inquietudini.

Probabilmente pensiamo che tutto questo non abbia niente a che vedere con il mestiere dello scrittore e con il pubblicare dei libri. E questo è vero. A chi vuoi che possa interessare un diario personale?

Eppure, ci sono diari tra i classici della letteratura: quello di Anna Frank, per esempio, o quello di Etty Hillesum, per citare i più famosi e significativi.

I diari altro non sono che una parte del più ampio genere autobiografico. Gli scaffali delle librerie sono pieni di autobiografie: storie di uomini e donne del mondo dello sport, dell’imprenditoria, dello spettacolo, della politica, che a un certo punto – spesso con l’aiuto di un professionista della scrittura – hanno deciso di mettere nero su bianco la loro storia. Molti scrittori, inoltre, almeno una volta nella vita si sono dedicati al genere autobiografico. E poi ci sono anche persone più comuni, che dopo avere vissuto qualcosa di significativo, hanno deciso di raccontarsi attraverso un libro.

Insomma, scrivere di sé potrebbe non essere un’idea proprio da buttare, ma la prima obiezione che viene in mente è questa: cosa ho mai io da raccontare? Se conduco una vita ordinaria, non sono una persona famosa, non ho vissuto esperienze straordinarie o drammatiche, a chi mai potrebbe interessare la mia autobiografia?

A chi interessa una storia autobiografica?

Non è una domanda sbagliata da farsi, anzi, tutto il contrario, è una domanda fondamentale se abbiamo in mente di scrivere un libro (o un racconto) autobiografico.

A chi può interessare, per esempio, la storia di una donna che all’età di trent’anni ha avuto una figlia, l’ha chiamata Alice, l’ha cresciuta e si è commossa quando l’ha vista laureata?

O quella di un uomo che quarant’anni fa ha vinto un concorso, è diventato contabile e ha fatto lo stesso mestiere nello stesso ufficio per tutta la vita fino al giorno della pensione?

O ancora la storia di una ragazza che era brava a giocare a pallacanestro, comincia ad allenarsi in modo professionale, ma poi non riesce a diventare una campionessa?

A chi interessano queste storie? Forse a nessuno perché sono storie comuni, non hanno nulla di eccezionale, qualcuno potrebbe perfino definirle banali.

Eppure, se le osserviamo da un altro punto di vista, ci accorgiamo che si tratta di storie potenzialmente molto interessanti, e lo sono proprio perché comuni e ordinarie.

Per esempio, la mamma di Alice avrebbe molto da dire sulla maternità, e sul rapporto tra madre e figlia dall’infanzia all’età adulta. Quanto può essere complicato essere madre di un’adolescente?

Il contabile potrebbe scrivere un libro umoristico sui vizi e le manie della vita d’ufficio, mostrando come un lavoro apparentemente noioso possa nascondere risvolti divertenti o interessanti dal punto di vista dei rapporti umani.

La campionessa mancata potrebbe raccontare la storia di un fallimento e di come ha riorganizzato la sua vita davanti a delle aspettative deluse.

Tutte queste storie potrebbero funzionare perché hanno una cosa in comune: parlano di un vissuto che è sì specifico e unico di chi lo racconta, ma fanno riferimento a esperienze e temi generali, capaci di coinvolgere e interessare un pubblico vasto.

Non c’è quindi bisogno di avere vissuto esperienze fuori dal comune per raccontare una buona storia autobiografica. Quello che serve è la capacità di trasformare un’esperienza personale in una storia riconoscibile e comunicabile ad altre persone.

Il viaggio dell’eroe nelle autobiografie

Gli esseri umani affrontano problemi dalla notte dei tempi. La nostra vita è fatta di momenti in cui siamo tranquilli e appagati, e momenti in cui dobbiamo darci da fare per affrontare qualche difficoltà.

Viviamo nel nostro tranquillo mondo ordinario – come Frodo al suo villaggio prima dell’arrivo di Gandalf – ma poi accade qualcosa. Siamo chiamati a un qualche tipo di missione.

Molto probabilmente non si tratterà di attraversare mezzo mondo per andare a gettare un anello dentro un vulcano inseguiti da orchi e cavalieri neri. Forse ci siamo solo resi conto di odiare il nostro lavoro e dobbiamo cercarne un altro. Siamo partiti per un viaggio e ci siamo trovati in una situazione imprevista. Abbiamo scoperto di avere una malattia e dobbiamo affrontarla. Vogliamo correre una maratona, scalare una montagna, o esplorare la barriera corallina, ma non sappiamo fare nulla di queste cose e quindi dobbiamo cominciare da zero.

A volte lo stimolo può essere esterno, a volte interno, ma quello che facciamo ogni volta che una difficoltà viene a bussare alla nostra porta è partire per un viaggio metaforico, che ci farà conoscere nuove persone e nuovi mondi.

Questo è il viaggio dell’eroe. È l’archetipo che si nasconde dietro tutte le storie più belle del cinema e della narrativa (su questo puoi leggere il libro di Chris Volger, intitolato, appunto, Il viaggio dell’eroe).

Il vissuto di noi persone comuni è pieno di queste storie. Avere affrontato un problema, un conflitto, una difficoltà è sempre la base per una buona storia.

Non tutte le storie devono avere per forza il lieto fine – oppure possono esserci delle soluzioni parziali, dei compromessi – ma sempre ci siamo portati a casa quello che nel viaggio dell’eroe viene definito l’elisir: qualcosa che abbiamo imparato, che ci ha cambiato, ed è questo elisir che offriamo a chi ci legge. Se riusciamo a fare funzionare questo meccanismo, allora è possibile scrivere una buona storia e trasformare una vita ordinaria in un racconto avvincente.

Da dove cominciare una storia autobiografica

Se hai una mezza idea di scrivere una storia autobiografica, ma non sai di preciso da dove cominciare o su cosa concentrarti, ecco alcuni suggerimenti utili:

  • Scrivi tutti i giorni. Puoi tenere un diario su ciò che ti accade giorno per giorno, oppure scrivere pagine libere di ricordi, riflessioni e divagazioni. Serve a prendere l’abitudine a scrivere di sé in modo costante e ad avere un po’ di materiale da cui partire se e quando vorrai provare a farne un libro.
  • Stimola la tua memoria. Utilizza foto di famiglia, vecchi diari, lettere, tutto quello che può aiutarti a ricordare le cose di cui vuoi parlare. Vai a visitare i luoghi della tua storia. Parla con le persone che c’erano.
  • Scegli di cosa vuoi scrivere. Non è necessario, e probabilmente nemmeno opportuno, che una storia autobiografica copra tutto l’arco di una vita. Scegli invece un tema, un episodio o un aspetto significativo della tua vita e concentrati su quello. A nessuno importa quando sei nato e come si chiamava la tua maestra delle elementari. Ma se alle elementari hai scoperto di essere timido e racconti come hai imparato a convivere con la tua timidezza, allora la storia diventa già più interessante.
  • Identifica il tuo pubblico. A chi vorresti parlare? A persone che hanno vissuto esperienze simili alla tua? A persone di un’altra generazione che non sanno nulla del mondo che racconti? Immagina le persone a cui ti rivolgi. Questo ti aiuta a definire cosa raccontare (e cosa no).
  • Inserisci i personaggi. Anche se la tua è una storia autobiografica, non sei l’unico protagonista del tuo racconto. Identifica altri personaggi presenti nella storia e dai loro un ruolo. E usa i dialoghi.
  • Mescola le carte. In una storia autobiografica non puoi inventare, sarebbe come mentire. Ma questo non significa che ogni cosa debba essere riportata esattamente come l’hai vissuta. Puoi cambiare l’ordine degli eventi, fare avanti e indietro nel tempo usando flashback, inserire qualche dialogo che non è mai avvenuto per movimentare una scena. Usa le tecniche narrative, crea aspettativa, inserisci dei momenti di svolta, individua il climax della tua storia.
  • Mostra, non raccontare. La regola principe della narrativa vale anche nell’autobiografia. Anzi, nel parlare di sé può capitare che ci scappi la mano e finiamo in lunghe e noiose dissertazioni sul nostro stato d’animo, emozioni, pensieri. Meglio evitarlo. Un esempio per capirsi. Invece di scrivere: passai una settimana avvolto dalla tristezza e dalla depressione è molto meglio scrivere: per una settimana non volli vedere nessuno, restai chiuso, al buio, nella mia camera. Insomma: show, dont’ tell.

L’errore da evitare nelle autobiografie

Scrivere di noi stessi, diventare il protagonista della nostra storia, non è un percorso facile e nasconde più di una insidia. L’errore più grande che possiamo fare è di diventare autoreferenziali, cioè scrivere cose che hanno importanza solo per noi e che non riescono a oltrepassare i confini ristretti della nostra vita e della nostra esperienza.

Il rischio cioè è quello di scivolare in forme di auto-compiacimento, crogiolarsi nelle proprie emozioni, chiudersi in una narrazione auto-celebrativa.

Per evitarlo è importante individuare un tema di fondo nella storia autobiografica. Di cosa stiamo veramente parlando? Forse il tema di fondo è l’amore, la famiglia, il processo di crescita, l’adolescenza, il riscatto personale, il perdono, lasciare il passato alle spalle, affrontare i pregiudizi, essere accettati, scoprire il proprio talento. Questi sono possibili temi di fondo. Individuare il tema di fondo della tua storia, e tenerlo bene presente durante stesura e revisioni, ti aiuta a considerare quello che hai vissuto alla luce di significati più ampi e condivisibili.

E poi è importante tenere sempre presente il nostro pubblico. A chi stiamo parlando esattamente? Può essere utile individuare un lettore ideale: una persona reale che rappresenta il tipo di persona alla quale ci vogliamo rivolgere. Teniamo a mente questo lettore ideale mentre scriviamo, come se stessimo parlando con lui. Cosa vogliamo dirgli? Cosa vogliamo spiegare? Cosa invece vogliamo omettere?

Individuare il tema di fondo e rivolgersi a un lettore ideale ci aiutano a trovare la direzione giusta. Anche se è della nostra vita, del nostro vissuto personale e privato che stiamo parlando, scrivere è un gesto comunicativo. Quello che dobbiamo fare è cercare nella nostra storia elementi nei quali altre persone si possano riconoscere. È in questo rispecchiamento che la narrazione funziona.

Libri autobiografici da cui prendere esempio

Scrivere e leggere sono due attività strettamente legate, e prima di mettersi a scrivere una storia autobiografica è una buona idea leggerne qualcuna di particolarmente riuscita. Ecco alcuni esempi da leggere e da tenere presenti come riferimento.

  • On writing, di Stephen King. Con questo libro si prendono i classici due piccioni con una fava. Si tratta infatti in parte di un’autobiografia, in parte di un manuale di scrittura, direttamente dalla penna di uno degli autori contemporanei più popolari.
  • Le parole per dirlo, di Marie Cardinal. Una storia ambientata nella Francia degli anni sessanta, che affronta il tema della salute mentale. È il racconto di una liberazione: una donna di quel tempo che acquista consapevolezza di sé, del proprio corpo, e riesce – anche grazie alla scrittura – a trovare il suo posto nel mondo.
  • Io so perché canta l’uccello in gabbia, di Maya Angelou. La vita di una bambina nera negli Stati Uniti degli anni Trenta. La segregazione razziale, la famiglia, la violenza, osservati con gli occhi di una bambina vivace e coraggiosa (che poi è diventata una delle autrici afroamericane più amate e celebrate di sempre).
  • Fame. Storia del mio corpo, di Roxane Gay. La vita di una persona obesa. Lo sguardo degli altri, le sedie sempre troppo piccole, i disagi quotidiani, i tentativi di perdere peso e le continue ricadute. E il racconto di un trauma e del cibo usato come barriera per difendersi da chi può ferirci.

Scrivere è riscrivere

La scrittrice americana Anne Lamott ha detto: “tutti gli scrittori che conoscete scrivono delle bozze terribili ma restano inchiodati alla sedia. Questo è il segreto della vita. Questa è probabilmente la differenza principale tra voi e loro. Semplicemente loro lo fanno. Lo fanno con un accordo preliminare con se stessi. Lo fanno come se fosse un debito d’onore. Raccontano le storie che li attraversano un giorno alla volta, poco alla volta.”

Il genere autobiografico non fa eccezione a questa regola. Scrivere di sé può sembrare facile, in fondo non dobbiamo inventare niente, la storia è già pronta, a disposizione. In verità, e l’abbiamo visto in questo articolo, questo tipo di scrittura nasconde molte insidie, e quindi il lavoro di riscrittura e revisione è, ancora una volta, quello fondamentale.

Ora, questa può sembrare una cattiva notizia, e da un certo punto di vista lo è. Significa che quando abbiamo messo la parola “fine” alla nostra storia, in verità il nostro lavoro non è affatto finito, anzi per certi aspetti è appena cominciato.

Ma allo stesso tempo questa è una buona notizia, perché significa che possiamo permetterci di scrivere delle bozze terribili. Possiamo cioè avvicinarci alla scrittura autobiografica in modo molto semplice, naturale, immediato. Per questo dicevo all’inizio che per cominciare va benissimo un diario, qualche appunto sparso, qualche suggestione buttata lì. Le prime bozze restano in casa: è scrivere con la porta chiusa, nessuno deve leggere. È solo la prima bozza, e se fa schifo va benissimo.

Certo il gioco funziona a patto che, poi, una volta abbozzato il tutto, siamo capaci di restare ancora inchiodati alla sedia e ricominciare da capo anche più volte. Buttare tutto quello che proprio non va, riscrivere, mescolare, editare, correggere.

Possiamo riprendere i punti fermi della nostra storia: qual è il tema principale? Qual è il mio pubblico di riferimento? Chi è il mio lettore ideale? In quali aspetti della mia storia credo che gli altri si possano rispecchiare?

Le risposte a queste domande saranno un’ottima guida per il primo lavoro di riscrittura e revisione, finché non arriviamo al punto in cui siamo sicuri di avere raccontato la nostra storia al meglio delle nostre possibilità.

La guest blogger

Marina Innorta, ex impiegata, ansiosa, amante dei gatti e dell’autunno. Scrivo da sempre perché scrivere è la mia casa. Sono autrice del libro autobiografico La rana bollita, nel quale ho condiviso la mia esperienza con i disturbi d’ansia.

Nel 2014 ho fondato il sito www.mywayblog.it dove scrivo di psicologia positiva, self-help, salute mentale e dintorni, mettendo assieme riflessioni e strumenti per prenderci cura della nostra vita interiore. Mi piace ascoltare le storie degli altri e credo nelle virtù terapeutiche della scrittura.

21 Commenti

  1. Ferruccio Gianola
    24 ottobre 2019 alle 10:35 Rispondi

    Al di là del fatto che ritengo che in ogni mio racconto, in ogni mio romanzo ci sia molto del mio vissuto seppur trasformato in finzione, credo che tutto quello che pubblico sul mio blog sia un “abbozzo di autobiografia”, forse sullo stesso esempio di On Writing di King, ma credo più di un Borges.
    Potrei intitolarla “autobiografia di un blogger”:
    Già il fatto che da più di dieci anni ci scrivo ogni giorno rende molto l’idea dell’impegno di vita e dello sforzo personale che richiede. Qualcosa di interessante deve esserci.
    Grazie Marina, grazie Daniele

    • Marina
      24 ottobre 2019 alle 15:20 Rispondi

      Be’ avresti già un bel po’ di materiale da cui partire, e non è poco :)
      Grazie del commento, Ferruccio.

  2. Barbara
    24 ottobre 2019 alle 10:50 Rispondi

    Credo anch’io nel potere terapeutico della scrittura, e in fondo ho iniziato (nuovamente) a scrivere per quello. Ma sebbene tenere un diario sia alquanto semplice e alla portata di tutti, credo che un’autobiografia richieda una vita interessante da raccontare, qualcosa di speciale.
    E del resto gli esempi sono lì: il diario di Anna Frank non era destinato alla pubblicazione, una ragazzina ebrea che viveva segregata per salvarsi dal nazismo aveva bisogno di scrivere e immaginare una vita migliore. Spero bene che nessuno debba rivivere quell’orrore per scrivere un libro. On writing è l’autobiografia-manuale di uno scrittore divenuto famoso. Gli altri tre libri citati, che non conosco, parlano di temi forti: salute mentale, razzismo e obesità. E’ uscito da poco il film del romanzo Mio fratello rincorre i dinosauri di Giacomo Mazzariol, autobiografia dove si racconta del fratello minore Giovanni affetto da sindrome di Down. Anche qui il tema è forte.
    Se l’argomento è generale, allora entra in campo lo stile dell’autore. La cronostoria della litigate tra mamma e figlia adolescente deve avere qualcosa in più per afferrare le lettrici, il racconto delle vicende in un ufficio di contabili deve giustamente puntare sull’ironia (e magari fornire qualche utile consiglio?), già la campionessa mancata è una storia fuori dall’ordinario comune perché non tutti pratichiamo sport a livello agonistico. Un’autobiografia non è in sostanza un semplice diario, ma un romanzo dove il protagonista siamo noi stessi. :)

    • Marina
      24 ottobre 2019 alle 15:29 Rispondi

      Sì sono d’accordo, non penserei mai che un semplice diario possa come per magia trasformarsi in un buon libro autobiografico, anche se può essere un buon materiale di partenza.
      Il tema ci vuole, e sono d’accordo con te: se non è un tema forte, allora conta ancora di più il taglio che si riesce a dare.
      Non so se hai letto “Stoner” di John Williams. Non è un’autobiografia, ma un romanzo, e qualcuno l’ha definito il romanzo perfetto. È la storia di un uomo assolutamente ordinario, ma è scritto secondo me divinamente e suscita una grande partecipazione e immedesimazione, malgrado il protagonista, Stoner, sia un uomo tutt’altro che esemplare.

      • Daniele Imperi
        24 ottobre 2019 alle 15:39 Rispondi

        Stoner è meraviglioso. Ero un po’ prevenuto, perché mi fu consigliato e quando mi consigliano un libro, 9 su 10 non mi piace :D
        Ma mi sono ricreduto e mi dispiace che sia finito.

        • Marina
          24 ottobre 2019 alle 15:44 Rispondi

          Vero che è bellissimo? Io all’inizio non riuscivo a capire che tipo di libro avessi tra le mani, ma poi dopo le prime decine di pagine ci sono finita dentro in pieno!
          (p.s. come faccio a mettere la mia foto qui nei commenti?)

      • Barbara
        24 ottobre 2019 alle 18:25 Rispondi

        Non sconoscevo Stoner, ma è già dentro il mio Kobo perché mi hanno incuriosito le differenti recensioni: chi lo osanna e chi non l’ha abbandonato dopo poche pagine. Merita approfondimento. :)

        • Barbara
          24 ottobre 2019 alle 18:26 Rispondi

          (c’è un “non” di troppo… Mai scrivere in linea con un call center e le loro temibili musichette… :D)

  3. Maria Teresa Steri
    24 ottobre 2019 alle 11:42 Rispondi

    Mi è piaciuto molto questo articolo, complimenti. Mi ha fatto vedere le storie autobiografiche sotto un’altra ottica, soprattutto considerato che spesso quando si tratta di questo genere si storce un po’ il naso. Invece devo dire che ultimamente ho scoperto che i memoir mi piacciono molto, soprattutto quando sono scritti con uno stile accattivante, in particolar modo le autobiografie di autori che ammiro.

    • Marina
      24 ottobre 2019 alle 15:31 Rispondi

      Sai che è stato così anche per me? Ero diffidente nei confronti delle storie autobiografiche e mai avrei pensato che ne avrei scritta una… e invece ;)
      Mi fa piacere che tu abbia apprezzato l’articolo.

  4. Daniele Imperi
    24 ottobre 2019 alle 12:11 Rispondi

    Ho letto pochi libri autobiografici. L’ultimo, che mi ha spinto a cercare altri libri dell’autore, è “Ragazzo negro” di Richard Wright, che parla della sua adolescenza nel Sud degli Stati Uniti nel secondo decennio del XX secolo. Un memoriale, che si legge come un romanzo, a tratti poetico, ma che racconta la vita reale, vissuta, dell’autore ragazzo.

    • Marina
      24 ottobre 2019 alle 15:32 Rispondi

      Non l’ho letto, ma lo metto in lista. Grazie!

  5. Nuccio
    24 ottobre 2019 alle 12:28 Rispondi

    Molto di quello che ho scritto sul mio blog è autobiografico da Flashback a Lo chiamavano il professore, da E646 a Terra di mezzo; da La cucina a Tlack Tlack Tlack Tlack. Sono parti di un tutto che potrebbe essere ricostruito.

    • Ferruccio Gianola
      24 ottobre 2019 alle 12:32 Rispondi

      Ne più ne meno quello che succede da me Nuccio

    • Marina
      24 ottobre 2019 alle 15:35 Rispondi

      Ricostituito, oppure de-costruito, mescolato, e rimesso assieme in un modo nuovo. Non c’è limite :)

  6. Nuccio
    24 ottobre 2019 alle 12:30 Rispondi

    E.c.: Tlack Tlack trick

  7. Grazia Gironella
    24 ottobre 2019 alle 13:11 Rispondi

    Interessante articolo. Non credo che scriverò mai un’autobiografia, perché 1) non mi piace mettermi sotto la lente d’ingrandimento, perché non mi sento così interessante; 2) mi trovo bene a disperdere parti di me nelle storie che scrivo. Lo stesso le indicazioni del post possono essere utili.

    • Marina
      24 ottobre 2019 alle 15:38 Rispondi

      Mi fa piacere che tu abbia trovato interessante l’articolo!
      Credo sia comune per chi scrive narrativa mettere pezzetti di sé in quello che scrive. Io per ora ho scritto solo questo libro autobiografico (e se me l’avessero detto qualche anno fa che l’avrei scritto avrei risposto: ma no, assolutamente, non ho niente da raccontare!). Adesso proverò con un romanzo, e vediamo cosa esce ;)

  8. Silvia
    24 ottobre 2019 alle 14:30 Rispondi

    Che bello ritrovare Marina anche qui!
    Articolo molto interessante, che coglie secondo me le potenzialità di un genere a volte un po’ sottovalutato.
    Certo, scrivere una autobiografia, come dice bene Marina, non è affatto facile, anzi è insidioso, proprio perché la storia è già scritta. Quello che fa la differenza probabilmente è la capacità dell’autore di cogliere ciò può esserci di interessante e trasformarlo nel nucleo narrativo: non una mera cronologia, quanto – appunto – una storia.
    Se si riesce a fare ciò (come a mio parere proprio Marina è riuscita a fare nella sua Rana bollita), allora l’immedesimazione del lettore avviene in maniera ancora più forte, soprattutto dove ci sono temi sociali/personali importanti come l’ansia, la diversità, il razzismo, etc. etc.
    In questi casi il lettore si sente partecipe e compreso grazie al fatto che non è una storia frutto di fantasia, ma è realtà raccontata dalla voce vera di chi l’ha vissuta.

  9. Marina
    24 ottobre 2019 alle 15:40 Rispondi

    Grazie Silvia. Sì, riuscire a mettere assieme una storia, con tutti gli elementi giusti, è la sfida principale quando si parla di sé. Almeno io l’ho vista così ;)

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