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Il linguaggio nel Fantastico

Il linguaggio nel Fantastico

Che cos’è un romanzo fantasy se non una storia ambientata in un universo secondario, immaginario? Ci si preoccupa sempre di trovare il nome giusto per i nostri personaggi, di creare i nomi per i luoghi, ma pensiamo mai al linguaggio? Qui non intendo come far comunicare elfi e troll – due razze a caso, ma che comunque parlano una lingua propria – ma del linguaggio del narratore e dei personaggi stessi.

Ho pensato ai problemi del linguaggio dopo aver letto due interessanti articoli di Django Wexler, che troverete a fine post come risorse, ma già 3 anni fa avevo sollevato la questione del linguaggio, nel mio articolo che parla di come fare attenzione alle parole da usare in una storia.

Il rischio dell’anacronismo

Questo è un problema serio e da non sottovalutare. Noi siamo abituati a parlare usando un gran numero di parole, ma non dimentichiamoci che viviamo nel XXI secolo. Quando scriviamo una storia, invece, dobbiamo ricordarci che siamo nel periodo storico – reale o fittizio – che abbiamo creato.

Se la scienza e la tecnologia del romanzo fantastico è rimasta ai cavalli, i carri, le spade e il camino per cucinare, non possiamo usare espressioni e parole moderne, che darebbero un senso anacronistico alla narrazione.

L’impossibile legame con la storia terrestre

I post di Wexler mi hanno fatto pensare a un altro problema, quello, appunto, dei forti legami che alcuni termini hanno con la cultura terrestre, nostrana, e che male si adatterebbero a una cultura immaginaria, come quella del mondo che abbiamo inventato.

Wexler faceva l’esempio di aggettivi come “spartano”, “erculeo”, “stoico”, che provengono dalla nostra storia e dai nostri miti: Sparta, Ercole, Stoà. Io credo che abbia ragione e noterei una stonatura leggendo di un Gandalf stoico, di un vita spartana nella Barriera di Jon Snow e della forza erculea degli orchi.

Legami (quasi) sempre presenti con la Terra

Vi siete mai chiesti perché ci siano il Sole e la Luna nei mondi immaginari? La saga infinita di Shannara (ho perso il conto dei romanzi) è ambientata in una Terra post-apocalittica e, in quel caso, Sole e Luna devono esser presenti. Altrimenti va reinventata tutta la cosmogonia. Un po’ quello che ho iniziato a fare nei racconti onirici su Mekar, Turais, Ashgör.

Già una volta avevo accennato di dover riordinare appunti sparsi per creare un file con la mia cosmogonia, in modo da avere sempre a portata di mano un quadro d’insieme.

Quindi, ricapitolando: se il nostro mondo non ha nulla a che vedere con la Terra, non sorgerà mai il Sole, ma un’altra stella e la strada per i viandanti notturni sarà rischiarata da un altro satellite e non dalla Luna.

Un compromesso per le unità di misura

Paese che vai, misure che trovi. Noi usiamo metri, litri, chili, altri usano miglia, galloni, once. In teoria bisognerebbe reinventare anche le unità di misura. Perché no? Una bella sfida, anche se il nostro romanzo rischia di non vedere mai la fine.

In questi casi – fa osservare giustamente Wexler – vengono tranquillamente usati i termini terrestri. Forse, per dare quel sapore antico al nostro fantasy, possiamo usare le unità di misura dell’antica Roma o di qualche paese esotico.

Modi di dire e metafore

The task becomes much more difficult, however, once we consider words that originated as meaning a specific, historical thing, but are now used generically. Django Wexler

Prima avevo accennato a termini come stoico, erculeo, ecc. Allo stesso modo possiamo inserire modi di dire nostrani e metafore che hanno però un’origine terrestre e in un mondo immaginario sarebbero impossibili, insignificanti, anche.

Leggere in un romanzo fantastico “L’addestramento slitterà alle calende greche” suona strano, non trovate? O anche “Gollum era una spada di Damocle per Frodo”. Questi sono esempi estremi, ovvio, ma quando scriviamo viene naturale usare espressioni di tutti i giorni, che però non trovano alcun riscontro in un universo irreale.

Creare un equivalente fantastico

Elaborate fictional etymologies. This technique, not for the faint of heart, involves altering every term that rings false into a fantastic equivalent. Django Wexler

L’idea di Wexler è interessante, anche se richiede un approfondito lavoro e una buona immaginazione. L’equivalente fantastico di un modo di dire presuppone una mitologia, o anche fatti storici propri del mondo inventato. Non solo, ma bisogna inserirli nel romanzo in modo che risultino immediatamente comprensibili al lettore.

Etimologie immaginarie: in realtà alcune volte m’è capitato di leggere qualcosa del genere, anche se ora non ricordo in quali opere. Però il discorso regge eccome, secondo me: inventare un mondo non significa creare solo personaggi e città, ma anche tutto il substrato culturale su cui poggia.

Risorse

Conclusione

From the very beginning of the genre, one of the biggest problems fantasy authors have had to solve has been languages. It’s an odd sort of problem, actually, because for the most part readers don’t actually seem to pay much attention to it. Some writers seem to be able to comfortably ignore it entirely, but to a particular kind of mind (mine, say) it can present an intractable quagmire. Django Wexler

Il linguaggio, dice Wexler, è stato uno dei più grandi problemi da affrontare, sin dai primi tempi del genere fantastico. Un problema che la maggior parte dei lettori neanche nota. E alcuni scrittori lo ignorano completamente. Ma per alcuni (lui, per esempio) questo non è un problema da ignorare, anzi. E io gli faccio volentieri compagnia.

Chi si aggiunge? Anche per voi è un falso problema o siete della combriccola?

18 Commenti

  1. Seme Nero
    3 settembre 2014 alle 07:13 Rispondi

    Concordo in pieno e anzi aggiungo che, oltre a risolvere problemi di logica del contesto e anacronie, l’invenzione di termini e di un background ad hoc secondo me invogliano maggiormente il lettore alla lettura, alla scoperta, lo coinvolgono e ne catturano l’attenzione. Senza contare i benefici che può trarne l’autore stesso in termini di stimoli per eventuali sequel, prequel o spin off.

    • Daniele Imperi
      3 settembre 2014 alle 13:58 Rispondi

      Anche secondo me invogliano di più il lettore a leggere: quando trovo termini inventati, che fanno parte del mondo immaginario, mi incuriosisco molto.

  2. LiveALive
    3 settembre 2014 alle 09:05 Rispondi

    Immagina se il mio Hobbit si mettesse ad esclamare “santa polenta!”. Ciò mi creerebbe due problemi: 1- esiste la polenta? 2- esiste una religione che prevede il concetto di santità?

    Per le unità di misura, io mi limiterei a sorvolare. In fondo, in teoria, i personaggi non dovrebbero neppure parlare italiano: l’uso delle nostre unità da immediatezza e può essere considerata una “traduzione”.

    Immaginiamo di usare il punto di vista di uno spirito dei boschi. Immaginiamo che incontri un umano, vestito con cappotto di pelle e spada a due mani sulla schiena. Ora, lo spirito dei boschi in teoria non dovrebbe possedere i concetti di “cappotto” e “spada”, se non ha mai visto un umano. Come fare a descrivere? Si ignora la cosa? Beh, Tolstoj, quando ha voluto usare il punto di vista di un cavallo, ha usato lo straniamento, descrivendo anche le cose banali come fossero viste la prima volta, sostanza senza concetto.

    Parliamo del “tono”. Mi è capitato di leggere in un pessimo libro che il fantasy deve usare un linguaggio barocco ricco di figure retoriche e termini ricercati. È chiaro che è una sciocchezza, il fantasy può utilizzare benissimo un linguaggio semplice, e anzi oggi è anche meglio… Però, non voglio liquidare la cosa così.
    Il linguaggio non è solo un orpello, non è solo stile autorale, ma contribuisce a creare atmosfera. Per esempio:

    – il soldato freme davanti all’orco
    – il pavido soldato, vergogna e infamia della sua legione, trema siccome virgulto in tempesta alla sola vista dello sbavante orco.

    Sto facendo una parodia, ma il punto è che l’ornamento della seconda frase non è fine a se stesso, ma aggiunge un “sapore”. Per capirci: non è che i geroglifici siano in qualche modo superiori agli affreschi rinascimentali, ma solo il geroglifico riesce a portarsi dietro tutto il gusto dell’Egitto.
    In pratica, la tecnica di un’epoca esce dal suo tempo e finisce per diventare stile.
    Ora, molti amano l’high fantasy, soprattutto quello a stampo tolkieniano, e così iniziano ad adottare certi stilemi. Per esempio, amano certi termini “grandiosi” puramente concettuali, amano le frasi poetiche fine a se stesse, e cose così. Troppo spesso, in mano a uno scrittore che non è Omero, tale stile finisce per sembrare ridicolo, e infatti la mia seconda frase fa ridere.
    E quindi: come comunicare, non solo con il contenuto, ma anche tramite lo stile, il gusto epico?

    …non lo so, sto pensando di studiarmi la cosa per scriverci un saggio che potrei pubblicare su un sito che sto programmando. E con “lo sto programmando” intendo dire “che forse lo creerò ma non è sicuro” XD

    • Daniele Imperi
      3 settembre 2014 alle 14:03 Rispondi

      Concordo sui concetti di polenta e santità. E neanche per me serve per forza un linguaggio barocco.

  3. GiD
    3 settembre 2014 alle 09:46 Rispondi

    D’accordo su tutta la linea, a parte forse per il compromesso sulle unità di misura. Capisco che creare ex novo un sistema di misura può essere complicato, ma leggere di “metri” o “miglia” in un’ambientazione fantasy mi fa storcere il naso.
    Una buona soluzione, secondo me, possono essere le misure di origine antropometrica: ragionare in “piedi” o in “braccia” può suonare più naturale, soprattutto in contesti medievaleggianti o comunque non troppo tecnologizzati.

    C’è da dire anche che spesso chi scrive fantasy sembra avere la fissa per le misure, e le butta lì anche quando non ce n’è alcun bisogno. Una torre alta è alta, anche senza star lì a specificare quanti metri o piedi. E se si parla di lunghe distanze è più logico ragionare in giorni di marcia (a piedi o a cavallo) che non di miglia o chilometri.

    • Daniele Imperi
      3 settembre 2014 alle 14:21 Rispondi

      Piedi e braccia, e anche leghe, vanno bene anche per me.

  4. Salvatore
    3 settembre 2014 alle 09:50 Rispondi

    Il linguaggio è una questione seria, non ci sono dubbi. Nel fantastico ho poca esperienza come scrittore, ma molta come lettore. Da ragazzo leggevo quasi esclusivamente quello.

    L’idea che mi sono fatto è che se un autore spende molto tempo a lavorare su un linguaggio allineato alla storia il risultato è una resa migliore. Il lettore cala molto più in profondita in essa. Tuttavia il pericolo insidioso è di risultare o troppo ermetici (il lettore non riesce a capire) o troppo banali (il lettore si annoia). Se non si è sicuri del risultato, l’approccio migliore è un linguaggio il più neutrale possibile. Insomma, come sempre ognuno deve fare i conti con se stesso.

    Detto questo, prima di leggere Camilleri ti avrei detto che secondo me un linguaggio che si discosta troppo dalle abitudini linguistiche del lettore (nell’epoca in cui lo legge il tuo romanzo) è un rischio, anzi è un errore. Dopo Camilleri invece, posso dirti che se fatto bene il risultato è eccezionale. Però deve essere fatto davvero bene.

    • Daniele Imperi
      3 settembre 2014 alle 14:26 Rispondi

      Lavorare sul linguaggio, non solo nel fantastico, rende mogliore l’opera, di sicuro. Ma, come dici, il lavoro va fatto bene.

  5. Giorgia
    3 settembre 2014 alle 12:14 Rispondi

    Bisognerebbe fare le cose per bene, nel senso non solo una nuova lingua, ma altre unità di misura, magari altri tipi di numeri e lettere, altri tipi di periodi di gravidanza ecc. Uno però secondo me ci deve pensare più che bene e farne uno schema da qualche parte. Certo che ci vuole una super fantasia. Non ci avevo mai pensato e mi sa che mi metterò alla prova.

    • Daniele Imperi
      3 settembre 2014 alle 14:27 Rispondi

      Anche i periodi di gravidanza? Non so, in fondo si tratta sì di mondi immaginari, ma pur sempre abitati da umani.

  6. Moonshade
    3 settembre 2014 alle 13:17 Rispondi

    Ciao!
    Io sono d’accordissimo, anche a livelli estremi. So di essere piuttosto monotona, ma sostengo sempre che il fantastico non può essere vista come una “scorciatoia”, e che necessiterebbe di una documentazione riservata tale e quale agli altri generi. Soprattutto perché è un genere che si baserebbe sulla propria inventiva, quindi si dovrebbe essere anche facilitati ad approfondire tutti quei temi che ci intrigano in prima persona: mi piace il Seicento francese, gli intrighi di corte? Approfondisco tutte le cose ad esso collegate e lo riplasmo in un altro ‘sistema’ seguendo le mie percezioni.
    Quando scrivo di mio, se devo usare un mondo ex-novo cerco di pensare ad un pianeta, e non una mappa, perché il pianeta ha esigenze diverse: bisogna contare il tempo, i rapporti con la/le stella/e, i satelliti, che influenza hanno sul popolo che le abita -socioreligiose- e quindi a che livello di tecnologia possono essere, se sono dominati o meno ancora dalla loro natura e come sono fatte le bestie che hanno addomesticato. Se invece il fantastico “è di casa”, devo inserirlo in un momento preciso della nostra storia e capire che rapporto hanno con il nostro mondo prima che con noi. Sono tutte cose derivate dai dubbi che avevo mentre leggevo altri libri.
    Perché quando apro un libro esposto nel settore “fanta-bho” che mi promette una grande storia in un mondo lontanissimo trovo molto triste, nel 2014, leggere di: carri, carretti, case a traliccio, querce, tassi, pioppi e altro tipo di foresta ‘temperata’, cavalli, cani, tuniche, ‘mantelli da viaggio in lana’, “sono passati 15 anni solari contati attorno alla stella Sole”, “è distante 15 km”; “Ok, ci vediamo”; “questo deserto giallo è antichissimo”; “un anno è fatto da 13 lune”; “manoscritto in runico antico”. Non doveva essere un mondo fantastico? Allora perché trovo più approfondimento e ricerca in libri del 1940 e non adesso che si parte avvantaggiati con il web?
    So che sembra un lavoraccio, ma secondo me da più valore aggiunto ad una storia percepire che è un mondo “tuttotondo”, piuttosto che mostrare 40 righe di descrizione elegante di un abito barocco o di una claymore.

    • Daniele Imperi
      3 settembre 2014 alle 15:13 Rispondi

      Non ho capito la parte sui carri, carretti, ecc. Intendi che si dovrebbero inventare altri mezzi, ecc?

      • Moonshade
        3 settembre 2014 alle 16:07 Rispondi

        Sì scusami, sono stata poco chiara.
        Io sono per il ‘rendere caratteristico’ il più possibile, sia per inventare ex novo che ‘mascherare’ anche una cosa che usiamo tutti i giorni. È come se l’autore creasse inconsciamente una codifica per il lettore per “filtrare” il mondo che ha creato: lana, cavalli, pioppi..fa tutto parte della nostra realtà, non dei personaggi.
        La caratterizzazione crea un maggior coinvolgimento nel lettore, che viene preso e messo accanto ai personaggi, e non fuori come uno spettatore.
        Il carro per esempio è quasi sempre tipo calesse perché è in relazione al fatto che viene trainato da buoi e/o cavalli perché noi ‘terrestri babbani’ li alleviamo da 12 millenni.
        Se invece decidi che nel tuo fantastico sostituisci cavallo con una specie di dromedario anfibio di 4 metri al garrese perché poi ti piace da usare anche in battaglia, ti cambia ovviamente l’assetto di tutta la logica che sta dietro alla costruzione di case, ripari e quindi anche mezzi di trasporto – resta un carro, ma non è un calesse, diventa una cosa ‘caratteristica’, della ‘tua’ storia. Oppure, anche, ci sono un sacco di libri con accademie di maghi, che poi vagano per il mondo: possibile che nessuno pensi di ‘incantare’ qualcosa e usarlo come ‘motore’, riscaldamenti, e cose del genere? Anche dei carri che levitano a due metri da terra per magia è fantastico tanto quanto il vecchio in calesse con l’asino.
        So che può sembrare uno sforzo di immaginazione pazzesco. Ma è il genere fantastico: nessuno sulla mia storia può dirmi che non è credibile che delle lepri giganti zebrate siano la cavalleria del mio impero. Ma la cavalleria pesante in armatura pseudo guerra dei Cento anni invece la vediamo sempre, e mi da sempre più l’idea che si siano decisi dei ‘confini’ che determinano un genere che non dovrebbe averne {gli elfi onnipresenti in un certo modo, strutture sociali da medioevo europeo, costumi…}.
        Credo mi sia uscita una risposta gargantuesca, spero di aver scritto con chiarezza, scusami y.y

        • Daniele Imperi
          4 settembre 2014 alle 07:32 Rispondi

          Sì, ma come fai a far capire che il tuo carro è diverso dal nostro comune carro? Più che confini, non puoi ricreare qualsiasi oggetto che usiamo noi, come lana, case, vesti, ecc.

          Il lettore, altrimenti, non capirebbe proprio di cosa stai parlando.

  7. Grazia Gironella
    3 settembre 2014 alle 22:55 Rispondi

    Non è un problema che sento molto, da scrittrice come da lettrice. Essendo la storia scritta per il lettore attuale, trovo un po’ troppo accademico analizzare ogni parola in questa ottica. La storia è incentrata su altro, si spera! Mi limiterei a stare in guardia contro le espressioni più incoerenti, che proprio non si possono sentire.

    • Daniele Imperi
      4 settembre 2014 alle 07:33 Rispondi

      Non parlavo certo di trasformare ogni parola, ma almeno quelle fondamentali.

  8. Claudia
    4 settembre 2014 alle 00:37 Rispondi

    Beh, con il fantastico puoi fantasticare di più (scusate la ripetizione) ma senza perdere l’obiettivo principe. Ogni romanzo fantasy deve avere un certo equilibrio reale se vuole far breccia nel lettore.

  9. Gianluca
    4 settembre 2014 alle 14:07 Rispondi

    La prima cosa che mi è venuta in mente leggendo l’articolo è stata: “Furono risucchiati come da un aspirapolvere”.
    Si tratta di una similitudine che ho letto in un racconto high fantasy, e devo dire che mi ha fatto accapponare la pelle. Per cui, si, sono più che d’accordo su questo punto, e di conseguenza anche sul fatto che è brutto scrivere (e leggere) aggettivi legati a personaggi storici o mitici.
    Credo che il punto sia che, con tutte le parole che ci sono nella lingua italiana, si può trovare benissimo un aggettivo equivalente ma che non faccia disperdere l’atmosfera. Un’altra soluzione potrebbe anche essere quella di creare un aggettivo che provenga da personaggi storici o mitici facenti parte del mondo nel quale è ambientata la storia. Ma sinceramente non mi convince molto. Andrebbe spiegato, e magari si rischia di doversi dilungare in qualcosa che sarebbe stato possibile omettere al fine di avere una lettura più scorrevole.
    I modi di dire li eviterei proprio. Se anche nel mondo che mi sono inventato ci fossero agli e cipolle non userei comunque: “Tizio scambiò aglio per cipolla”. Poi, certo, ci sono modi di dire più versatili come “mandare a monte” ad esempio. Magari non ha un impatto eccessivamente violento sul testo ma io lo eviterei comunque. Poi dipende dai gusti. Tutto un altro discorso se si parla di modi di dire nei dialoghi. Ritengo fondamentale che i personaggi utilizzino, durante un discorso, dei modi di dire attinenti alla loro cultura e alla loro storia.
    In conclusione, credo che gli unici punti trascurabili siano gli astri e le misure. Sicuramente inventarsi dei termini ad hoc dimostra una grande cura per i dettagli e permette al lettore di entrare ancora di più in quel mondo, ma tra tutti i punti mi sembrano gli unici a poter essere tralasciati senza causare grossi danni, mentre gli altri andrebbero tenuti sicuramente d’occhio.

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