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La letteratura di genere è disimpegnata?

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Questo guest post è stato scritto da Antonella Mecenero.

Io leggo solo classici.
Io leggo solo mainstream.
Io leggo solo libri impegnati, che mi facciano ragionare.

Queste sono frasi tipiche che mi sento rivolgere quando magari, presa dall’entusiasmo, provo a raccontare quanto mi entusiasmino alcuni romanzi. Prima l’interlocutore mi ascolta attento, poi capisce. Quello che sto lodando come un capolavoro è un romanzo di genere! Ma come, proprio io, nonostante i miei studi classici, nonostante io sia un’insegnante, nonostante il fatto che io stessa scriva, leggo un romanzo di genere! E oso parlarne bene! Nella propria intimità ognuno può fare quello che vuole, anche leggere Stephen King, ma sarebbe almeno buon gusto non andare a dirlo in giro. O almeno non vantarsene!

La letteratura nasce come di genere

La letteratura occidentale ha le sue radici nella letteratura dell’antica Grecia.

I greci avevano una vera e propria mania per la classificazione. Sono i primi, quindi, a etichettare ciascuna opera letteraria secondo una definizione precisa.

Prima ancora che ci si mettessero i filosofi, Platone e Aristotele in testa, a definire a quale genere appartenesse questo o quel testo, erano gli autori stessi a riconoscersi sotto la protezione di una specifica musa, una delle figlie di Zeus e Mnemosyne (Memoria), protettrice di una precisa Arte.

A Clio si rivolgevano gli storiografi, a Euterpe i poeti lirici, a Talia i commediografi, a Melpomene i tragediografi, a Erato i poeti che cantavano l’amore, a Calliope gli autori di epica. Ogni autore era quindi consapevole di dedicarsi a uno specifico genere letterario, ciascuno provvisto di regole sia stilistiche che contenutistiche.

Prendiamo ad esempio gli autori di tragedie di epoca classica.

I tragediografi, tranne rarissime eccezioni (di cui è giunto sino a noi un solo esempio, I Persiani di Eschilo), trattavano solo argomenti mitologici già noti al pubblico e, spesso, rivisitati da altri autori. Dovevano attenersi a un preciso schema strutturale. Potevano scrivere scene in cui fossero presenti un massimo di tre personaggi, intervallate da dei momenti in cui in scena vi era il coro. Addirittura le parti recitate e le parti cantate dovevano essere scritte in dialetti diversi (rispettivamente Attico e Dorico).

A complicare ulteriormente il lavoro del povero tragediografo ci si mettevano i consigli di Aristotele che avrebbe voluto tutto lo svolgimento della vicenda in un solo giorno (e possibilmente in un solo luogo).

Gli autori dovevano quindi sottostare a tutti questi vincoli e mostrare al pubblico delle storie già note a cui non potevano cambiare trama o finale (si poteva giocare con le diverse versioni di uno stesso mito, ma era impensabile mostrare, ad esempio, un Achille che sopravvivesse alla guerra di Troia o un Orfeo in grado di salvare effettivamente Euridice).

Nonostante questo i grandi tragediografi greci sono stati in grado di creare opere immortali che vengono rappresentate e apprezzate tutt’ora.

Spesso, al momento della prima rappresentazione, contenevano dei chiari riferimenti alla realtà contingente e si ponevano come riflessioni critiche sulla politica della città (come nel caso de Le Troiane di Euripide, che presenta una forte critica al trattamento inflitto dagli Ateniesi alla popolazione di Melo).

Il genere letterario oggi

Oggi per letteratura di genere si intendono romanzi e racconti in cui sono riconoscibili specifici elementi contenutistici che permettono al lettore e all’editore di categorizzarli con facilità.

Tutti noi sappiamo, quindi, che se in Italia prendiamo un romanzo dalla copertina gialla, magari con il disegno di una pistola, abbiamo a che fare con un libro il cui intreccio ruoterà intorno a un delitto e alla ricerca di un colpevole. Se prendiamo un testo nello scaffale della fantascienza ci aspettiamo tematiche che abbiano a che fare con il “futuro” inteso nel senso più largo del termine.

Si crea per certi versi quella stessa aspettativa con cui gli antichi greci andavano ad assistere a una tragedia. Si sa, almeno in termini generali, di che cosa parlerà il romanzo, ma non si conoscono il tono e gli intenti dell’autore. L’autore, d’altro canto, se non vuole scontentare il pubblico, sa che ci sono delle cose che non può fare, come non poteva un tragediografo far tornare a casa Achille dopo i dieci anni di guerra, ma ha ampie possibilità di manovra sul come trattare la tematica scelta.

Letteratura di genere e letteratura di consumo

Per gli editori l’esistenza dei generi letterari è manna dal cielo! A loro basta mettere una copertina rosa per far sapere a un determinato pubblico di riferimento che all’interno troveranno una storia d’amore, una gialla per attirare invece lettori alla ricerca di delitti da risolvere e così via. Semplifica di molto il lavoro di marketing!

Inoltre quando un libro ha successo è più facile, all’interno di un genere, capire che cosa ha funzionato (Malvadi inserisce su una struttura di giallo classico di stampo inglese dell’ironia tipicamente toscana e dei blandi riferimenti alla realtà italiana di oggi! Ecco la formula da replicare!) e quindi per l’editore è facile commissionare opere simili, che non hanno alcuna pretesa letteraria. Il loro unico scopo è vendere, soddisfacendo le aspettative di quella fetta di lettori.

Si tratta di letteratura di consumo, che non ha altro scopo che intrattenere il proprio pubblico di riferimento.

Personalmente non vedo nulla di male nella letteratura di consumo, non solo non la demonizzo, ne faccio uso. Quando voglio solo staccare il cervello non mi vergogno di certo di leggere romanzetti! A volte ho anche bisogno di sognare il principe azzurro tra le pagine di un Harmony!

Il fatto che molta letteratura di consumo sia anche letteratura di genere non rende però vero il contrario. Non tutta la letteratura di genere è letteratura di consumo.

Scrivere alla maniera di Euripide

Anche oggi si può scrivere alla maniera di Euripide. Rispettare i parametri di un genere, non rompere il patto che si crea con il fruitore dell’opera, ma utilizzare il genere per riflettere sull’uomo e sulla realtà contingente.

Se guardo la mia libreria, scopro che molti dei miei libri più amati possono essere ricondotti a un genere preciso, eppure si tratta di opere che, per parafrasare Calvino, “non hanno mai smesso di dire quello che hanno da dire”.

Alcuni ormai sono assurti al rango di classici intoccabili (I promessi sposi, Il conte di Montecristo, Orgoglio e pregiudizio, rispettivamente un romanzo storico, uno d’avventura e uno d’amore). Altri sono sulla buona strada per diventarlo (Il nome della rosa, Il signore degli anelli, Memorie d’Adriano…). Altri ancora vengono considerati dai più cugini molto stretti della letteratura di consumo (It, i romanzi di U.K. Le Guin, Hyperion…).

La differenza che io noto tra queste tre categorie è principalmente l’età del romanzo. Quando un’opera viene letta e amata per generazioni diventa un classico intoccabile e quasi ci si dimentica che un tempo era nata come appartenente a un genere e, in alcuni casi, era stata denigrata proprio per questo.

Purtroppo ancora oggi in Italia si tende a distinguere la “Letteratura Alta” dalla “Letteratura di genere” e a considerare questa di serie b. A volte si raggiungono vette di assurdo quando autori famosi e stimati, magari anche premi Nobel, si cimentano con opere di genere e i critici spendono righe e righe per spiegare come si tratti di opere interessanti nonostante il fatto che contengano elementi tipicamente di genere.

Sono gli stessi critici che negano una forte tradizione di letteratura di genere in Italia, dimenticandosi di quanto fantastico ci sia in Calvino e Buzzati o quanto giallo in Sciascia.

Si dimenticano del fatto che a volte l’uso di convenzioni narrative e di stilemi propri di un determinato genere aiutano l’autore nel focalizzare uno sguardo preciso sulla realtà, proprio come facevano gli antichi.

Per quel che mi riguarda, mi piacerebbe scrivere alla maniera di Euripide. Scrivere storie di genere, giocando con le aspettative del lettore senza tradirle, ma senza rinunciare a ragionare sull’umanità e sul presente.

Sull’importanza della letteratura di genere

Vi lascio con le parole della mia autrice preferita, U.K. Le Guin, pronunciate l’anno scorso, quando ha ricevuto alla carriera uno dei maggiori premi letterari statunitensi, il National Book Awards.

Classe 1929, la Le Guin ha scritto principalmente Fantascienza e Fantasy, ma penso che le sue parole si possano riferire a tutta la letteratura di genere.

“Credo che stiano per arrivare tempi duri in cui avremo bisogno della voce di scrittori capaci di vedere alternative a come viviamo ora, vedere oltre la nostra società paralizzata dalla paura e le sue ossessive tecnologie, e persino capaci di immaginare basi concrete per la speranza. Avremo bisogno di scrittori capaci di ricordare la libertà: poeti, visionari – i narratori realisti di una realtà più grande.”

Narratori realisti di una realtà più grande, credo che sia la più bella definizione possibile per quegli autori che, attraverso lo sguardo proprio di un genere, cercano di ragionare a 360° sull’umanità e sul presente.

La guest blogger

Mi chiamo Antonella Mecenero, anche se sui blog mi firmo Tenar.

Ho sempre sentito il richiamo delle storie e del passato. Ho studiato archeologia, tecniche di narrazione e critica cinematografica. Oggi vivo in Piemonte, tra le colline e i laghi. Dalle mie corse tra i boschi torno sempre con delle storie da raccontare. Alcune di queste sono diventate dei racconti, sopratutto gialli e fantastici, e due dei romanzi gialli.

Il mio blog è Inchiostro, fusa e draghi.

38 Commenti

  1. Grilloz
    23 settembre 2015 alle 07:43 Rispondi

    Un inciampo in prima riga: “Io leggo sono classici.”

    • Daniele Imperi
      23 settembre 2015 alle 13:48 Rispondi

      Corretto, grazie.

  2. Grilloz
    23 settembre 2015 alle 08:12 Rispondi

    Essendo ingegnere ho il problema opposto, nell’immaginario comune l’ingegnere è quel personaggio un po’ nerd che legge solo fantascienza, o al massimo Fantasy e magari Dan Brown (sempre che lega) e io invece leggo un po’ di tutto, anzi, proprio per sfatare il mito fino in fondo, conosco anche un paio di ingegneri che oltre a leggere un po’ di tutto scrivono anche, e lo fanno anche piuttosto bene.
    Personalmente ho trovato un po’ forzato vedere nei greci l’origine della divisione in generi, in fondo loro di sono limitati a distinguere fra arti diverse, fra cui anche la danza e l’astronomia, per dire.
    Comunque alla fine chi sono storie belle e storie meno belle, autori bravi e autori meno bravi, e quando un autore bravo racconta una bella storia nasce un’opera che merita di essere ricordata.
    Per concludere considero un buon romanzo quello che alla fine della lettura mi lascia qualcosa, indipendentemente dal genere.

    • Valentina
      23 settembre 2015 alle 13:26 Rispondi

      Un inciampo in terza riga “sempre che lega”. Per il resto sono assolutamente d’accordo con te. :-)

      • Grilloz
        23 settembre 2015 alle 14:13 Rispondi

        Oops, ehm, ok, vale come attenuante il fatto che ho scritto dal cell? :-P

        • Valentina
          23 settembre 2015 alle 14:43 Rispondi

          Direi assolutamente….no!! :)

    • Tenar
      23 settembre 2015 alle 14:40 Rispondi

      I greci avevano delle divisioni abbastanza rigide, proprio a livello tecnico, per cui opere di “genere” diverso andavano scritte con dialetti diversi. Tutti i miei manuali di letteratura concordano nell’attribuire l’idea stessa di una classificazione per categorie letterarie ai greci. Poi, personalmente, io penso che loro avessero una sorta di “ansia di classificazione” e un po’ si divertivano a creare categorie e sottocategorie.
      PS: anch’io conosco ingeneri che leggono di tutto e qualcuno anche che scrive.

      • Grilloz
        24 settembre 2015 alle 08:18 Rispondi

        Le mie conoscenze sulla letteratura greca risalgono ai tempi del liceo, e sono anche piuttosto limitate, quindi immagino abbia ragione tu, anzi, sono andato a vedere la voce “generi letterari su wikipedia e inizia proprio così:
        “Nella letteratura la definizione dei generi letterari costituisce uno dei problemi più dibattuti a partire dal Rinascimento, epoca in cui fu scoperta la Poetica di Aristotele, anche se l’origine del concetto di ‘genere’ risale all’antica Grecia, difatti Platone effettuò le prime distinzioni tra genere mimetico (tragedia e commedia), narrativo (ditirambo e nomo), e misto (epopea).”

  3. LiveALive
    23 settembre 2015 alle 08:17 Rispondi

    Permettimi delle specificazioni però: la classificazione per generi dell’antica Grecia non assomigliava certo a quella che facciamo noi: assomigliava di più alla nostra classificazione dei macrogeneri, creata per lo più formalmente. Certo l’idea stessa di classico si basa su un canone, e i greci volevano che fosse il più chiaro possibile. Ma la critica successiva (vedi anche il commento di Brioschi alla Poetica aristotelica) ha ben riconosciuto che la loro classificazione si basava su un errore, cioè sull’idea che i generi fossero intrinseci all’opera, quando è per noi evidente che sono convenzioni estrinseche.
    Pure, si può parlare delle regole che i greci mettevano ai loro macrogeneri, ma, in linea di massima, gli artisti che oggi stimiamo maggiormente sono quelli che hanno rotto il paradigma della loro epoca, come Eschilo, Sofocle ed Euripide hanno fatto in successione, portando ognuno una sua stravaganza. Bisogna considerare pure che il teatro è una arte “di massa” per sua natura, e se oggi Hollywood ha troppa paura di uscire dalle convenzioni, e così finisce per produrre un piattume uguale all’altro in successione, anche il teatro è spesso stato troppo rigido, ma quelli che ricordiamo sono gli artisti che sono riusciti a essere originali nonostante questo approccio spiacevole: per esempio, Shakespeare avrà pur trattato quasi esclusivamente storie scritte da altri che si conoscevano già, usando tra l’altro (almeno a inizio carriera) uno stile di scrittura e delle strutture generali di convenzione, ma è comunque stato rivoluzionario nella rappresentazione e nella gestione delle unità, oltre ad aver instaurato un gran progetto (inconscio?) che lo ha portato in ogni opera ad analizzare qualcosa di nuovo e diverso dalla precedente, fino ad esaurire l’animo umano.
    Io credo ci sia un fattore che unisca tutti ciò che è “pop” (di genere, in senso lato) e ciò che è “d’élite” in ogni arte (specificando comunque che li uso come classificazioni convenzionali, non come giudizi di valore). Questa cosa secondo me la esprime bene Philip Glass, il più grande compositore vivente:
    “Io scrivo per un pubblico ideale, e per me il pubblico ideale è quello che vuole ascoltare sempre qualcosa di nuovo. A mio parere esistono essenzialmente due categorie di compositori: quelli che inventano nuovi linguaggi e quelli che si limitano a riciclare delle formule preesistenti. Queste due tipologie si ritrovano sia nel mondo della musica classica sia in quello della musica pop. Ma le eccezioni esistono in tutti e due i campi. Artisti come David Byrne, David Bowie, Laurie Anderson, non si limitano a usare delle formule, ma hanno sempre cercato di innovare il linguaggio musicale che utilizzano. Ci sono invece moltissimi compositori classici che scrivono per mezzo di formulette, siano esse dodecafoniche o tonali. Io però non capisco perché lo facciano. Se si decide di usare delle formule tanto vale mettersi a scrivere musica pop e fare un sacco di soldi! La motivazione a usare delle formule è comunque la stessa, e spesso anche i risultati sono gli stessi in termini di banalità e prevedibilità . A me interessa inventare, non riprodurre tanto per avere successo.”
    Per me è sempre stato così: chi ricicla formulette è pop, chi inventa nuovi linguaggi è eminente. Io infatti mi direi: che senso ha ripetere ciò che già è stato fatto, ciò che è convenzionale? Perché non aggiungiamo informazione al mondo? Se i greci hanno sbagliato in questa idea, mica dobbiamo sbagliare anche noi.
    Più che il genere inteso come letteratura bassa, direi che sia in genere che in non di genere esistono autori bassi e autori alti (e quelli che si limitano a ripetere le convenzioni senza aggiungere nulla di loro sono bassi perché sono inutili, sono i pappagalli di Kant. Per me, dico). Questo non vuole certo spingere verso la letteratura puramente sperimentale, visto che lì la ricerca del nuovo degenera in maniera, ma piuttosto prendere l’esempio di Shakespeare, e oggi, con le libertà concesse, è pure più facile. Detto questo, se il genere è considerato “generalmente pop” è proprio perché spinge per sua natura alla ripetizione. Ciò non toglie che possa comunque avere “caratteristiche d’arte”, come quei pochi del teatro greco, e anche nel genere ogni tanto sbuca un Frank Zappa o un Leonard Cohen; ma la prevenzione generalmente non è immotivata, c’è davvero una gran tendenza alla banalità. Anche nel non di genere, certo, con ste storiette formulari di drogate e anoressiche, però la sua natura non dovrebbe spingere verso questo, almeno.
    Questo per dire che la differenza, secondo me, non è mai stata sul disimpegno: la fantascienza anzi è stata riconosciuta subito, appena arrivata in Italia, come un mezzo interessante di riflessione sul tempo. Il fantastico, che pure costituisce un macrogenere e non un genere, non mi pare sia mai stato vilipeso dalla cultura “alta”: è una caratteristica non solo di Buzzati e Calvino, ma anche di Ariosto e (diremmo oggi, almeno) pure Dante e tanti altri autori ammirati da tutti. Ma il fantastico come lo usano loro non è certo ripetitivo come quello dell’high fantasy, dove un’opera originale bisogna cercarla col lanternino.
    Ciò che conta secondo me, comunque, è più il riconoscimento di pubblico che di critica. Certo nessuno dice che sarà duraturo, ma in fondo se faccio un’opera è perché piaccia, e se piace a tantissime persone dovrebbe essere, direi, un buon segno (e la battuta di Warhol non conta, perché fa l’errore di confrontare due classi indipendenti). Alto e basso indicano, come ho detto, non un giudizio di valore, quanto il tipo di pubblico a cui piacciono, che hanno i loro motivi per considerare una categoria o l’altra inferiore (il mio motivo l’ho detto: non ha senso fare lavori improduttivi che non generano nuove informazioni). Non bisogna dimenticare poi che la critica è anche e soprattutto questione sociale: se Bouguereau era osannato a inizio carriera e vilipeso alla fine non è certo perché fosse diventato meno bravo, ma perché tra i critici c’era stato un cambio generazionale, e i sostenitori dell’impressionismo alla fine sono riusciti a prendere la posizione di autorità. Non conta il valore “ontologico” (che non esiste), sono giochi sociali, di autorevolezza, legati al gusto.

    • Tenar
      23 settembre 2015 alle 14:58 Rispondi

      Siamo tutti d’accordo, credo, sul fatto che la percezione della letteratura in duemila e passa anni sia cambiata (sarebbe un problema il contrario).
      Quello che ci tenevo a segnalare è che si può dire qualcosa sull’oggi anche riutilizzando e reinterpretando schemi narrativi preesistenti, come facevano i grandi tragediografi dell’antichità.
      Io intendevo ragionare più in termini di “proporre una visione critica della realtà” piuttosto che di successo/critica letteraria. Il mio è un ragionamento da autrice. Rivendico il diritto di scrivere opere che ragionino sull’oggi anche utilizzando gli schemi narrativi propri di un genere. Con che successo o con quale valore estetico, saranno altri a stabilirlo.

      • LiveALive
        23 settembre 2015 alle 15:08 Rispondi

        Ma come si può discutere del diritto? Una persona ha il diritto di fare tutto, anche realizzare cose orribili se vuole provarci (e non è detto che ci riesca: Dalì dice che una persona mediocre disegnerà in modo mediocre anche se proverà a disegnare in modo orribile).

        • Tenar
          23 settembre 2015 alle 18:05 Rispondi

          Quando ad esempio ti senti dire da un editore “il fantasy è un genere senza dignità” senti l’esigenza di ribadire questo banale diritto.
          Dai commenti deduco che sia capitato solo a me, e ne sono felice, ma mi è capitato.

          • Daniele Imperi
            23 settembre 2015 alle 18:15

            Un editore da cui tenersi alla larga.

          • Ryo
            25 settembre 2015 alle 12:47

            Io sono curioso di sapere di che editore si tratta :-)

  4. Chiara
    23 settembre 2015 alle 08:57 Rispondi

    Ciao Antonella, questo post è molto interessante e non posso che concordare con quanto scrivi: la presenza di un genere non implica l’assenza di una visione del mondo, nonché di un approfondimento psicologico dei personaggi.
    Esistono sempre più opere che si collocano in una terra di mezzo fra il mainstream e la letteratura di genere così come intesa dal senso comune: rispetto pedissequo delle convenzioni, personaggi e stile sacrificati a favore della trama, scarsa profondità. In questa terra di mezzo colloco Camilleri (non è forse diventato un classico?) e quelli che amo definire “giallisti sociologi”, Montanari e Biondillo su tutti. Uno degli ultimi romanzi di De Carlo, Lei&Lui, racconta di una storia d’amore, ma lo fa in modo atipico rispetto alla consuetudine di genere.
    Le opere non sono tutte uguali, ma l’uomo ha un gran bisogno di categorizzare.

    • Tenar
      23 settembre 2015 alle 15:03 Rispondi

      L’uomo ha un gran bisogno di categorizzare (chissà poi perché), ma il valore dovrebbe sempre essere attribuito al singolo e non al gruppo.
      Camilleri, Montanari e Biondillo credo si considerino proprio giallisti (Montanari di sicuro, perché l’ho conosciuto a una presentazione), questo non impedisce certo loro di analizzare la società in cui vivono, anzi. E sì, credo che Camilleri diventerà un classico.

      • Chiara
        23 settembre 2015 alle 15:30 Rispondi

        Di Biondillo uscirà proprio domani il quinto volume (esclusi un romanzo breve e un racconto) dedicato all’ispettore Ferraro. Amo quest’autore perché grazie a lui (ormai più di 10 anni fa) ho iniziato a leggere e apprezzare i gialli.
        è vero, Biondillo e Montanari sono giallisti a tutti gli effetti. Però li considero a un livello di ricercatezza piuttosto alto, nonostante un linguaggio talvolta crudo. L’approfondimento psicologico è ottimo; non si può certo dire che ci sia solo trama.
        Ho letto però anche giallacci (e sentimentali) piuttosto squallidi. Queste per me sono le storie commerciali intese nel senso comune del termine: si punta tutto sulla trama, con scarso interesse per i dettagli psicologici più profondi.
        P.S. A proposito di Camilleri, mi è venuta in mente l’imitazione di Fiorello e mi sono messa a ridere da sola :D

      • Daniele Imperi
        23 settembre 2015 alle 15:50 Rispondi

        Forse perché è il nostro cervello a trovarsi meglio con una categorizzazione.

        • LiveALive
          23 settembre 2015 alle 16:35 Rispondi

          Se non categorizzassimo non potremmo neanche parlare. Dovremmo trovare un nome per ogni struttura atomica esistente.

  5. Salvatore
    23 settembre 2015 alle 09:30 Rispondi

    – Ma posso pur avere il diritto di leggere e commentare i libri che mi pare?
    – No!
    – Ok…

    La libertà d’espressione è il male dell’epoca contemporanea, aiutaci a combatterla: allineati anche tu al nostro modello di pensiero unico predefinito.

    CEPU (Comitato Epico Pensiero Unico)

  6. animadicarta
    23 settembre 2015 alle 09:49 Rispondi

    Sono d’accordo con Antonella che la letteratura di genere non deve essere per forza di consumo. In tutti i casi si tratta di romanzi fatti per intrattenere, però ci sono storie che lasciano qualcosa di più profondo e altre che si limitano a farci passare qualche ora rilassante. Ognuno è libero di leggere quello che vuole e non capisco queste persone “con la puzza sotto al naso” che demonizzano la letteratura di genere. Personalmente non ne conosco, c’è fin troppa gente che non legge proprio nulla, né gli Harmony né la letteratura impegnata :)
    Poi credo che per far riflettere sulla realtà si possano usare gli strumenti più vari, questo dipende molto dall’autore, dal suo temperamento e dal suo modo di esprimersi. Chi mi induce a pensare e al contempo mi fa pure divertire ha tutta la mia ammirazione.

    • Daniele Imperi
      23 settembre 2015 alle 13:51 Rispondi

      Per me qualsiasi genere può essere impegnato e di consumo. Non li vedo come attributi per il solo mainstream.

    • Tenar
      23 settembre 2015 alle 15:05 Rispondi

      Chi riesce a indurre a pensare e al contempo fa divertire secondo me è un grandissimo!

      • Ryo
        25 settembre 2015 alle 12:49 Rispondi

        È il leitmotiv dei migliori romanzi, indipendentemente dal genere di appartenenza (e anche al di fuori della categoria “romanzo”) :-)

  7. Ivano Landi
    23 settembre 2015 alle 12:36 Rispondi

    Sinceramente io di gente che demonizza la letteratura di genere non ne incontro più da molto tempo. Negli anni ’70, sì, ne incontravo un bel po’…

    • Daniele Imperi
      23 settembre 2015 alle 13:50 Rispondi

      Forse perché raccoglie sempre più appassionati, chissà.

      • LiveALive
        23 settembre 2015 alle 13:58 Rispondi

        Non ho informazioni riguardo la popolarità dei generi nel tempo passato, ma secondo i dati attuali, escluso il rosa, qualsiasi genere è una nicchia.

    • Tenar
      23 settembre 2015 alle 15:06 Rispondi

      Io in realtà ne ho incontrati parecchi… Sarà che inciampo sempre in vecchi retrogradi. La cosa preoccupante è che molti bazzicano l’ambiente editoria…

  8. Poli72
    23 settembre 2015 alle 14:01 Rispondi

    Letteratura impegnata? Che cosa significa?
    Io conosco solo la differenza fra letture piacevoli o letture noiose ,a volte pure brutte .
    Vuol forse significare che la letteratura impegnata si prefigge di trasmettere insegnamenti morali,civili,di vita e/o soltanto ricerca di stile raffinato e particolare.La “Divina Commedia”(Nelle edizioni semplificate e spiegate,ovviamente) posso leggerla con l’animo leggero e l’occhio superficiale di chi vuol intrattenersi con un romanzone d’avventura.Potrei , altresi’,dedicare anni ed anni allo studio di tutto cio’ che Alighieri ha sottinteso e velato nella sua opera.Dipende.Certo nessuno potra’ affermare che Dante mancava di originalita’ ed inventiva,ne di stile e ritmo.Egli ha composto infatti,quello che forse si puo’ definire il piu’ grande ” romanzo d’avventura” di tutti i tempi!

    • LiveALive
      23 settembre 2015 alle 14:28 Rispondi

      Io mi chiedo spesso: se l’artista ha scelto di esporre la sua idea tramite un romanzo e non tramite un saggio, vuol dire che sta badando più alla questione estetica che all'”insegnamento” in sé stesso; dunque, perché leggerlo badando, pare, più all’insegnamento che al resto? Il punto è questo: che se c’è un senso, un insegnamento, questo comunque ha una funzione estetica: cioè, un romanzo che dice anche “qualcosa in più” ha comunque una marcia in più rispetto a un romanzo che, ugualmente bello dal punto di vista tecnico, non dice nulla. Secondo me anche la critica più alta dovrebbe imparare a vedere l’opera in questa direzione. Più che chiedersi di continuo cosa dice, dovrebbe chiedersi piuttosto perché ciò che dice ce lo fa apparire più bello, cosa ha di speciale proprio quella idea.

    • Tenar
      23 settembre 2015 alle 15:11 Rispondi

      Porre interrogativi, secondo me, è diverso dal trasmettere insegnamenti.
      Per quel che mi riguarda una letteratura disimpegnata (che, si badi bene, non demonizzo assolutamente, anzi, lo ammetto, ne faccio uso) non pone interrogativi e non induce a riflessioni.
      Porre riflessioni non rende automaticamente un libro migliore di un altro, anzi. Come dice Livealive, tuttavia, un bel libro che pone anche degli interrogativi ha una marcia in più rispetto a un altro scritto altrettanto bene.

      • Daniele Imperi
        23 settembre 2015 alle 15:53 Rispondi

        Sono d’accordo. Insegnare e far riflettere sono due concetti diversi. La letteratura di consumo – di cui anche io faccio uso – è molto utile perché rilassa la mente. Io ne sento il bisogno e anche di frequente.

  9. Samantha
    23 settembre 2015 alle 15:13 Rispondi

    @Più che chiedersi di continuo cosa dice, dovrebbe chiedersi piuttosto perché ciò che dice ce lo fa apparire più bello, cosa ha di speciale proprio quella idea.

    Questa affermazione mi pare il fulcro della questione. Non scriverei mai un saggio ( o almeno ancora non ho avuto questa pazza idea), ma mi piace scrivere romanzi. Romanzi che non hanno un insegnamento filosofico, ma la cui riflessione è per alcuni lettori spunto d’insegnamento, ma non di morale. Mi piace raccontare quella storia e non altre per quello che potrebbe trasmettere e per quello che ha certamente trasmesso a me, scrivendolo. E’ una questione di parti, dire qualcosa , spingere il lettore a una riflessione. Chiudere i libro e pensare e se fossi stato io nei panni del protagonista?

    • Tenar
      23 settembre 2015 alle 15:42 Rispondi

      Credo che questa domanda finale sia ciò che sognano di suscitare molti autori, me in primis.

  10. LiveALive
    23 settembre 2015 alle 17:39 Rispondi

    Tra l’altro, pensavo: una grande opera deve dire qualcosa sull’oggi? Potrei pensare a Flaubert, che considerava la Divina Commedia (letta in francese) un’opera mediocre perché “fatta per un tempo, non per tutti i tempi.” Wagner invece diceva che l’opera totale doveva essere tanto universale quanto adatta al proprio tempo. Ecco, mi viene istintivo pensare che per un’opera talmente ambiziosa da puntare all’eternità sia più importante l’analisi di ciò che c’è di eterno nell’animo, piuttosto che parlare di attualità. D’altro canto però è pur vero che ogni opera riflette qualcosa del tempo in cui nasce anche se non lo vuole.

    • Tenar
      23 settembre 2015 alle 18:02 Rispondi

      Io la faccio più semplice ” un classico non ha mai finito di dire quello che ha da dire”. Ci sono opere, come la Divina Commedia che erano una riflessione sul presente in cui sono state scritte, ma che in ogni epoca hanno trovato estimatori che le consideravano importanti (anche) per le riflessioni che suscitavano loro sul loro oggi. Mi permetto di dissentire da Flaubert, quando io leggo la Commedia penso più all’oggi che al medioevo, cosa che non mi capita, per esempio, con “La canzone di Orlando” che, decontestualizzata, ha molto meno da dire.
      Poi, certo, tutto è personale e opinabile, io la vedo così.

  11. Giulio F.
    23 settembre 2015 alle 23:57 Rispondi

    Non sopporto quando la lettura viene trattata come qualcosa di elitario, che è poi il motivo per cui sempre meno gente legge, secondo me.

  12. Grazia Gironella
    25 settembre 2015 alle 22:39 Rispondi

    Interessante post. :) E’ importante tenere presente che i “classici” non sono nati tali per ovvie ragioni, perciò la definizione “classico” è più legata al nostro bisogno di etichettare che al valore del testo in sé. Le parole della Le Guin sono da ricordare!

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