
C’è una questione che forse non abbiamo mai considerato nell’abuso di anglicismi nella lingua italiana.
Parliamo spesso dei troppi termini inglesi che entrano nell’italiano – tendenza definita dagli anglomani “arricchimento”, quando è l’esatto contrario – e ci lamentiamo che ogni anno l’elenco degli anglicismi si allunga.
Ma che cosa accade davvero quando una parola inglese entra a forza nella lingua italiana?
Ce lo dice l’antropologa Valentina Ferranti nella prima parte di questo video:
Che cosa fanno realmente gli anglicismi?
Non arricchiscono la lingua italiana, bensì la impoveriscono. Sostituire una parola italiana con una inglese non è un arricchimento, ma un danno per la nostra lingua.
Greenwashing, catcalling, stalking, body shaming e altre amenità simili sono espressioni che hanno senso nel mondo anglosassone, che spiegano la realtà anglo-americana, ma non hanno senso nel nostro mondo né spiegano la nostra realtà. E la scusa che quei concetti provengano dal mondo anglosassone e quindi è così che vanno chiamati è appunto una scusa.
Gli anglicismi non ibridizzano in realtà la nostra lingua – anche se è comunque vero che scrivendo mescolando italiano e inglese si ha alla fine una lingua ibrida che non è l’una né l’altra lingua.
Gli anglicismi purtroppo vanno ben oltre. Mandano in pensione le nostre parole, che pian piano vengono abbandonate e dimenticate. Sostituite.
Gli anglicismi riducono le parole italiane.
Quando iniziamo a parlare di green economy e non di “economia ecologica” o “economia verde”, riduciamo di due le nostre parole.
Quando scriviamo e diciamo device, competitor, store, recap, red carpet, bookshop, preview, gallery, magazine, riduciamo di 10 le nostre parole.
Quando importiamo parole e espressioni inglesi, non sappiamo più spiegare la nostra realtà, ma stiamo spiegando la realtà di un altro Paese, di un’altra cultura.
Il continuo e selvaggio ricorso all’inglese nella lingua parlata e scritta ha fatto sì che molte persone non siano più in grado di esprimersi in un corretto italiano. Hanno ridotto il loro vocabolario. Hanno ridotto le loro parole.
Quante parole italiane sono state ridotte in questi ultimi anni?
Editoria, televisione e cinematografia sempre più anglofone
Più volte ho segnalato la presenza di anglicismi nei libri, e anche nei film, così come in televisione, maggiore rispetto al passato. Nel romanzo Il segugio di Tana French mi sono imbattuto spesso nel bacon, pensando che al traduttore sembrasse poco elegante scrivere pancetta, termine usato soltanto una volta in tutto il libro, a mo’ di sinonimo di bacon.
Purtroppo, però, in quel caso non aveva torto, perché il termine bacon deriva da back, quindi con la pancia del maiale ha poco a che fare. Chissà se esiste un termine italiano per evitare il bacon. Tuttavia c’era spesso anche team e non squadra (usato forse una volta) – che ormai è andata da tempo in pensione a vantaggio del team.
Nessuno più scrive nei libri e dice nei film o in televisione “fine-settimana”, ma si preferisce ora l’inglese weekend, che si sente spesso anche nella vita reale.
Colonizzazione linguistica e culturale
Non è affatto esagerato definire la proliferazione degli anglicismi una colonizzazione linguistica. E, di fatto, anche culturale.
Le smisurate terre occidentali che chiamiamo da tempo Americhe sono state colonizzate per secoli dagli europei, che hanno ridotto le popolazioni autoctone. Quelle antiche popolazioni non hanno più potere né spazio.
La bellissima lingua italiana che richiama le nostre origini e la nostra identità sta venendo colonizzata da anni dagli anglicismi, che ne hanno ridotto le parole. Quelle antiche parole non hanno più potere né significato.
Il processo è identico.
Quando la nostra lingua si vede ridurre le parole a vantaggio di parole inglesi, sta virando verso la cultura anglo-americana. Mi fanno ridere quelli che vogliono proteggere il prodotto italiano chiamandolo made in Italy. Hanno perso in partenza con quell’iniziativa.
Oggi è difficile, forse impossibile, invertire il processo, perché gli anglicismi provengono dall’alto: politica, giornalismo, televisione, cinema, editoria, internet. La massa, che non ragiona per definizione, assimila quel linguaggio, lo fa suo e non si rende conto di ridurre così le proprie parole, anziché guadagnarne altre.
Noi, dal basso, che cosa possiamo fare? Io, quando trovo il tempo, rivedo i miei articoli eliminando gli anglicismi e sostituendoli con i corrispettivi italiani. Quando parlo non uso anglicismi. E ho deciso di boicottare quei libri che mantengono il titolo in inglese.
Non voglio ridurre le mie parole. Leggendo d’Annunzio, anzi, questa settimana ne ho guadagnate alcune (come sempre accade quando leggo il Vate): levame, rocchio, quatriduano, verone.
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Grazia Gironella
Non sono infastidita dall’uso in sé di anglicismi, quando non si supera il limite del sensato. A volte il termine inglese esprime in modo breve un concetto che in italiano richiederebbe una mezza frase, e può andare (avevo scritto okay!). Adesso però, per fare un esempio di eccesso, si trovano anche lasciati in inglese titoli di libri che sarebbero facilmente traducibili, tanto che si deve stare attenti a non acquistare il libro nella lingua sbagliata. Perché lasciare “The Will of the Many” (bel fantasy di James Islington), invece di tradurlo semplicemente con “La volontà dei molti”? Al di là delle logiche di colonizzazione, viene il sospetto che il suono dell’inglese in sé abbia ancora il tipo di fascino esotico che aveva negli anni del dopoguerra. Forse faremmo meglio a studiarlo decentemente, l’inglese, piuttosto che cedere spazio a caso alle lingue altrui.
Daniele Imperi
Nel genere fantasy, e anche nella fantascienza, ormai è pieno di titoli non tradotti. A quanto ho visto, erano tutti esprimibili in italiano. Ho visto un’edizione del libro che citi, “La volontà dei molti” è riportato in piccolo sotto al titolo inglese. Infatti è della Fanucci, che ha questa fastidiosa tendenza.
Barbara Businaro
E tu pensa che qualche mese fa sulla rivista Speak Up, che audio leggo proprio per migliorare la lingua Inglese e scoprire le origini delle loro parole, si spiegava come anche l’Inglese “puro” si stia perdendo in una continua mescolanza con altre lingue e soprattutto con lo slang. Senza contare che l’Inglese americano sta pure surclassando quello britannico.
Sulle traduzioni, qui in Italia facciamo un macello di errori. Me ne rendo conto quando vado alla ricerca dell’originale. In un romanzo ho trovato una confusione bestiale sulle patatine fritte, quelle del McDonalds: protagonista americana (le chiamano fries o french fries) che va in Inghilterra (dove si chiamano chips). Ma le “chips” negli USA sono quelle del sacchetto al supermercato (in Inghilterra sono le “crisps”). Solo che il traduttore ha fatto un disastro con la traduzione, confondendo proprio la cosa. Nell’originale inglese del romanzo aveva un senso, nella traduzione non si capiva nulla.
Molto simile è il caso del “bacon”, che tu dici riferirsi al “back”, la schiena del maiale, in realtà no. A seconda del paese, il “bacon” proviene da un taglio diverso del maiale: negli Stati Uniti è il “side pork” che è la pancia del maiale più parte a lato, quindi proprio la nostra pancetta; il “back bacon” che viene preso da una parte piccola della schiena viene usato in Inghilterra, in Irlanda e in Canada. Il romanzo che stavi leggendo, Il segugio di Tana French, è ambientato a Chicago, nella regione dei Grandi Laghi al confine col Canada, quindi può essere che il bacon lì provenga da entrambe i tagli e lo distingui solo ad occhio (cambia la proporzione grasso-carne).
Detto ciò, non amo l’eccesso di parole inglesi in un testo italiano, non amo chi le spara a casaccio per darsi un tono (e l’Inglese manco lo studia), ma non voglio nemmeno farla diventare una malattia. Ci sono parole inglesi che non sono traducibili in determinati contesti specifici (SAAS – Software As A Service non è traducibile in Informatica, a meno di non farsi ridere dietro). In altri contesti invece bisogna studiarlo di più per tradurlo davvero bene. Sto leggendo Nora Ephron, per dire, e il suo romanzo “Heartburn” che sarebbe proprio il “bruciore di stomaco”, negli anni ’80 è stato tradotto da Longanesi in “Bruciacuore” e adesso da Feltrinelli in “Affari di cuore”. E nessuno dei due è una traduzione decente.
Daniele Imperi
Nella traduzione italiana quindi non ha scritto patatine fritte?
L’etimologia della parola bacon l’ho presa dall’Online Etymology Dictionary, che tratta delle origini delle parole inglesi.
“Il segugio” di Tana French è ambientato in Irlanda, ma il protagonista è di Chicago, trasferitosi lì.
Riguardo a “Heartburn”, forse da noi il titolo “Bruciore di stomaco” non sarebbe stato adatto, perché fa pensare alle pubblicità di prodotti farmaceutici. Quindi, anziché quelle due traduzioni proposte, forse sarebbe stato meglio un titolo differente.
Antonio Zoppetti
Oltre alla domanda “quante sono le parole ridotte negli ultimi anni?” dovremmo poi riflettere su quante sono le parole nuove. Non c’è ricambio nell’attuale italiano. Se analizziamo il lessico significativo, sono meno di quelle inglesi. E dallo spoglio dei dizionari si vede anche che sono scomparse le neologie formate da elementi latini o greci, che fino al Novecento erano tante. Dunque il problema non è solo quello del lessico storico, cioè di una complessiva riduzione delle parole, o delle alternative italiane all’inglese che esistono ma si avviano sul viale del tramonto, viene a cadere l’innovazione, la possibilità di esprimere il presente, la tecnologia, la scienza, la tecnica… e l’italiano del futuro finisce su un binario morto.
Daniele Imperi
Hai ragione, le parole vecchie vengono abbandonate, si importano parole inglesi senza freni e non si creano, se non raramente, neologismi.
Non mi sembra, poi, di aver trovato neologismi da elementi latini o greci, lingue che magari potrebbero venirci in aiuto per tradurre tutti i cosiddetti prestiti.
In effetti ci mancano le parole per esprimere la modernità, la contemporaneità: e usare le parole inglesi, di un’altra cultura, è un’assurdità.