
[…] il punto è che ormai si son rotti gli argini, c’è un riversamento dell’inglese ovunque, non abbiamo più a che fare con qualche anglicismo… e credo che non ci sia molto da fare a parte protestare al vento. La lingua del futuro (e del presente) è ormai l’itanglese.
Antonio Zoppetti
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Per quanto drammatico sia questo pensiero, lo condivido in toto. Ovunque ti giri, ecco che qualsiasi evento, concetto, titolo, messaggio pubblicitario e prodotto sono espressi in inglese e non in italiano.
Un tempo l’uso e l’abuso dell’inglese era confinato al settore della tecnologia. Con l’avvento di internet si sono ovviamente intensificati gli anglicismi: web design e web designer, web developer, web marketing, web agency, browser, email, ecc.
Pian piano questi forestierismi hanno iniziato a intaccare ogni altro settore della nostra vita: ambiente di lavoro, politica, cultura, acquisti, televisione, sanità, scuola. Non credo che esistano ancora settori immuni, vergini, immacolati.
Parole difficili da rendere in italiano
Una delle favole che si amano raccontare è che si ricorra all’inglese perché alcune (eufemismo) parole sono intraducibili o difficili da rendere nella nostra lingua.
E allora?
A parte il fatto che sono pochissime, se non rare, le parole inglesi intraducibili – magari perché provengono dall’accorciativo di due parole, come nel caso di blog da weblog, anche se, in base al contesto, si potevano usare parole come giornale, note, diario, aggiornamenti, foglio – o difficili da tradurre, qual è il problema? Ti sforzi e trovi un’alternativa italiana.
Qualcuno giustificò questo continuo afflusso di parole inglesi con il fatto che certe espressioni sono nate nel mondo anglofono. E quindi? Anche weekend proviene da quel mondo, ma perché dobbiamo usarlo al posto di fine settimana?
E così ci ritroviamo espressioni incomprensibili come gaslighting, cat calling, whistleblowing, follow-up e via dicendo.
Espressioni che non hanno alcun significato se provi a tradurle in modo letterale in italiano, perché sono appunto proprie di un’altra cultura, che comunica diversamente da noi.
Un questione di placemaking
L’ultimo abominio linguistico che ho trovato in rete è placemaking. Mi interessava un saggio della Carocci, Roma antica e l’ideologia nazionale italiana, ma leggendone l’indice m’è passata la voglia di acquistarlo:

Perché quel placemaking? Perché in un contesto tutto italiano usare un termine inglese?
Davvero non si poteva rendere in altro modo? Se quel saggio fosse stato scritto, per esempio, nel 1947, si sarebbe usato quel termine? No, ma neanche dopo. Cercando su Google Trend si nota che è apparso dal 2012.
Eppure le alternative esistono. Per esempio, “creazione di luoghi”. E magari nell’indice avremmo letto: Creazione ideologica dei luoghi, La creazione postunitaria dei luoghi, La creazione ideologica fascista dei luoghi.
Ho scoperto che soltanto nel contesto urbanistico esistono tanti inglesismi (alcuni presenti anche in altri contesti):
- Benchmarking
- Bottom-up e top-down
- Community engagement
- Co-design
- Co-housing
- Coworking
- Destination management
- Event concept
- Greenfield e Brownfield
- Hub (ricordate gli hub vaccinali, diversi dai centri vaccinali?)
- Living lab
- Masterplan
- Networking
- Open call
- Place marketing
- Smart city (io abito in una smart city e nemmeno me n’ero accorto)
- Stakeholder
- Start-up
- Think tank (che mi dà sempre l’aria di un carrarmato…)
- Urban regeneration
Perché?
L’inglese… c’est plus facile
Parafrasando una vecchia pubblicità televisiva, sono convinto che per molti ricorrere continuamente alla lingua inglese rappresenti una sorta di scorciatoia linguistica per esprimere alcuni concetti.
Insomma, usare l’inglese diventa più facile che sforzarsi a usare parole italiane, a trovare corrispettivi italiani, a tradurre termini inglesi in italiano.
Ho già denunciato due anni fa l’uso dell’inglese nell’editoria italiana: nei libri il fenomeno è ben visibile nella narrativa fantastica, in cui i titoli dei romanzi non vengono più tradotti o quello italiano è inserito in piccolo, perché di serie B.

L’inglese diventa più immediato dell’italiano. Un tempo si lavorava nel settore viaggi e turismo, adesso nel travel (e anche in questo caso è facile scoprire come l’ennesimo termine inglese provenga dal latino: travel → travail → francese travailler → latino volgare tripaliare → tripalium).
È vero che non abbiamo più a che fare con qualche anglicismo. Oggi purtroppo abbiamo a che fare con una lingua che sta perdendo sempre più la sua identità e soprattutto la sua riconoscibilità (grafica ma anche fonetica).
Se oggi la situazione è così grave – e lo è soltanto per i pochi che lo riconoscono – dobbiamo domandarci fra qualche decennio come sarà.
Ce lo dice un professore che ho scovato per caso su Instagram:
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Grazia Gironella
In generale non sono contraria, come forse ricordi, all’inserimento di termini inglesi nella nostra lingua. Amo l’inglese, il mondo cambia, non mi sembra il caso di fare di ogni inquinamento un dramma… più o meno la penso così. Ma la stupidità riuscirà a farmi detestare anche quello che amo, pare. E la stupidità – che fa più danni della cattiveria, non dimentichiamo – qui regna alla grande. Qui come altrove, il troppo storpia, o “stroppia”, come recita il famoso detto. Purtroppo, come dice il professore, non c’è niente da fare. Puoi protestare per singole ingiustizie e storture, ma come protestare per fatti come questo? C’è chi ha già deciso per noi, in questa come in mille altre occasioni.
Daniele Imperi
Diventa un dramma quando ogni giorno si aggiunge una parola o un’espressione inglese che va a sostituire quelle nostre. Ormai è una tendenza continua che sta minando la nostra lingua e anche la nostra cultura. Non è più soltanto qualche parola. Hai detto la parola giusta per questa tendenza: stupidità.
Luca
Ne ho da poco scoperta una nuova: age management
una volta si diceva “affiancamento”
Daniele Imperi
Grazie, questa mi mancava. E cercando in rete ho visto che dà parecchi risultati.
Corrado S. Magro
Hai dimenticato la matrice linguistica (una delle origini) che accomuna una massa analoga a quella del circo massimo che si nutriva di “ceci” e mentalmente di “circensis”. La trovi ovunque negli stadi del calcio! Ah scusa avrei dovuto dire “football” per non confonderla con un calcio in c… ben dosato a ogni spettatore. Un calcio alle “ball” poi farebbe rinsavire anche se ne derivasse un (una?) “pen…alty”
Daniele Imperi
Qual è questa matrice linguistica?
Corrado S. Magro
Quella usata per celebrare il calcio: goal, penalty, corner, faul eccetera. Termini in voga da decenni, mai letti né ascoltati? Li conosco perfino io che non ho mai messo piede su un terreno o stadio da calcio. Mea culpa se con il titolo parziale “Blow up” di un romanzo anche io mi sono lasciato coinvolgere.
Daniele Imperi
Quando seguivo il calcio, alle superiori, c’era soltanto goal, il resto era in italiano: calcio di punizione o di rigore, calcio d’angolo, fallo.
Daniel
Quando sento parlare qualcuno in inglese mi viene un forte bruciore agli occhi non so perché… Inoltre, strano che in Svizzera quando gli svizzero italiani si comunicano con gli svizzero tedeschi, gli svizzero francesi e gli svizzero romanci utilizzano solamente l’inglese al posto delle quattro lingue nazionali… Che ne pensate?
Daniele Imperi
Forse non capiscono le altre 3 lingue.
Maria Antonietta
Grazie per averci fatto conoscere questo professore!
Penso anche che la lingua italiana, così suadente, musicale, venga umiliata e mortificata da suoni del tutto diversi e incompatibili: come si fa a pronunciare senza timore (o vergogna o disprezzo dell’armonia) “gaslighting” o “showcooking” o altre parole inglesi che si sono, anzi sono state introdotte maldestramente nella lingua parlata e scritta?
Accade sia in ambito informale sia professionale. Di recente ho seguito un seminario sul narcisismo, molto interessante però pieno di parole inglesi: “esiste il narcisismo covert e quello non convert” ecc. Una falsa terminologia professionale che in realtà ripete quella inglese (immagino per le letture fatte dal relatore) senza provare ad adattarla a noi, al nostro contesto e alla nostra lingua, e rendendo fastidiosa la fruizione del contenuto.
In più dà l’idea di una condizione di sudditanza linguistica e culturale.
Daniele Imperi
Hai ragione, questi continui anglicismi creano suoni estranei e incompatibili con la nostra lingua e la sua musicalità.
Parlando di “narcisismo covert” non solo crei la fruizione del contenuto fastidiosa, ma anche incomprensibile.
Alla fine si sta rivelando proprio una vera sudditanza linguistica e culturale.
Daniel
Il problema degli italiani e degli svizzero italiani per la Svizzera è che se si parla solo in inglese con gli svizzero tedeschi, svizzero francesi e gli svizzero romanci si rischia che dopo non si potranno mai più conoscere e seguire i programmi di SF DRS, Radio DRS 1, Radio DRS 2, Radio DRS 3, TSR, La Première, Espace 2, Couleur 3, Option Musique e Radio Rumantsch (oggi note come SRF, RTS e RTR) secondo me…