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Le scene più difficili da scrivere

Scene difficili

Ogni scrittore ha il suo tallone dʼAchille. Io ne ho almeno 5. Un tempo avevo paura dei dialoghi, adesso invece mi vengono naturali – vedremo che cosa ne dirà un giorno un editor – e vado pazzo per le descrizioni del paesaggio, di cui un tempo abusavo.

A forza di leggere, però, si imparano parecchie tecniche. Forse non è neanche corretto chiamarle tecniche, forse sono semplicemente soluzioni personali trovate dai vari autori. Ma sono pur sempre un tesoro.

Il problema è che leggere non ci toglie dai guai, perché quando scriviamo dobbiamo camminare coi nostri piedi, non cʼè il nostro autore preferito a prenderci per mano. Certe soluzioni ci devono nascere spontanee.

Oggi voglio illustrare quelle che per me sono le cinque tipologie di scene più difficili da scrivere in una storia. Le scene che mi hanno dato e mi daranno più noia di tutte le altre.

Scene di azione

Al cinema ci appare tutto più semplice, anche se in realtà le immagini che ci scorrono davanti sono state frutto di studio, scrittura, prove, tagli e opportuni montaggi. Così vedere una sparatoria o un inseguimento ci fa salire il livello di adrenalina nel sangue.

Ma se dovessimo descrivere scene del genere? Qui casca lʼasino, anzi lo scrittore.

Come riuscire con un flusso di parole a rappresentare una sparatoria, magari fra due poliziotti appostati dietro la loro auto e 4 rapinatori che li mitragliano da una banca? Come far sentire il sibilo delle pallottole, esaltare il senso drammatico della scena?

Ma ci sono altre scene di azione che mi spaventano.

  • Battaglie: le peggiori di tutte sono quelle medievali. Due eserciti enormi, con decine di migliaia di soldati, che si fanno a pezzi in un campo. Non ci voglio neanche pensare.
  • Aggressioni: anche solo un pugno sferrato da un tipo a un altro mi darebbe problemi, perché non possiamo cavarcela con un banale “gli sferrò un pugno sul naso mandandolo a gambe allʼaria”.

Morte di un personaggio

Di qualsiasi tipo, rappresentare la morte di un personaggio in una storia penso sia uno degli scogli più duri. Bisogna essere in grado di far sentire al lettore lʼaspetto tragico e drammatico della scena.

Se poi a morire sarà il protagonista, allora cambia tutto. Nel senso che la questione si complica ancor di più.

Sofferenza di un personaggio

Gli stati emotivi non sono facili da rendere. Emozioni come paura, tensione, terrore, dolore fisico o sofferenza interiore, ansia, depressione richiedono unʼattenzione e una cura particolari da parte dello scrittore, forse anche una certa sensibilità.

Il fatto è che il lettore deve partecipare a quella scena, quindi dobbiamo riuscire a fargli provare quelle emozioni. Spaventarlo quando cʼè un pazzoide che insegue il personaggio con una motosega, deprimerlo quando cʼè un poveraccio che ha appena perso moglie, figli, casa e lavoro, e così via.

Chi è capace a farlo?

Risorsa: sul blog “Scrivere è vivere” di Grazia potete leggere alcuni post sulle emozioni al microscopio e come renderle in una storia.

Scene erotiche

Ecco che la vostra attenzione raggiunge il picco. Ma non dirò nulla di scabroso. A me non interessano le storie dʼamore ed erotiche, né da leggere né da scrivere, quindi da una parte poco me ne importa.

Tuttavia non si può mai sapere, magari in un romanzo esce fuori una storia dʼamore fra lei e lui e un bacetto può sfuggire. Anche in un caso come questo avrei difficoltà a saper rendere lʼatmosfera.

Molto tempo fa ho parlato di come descrivere le scene erotiche, prendendo come esempio due autori, Guido Morselli e Cormac McCarthy, che in due romanzi sono stati dei veri maestri. Il lettore aveva capito tutto senza che ci fosse scritto alcunché di anatomico. Geni.

Situazioni di pericolo o urgenza

Prendete, per esempio, un terremoto o un aereo che sta precipitando o un gruppo di cani rabbiosi e indemoniati che inseguono un personaggio. O una macchina in bilico su un dirupo. O il controllore che vi si avvicina e voi non avete il biglietto.

Le situazioni che si possono verificare sono davvero tante. Come tirarsi fuori da un impiccio del genere? Come risolvere al meglio e far provare al lettore quelle sensazioni di pericolo e urgenza che stanno provando i personaggi?

Soluzioni possibili

Leggere, ovviamente, quanti più libri possibili in cui è facile o intuibile trovare questo tipo di scene. Molte volte è sufficiente cambiare punto di vista, “dire e non dire” per risolvere la scena.

Mi voltai verso di lui. Sono certa che la mia faccia fosse priva di espressione, ma quando i miei occhi incrociarono i suoi, vacillò – la sua mente non era annebbiata, niente affatto – e fece tre rapidi passi indietro, dʼistinto.

Oltre il bordo del ponte.

Ancillary Justice, Ann Leckie

Una descrizione fredda, distaccata. Ma secondo me rende benissimo cosa sia successo. Alle volte la scelta più semplice è quella più azzeccata.

Queste sono le mie scene più difficili da descrivere. E le vostre? Come ve la cavate invece con le mie?

48 Commenti

  1. Roberto Mariotti
    31 agosto 2015 alle 07:28 Rispondi

    I talloni d’Achille però non fanno solo paura, sono anche stimolanti, perché rappresentano una sfida, un’occasione di crescita.
    Io quando mi trovo di fronte la prospettiva di descrivere una scena “difficile”, magari dei tipi che hai elencato tu, uso sempre lo stesso “trucco”: voglio cercare un punto di vista originale, dare un taglio particolare; non voglio limitarmi a realizzare la scena, magari imitando le scelte fatte da un altro scrittore; voglio metterci qualcosa che caratterizzi in qualche modo tutta la descrizione, un escamotage, sia formale sia sostanziale.
    Le scene di azione secondo me non devono essere affrontate con un approccio “cinematografico”. La parola scritta è un’altra cosa, rispetto alle immagini in movimento. Cercare di descrivere il tutto di una scena di azione è velleitario. Conviene attaccarsi a qualche aspetto particolare, colorandolo nel dettaglio, e tratteggiare la scena grande a volo d’uccello.
    Le altre scene invece sono basate sul racconto di sentimenti. E’ stupendo avere a che fare con i sentimenti umani, cercare di descriverli, di renderli veri e pulsanti, e di conseguenza indurre sentimenti nel lettore: probabilmente è la sfida più stimolante in uno scrittore, almeno per me.
    Una scena erotica, di sofferenza, di urgenza, di paura, di amore… bellissima sfida!
    Bisogna cercarsi dentro, in fondo il nostro animo è un’officina dotata di tutte le attrezzature necessarie a costruire una egregia descrizione dei sentimenti umani.

    • Daniele Imperi
      1 settembre 2015 alle 07:15 Rispondi

      Sì, sono stimolanti, hai ragione. Hai parlato di punto di vista: secondo me è la soluzione ideale. Trovare un pdv che ti aiuti a descrivere la scena.

  2. Chiara
    31 agosto 2015 alle 09:28 Rispondi

    Io farò un meme, quindi ho deciso di non scrivere nulla! :)

    • Daniele Imperi
      1 settembre 2015 alle 07:14 Rispondi

      Ok per il meme :)

  3. monia
    31 agosto 2015 alle 09:30 Rispondi

    Le scene che parlano di sentimenti mi vengono naturali (che poi piacciano al lettore è altra storia :) non posso giudicare). Quindi avanti con erotismo, paura, morte.
    Il mio scoglio sono le descrizioni. E non mi aiuta leggere gli altri perchè in genere se le descrizioni sono troppo abbondanti, le salto, o comunque le sorvolo.. :(
    E poi le scene d’azione. Ne ho dovuto inventare un paio e no, non mi sono riuscite bene. Ci devo lavorare ancora. E’ che avendo uno stile intimista, finisce che anche nelle scene d’azione io ci metta le riflessioni del mio personaggio, e questo, ovviamente, abbatte l’adrenalina stoppando i fotogrammi.
    Magari è il mio stile… boh :)

    • Daniele Imperi
      1 settembre 2015 alle 07:16 Rispondi

      In una scena d’azione non sta male la parte riflessiva del personaggio, ma dipende dalle situazioni. Se devi descrivere una folla che fugge da un cinema in fiamme, non puoi essere intimista con 100 persone :)

  4. LiveALive
    31 agosto 2015 alle 09:45 Rispondi

    Non ho particolari difficoltà nella scena. Piuttosto, un paragrafo d’introspezione è difficilissimo da scrivere in modo interessante. Come un po’ tutte le non-scene: scrivere un libro sperimentale come l’Ulisse o Il Pasto Nudo secondo me è la massima sfida per l’intelletto perché richiede di ragionare secondo principi completamente diversi da quelli normali, e bisogna riuscire a intrattenere facendo leggere ad altri cose che non sono abituati a leggere.
    ***
    Una cosa che c’entra poco, ma che nella mia testa c’entra: ho riletto tutto ciò che ho scritto, e mi pare che più ne capisco, più imparo le convenzioni tecniche e a risolvere problemi, peggio scrivo. Forse è dovuto al fatto che ho preso una strada che non è mia, e ho applicato una tecnica abbandonando la sensibilità che mi permetteva di capire ciò che mi piaceva davvero… Fatto sta che i testi che mi emozionano di più rimangono quelli che ho scritto anni fa, quelli privi di trama, con contenuto surrealista, linguaggio barocco, descrizioni naturalistiche lunghe pagine. Perché, secondo te? Eppure credo sia quello il mio gusto, ciò che riesco a creare meglio, il modello di letteratura verso cui le mie propensioni naturali puntano.

    • nani
      1 settembre 2015 alle 06:07 Rispondi

      Se a te riesce facile descrivere una scena, perche’ non provi a vedere un momento d’introspezione come una scena? O legare le due cose. D’annunzio era un genio a farlo. Non per forza bisogna raccontare quello che succede dentro un personaggio per filo e per segno. A volte basta semplicemente mostrare per far capire. Mostra un gesto, un modo di muoversi intorno ad un luogo che riverbera lo stato d’animo, una parola pronunciata in un contesto che faccia risuonare il sentimento che l’ha prodotta. Non ne uscira’ una cosa alla Joyce, ma il lettore te ne sara’ grato, te lo posso garantire! :D
      Trovare un proprio stile non e’ facile. Credo che spesso la cosa difficile e’ calibrare le nostre inclinazioni con la giusta misura del sensato, o del gusto, se vuoi.

      • LiveALive
        1 settembre 2015 alle 13:47 Rispondi

        Folle! Joyce è il mio scrittore preferito! Dopo d’Annunzio, ovviamente, ma se hai visto il mio sito lo sai già XD
        Eh, la capziosa ricerca dello stile! Parli di calibrare la propensione naturale secondo il sensato. Questo ovviamente per poter piacere anche agli altri. Io però non ho velleità, io mi limito a stamparmi i libri in casa, a rilegarmeli con le mie mani, e sono soddisfatto così. Quello che mi importa è creare qualcosa che a me sembri massimamente bello. Il punto è che ciò che esteticamente mi soddisfa di più sono cose vecchie, mi pare di non riuscirci più…

        • nani
          2 settembre 2015 alle 03:34 Rispondi

          Ma lo sai che mi era sembrato… (riguardo a Joyce, dico) :D

    • Daniele Imperi
      1 settembre 2015 alle 07:18 Rispondi

      Non hai difficoltà con ogni tipo di scena?
      Per la seconda parte: forse è quello il tuo stile e il tuo modo di raccontare.

  5. Simona C.
    31 agosto 2015 alle 10:07 Rispondi

    Dialoghi, descrizioni e psicologia dei personaggi sono il mio forte. Sull’ultimo punto in particolare, non solo leggendo, ma anche osservando le persone, ho imparato a mirare agli atteggiamenti più che dire “era triste” “era felice” “era imbarazzato”. Mi chiedo da cosa, nella vita vera, capiamo lo stato d’animo di una persona e allora ci sono sguardi abbassati o distolti, angoli della bocca che si piegano, mani sui fianchi, braccia incrociate, sudore. Toccarsi i capelli o toccare l’altra persona durante una conversazione, sporgersi in avanti o ritrarsi danno il senso di ciò che prova il personaggio senza dirlo apertamente e sfruttando dettagli che sono familiari al lettore perché li ha visti nella realtà. Le scene erotiche sono molto legate al carattere dei personaggi, non uso mai la fredda cronaca anatomica, ma sensazioni, motivazioni e reazioni.
    Le scene catastrofiche sono le mie preferite. Durante i miei viaggi ho visitato i luoghi di veri disastri, da Stromboli al Krakatoa alle Hawaii, osservando conseguenze e ascoltando storie di eruzioni, terremoti e tsunami. Se ne sei appassionato, non hai problemi a raccontarlo.
    Il mio punto debole, invece, sono le scene d’azione perché devono essere “veloci” e non posso soffermarmi sui particolari, altrimenti l’azione rallenta e si perde la tensione. In questo caso, è importante trovare pochi termini perfetti che colpiscano come i proiettili che stanno volando. Non facile.

    • LiveALive
      31 agosto 2015 alle 15:01 Rispondi

      La cosa che non sempre mi convince di certe rappresentazioni “esteriori” del sentimento è che nel 99% dei casi sono manierate. Sono rappresentate o troppo nettamente, o sempre alla stessa maniera (questo capita anche ai capolavori, spesso. Vogliamo parlare della scena di Stoner in cui Stoner ha l’epifania sul suo destino, alza le mani al cielo senza riuscire ad esprimere l’emozione che gli dà la poesia? Quanto è falso e affettato? Però lì l’affettazione romantica ci sta, è volontaria; anche se rimane irreale). Io personalmente, nella maggior parte dei casi, per quanto possa essere bella l’emozione che provo, me ne sto fermo: non sono un bambino e non sono neanche un film, mi limito a “sentire”. Devo ancora trovare un libro che riesca a darmi una rappresentazione vera della emozione. Io, personalmente, preferisco non rappresentarla con degli atti, ma con delle sensazioni fisiche. Molto spesso l’emozione viene rappresentata, in arte, o come uno stato intellettuale, o appunto come un atteggiamento, quando invece nella realtà è un moto viscerale, una cosa che non sempre esprimiamo, e che non sentiamo solo con la testa, è principalmente una cosa che sentiamo con il corpo.

      • Marco Amato
        31 agosto 2015 alle 16:32 Rispondi

        Però Williams in Stoner riesce a mostrare le emozioni tramite i gesti e le espressioni come pochissimi altri. Magistrale il momento in cui Stoner durante la prima lezione di Sloane, subito dopo il sonetto di Shakespeare riesce a percepire se stesso e il mondo.

        • LiveALive
          31 agosto 2015 alle 17:18 Rispondi

          Sottolineo comunque che, nel complesso, è un capolavoro. I punti di affettazione, come dicevo, sono volontari: quando i tre amici parlano al bar e viene per la prima volta l’idea che l’università sia per disabili (o deformi, non ricordo la forma usata), lì il dialogo è indubbiamente falso, ma lo è proprio perché Williams vuole dare un tono ieratico e, soprattutto, marcare la scena (un po’ come una parola particolare circondata da comuni: risalta di più).

      • Simona C.
        31 agosto 2015 alle 18:41 Rispondi

        Certo, dal punto di vista del personaggio ci sono anche le sensazioni, brividi, nausea, calore. Poi, sull’esagerare nel sottolineare un atteggiamento è una scelta di stile. Le persone su un treno non hanno le magliette con scritto “felice” o “incazzato”, lo si coglie dai dettagli e non è detto che siano descritti in modo banale.

        • LiveALive
          31 agosto 2015 alle 19:02 Rispondi

          Nella realtà non hanno la maglietta con scritto “felice”. Se è per questo, nella realtà non esistono le virgolette quando parli. Nella realtà nessuno parla come un dialogo di un libro. Nella realtà scena e pensiero non sono mai separati. E via così. È una obiezione che si sente tante volte in giro, del tipo “non vanno in giro con le etichette”, ma sostanzialmente non vuol dire niente. Io la mia emozione non la vedo esternamente, la sento nei moti corporali. E quella altrui? In realtà neanche dalla loro esteriorità, quanto da una mia interpretazione, da una mia analisi, da una mia previsione, eccetera. Certo puoi fare una narrazione cinematografica e io ci penso. Però considera un paio di cose. Considera cioè che se tu mi descrivi una reazione fisica, io penso “è felice”. Se mi scrivi “è felice”, di contro, io deduco la reazione fisica. Quale delle due vie va meglio? Probabilmente sono equivalenti. Ma considera questo: che l’esposizione di “è felice” funziona così: dato->immaginazione; mentre quella della descrizione funziona così: immaginazione->deduzione->correzione (cioè deduco che è felice, e riabbino l’immaginazione a questo concetto).
          Ci si inganna, poi, per l’eccessiva semplicità degli esempi. “è felice” equivale a “sorride”: sarebbe meglio, sorride? A me pare equivalente, se non peggiore, perché richiede un passaggio in più. Ma nella scrittura di livello, nel meccanismo complessivo, non si può dedurre le cose confrontando due parole: molto spesso in un buono stile esposizione e scena, concretezza e concettualità, chiarezza e vaghezza si fondono anche all’interno delle singole frasi, e ci possono essere versioni di quel “è felice” così evocative da non aver nulla da invidiare alla rappresentazione scenica più perfetta. Ti prendo un esempio a caso che mi fa venire i brividi in testa da tanto è potente: “era dentro di lui come un cupo naufragio nell’ombra.”

          • Simona C.
            1 settembre 2015 alle 09:37

            Hai ragione anche tu. Scegliere un metodo o l’altro dipende dallo scopo della scena e dall’importanza di quel dettaglio. A volte, un diretto “è felice” va bene, altre volte preferisco seminare solo un indizio. Un po’ come il “mostrare e raccontare” che hanno funzioni diverse a seconda di come si vuole rendere la scena.

    • Daniele Imperi
      1 settembre 2015 alle 07:21 Rispondi

      Io con la psicologia dei personaggi ho difficoltà invece.
      Studiare gli atteggiamenti delle persone aiuta senz’altro.
      Le scene di azione sono appunto veloci, ecco perché per me sono difficili, perché, come hai detto, devi trasmettere tensione al lettore.

  6. Tenar
    31 agosto 2015 alle 10:12 Rispondi

    Le scene d’azione mi spaventano molto. Di solito scrivo con focalizzazione interna o direttamente in prima persona, quindi deve salvaguardare il punto di vista del mio personaggio e far capire un minimo al lettore quello che sta succedendo, il che non è facile, potrebbe darsi ad esempio che il protagonista non capisca nulla di quello che gli succede intorno!
    Le scene in cui al protagonista succedono brutte cose che hanno un contraccolpo emotivo forte non le trovo difficili da un punto di vista tecnico, ma pesanti emotivamente. Potrei scene depressa peggio di lui!
    Le scene erotiche, infine, le trovo un po’ oltre le mie capacità tecniche. Se posso le evito, se non posso spero che il Cielo me la mandi buona e abbozzo qualcosa. Il problema è che sento di forzare l’intimità dei miei personaggi, di appollaiarmi nella loro camera da letto…

    • Daniele Imperi
      1 settembre 2015 alle 07:22 Rispondi

      Io sto scrivendo un racconto drammatico, dove ci sono andato pesante con il personaggio, ma a me non è arrivato nulla, sono molto distaccato.
      Le scene erotiche le evito anche per i tuoi stessi motivi: non amo spiare i miei personaggi dal buco della serratura :D

      • LiveALive
        1 settembre 2015 alle 09:30 Rispondi

        Io avevo scritto un libro con due scene erotiche, ma non credo lo farò più XD non è tanto la difficoltà della scena (non è facile perché può essere importantissima psicologicamente, ma la psicologia non si vede nell’atto in sé quanto nei modi in cui lo si compie, e cogliere certe sfumature non è facile neanche nella vita reale) quanto il fatto che il lettore quando legge una scena sta leggendo anche il mio cervello, e nella scena erotica vede una parte di cervello che preferisco tenere per me XD

  7. Marco Amato
    31 agosto 2015 alle 10:35 Rispondi

    A me paradossalmente le scene difficili sono quelle che vengono meglio. Perché le scrivi, le scrivivi, fai ricerca, modelli le frasi e quando hai finito resti anche sorpreso. Ma l’ho scritta proprio io?
    Al contrario non saprei identificare scene semplici. Perché appena avverto il sentore della scena semplice il rischio è di cadere nella banalità. Nel mio caso occorre attenzione e controllo.
    Una scena in teoria semplice, la lite tra un uomo e una donna, in realtà semplice non lo è affatto. Il rischio dietro l’angolo è il cliché. Nel mio primo romanzo ne ho affrontate due. Una drammatica con rottura definitiva, e una tragicomica. Quest’ultima è più complicata perché il lettore doveva leggerla col sorriso stampato sulla bocca e magari qualche risata. Però io credo che in entrambi i casi o in tutte le scene più complesse, quel che conta è la preparazione. Il modo in cui fai arrivare i personaggi nel punto critico della scena. Come nella musica. La nota Do resta sempre Do, ma l’effetto del suo suono è percepito diversamente se preceduto da un La o da un Si. Lo stesso avviene nella scrittura.
    Se il protagonista si trova immischiato in una scena d’azione in cui rischia di morire, l’elemento determinante è come vi arriva. Era ignaro di quel che stava accadendo? La sorpresa e lo smarrimento saranno la chiave. Viceversa se il protagonista
    era consapevole a quel che andava incontro saranno la tensione e la paura a fissare la scena d’azione.
    Quindi poi ci fai sapere quali sono per te le scene semplici. ;)

    • Daniele Imperi
      1 settembre 2015 alle 07:25 Rispondi

      Alla fine nessuna scena è proprio semplice, perché devi ricreare un’atmosfera senza cadere nel già scritto. Per me sono semplici quelle di routine, se possiamo chiamarle così. Quelle in cui i personaggi dialogano, quelle in cui si spostano, quelle in cui compiono qualche azione come mangiare, uscire, fare qualcosa.

  8. Grazia Gironella
    31 agosto 2015 alle 12:48 Rispondi

    Grazie del link ai miei articoli. :) Condivido il timore di fronte alla prospettiva di scrivere scene d’azione, e un vero terrore quando si tratta di battaglie. Dovrei mettermi a studiare seriamente i vari Martin e Sanderson per vedere come se la cavano. Mentre li leggo mi faccio trasportare, ma trasportare il lettore è un’altra cosa! Le scene erotiche mi capitano di rado, ma quando la storia le richiede le scrivo a modo mio, cioè lasciando immaginare più che descrivendo. Poche cose mi fanno “scendere la catena” più di una scena erotica che si sforza di comunicare eccitazione tramite dettagli fisici e tecnici. Spegnete la luce, grazie! ;)

    • LiveALive
      31 agosto 2015 alle 15:03 Rispondi

      Secondo me invece Martin non riesce tanto bene nella descrizione delle battaglie, sai? La cosa che mi fa pensare più spesso non è “non lo farò mai bene quanto lui”, ma è “non ci riesce lui, dovrei riuscirci io?”

      • Grazia Gironella
        31 agosto 2015 alle 16:11 Rispondi

        Mi hai fatto venire la curiosità di controllare. E’ da qualche anno che ho letto il mio ultimo Martin, perciò non vorrei avere detto una stupidaggine solo per quanto mi fido dell’autore.

        • Daniele Imperi
          1 settembre 2015 alle 07:27 Rispondi

          Anche io è parecchio che ho letto Martin, ma mi pareva se la cavasse bene con quelle scene.

      • Marco Amato
        31 agosto 2015 alle 16:25 Rispondi

        Ecco visto che ci siamo, sapreste consigliarmi dove reperire un combattimento corpo a corpo a mani nude. Non sportivo, qualcosa di serio, due che combattono allo sfinimento per uccidersi? Eh capisco… ma il thriller e thriller ;)

        • LiveALive
          31 agosto 2015 alle 17:25 Rispondi

          Se era un combattimento sportivo, ti dicevo Fight Night. Se invece stai pensando a qualcosa di storico, forse è meglio un saggio, ci sono anche di quelli che ricreano combattimenti “in diretta” basandosi sulle cronache dell’epoca. Se è proprio una scazzottata non saprei, mi vengono in mente libri in cui sono descritte, in cui se ne parla, ma nessuna mi è rimasta particolarmente impressa.
          ***
          (per chiarezza, Martin generalmente è considerato bravo in quello, il mio commento era un “secondo me”. Secondo me, cioè, tende spesso a essere confuso, o poco ritmato. Però, per dire, il combattimento con l’estraneo nel primo prologo è una delle scene di combattimento che preferisco: rapida, semplice, d’effetto.)

    • Daniele Imperi
      1 settembre 2015 alle 07:26 Rispondi

      Per le battaglie vanno studiati i grandi, è vero. Ci metto dentro anche Bernard Cornwell, che scrive romanzi storici. Le scene erotiche si possono evitare in un romanzo che non sia erotico, lasciando il tutto all’immaginazione del lettore.

  9. KingLC
    31 agosto 2015 alle 17:37 Rispondi

    Io, francamente, non ci trovo nulla di male nel cavarsela con un banale “gli sferrò un pugno sul naso mandandolo a gambe allʼaria”. Okay, si può dare più enfasi alla scena e maggior risalto al pugno, ma alla fine è inutile sprecare righe preziose a descrivere un semplice pugno in faccia, io penso che sia meglio esser diretti, da lettore mi annoierei a dovermi sorbire la descrizione di un colpo come se fosse la cosa più importante della storia. La cosa migliore in questi casi penso sia usare una metafora, qualcosa di schietto ma allo stesso tempo particolare, che risalti la scena ma non l’appesantisca.

    • Daniele Imperi
      1 settembre 2015 alle 07:28 Rispondi

      Essere diretti va bene, magari sono io che mi faccio mille problemi con certe scene. La metafora va bene, potrebbe essere efficace.

  10. giuseppina
    1 settembre 2015 alle 11:12 Rispondi

    Gentilissimi, aggiungerei altre azioni difficili come “la scoperta della verita’” e tante altre azioni molto misteriose tutte da scoprire.

    • Daniele Imperi
      1 settembre 2015 alle 13:57 Rispondi

      Sì, la scoperta di qualche mistero richiede impegno anche secondo me.

  11. Cris
    1 settembre 2015 alle 14:16 Rispondi

    Le scene che mi vengono difficili da scrivere, innanzitutto sono quelle d’azione, non so come muovermi, tranne per qualche aggressione. Ma non so come fare scene di guerra…
    La morte dei personaggi mi viene benissimo, l’unico problema è quello che deve succedere dopo…
    E SPOILERRR ALLEGIANT! Dopo che morì ***Tris***, non riuscivo a crederci, la roth l’aveva descritta talmente bene che ero rimasto di sasso… Come si può uccidere il personaggio creato da te? Ormai credo che fosse diventato un figlio!

    • Giulio F.
      1 settembre 2015 alle 21:52 Rispondi

      Soprattutto in quanto protagonista! La scena in cui spargevano le sue ceneri è l’unica non raccontata dal suo punto di vista, credo che la Roth sia stata coraggiosa a non finire il romanzo senza quell’ultimo capitolo.

      • Daniele Imperi
        2 settembre 2015 alle 07:39 Rispondi

        Per me quello resta un errore grossolano.

        • Giulio F.
          2 settembre 2015 alle 15:40 Rispondi

          Aspetta, in che senso un’errore?

          • Daniele Imperi
            2 settembre 2015 alle 16:40

            Si chiama black box: se il protagonista è anche il narratore, non può morire.

  12. monia
    2 settembre 2015 alle 09:47 Rispondi

    Voglio spezzare una lancia a favore delle scene di sesso :)
    Perché non è poi così difficile. Si tratta dei 5 sensi che parlano, e poi ci aggiungi la perdita di contatto con la realtà per lei, e un pizzico di adrenalina per lui (vai a sapere cosa prova lui! :) )
    Penso che uno scrittore non dovrebbe avere tabù, e più una scena si scontra con i propri pudori più è il momento di insistere. Per me lo è stato quando il personaggio ha dovuto uccidere un bambino, e poi di nuovo una violenza sessuale. Le scene violente erano il mio tabù, e le ho affrontate una dopo l’altra. È stato catartico.
    Parlare di sesso non è complicato. Si tratta di sensazioni. È come descrivere l’effetto purificatore che può avere una doccia sul corpo e sulla mente.
    Non capisco chi si scandalizza (perché non ci scandalizziamo così tanto per le scene truci?), ma capisco chi dice che vuole mantenere questo angolo di se stesso fuori dalla portata del lettore. La stessa identica cosa che ha detto Jamie Dornan (il che la dice lunga su quanto sia riuscito quel film!!). Ma si tratta pur sempre di finzione, di un libro, di desideri e fantasie del personaggio. Il lettore non si confonde (se parlo di zooerastia mica vuol dire che..). L’autore ci mette le emozioni, e per me non deve avere pudore in questo.
    :)

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 16:36 Rispondi

      Alcuni sostengono che solo chi ha provato certe esperienze può scriverne. Quindi dipende da quali scene di sesso si scrive :)

      • monia
        2 settembre 2015 alle 16:57 Rispondi

        urca, per parlare di un omicidio devo prima uccidere qualcuno? O.o

        • Daniele Imperi
          2 settembre 2015 alle 16:59 Rispondi

          Intendevo le scene sul sesso :)

          • monia
            2 settembre 2015 alle 17:01

            si, intendevo che non vedo la differenza. :)
            è un libro, fantasia, si ipotizza, si sogna.

  13. Giorgiana
    2 settembre 2015 alle 11:58 Rispondi

    Aiuto… appena ho letto il titolo del post immediatamente ho pensato alle scene puramente descrittive, che ho sempre paura di rendere in maniera troppo banale, di dire troppo senza mostrare nulla (nei dialoghi sono invece molto più ferrata). Invece nel leggere i tuoi esempi mi sono resa conto di trovare difficoltà in tutte e cinque le categorie!
    Specie nelle scene d’azione, mi è difficile trovare l’ordine vincente di una sequenza di azioni. Di solito, avendo una visione molto “cinematografica” anche quando scrivo, cerco di renderla più breve e rapida possibile, in altre parole più incisiva..
    Le impressioni del protagonista sembrano facili da rendere se si scrive in prima persona, punto di vista che mi piace molto adottare, ma anche così non riuscire a calarsi completamente in una situazione può creare una distanza tra te e il personaggio..
    Le scene erotiche o d’amore non m’interessano particolarmente (ce ne sono già un po’ troppe in circolazione), ma se mai me ne scappasse qualcuna preferirei giocare a fare l’impressionista piuttosto che fare un elenco di parti anatomiche che suscita emozioni quanto una lista della spesa XD

    • LiveALive
      2 settembre 2015 alle 13:23 Rispondi

      La pura descrizione oggi si usa poco. Prova a leggere mccarthy per vedere come fa lui.

    • Daniele Imperi
      2 settembre 2015 alle 16:37 Rispondi

      Prova a fare una scaletta della scena d’azione, stabilendo priorità e definendo dei punti di arrivo.

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