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10 parole nuove da usare #21

10 parole nuove

Come avevo anticipato nei due precedenti numeri della rubrica il romanzo Suttree di Cormac McCarthy ha fornito parecchi spunti e parole per fare esercizi di scrittura. Un romanzo che mi è rimasto impresso come pochi.

Parole, che una volta lette sul dizionario, sembrano ovvie. Non tutte, però, alcune sono specifiche, magari nomi di piante, ma dimostrano l’elevata conoscenza della lingua di questo grande scrittore americano.

  1. Itteri: trovata a pagina 141 del libro Suttree di Cormac McCarthy. È la colorazione gialla della pelle e anche quella dovuta a farmaci e alimenti.
  2. Fascioliasi: trovata a pagina 142 del libro Suttree di Cormac McCarthy. È una malattia del fegato dovuta a un verme.
  3. Granire: trovata a pagina 142 del libro Suttree di Cormac McCarthy. Ridurre in grani o, detto di pianta, mettere i chicchi.
  4. Scirpi: trovata a pagina 147 del libro Suttree di Cormac McCarthy. È lo giunco.
  5. Idiofono: trovata a pagina 176 del libro Suttree di Cormac McCarthy. È la categoria di strumenti musicali il cui suono è prodotto dalla vibrazione del materiale dello strumento, come le nacchere, il triangolo, ecc.
  6. Egretta: trovata a pagina 177 del libro Suttree di Cormac McCarthy. Tipo di airone.
  7. Rascia: trovata a pagina 177 del libro Suttree di Cormac McCarthy. È un tessuto di lana grossolana.
  8. Macadam: trovata a pagina 180 del libro Suttree di Cormac McCarthy. È un tipo di pavimentazione di pietrisco schiacciato da un rullo compressore, usata nelle strade.
  9. Bungaro: trovata a pagina 196 del libro Suttree di Cormac McCarthy. Serpente dell’Oriente, molto pericoloso e lungo oltre un metro.
  10. Scarselle: trovata a pagina 200 del libro Suttree di Cormac McCarthy. Borsa di cuoio usata un tempo per tenere il denaro.

Esercizi con le dieci parole nuove

Nella città abbandonata l’uomo camminava scavalcando i corpi semi-decomposti lasciati sulle strade. Gli itteri, causati dai farmaci che avevano sterminato milioni di persone, tingevano la pelle in un velo uniforme e inquietante.

In alcuni di quei cadaveri l’uomo notò dei movimenti. Erano di gente morta di fascioliasi e i vermi, grossi come cavallette, si ammassavano in un disgustoso amplesso, contorcendosi come presi da spasmi. Si tenne lontano da quel pullulare di corpi viscidi e biancastri e svoltò in una stradina che portava alla periferia, dove il frumento già graniva sotto il sole di mezzogiorno. Oltre, a ridosso di un ruscello che schiumava veleni di fabbriche lontane, sterpi e scirpi si contendevano il territorio, ondeggiando a un vento silenzioso e caldo.

E quello stesso vento portò alle sue orecchie un suono che non riuscì a definire. Gli ricordò un idiofono suonato da un nano, quando da bambino andava al circo assieme a suo padre. Alzò gli occhi al cielo, attirato da qualcosa che volava sopra di lui. Un’egretta si librava nell’aria ribollente planando verso i prati e poi, in un frullare d’ali, atterrò e scomparve fra la vegetazione.

L’uomo raggiunse una pozza d’acqua, vi intinse una mano e godé di quella frescura. Non sembrava sporca, così si tolse la tunica di rascia e, nudo, si immerse. Restò alcuni minuti a riposare nell’acqua e a lavarsi dalla polvere del viaggio, finché il rumore insolito di cavalli al galoppo lo destò. Uscì dalla pozza, si rivestì e si nascose dietro cespugli aggrovigliati di more.

Sulla strada di macadam che attraversava la città i predoni sembravano volare, veloci e terribili sulle loro cavalcature scure. Erano armati di sciabole e avevano il viso coperto come gli abitanti del deserto.

Accanto a lui un bungaro sgusciò fuori dagli interstizi di un muro crollato e strisciò via allontanandosi senza neanche guardare l’uomo. Si diresse verso la strada incurante della massa di cavalli che colpivano il pietrisco e sollevavano polvere e schegge di pietra, poi si ritrasse e fuggì lungo una via laterale.

L’uomo aveva dimenticato la scarsella vicino alla pozza e si augurò che gli ultimi predoni non la notassero, ma quelli passarono sulla strada con gli occhi fissi davanti a loro, diretti chissà dove in quell’inferno di campagne desolate e città inabitate.

Quando tornò il silenzio, recuperò la borsa e si incamminò nella stessa direzione in cui erano svaniti i predoni in una nube di polvere accecante. Se andavano così di fretta, si disse l’uomo, sapevano di nuclei di gente sopravvissuta da depredare.

E quella sarebbe stata anche la sua meta.

3 Commenti

  1. Romina Tamerici
    23 agosto 2012 alle 10:28 Rispondi

    Ecco le nuove dieci parole nuove! Interessanti e questa volta un po’ inquietanti.

    Dal mese scorso ho stabilito di postare il mio esercizio sempre il 7 di ogni mese, imprevisti permettendo. Chissà se riuscirò a scrivere ancora un testo di meno di 300 parole? L’altra volta non è stato facile, però credo sia un buon esercizio per me che tendo sempre a dilungarmi. Va be’, ci lavorerò e vedremo cosa combinerò.

    Il tuo racconto mi è piaciuto, descrive bene l’atmosfera ed è un po’ apocalittico… insomma, in linea con il tuo stile!

  2. Daniele Imperi
    29 agosto 2012 alle 14:54 Rispondi

    Grazie ;)

  3. Romina Tamerici
    7 settembre 2012 alle 08:49 Rispondi

    Oggi è il 7 settembre e come promesso ecco il mio testo! 400 parole questa volta (http://tamerici-romina.blogspot.it/2012/09/la-pignola-esercizio-di-scrittura-10.html).

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