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Sbagli s’accenti

Sbagli s'accenti

Il titolo del post di oggi può essere letto in due modi differenti:

  1. Sbagli saccenti: sottolinea, ironizzando, quegli errori – perché per me sono tali – commessi da alcune persone con l’illusione di esser più colte di altre.
  2. Sbagli se accenti: nel senso che, se poni l’accento su quelle parole, stai sbagliando.

Dove va l’accento?

Mai in mezzo alla parola. La lingua italiana, a differenza di altre, pone l’accento delle parole un po’ ovunque – in questo caso intendo l’accento nella pronuncia – ma nella forma scritta va messo soltanto nell’ultima vocale e non sempre.

Eppure c’è chi si ostina a inserire accenti qui e là, decorando i suoi scritti di simboli inutili e rendendo anche più difficoltosa e meno scorrevole la lettura. Sì, ve lo confesso, quando vedo un accento in mezzo alla parola io rallento la lettura. Mi scombina tutto. Non siamo abituati a vedere accenti in mezzo alle parole.

Non stiamo leggendo un brano in greco antico, che pullula di apostrofi e accenti e iota sottoscritti, stiamo leggendo l’italiano.

Sbagli saccenti

Ma passiamo a esempi pratici, che ultimamente ho trovato in qualche libro letto.

Còmpito

Esistono due parole uguali, ma con diversa pronuncia:

  1. compito: quello che facevamo di malavoglia a scuola
  2. compito: come quel tipo tutto educato e garbato

Ora spiegatemi come sia possibile confondere i due termini. Facciamo due esempi:

  1. Cesare affidò un compito al suo centurione di fiducia.
  2. Il professore era un uomo compito, elegante, severo.

Nel primo caso si tratta di un sostantivo, nel secondo di un aggettivo.

Dànno

Voce del verbo dare, che non vuole mai l’accento tranne che nella terza persona singolare del presente Indicativo.

Anche in questo caso la confusione a me sembra impossibile: abbiamo un verbo e un sostantivo. Non puoi confondere il verbo “danno” col “danno” che fai se rompi un vetro.

Intuìta

Ma perché c’è qualcuno che pronuncia questa parola intùita? Calo un velo pietoso e passo al prossimo accento saccente.

Manìa

Esiste forse la mània? Altro velo pietoso da calare.

Mèta

Un altro caso di due parole uguali, ma con diverse pronunce:

  1. meta
  2. metà

Ma non serve scrivere mèta, perché l’altra parola ha l’accento sulla vocale finale, metà, proprio per differenziarsi.

Se trovo l’altra metà della mela, ho raggiunto la mia meta.

Non è una frase autobiografica, ma solo un esempio chiarificatore.

Séguito

Di nuovo un sostantivo e un particpio passato. Ma l’accento non ha senso, perché inconfondibili nel contesto della frase.

  • Séguito
  • Seguìto
  1. Cesare tornò a Roma col suo seguito.
  2. L’esercito di Cesare fu seguito dai suoi nemici.

Davvero qualcuno potrebbe confondere un termine per l’altro?

Sùbito

  • Sùbito
  • Subìto

L’accento su subìto si vede spesso, troppo per i miei gusti. Il primo è un avverbio e il secondo un participio passato. Possono esser scambiati?

  1. Cesare ordinò subito di attaccare.
  2. Dopo aver subito quelle accuse, Cesare si difese.

Direi che le frasi sono fin troppo chiare.

Vòlta

Di nuovo: esiste forse la voltà?

Forse – vado a intuizione – il saccente accentatore ha voluto differenziare le due parole:

  • volta: elemento architettonico
  • volta: participio passato del verbo volgere (che fornisce la parola anche nelle locuzioni “c’era una volta”, “hai messo l’accento una volta di troppo”, ecc.)

Ma nel contesto è impossibile prendere un termine per l’altro.

  1. Osservò la facciata della chiesa, la sua volta decorata e in parte sbreccata e annerita.
  2. C’era una volta un Re, che metteva sempre l’accento intorno a sé.
  3. La fanciulla, volta verso la finestra, non vide avvicinarsi il professore.

A che serve l’accento?

L’eterna questione di se stesso e sé stesso

Concludo questo viaggio negli accenti accidentali parlando del famoso sé pronominale. Dice il signor Treccani riguardo al pronome riflessivo:

in questi casi il pron. è scritto spesso, ma senza valide ragioni che lo giustifichino, senza accento: se stesso, se medesimo (in ogni altro caso la grafia senz’accento è antiquata).

Fin dalle scuole elementari ricordo che m’insegnarono così, a non mettere l’accento sul “sé” quando accostato a “stesso”, perché non poteva esser confuso con la congiunzione “se”. E così ho sempre fatto e continuo a fare.

Voi che dite in proposito? E riguardo agli accenti saccenti?

54 Commenti

  1. Alfredo
    17 settembre 2014 alle 07:17 Rispondi

    Molto interessanti i tuoi articoli relativi alla grammatica, non ne perdo uno!

  2. LiveALive
    17 settembre 2014 alle 08:04 Rispondi

    Ti confesso di avere una certa passione per questi accenti, anche se io qui non li uso mai. Da un lato mi piacciono, dall’altro devo riconoscere che fanno inceppare la lettura, un po’ perché non si aspettano, un po’ perché spingono a un’enfasi innaturale su certe vocali, maggiore del normale accento.
    Hai mai seguito il blog vibrisse? Giulio Mozzi usa spesso questi accenti, ma è una cosa che mi piace perché dà l’illusione di un pensiero più preciso. Perché lo fa? È un “eccesso di precisione” che unito ad altri artifici come l’accordo del participio vuole attirare l’attenzione sulle parole in-sé.

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2014 alle 09:01 Rispondi

      Infatti non me li aspetto, ecco perché mi si intoppa la lettura. Ora sto leggendo Gargantua e Pantagruele e il traduttore scrive “sù”… non so se sia una forma arcaica inserita per dare un tocco antico a un testo che comunque è del ‘500.

      No, mai seguito quel blog, non lo conosco, ma quegli accenti per me restano fastidiosi.

      • LiveALive
        17 settembre 2014 alle 10:29 Rispondi

        Ti consiglio di dare una occhiata a quel blog,perché è molto interessante (in particolare ti consiglio di sfogliare la categoria “teoria e pratica”)

        Gargantua e Pantagruele volevo leggerlo: è uno di quei testi che fa perdere la serietà a che ai critici più austeri. Come ti sembra?

  3. Francesco
    17 settembre 2014 alle 08:36 Rispondi

    Sono quasi due anni che seguo Pennablu ed adoro queste tipologie di post, c’è sempre da imparare, grazie ;)

    Non ho mai utilizzato gli accenti saccenti e anche io ho sempre scritto “se stesso” senza l’accento .

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2014 alle 09:02 Rispondi

      Grazie, Francesco :)

      Forse sono accenti tollerati dalla grammatica, non saprei, ma io non li sopporto, abbiamo la fortuna di avere una lingua con pochi accenti e ci andiamo a complicare le cose.

  4. Ivano Landi
    17 settembre 2014 alle 09:22 Rispondi

    Di solito non uso accenti all’interno delle parole perché, come hai scritto nel post, si capisce dal contesto dove va l’accento. Ho trovato però necessario usarne uno di recente perché la lettura della frase mi dava un momentaneo senso di incertezza che trovavo fastidioso. La differenza era tra subito e subìto. Purtroppo non ricordo al momento dove l’ho usato quindi non posso fare l’esempio pratico.
    “Se stesso” l’ho sempre messo senza accento… non avevo idea che qualche voce autorevole contestasse tale scrittura.

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2014 alle 13:20 Rispondi

      L’accento su subito lo vedo spesso.

      Su “se stesso” credo ne parlino nel sito dell’Accademia della Crusca.

  5. Michele Scarparo
    17 settembre 2014 alle 09:27 Rispondi

    Stavo giusto correggendo un mio testo ieri dove ho scritto “vìola”. È passato parecchio tempo dalla stesura ed anche io sono rimasto un po’ spiazzato; però poi mi è tornato in mente di averlo messo perché viola (il colore) è una parola molto più comune del verbo violare: io leggo in fretta e di sicuro dovrei tornare indietro perché penserei al colore prima che al verbo… Dopo questa tua forse toglierò l’accento :)

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2014 alle 13:21 Rispondi

      Anche su viola vedo spesso l’accento, ma credo davvero sia impossibile confondersi col fiore o col colore.

  6. Riccardo
    17 settembre 2014 alle 09:50 Rispondi

    Anch’io ricordo la regola del “se stesso” senza accento, e non lo metto mai in quell’espressione.

    Tuttavia potrebbero esserci casi in cui l’accento a metà parola si rende necessario, perché il contesto potrebbe ammettere l’una o l’altra, e diventa necessario sciogliere il dubbio.

    Es. DIALOGO
    Consigliere di corte: “Regina, il nemico pone condizioni durissime: consegnargli i principi Romulo e Tebaldo perché vengano fatti schiavi, o le loro spoglie di nobili suicidi come si conviene al vostro rango. A cosa rinunciare? Ai principi suoi figli, o ai principi d’onore in cui sono stati cresciuti?”

    Regina (dopo un lungo silenzio): “Ai principi”.

    E non ditemi che in questo caso sarebbe meglio girare la risposta in modo diverso… scrivere non può essere più ambiguo e contorto del parlare! Nella risposta della regina va messo l’accento a metà parola!

    Daniele, perché non costruire racconti analoghi anche per le altre coppie di parole accentate che hai proposto tu?

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2014 alle 13:26 Rispondi

      L’esempio che fai è in parte valido e in parte no.

      Se quel dialogo fosse parlato, tu avresti sentito dire alla Regina “prìncipi” o “princìpi” e avresti capito a cosa rinuncerebbe.

      In un romanzo, appunto, non possiamo sentire la voce, quindi in quel caso lo scrittore avrebbe dovuto rendere la frase più completa e scrivere, per esempio: “Ai miei figli” o “Ai principi d’onore”.

      Non mi pare una risposta contorta.

      Mi porterebbe via parecchio scrivere dei pezzi, perché dovrei studiarli bene in modo da rendere difficoltoso capire a quale parola ci si riferisce :)

  7. Nani
    17 settembre 2014 alle 10:41 Rispondi

    Di solito non ne uso, ma in un caso mi viene proprio d’istinto. Talmente raro che nn ricordo nemmeno il caso. :D
    L’ho usato anche per “mèntore”. E mi sono chiesta: perche’?
    Credo perche’ e’ un termine che non si incontra spesso e d’impulso verrebbe voglia di accentarlo sulla penultima sillaba, come succede in genere per le parole trisillabe. Accentandolo cosi’, a me succede il contrario di quello che succede a te: non mi inceppo, trovo subito l’intonazione. Al contrario, senza accanto capitombolerei sul tentativo di farlo suonare nel modo giusto (cosa che mi succede di piu’ con quell’altra parola che proprio non riesco a ricordare!).

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2014 alle 13:28 Rispondi

      Compito a casa per Nani: trovare quel caso raro dell’accento :D

      Su mentore io non ho mai visto l’accento.

  8. GiD
    17 settembre 2014 alle 11:17 Rispondi

    Sì, a pensarci bene gli accenti in mezzo alla parola sono del tutto superflui, perché anche quando due parole hanno la stessa grafia (ma diverso accento) basta il contesto della frase a farci capire quale sarà la pronuncia e quindi il significato.
    Eppure c’è un caso in cui l’accento in mezzo alla parola non mi dà affatto fastidio, anzi lo apprezzo: princìpi.
    Non so perché, ma ho sempre usato l’accento per distinguere i principi dai princìpi, e mi piace che gli autori che leggo facciano lo stesso.

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2014 alle 13:28 Rispondi

      Anche tu con la storia dei principi e dei principi :D

    • LiveALive
      17 settembre 2014 alle 14:17 Rispondi

      La trasparenza, o la scorrevolezza, e tutte le cose simili, dipendono anzitutto dall’abitudine. Immagina di essere nato in un mondo in cui tutte le parole sono accentate, e tu sin da bambino hai sempre, per tutta la vita, letto libri dove tutte le parole sono accentate… In quel caso l’assenza di accenti in un testo ti coglierebbe di sorpresa, ti confonderebbe, e ti farebbe inceppare.

  9. enri
    17 settembre 2014 alle 12:01 Rispondi

    Bel post, Daniele. Come dici tu, gli accenti vanno posti solo sui monosillabi ambigui. Se e sé, dò e fà (verbi) per distinguerli dalle note musicali e così via.
    L’accento saccente è per me inutile, oltre che bruttino.

  10. Michelangelo Granata
    17 settembre 2014 alle 12:15 Rispondi

    Non so se vado fuori tema. Avevo scritto già una volta, ma senza avere una risposta, che su Facebook si scrive in modo scellerato nei riguardi della lingua italiana. Inutile fari esempi, si legge di tutto e di più. Appena li correggi, tipo o invece di ho, c’è lo, l’autore dello scritto t’insulta e ti chiama professorino del c…. Io mi chiedo: perché oltre ad essere ignoranti, sono così maleducati? Inoltre nessuna sa, proprio nessuno, che su Facebook esiste la possibilità di correggere il post, dopo averlo scritto.

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2014 alle 13:34 Rispondi

      Facebook, come tutti i social e anche parecchi blog, non va preso come esempio per una buona correttezza dell’italiano :)

      Non ricordo che avevi già scritto di FB.

    • LiveALive
      17 settembre 2014 alle 14:20 Rispondi

      Michelangelo! Sei proprio un grammar nazi! XD
      Seriamente, la scrittura “o” come prima di avere, oppure “a” come terza, potrebbero anche essere accettate in un testo coerente: Michelangelo (Buonarroti, non tu) usava questa grafia, e in certi testi pure D’Annunzio.

      • Nani
        18 settembre 2014 alle 04:13 Rispondi

        No, posso pure assolverti quel qual’e’, ma il Michelangelo non te lo faccio passare! :D

        Stiamo parlando di testi che non sono nemmeno considerabili italiani, per quanto sono antichi (proto-italiani, forse). Non c’era nemmeno una lingua unica…
        E D’Annunzio era uno sperimentatore folle che, per quanto brillante, puo’ essere apprezzato per la sua audacia, non per ogni risultato delle sue sperimantazioni.
        Ho e Ha non si toccano! ; P

        • LiveALive
          19 settembre 2014 alle 18:43 Rispondi

          Comunque, giusto per correttezza: in italiano la “H” ha una funzione puramente diacritica, non fonica. Lo scegliere di usare come segno diacritico la H o l’accento (diacritico per distinguere la o congiunzione dal verbo avere) è una cosa arbitraria o meglio convenzionale.

  11. Vera
    17 settembre 2014 alle 12:15 Rispondi

    Non esiste una regola specifica che possa stabilire il maggiore o minore grado di correttezza di se stessi rispetto a sé stessi.
    (vedi Accademia della Crusca)
    Saccenti potrebbero risultare coloro che ritengono corretta soltanto una delle due versioni.

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2014 alle 13:36 Rispondi

      Ciao Vera, benvenuta nel blog.

      Infatti sapevo anche io che erano ammesse tutte e due le forme. A me, per abitudine, piace continuare a scrivere se stesso senza accento.

  12. Michelangelo Granata
    17 settembre 2014 alle 12:16 Rispondi

    Qui invece non si può correggere. Ho scritto “fari esempi”, invece di “fare esempi”.

  13. Gianluigi
    17 settembre 2014 alle 13:25 Rispondi

    Anche io credo che spesso l’accento di una parola che non è tronca sia superfluo. È un po’ più ragionevole il suo utilizzo nel caso di viola e vìola, già citato. È anche comprensibile quando, sempre in rarissimi casi, possono essere equivocate due parole della stessa categoria grammaticale, come nel caso dei due sostantivi prìncipi e princìpi.

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2014 alle 13:37 Rispondi

      Non so dirti, finora ho sempre capito dal contesto a quale parole si riferisse l’autore.

  14. Michelangelo Granata
    17 settembre 2014 alle 13:58 Rispondi

    Non voglio insistere, ma non mi spiego perché su Facebook si commettono gli errori più grossolani, da veri e propri ignoranti. Poi, appena li correggi, si offendono e t’insultano. Invece di stare attenti nello scrivere e di studiare un po’ di grammatica elementare.

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2014 alle 14:19 Rispondi

      Perché su Facebook c’è la massa, tutto qui. Inoltre l’anonimato o comunque la distanza accentuano l’irritabilità e anche l’aggressività delle persone.

      Uno dei vari motivi per cui ho cancellato il mio profilo più di un anno fa :)

    • LiveALive
      17 settembre 2014 alle 14:25 Rispondi

      Non vuoi insistere, capisco. Quindi io non starò qua a dirti che su Facebook si offendono perché: 1- o credono di aver scritto chissà quale immortale perla di saggezza, e correggendoli pensano che tu stia guardando la forma e non la sostanza; 2- oppure perché vengon colti da chissà quale complesso di inferiorità davanti a quelli che conoscono la grammatica (che comunque non sono io, non lo nascondo).

  15. Luciano Dal Pont
    17 settembre 2014 alle 14:37 Rispondi

    Ciao Daniele, bel post, come tutti quelli sulla grammatica, che seguo sempre con molto interesse perché c’è sempre da imparare qualcosa, o comunque si trovano delle conferme a ciò che già sai, o che dai per scontato ma sul quale non hai mai riflettuto a fondo. Io concordo su tutto quello che hai scritto, anch’io detesto gli accenti saccenti e non li uso mai. O almeno, spero di non averli mai usati, e se l’ho fatto è stata sicuramente una svista, una distrazione. C’è una parola però, anzi, due, che mi fanno riflettere e sulle quali vorrei il tuo parere. Po (il fiume) ovviamente si scrive senza accento sulla o, che sarebbe superfluo essendo possibile una sola pronuncia. Ma “Po” viene accostato anche alla parola “oltre” per indicare una zona geografica ben precisa, diventando “Oltrepo”. E viene scritto così, senza accento sulla o finale, nonostante la pronuncia lo richieda (Oltrepò infatti è la pronuncia esatta) adducendo come motivazione che Po si scrive senza accento e quindi anche Oltrepo mantiene la stessa caratteristica, dando per scontato che tanto si sa quale sia la giusta pronuncia. Ma secondo me è sbagliato e la motivazione è inconsistente, perché accostando la parola Po alla parola Oltre il tutto diventa una parola nuova e diversa, per cui, se la si vuole pronunciare con l’accento sulla o finale, questa andrebbe accentata: Oltrepò. Altrimenti si potrebbe leggere (mi si perdoni in questo caso l’accento saccente che serve solo per far capire) Oltrèpo, o persino òltrepo. Che ne pensi?

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2014 alle 16:24 Rispondi

      Grazie, Luciano.

      Su Oltrepo in effetti hai ragione. Bisognerebbe trovare altre parole che hanno subito la stessa sorte, senza accento, intendo, ma poi unite ad altre lo hanno avuto.

  16. maurap
    17 settembre 2014 alle 14:54 Rispondi

    Salve Daniele,
    sono d’accordo con te. L’uso degli accenti “impropri” sembra una sorta d’ossessione, dettata dal dubbio amletico se si comprenda o meno il testo proposto. A me è capitato con stridio, non so perché ma senza accento non lo percepivo bene. Invece, come hai fatto notare tu, non è necessario accentarlo.
    Ho notato che anche l’apostrofo non è usato da tutti nello stesso modo… ma questo è un altro argomento. Ce lo spiegherai un’altra volta :))

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2014 alle 16:25 Rispondi

      Ciao Maura,

      Sull’apostrofo ho scritto un post, o forse due, ma su casi specifici. Magari ne scrivo uno dedicato solo a lui :)

    • LiveALive
      17 settembre 2014 alle 17:45 Rispondi

      Anche a me viene da accentuare stridìo. Il motivo è che è un accento così forte e lungo che viene da segnalarlo. A me non dispiace, me lo fa leggere con ancor più intensità.

  17. Salvatore
    17 settembre 2014 alle 16:17 Rispondi

    Mai messo accenti in mezzo alle parole (tranne in un’occasione in cui alla parola formica, una mia amica continuava a leggere l’insetto anziché il compensato, benché fosse chiaro si trattasse di un tavolo). Invece l’accento a “sé stesso” lo metto sempre, perché mi piace sottolineare con forza che è per sé stesso che un uomo agisce (quasi) sempre. :)

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2014 alle 16:27 Rispondi

      Beh, dai, se scrivi “un tavolo di formica”, come fai a capire che è riferito all’insetto? :)

  18. Eli Sunday Siyabi
    17 settembre 2014 alle 21:53 Rispondi

    Ai miei ex-alunni dissi che il se di “se stesso” andava accentato solo quando era da solo, perchè orfano di “stesso” e quindi l’accento gli faceva compagnia: un modo per farglielo ricordare, e infatti quella classe non sbagliò più (a parte i soliti due zucchini :) A parte gli scherzi, proprio oggi ho notato il guest post scritto da un’amica blogger, che hanno titolato “Espatriare è imparare a contare principalmente su sé stesse”. Non ce l’ho fatta ad aprirlo, è più forte di me. Poi mi viene una reazione allergica.

    • Daniele Imperi
      18 settembre 2014 alle 07:58 Rispondi

      Ti capisco perché a me, nonostante non venga considerato errore, dà proprio fastidio leggerlo con l’accento.

  19. Francesca
    18 settembre 2014 alle 01:50 Rispondi

    Eh, io forse sono un caso a parte. Più studio le lingue straniere, più sono costretta ad imparare una mole enorme di regole grammaticali puramente normative, e di pari passo scordo le regole normative della mia lingua – non sono sola, chiedi ad uno che studia lingue e avrai esperienze simili. Vige la regola non scritta per cui “non sai più l’italiano? bene! vuol dire che stai imparando bene l’inglese/francese/indiano/cinese ecc.”
    Questo è un bel problema se ti occupi di scrittura, ma d’altronde conosci tante altre sfumature del linguaggio che valicano i confini della tua lingua madre, quindi…tutto sommato non mi sento in perdita ;)

    • Daniele Imperi
      18 settembre 2014 alle 08:00 Rispondi

      Io ho studiato il norvegese come terza lingua e non m’è capitato di dimenticare le regole italiane. C’è anche da dire che la lingua norvegese ha una grammatica stringata.

      • Eli Sunday Siyabi
        18 settembre 2014 alle 10:19 Rispondi

        Ho vissuto per alcuni anni all’estero parlando (e studiando) altre lingue, ma anch’io non mi sono mai scordata delle regole dell’italiano. L’unico problema lo riscontro quando poi torno in Italia e lo parlo, lì mi incarto un po’ perchè alcune espressioni non mi vengono, oppure mi vengono in un’altra lingua. Ma quando si tratta di scrivere in italiano, nessuna confusione.

  20. Francesca
    18 settembre 2014 alle 13:52 Rispondi

    Beh, che dire, menomale per voi ;)

  21. Simona
    19 settembre 2014 alle 09:43 Rispondi

    Proprio di recente ho scritto un articolo sui crimini grammaticali che mi capita di trovare sul web… dovevo sfogarmi perché sono terribilmente fastidiosi! scrittiapenna.it/secondo-me/precisetta/

  22. LiveALive
    19 settembre 2014 alle 18:41 Rispondi

    Amico Daniele…
    Visto che in questo periodo sto facendo linguistica, secondo te non possiamo trovare un compromesso e accettare l’accento “in mezzo” come un accento con funzione diacritica?

    • Daniele Imperi
      19 settembre 2014 alle 18:59 Rispondi

      Se vuoi accettarli tu, fai pure :)

      • LiveALive
        19 settembre 2014 alle 20:48 Rispondi

        Danièle, non intendévo quèsto. Intendévo dìre che l’accénto può aiutàre a scégliere tra una vocàle apérta e una chiùsa. Còme in francése. (Poi io avrò sbagliato mezzi accenti, ma vabbè…).

  23. Daniela Minuti
    6 ottobre 2014 alle 20:13 Rispondi

    Questo tuo articolo (che trovo valido, complimenti!) mi ha suscitato il ricordo della parola “principî” nel mio libro di Istituzioni di Diritto Romano. Ricordo di aver pensato: “Davvero, professore, era necessario l’accento circonflesso?”. Più saccente di così, si muore. :)
    È ovvio che la funzione degli accenti non sia tanto (se non in particolari casi) quella di distinguere tra loro i diversi significati che può assumere una parola quanto quella di indirizzare la scelta sull’apertura o la chiusura delle vocali. Ecco perché non li trovo utili: chi ha studiato dizione, sa come leggere correttamente. Chi non ha studiato dizione non sarà di certo aiutato nell’articolazione della pronuncia corretta delle vocali dubbie da qualche accento buttato su parole a casaccio.

    Su questo argomento, dunque, mi trovo d’accordo con Daniele in toto.

    • Daniele Imperi
      6 ottobre 2014 alle 20:42 Rispondi

      Ciao Daniela, grazie e benvenuta.

      Leggo spesso principî qui e là. In quanto alla Dizione, dovrebbero studiarla tutti i giornalisti e doppiatori italiani :D

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