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10 parole nuove da usare #29

10 parole nuove

Nuovo esercizio di scrittura con dieci parole trovate leggendo. Non più il monopolio di un solo romanzo questa volta, ma entrano in gioco tre opere molto diverse fra loro: un romanzo d’avventura, un libro di favole, un romanzo western.

Le parole su cui esercitarsi sono abbastanza variegate, si va dagli animali agli oggetti, a piante, a figure religiose. Non sarà quindi difficile trovare una storia che le contenga.

  1. Caridine: trovata a pagina 117 del libro Al Polo Nord di Emilio Salgari. Sono gamberetti di acqua dolce e marina.
  2. Palemonidi: trovata a pagina 117 del libro Al Polo Nord di Emilio Salgari. Sono crostacei di acque marine.
  3. Cairn: trovata a pagina 125 del libro Al Polo Nord di Emilio Salgari. Mucchio di pietre come monumento sepolcrale in età antica.
  4. Kolopsut: trovata a pagina 135 del libro Al Polo Nord di Emilio Salgari. Nel romanzo sono pelli di animali usate come letti.
  5. Boete: trovata a pagina 156 del libro Al Polo Nord di Emilio Salgari. Sono minuscoli granchi.
  6. Gelosie: trovata a pagina 611 del primo volume de Le mille e una notte. È un tipo di serramento di finestra, come la persiana.
  7. Adobe: trovata a pagina 23 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Termine dell’edilizia, in spagnolo, indica una massa di fango (argilla e sabbia) mescolato con paglia, modellato in mattoni seccati al sole, per fare muri e pareti.
  8. Osnaburg: trovata a pagina 23 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Era un tipo di tessuto grossolano, fatto con lino o iuta.
  9. Mennonita: trovata a pagina 31 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. È il seguace di una setta protestante nata da un gruppo anabattista.
  10. Opunzie: trovata a pagina 33 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Piante cactacee in forma di alberi o arbusti.

Esercizi con le dieci parole

Sguazzava coi piedi a mollo sulla riva scogliosa in cerca di caridine e palemonidi. Un sacco di plastica in mano, acqua fetida all’interno, una manciata di conchiglie uniche prede di quella mattina assolata. E la riva, sabbia e ciottoli bagnati dalle onde, piena del rigurgito del mare: alghe morte, sfilacciate come tessuto antico, legni sbiancati, pietre galleggianti, gusci, chele di granchio. S’era ferita un piede camminando su quella discarica organica che marciva sotto il sole, orme rosse sulla battigia che si scolorivano nella salsedine.

Uscì dall’acqua dopo un’ora. Scosse la busta, tintinnii di valve come monete d’un tempo. C’era ben poco per riempirsi lo stomaco, ma meglio che stare a digiuno. Superò una duna fossile, la sabbia che scottava sotto le piante dei piedi, si immerse nella boscaglia, su quell’erba rinsecchita che s’ostinava a sopravvivere. Sedette su un sasso. Ruppe i gusci, risucchiò la polpa. Le zampe dei crostacei si mossero nella sua bocca solleticandole il palato. Aveva ancora fame.

Girovagò nel bosco. Lontano, oltre arbusti contorti e cespugli di spine, vide il mucchio di pietre. Si avvicinò.

Disposte in cerchio, salivano a mo’ di piramide. Grigie, cotte dal sole e dal tempo. Cairn di epoche nascoste, offuscate dai millenni. Ve n’erano altri, poco oltre.

Cos’era quel posto?, si chiese. Non impaurita, curiosa anzi. Avanzò fra la vegetazione smorta e scoprì la baracca qualche minuto dopo.

Legno vecchio, tenuto assieme da chiodi arrugginiti e cordame. Il tetto di paglia e pietre a tenerla in posto. Una porta socchiusa, che diceva “entra, non aver paura”.

Entrò. Buio, puzzo di urina, di cibo andato a male, di sudore stantio, di polvere. Su una sorta di letto pelli di animali, kolopsut su cui dormiva lo sconosciuto del bosco.

Sul tavolo, un piatto con avanzi d’un pasto. Pane raffermo, boete, frutta. Sedette e mangiò.

La costruzione, fatiscente nella sua inspiegabile stabilità, aveva gelosie serrate, come a voler serbare le tenebre, a ricacciare la luce.

Preferì uscire all’aria aperta. Dietro la baracca, un muretto di adobe sbreccato. Rametti a formare un cancello dismesso, pencolante. Aperto.

Un altro invito?

L’accettò.

Oltre, campagna arida. Una landa perduta, secca, che attendeva di soccombere. Le mani levate al cielo, i capelli lunghi, grigi, sporchi, s’alzavano al soffio del vento. Davanti a lei come un monumento alla preghiera. Ma vivo, salmodiava in monotone litanie, una tunica di osnaburg lacera a coprire il corpo, mennonita senza nome né volto.

«Vieni», disse l’uomo, e la bambina andò.

Obbedienza occulta, non se ne spiegò il motivo, reticente, libera come petali staccati dal fiore.

Opunzie innumerevoli coprivano gran parte della terra, come un muto esercito a guardia di forze lontane e arcane. Il mennonita indicò la strada, la bambina avanzò, oltrepassandolo.

«Non supererai la prova», le disse. «Come gli altri.»

Attratta dalla voce e incuriosita dal volto che non aveva ancora visto, si voltò.

Rigidità in atto. Veloce, spinosa. Metamorfosi cromatica, la pelle che virava dal rosa al verde, e oscuramento della vista. I piedi s’ancorarono al terreno, scavando, ormai radici che la legavano alla terra. Le braccia piegate, in posizione fissa. La mente svuotata.

Il mennonita annuì.

E attese ancora.

3 Commenti

  1. KINGO
    18 aprile 2013 alle 11:49 Rispondi

    Mi viene un dubbio: ammesso di voler usare queste parole in un romanzo, mi chiedo se sia necessario spiegarne il significato ai lettori, magari tramite un’accurata descrizione dei vari gamberetti, crostacei, arbusti e pietroni, oppure se sia sufficente darle per scontate, rimandando alla lettura del vocabolario.

    Il dubbio mi sembra piuttosto fondato, perche’ da un lato i lettori detestano le spiegazioni, dall’altro rischiano di non capire.

  2. Romina Tamerici
    7 maggio 2013 alle 23:54 Rispondi

    Oggi è uscito sul mio blog il racconto tratto dalle 10 parole.
    http://tamerici-romina.blogspot.it/2013/05/mare-infame-racconto.html
    Come sempre, grazie per gli spunti!

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