Scrivere per pubblicare

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Perché è così difficile essere pubblicati

È davvero solo una questione di troppa concorrenza?
Perché è così difficile essere pubblicati
Una riflessione, anche polemica, sulle difficoltà di oggi, per i veri autori, di essere notati e pubblicati da una casa editrice.

Lo scorso anno avevo scritto un articolo sulla difficoltà di pubblicare narrativa, puntando l’attenzione sulle 4 principali cause di questa difficoltà:

  1. Il rischio del nuovo autore: pochissimi editori sono propensi a investire su un autore sconosciuto.
  2. La troppa concorrenza: se arrivano a un editore anche 10 romanzi al giorno, inizia a essere un bel lavoro leggere tutto.
  3. Le tendenze del momento: si investe, cioè, su ciò che porta profitti.
  4. La soggettività: un manoscritto rifiutato può essere spazzatura, come può essere solo un romanzo che non piace all’editore.

Le case editrici, però, accampano altri motivi per questi rifiuti.

I soliti motivi per cui non si viene pubblicati

Basta leggere, quando esiste, la pagina “Invio manoscritti” – più seria, secondo me, dell’ambigua “Pubblica con noi” – per farsi un’idea di cosa spinge un editore a rifiutare un manoscritto:

  1. Cattiva scrittura: manoscritti che contengono errori grammaticali vengono direttamente cestinati. E su questo penso che possiamo essere tutti d’accordo.
  2. Mancanza di un mercato editoriale: che possa accogliere il nostro romanzo.
  3. Nessuna corrispondenza: con i titoli abitualmente pubblicati dalla casa editrice.
  4. Saturazione: l’editore ha già abbondantemente trattato libri del genere e pensa che non ci sia altro da dire.
  5. Eccessiva lunghezza: il libro supererà le 600 pagine e la casa editrice non ha fondi per stampare volumi così corposi.

Ma noi sappiamo anche di essere in troppi a voler pubblicare e che molti stanno sgomitando per farsi largo nel marasma di neoautori.

Sì, c’è anche troppa concorrenza

Ovunque ti giri c’è qualcuno che cerca o spera di pubblicare (me compreso, ovvio). Non so quando sia nata e perché questa gran voglia di pubblicare un libro. Da parte mia posso dire che facevo le medie quando iniziai a progettare i miei romanzi (leggi: schizzo veloce a matita di una copertina con il titolo).

Più andiamo avanti e più siamo a voler pubblicare. Finirà tutto in una gran bolla che imploderà.

Eppure, a parte il nome stampato in copertina, non ci si arricchisce né si campa scrivendo libri (a parte pochissimi, rarissimi eletti).

Dunque, la concorrenza è sempre da tenere in considerazione. E oggi ce n’è troppa.

Spazio a libri di cui si può fare a meno

Giorni fa mi arriva una delle tante newsletter libresche a cui sono iscritto e che trovo? Che trovo fra i libri più venduti? I libri più venduti?

Ecco con chi l’autore di oggi – il vero autore, non quello che pubblica scemenze – deve fare i conti: con nullità che scrivono libri di cui si può fare a meno, ma che vendono, perché sui social hanno un pubblico stratosferico – e questa la dice tutta sul livello culturale a cui siamo giunti.

Libri del genere meritano recensioni del genere:

L ho ricevuto e bellissimo e starà bello domenica li vedrò e sono i. Migliori

Analfabeti che perseverano nella loro condizione, comprando e leggendo libri fatti di nulla. È come leggere il vuoto. Menti vuote leggono libri vuoti.

Il guaio è che sono i genitori a comprare alle figlie certi libri, stando a quanto si legge in quelle recensioni.

Un tempo ragazzi e ragazze leggevano Cuore, Incompreso e Piccole donne, libri ovviamente adatti a quell’epoca. Se oggi ragazzi e ragazze leggono #Valespo, in che epoca viviamo?

2 parole sulle collane di narrativa da edicola

Avete mai acquistato collane di libri in edicola? Io sì. Negli ultimi anni sono state queste:

  • i gialli di Georges Simenon
  • altri romanzi di Georges Simenon
  • i romanzi su Arsène Lupin
  • romanzi western del primo 900
  • i romanzi di Jules Verne

Ma ce ne sono anche altre:

  • La grande letteratura italiana
  • Amori da Film (romanzi d’amore divenuti film)
  • I nuovi romanzi di Andrea Vitali
  • La biblioteca Disney
  • Fiabe Classiche
  • I grandi thriller psicologici
  • I classici del romanzo
  • I grandi romanzi di Nicholas Sparks
  • I libri di Philip Roth
  • Romanzi d’Oriente
  • La grande letteratura del Nord
  • I grandi classici per ragazzi (ci sarà anche #Valespo?)

Vi dice niente tutto questo, a parte che si tratta dei “soliti noti”? Perché si pubblicano sempre i soliti libri in edicola?

Si pubblicano i soliti libri perché vendono.

E 2 parole sul marketing editoriale

Oggi, se scrivi scemenze sui social e pubblichi video idioti di te che non fai assolutamente nulla di particolare, di te che neanche sai articolare una frase sensata, ma hai un seguito enorme sui tuoi canali sociali, puoi scrivere un libro inutile e salire al primo posto in classifica.

Il reparto marketing della tua casa editrice vincerà facilmente, perché il grosso del lavoro è già fatto: decine di migliaia di decerebrati acquisteranno il tuo libro vuoto vedendo un semplice post su Facebook in cui ne annunci, anche in modo caotico, l’uscita.

“E starà bello quando l hai presentato perché tu sei il. Migliore”

Commerciabilità del libro

Il mio romanzo di fantascienza probabilmente è il meno commerciale del genere, ma sinceramente non ce la faccio a fare lo scemo su Youtube fino a conquistare 100.000 altri scemi e poi scrivere un libro di cui la storia editoriale può fare a meno, un libro che non cambierà nulla nei lettori se non convalidarne la povertà di neuroni.

Per l’editore il libro dev’essere commerciabile: deve vendere, altrimenti ci avrà rimesso soldi e tempo.

Ecco perché è pieno di attori, politici, gente dello spettacolo e nullità che pubblicano: perché questa gente – i non-autori di oggi – ha seguito e vende.

Noi no.

38 Commenti

  1. Nuccio
    14 febbraio 2019 alle 07:35 Rispondi

    Non so chi sia e cosa tratta Valespo come tutte quelle sfumature di colori dal grigio al rosso, ma non mi lamento. Seguo un corso di scrittura, non perché ne abbia bisogno, ma per allenarmi e confrontarmi con i più giovani. Ebbene, ciò a cui assisto è che, dell’insegnante ai discenti, vanno tutti per iperboli e detto non detto. Quindi l’illazione, nel lettore, è instillata in maniera costante. Non vorrei scatenare le ore di molti, ma è un po’ secondo lo stile che proviene da una scuola notissima nel nord ovest del Paese. In definitiva, dei cliché. Per non parlare dei testi dei feuilletton televisivi che intitolarsi tutti come Sussurri e grida. Di una disarmante nullità. A voi la parola.

    • Daniele Imperi
      14 febbraio 2019 alle 13:01 Rispondi

      E di che vuoi che tratti, se non di scemenze? :)
      Cioè al corso di scrittura insegnano cliché?

  2. Nuccio
    14 febbraio 2019 alle 07:52 Rispondi

    Scusate errori del correttore automatico. Ma è un esercizio di interpretazione anche quello. Non correggo perché sfiduciato🤣

  3. Angelo Fabbri
    14 febbraio 2019 alle 08:53 Rispondi

    Hai perfettamente ragione. Consentimi di aggiungere, a proposito dei motivi per cui una casa editrice potrebbe rifiutare un romanzo “anche scritto bene”, possibili problemi di sviluppo della trama, che sono a mio parere abbastanza frequenti in romanzi che non hanno avuto il supporto di un editing serio. Lo dico per onestà, perché difficilmente l’autore se ne rende conto (altrimenti farebbe le opportune revisioni), però il problema resta e non è soltanto di chi scrive. Io ho 65 anni e quando penso all’arretramento culturale che c’è stato dagli anni ’70, in tutti i campi, mi vengono i brividi. Viviamo un’ epoca culturalmente buia, o forse sono io che non so interpretarla. Forse domani cambierà, forse sarà ancora peggio, forse in questi anni in cui la tecnologia e le necessità del mercato impongono cambiamenti a ritmo esponenziale la fine dei dinosauri non avverrà in ere geologiche ma in tempi generazionali, e i dinosauri siamo noi.

    • Daniele Imperi
      14 febbraio 2019 alle 13:03 Rispondi

      Allora siamo in 2 a non saper interpretare quest’epoca, o forse è perché, essendo piena di nullità, non c’è nulla da interpretare?
      Da pessimista, secondo me sarà peggio domani :)

  4. Maria Pia Rollo
    14 febbraio 2019 alle 11:56 Rispondi

    Tutto ciò spiega anche perché molti aspiranti scrittori, scelgono il self-publishing: all’editore non interessa il mio romanzo di fantascienza, fantasy o qualsiasi altro genere, ben scritto, documentato ecc., vuole il vuoto pneumatico dei youtubers e fenomeni vari, e allora io scelgo il fai-da-te. Secondo me (é solo un opinione), questa è una delle cause del declino del mercato editoriale. E non è neanche vero che youtubers e fenomeni vari vendono tante copie da salvare le case editrici con i conti in rosso, arrivano al massimo a 100.000 copie, perché i ragazzini che li comprano leggono solo un libro a ogni morte di Papa.

    • Daniele Imperi
      14 febbraio 2019 alle 13:06 Rispondi

      Sì, la tua teoria sta in piedi: si sceglie di autopubblicarsi anche perché quando vedi la spazzatura che pubblicano i grandi editori, che ti resta da fare?

  5. Emilia Chiodini
    14 febbraio 2019 alle 11:56 Rispondi

    L’altro giorno, per aumentare la mia dose di frustrazione ho parlato con il titolare di una nota casa editrice. Dopo le presentazioni e vari preamboli, ho chiesto quale procedura la Casa segue per la distribuzione della mia opera scritta.
    Editore:stampiamo delle copie. Ne spediamo 500 ai grossisti, 300 alla Giunti, un grande numero alla Feltrinelli, ad Amazon e ad altri, per capire se il romanzo piace.
    Io. Le stampe vi costano. Supponiamo che ne vendiate solo 50, avete buttato dei soldi.
    Editore. Sì, abbiamo buttato via € 3.000, purtroppo. (Pausa.) Altre mie domande di chiarimento. (Risposte vaghe). Però prima di stampare, non siamo degli sprovveduti, la nostra casa è di prestigio, facciamo un rilievo di marketing, per verificare se il testo riscuote favore, se è commerciabile. Non possiamo stampare solo 50 copie, andremmo in fallimento.
    Io. Certo, capisco. Ho avuto valutazioni positive della mia opera da due case editrici: …. La prima ha detto che il mio romanzo si legge tutto d’un fiato, però mi chiedeva di riuscire a coinvolgere almeno un centinaio di potenziali acquirenti, dopo di che si sarebbero attivati loro. Così pure la seconda, che si basa sul sistema del crowd-funding.
    Editore. No, no, la nostra è una casa editrice medio grossa, abbiamo nel passato pubblicato libri di Biagi, di magistrati, eccetera, e pubblichiamo a tutt’oggi migliaia di testi scolastici. Non seguiamo la politica editoriale delle case editrici che lei ha menzionato. Però, non essendo lei una che va in televisione, deve farsi conoscere, andare nelle scuole a presentare il suo libro, farsi una clientela.
    Io. Il mio romanzo ha dei capitoli un po’ trasgressivi, avrei delle perplessità a presentarlo in ambiente scolastico.
    Editore. Risatina. Ma bisogna parlare di tutto, anche di sesso. Anche il Papa al suo rientro dal Panama ha detto che bisogna fare educazione sessuale nelle scuole.
    Ohibò!
    Allora chiedo quanto può essere il mio profitto.
    7% su 1000 copie; 9% su 10.000; 11% per tutte le altre.
    Perdinci!
    Ci siamo lasciati con l’impegno da parte mia di farmi conoscere, di sondare quante copie potrei vendere, e lui di scoprire se il libro può piacere. Ci risentiremo fra dieci giorni. Da parte mia mai.
    Morale. Se non sei “Nessuno”: o ti metti a strombazzare che è arrivato il romanzero, o nulle sono le possibilità di vendita; a meno che sei un personaggio che sbarca il lunario in ogni canale televisivo, o un genietto della penna. Poiché non sono né l’uno né l’altro faccio un sospirone e mi metto il cuore in pace.

    • Daniele Imperi
      14 febbraio 2019 alle 13:09 Rispondi

      Tu dovevi coinvolgere un centinaio di potenziali acquirenti? Non spetta all’autore questo.
      Una casa editrice che pubblica col crowd… non la sopporto sta parola… con la raccolta fondi?
      La percentuale ci sta, non credo ti diano di più.
      Mah, prova a cambiare editore.

      • Nuccio
        14 febbraio 2019 alle 19:50 Rispondi

        Già, provare non costa nulla. Se non viaggi e rodimento di fegato.

        • Daniele Imperi
          15 febbraio 2019 alle 08:11 Rispondi

          Viaggi? Mica porterai i manoscritti a mano?

          • Nuccio
            15 febbraio 2019 alle 08:40 Rispondi

            Quando ti vogliono parlare è meglio andare di persona se non è possibile in video chat. Comunque il contatto umano diretto è preferibile perché dalle sfumature compŕendi la serietà delle intenzioni. Almeno così per me è stato.

            • Daniele Imperi
              15 febbraio 2019 alle 08:57 Rispondi

              Sì, sono d’accordo.

  6. Barbara
    14 febbraio 2019 alle 12:24 Rispondi

    Stai sciallo, ma svario, su! :D :D :D
    Magari tra cinque anni non ci ricorderemo manco chi sono…
    I ragazzi non leggono solo questo: ci sono altri adolescenti che si leggono i classici, ma certamente non si mettono a scriverlo in rete, perché non la usano in quel modo lì, non stanno su YouTube a tutte le ore, magari lo guardano ma con distacco. Sono pochi, tanti? Non lo so. Questi venderanno anche, ma venderanno un libro solo come gadget, non come libro vero e proprio.
    Stavo anche per scrivere: vedi Harry Potter! Quanto ha venduto? Già, ma Harry Potter lo sappiamo che è stato rifiutato da parecchie case editrici (all’estero, dove il mercato editoriale è economicamente meglio del nostro) prima di essere accettato e raggiungere la popolarità.
    Mi spiace per quei genitori che acquistano questi libri sgrammaticati per i loro figli sgrammaticati. Il problema ce l’avranno quando si affacceranno al mondo del lavoro, cosa penseranno di trovare se non sanno nemmeno rispondere in maniera decente ad un cliente?

    • Daniele Imperi
      14 febbraio 2019 alle 13:11 Rispondi

      Sciallo e svario che vogliono dire? Io so’ de Roma, sto dialetto m’è oscuro :D
      Magari anche fra meno di 5 anni non se li ricordano.
      I genitori che comprano certe porcate ai figli che genitori sono?

      • Nuccio
        14 febbraio 2019 alle 19:54 Rispondi

        Forse illetterati?

        • Daniele Imperi
          15 febbraio 2019 alle 08:11 Rispondi

          Per usare un eufemismo :)

  7. Silvia
    14 febbraio 2019 alle 14:06 Rispondi

    Io sono meno pessimista. Mio figlio (12 anni) legge Agatha Christe, Simenon, i classici. Ora ha iniziato a leggere Faletti (che sono comunque tomazzi da 600 pagine). Noi non facciamo statistica perché li abbiamo quasi tutti in casa e non serve comprarli, se non raramente.
    Anzi, ti dirò che grazie al fatto che oggi a scuola ci sono biblioteche svecchiate dei soliti Cuore e Pattini d’argenti, i ragazzini leggono molto di più degli adulti. L’anno scorso avevo visto statistiche molto confortanti in questo senso. Il problema è che poi dopo i 16-18 anni smettono di leggere.
    Gli youtuber passeranno, i classici rimarranno. ;)

    • Daniele Imperi
      14 febbraio 2019 alle 14:19 Rispondi

      Pattini d’argento m’era sfuggito :D
      Tuo figlio ha avuto l’esempio in casa, quindi devo pensare che i genitori che comprano l’autobiografia degli youtuber diano altri esempi.
      Perché smettono di leggere dopo i 16-18 anni?

      • Siliva
        14 febbraio 2019 alle 14:47 Rispondi

        Questa è una domanda molto interessante. Io credo che c’entri molto proprio l’esempio che noi adulti diamo. Finché si va a scuola, è una sorta di obbligo che in molti casi si trasforma in piacere. Poi, secondo me, spesso subentra il fatto che socialmente leggere non è considerata una cosa “figa”, anzi è un po’ da sfigati.

        • Daniele Imperi
          14 febbraio 2019 alle 15:04 Rispondi

          Vero, bisogna far passare il messaggio che stare su Youtube è da sfigati :P

        • Nuccio
          14 febbraio 2019 alle 19:57 Rispondi

          Credo che, se hanno preso gusto , continuano.

    • Maria Pia Rollo
      14 febbraio 2019 alle 15:25 Rispondi

      Vero. Le mode passano, e speriamo che gli editori capiscano che anche la qualità paga.

      • Daniele Imperi
        14 febbraio 2019 alle 15:40 Rispondi

        La qualità paga sempre, ma purtroppo la fama strapaga.

        • Maria Pia Rollo
          14 febbraio 2019 alle 15:44 Rispondi

          Vero anche questo 😁😁😁

    • Fulvio
      14 febbraio 2019 alle 23:05 Rispondi

      Verissimo!! Ero così fiero dei miei figli che leggevano tantissimo da piccoli, che quando hanno smesso ci sono rimasto male. Ma loro, che studiano entrambi, mi dicono che è normale, che stanno sui libri ogni giorno e che sono abituati a una comunicazione troppo veloce. Almeno ne hanno consapevolezza e questo, lo ammetto, mi consola.

      • Daniele Imperi
        15 febbraio 2019 alle 08:14 Rispondi

        Un conto, però è stare sui libri di scuola e un altro è leggere per svagarsi.
        La comunicazione troppo veloce, colpa del web in generale e dei social in particolare, inizierà a dare seri problemi, secondo me, perché a lungo andare molti non riusciranno a comprendere un semplice testo, figuriamoci quello di un classico del ‘500.

  8. Guido Rojetti
    14 febbraio 2019 alle 23:33 Rispondi

    Ho sempre detto e pensato: “si vende più il personaggio che il libro”, benché ritengo non sia tanto nel pubblicare la difficoltà maggiore, ma è difficilissimo pubblicare con una CE (FREE) che poi ti supporti a dovere nella promozione, nella distribuzione, che non ti chieda di tagliare pagine su pagine (come è capitata a me, che voleva pubblicarmi, sì, ma eliminando ben 190 pagine su 290!) e chiedendomi anche di “contribuire” prodigandomi a vendere almeno 50 copie in un paio di presentazioni in libreria (ovviamente ho rifiutato).
    Pubblicare significa l’esatto contrario di tutto questo, poiché questo è IL NULLA… è solo “ordinare” a una tipografia di stampare una o più copie (quasi sempre in digitale). Ma questa è una cosa che può fare anche l’autore, da solo o in Selpublishing. Insomma, alcune cosiddette CE, non solo non fanno il loro mestiere di CE, ma si aspettano che sia tu a farlo per loro.

    Per l’editore il libro dev’essere commerciabile: deve vendere, altrimenti ci avrà rimesso soldi e tempo? (Bene, allora si dia da fare nella PROMOZIONE!)

    4 Saturazione: l’editore ha già abbondantemente trattato libri del genere e pensa che non ci sia altro da dire? (Magari così fosse, ci sarebbe un freno alle richieste all’Impero restare dei romanzi, che invece sono sempre e quasi gli unici richiesti, e ci sarebbe più spazio per i racconti e per gli altri generi letterari).

    • Daniele Imperi
      15 febbraio 2019 alle 08:16 Rispondi

      Ciao Guido, benvenuto nel blog.
      Sì pubblicare è l’esatto contrario di quello che riporti. Non spetta all’autore vendere le copie del suo libro.
      Non ho capito l’ultimo punto di cui parli.

  9. Tea
    14 febbraio 2019 alle 23:38 Rispondi

    Uno dei motivi per cui ho optato per l’autopubblicazione è proprio questo: regole di mercato anche abbastanza rigide, lecite perché bisogna vendere e poi ti trovi le porcherie in vetrina. Mi sento un po’ presa in giro.

    • Daniele Imperi
      15 febbraio 2019 alle 08:18 Rispondi

      Sì, hai ragione, leggi che gli editori vogliono un certo tipo di libri, per te che sei uno sconosciuto, e poi trovi che vendono certa spazzatura.

  10. Emanuela
    15 febbraio 2019 alle 09:04 Rispondi

    Parole sante.

    • Daniele Imperi
      15 febbraio 2019 alle 09:20 Rispondi

      Ciao Emanuela, grazie e benvenuta nel blog.

  11. Roberto Russo
    15 febbraio 2019 alle 09:45 Rispondi

    Parlo dall’altra parte della barricata, in quanto sono un piccolo editore, free, che, pur nelle sue ridotte dimensioni, cerca di svolgere il proprio lavoro al meglio.
    Bisogna dire che spesso gli autori mi facilitano il lavoro di selezione. Sul sito della casa editrice ho esposto in maniera chiara le indicazioni per sottoporre i testi (a proposito: si chiama “Invio di proposte editoriali” anche se l’url, non per mia scelta, è pubblica-con-noi). Non credo di esagerare se dico che oltre l’80% delle proposte che mi arrivano non rispetta i criteri elencati. Quindi vanno direttamente nel cestino senza passare dal via… e nessuno me ne voglia. Qui stiamo parlando di professionisti della comunicazione: se non si riesce a comprendere una semplice richiesta, come si può pretendere di scrivere un intero libro?
    Ci sono poi delle perle, ovviamente. Tra le indicazioni per inviare dei testi in valutazione c’è quella che bisogna spiegare, al massimo in 10 righe, perché si vuole inviare i testi proprio alla mia casa editrice. Una persona ha scritto che ci ha scelti perché ha particolarmente apprezzato la carta sulla quale sono stampati i libri di una determinata collana (ha specificato quale). La motivazione ci sta pure, peccato che quella collana ospita è solo in digitale… Un tipo, invece, si è fortemente risentito dalla richiesta: a suo dire, lui ha il diritto mandare il proprio testo a tutte le case editrici italiane, senza dover spiegare il perché. A questo punto è anche mio diritto cestinare il suo testo, senza spiegargli il perché.
    A volte è vero che gli editori sono (siamo) alla ricerca del fenomeno che fa vendere; ma è altrettanto vero che alcuni autori e autrici fanno di tutto per non farsi prendere in considerazione.
    Grazie dell’ospitalità e dell’opportunità di confronto.

    • Daniele Imperi
      15 febbraio 2019 alle 13:12 Rispondi

      Ciao Roberto, benvenuto nel blog.
      Non credo che tu sia l’unico a lamentarti di chi non legge e capisce delle semplice regole per l’invio.
      Fai bene quindi a cestinare chi spedisce dimostrando di non averle rispettate.
      Anche altri editori chiedono il motivo per cui un autore li scelga. Non so dirti se è giusto o sbagliato chiederlo, non mi sono mai posto il problema e non ho ancora un’opinione. Comunque, risponderei alla domanda senza problemi.
      Concordo sull’ultimo pensiero :D

  12. Grazia Gironella
    15 febbraio 2019 alle 20:02 Rispondi

    Certo sarebbe divertente fare sparire con la bacchetta magica i libri dei non-scrittori che scrivono… chissà cosa farebbero gli editori, a corto di cavalli facili su cui puntare. Del resto si parla di soldi e di scarsi lettori, perciò non c’è ragionamento che tenga. Quanto al perché vogliamo tutti pubblicare, credo che il motivo sia semplice: a cosa servono le storie, se nessuno le legge o le ascolta? Tanto varrebbe fare altro, invece di scriverle.

  13. von Moltke
    15 febbraio 2019 alle 22:10 Rispondi

    Leggerti è sempre interessante, ma, in alcuni casi, anche catartico (nel senso della Poetica di Aristotele). Come in questo caso.
    Non siamo poi in così pochi a vedere con sgomento quello che sta accadendo a livello sociale, e persino psicologico: una caduta nel gusto, nelle facoltà intellettive e nella stessa volontà collettiva che ho trovato analizzata in diversi testi. Ho letto, ad esempio, “The dumbest generation” di Bauerlein, e mi appresto a farlo anche con “Idiot America” di Peirce e “The cult of the amateur” di Keen, oltre all’analisi sull’influenza deleteria dell’abuso di tecnologie sul cervello di Greenfield “Mind change”, e paiono tutti molto preoccupati del vicolo cieco in cui ci siamo infilati da soli affondando il naso su uno schermo per ignorare tutto il resto. La situazione del mercato editoriale non può che rispecchiare quella generale.
    A me pare poi che gli editori abbiano un atteggiamento particolarmente vile, quando iniziano a non voler pubblicare per principio più di un centinaio di pagine di un esordiente o non osino andare contro il mercato, e si riducono a commercianti. Voler pubblicare solo ciò che fa vendere, e non cercare di vendere qualcosa che si reputa buono, interessante, illuminante, è abdicare al ruolo che gli editori, per secoli, hanno avuto. Se nel Rinascimento o nel XVIII secolo avessero scartato le opere troppo difficili o poco popolari, sarebbero arrivati sino a noi solo le raccolte di canzonette e i precursori degli Harmony, e non certo il Tasso o Goethe. Che poi, pubblicati, vendevano pure. Oggi la cosa non pare interessare a nessuno, e ne raccoglieremo i frutti.
    Chiusa parentesi passatista. Per il resto, leggendoti mi vien quasi voglia di autopubblicarmi, io che rifiuto l’idea in quanto vorrei farmi leggere, e non sono affatto il tipo capace di promuoversi. Solo che è due anni che aspetto risposte, e l’attesa nel silenzio e nell’indifferenza diviene deprimente.

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