Il genere narrativo è una gabbia?

Il genere narrativo è una gabbia?
Da quale genere letterario vi siete fatti imprigionare?

Questa è la settimana della conoscenza di se stessi o, meglio, di me stesso. Ho iniziato rispondendo a un meme e svelando 52 curiosità sulla mia scrittura. È stato divertente e qualcun altro mi ha seguito. Poi ho continuato parlando dei generi letterari che più mi competono, che nel mio caso significa quelli che ho trattato nei miei racconti.

Con questo articolo mi riaggancio a quel post, perché voglio capire come un genere letterario possa imprigionare uno scrittore e costringerlo, magari, a scrivere sempre di quel genere. Cominciamo dall’inizio.

Quanto incide la prima opera sulla percezione del lettore?

Mi ricordo una parte del saggio di Stephen King On Writing, se non ricordo male stava parlando del suo primo romanzo pubblicato, quindi Carrie. Ebbene il suo editor gli disse che aveva le classiche due notizie per lui, una buona e una cattiva.

La buona era che gli avrebbero pubblicato il romanzo. La “cattiva” che sarebbe stato etichettato come scrittore di romanzi horror.

Ma questa credo sia un’opinione diffusa. Andrea Girardi, in un commento a un suo post, mi consigliò di pubblicare usando pseudonimi, perché non mi etichetterebbe come autore di un unico genere.

Cosa si aspetta il lettore alla tua seconda opera?

Quando ho letto La spada di Shannara – premetto che fu uno dei miei primi libri letti – e ho poi trovato, tanti anni dopo, il terzo libro della trilogia (il secondo m’era sfuggito…), avevo capito che Terry Brooks scriveva quel genere.

Quando ho scoperto lo scrittore Bernard Cornwell, leggendo la trilogia misteriosamente diventata pentalogia in italiano Excalibur, sapevo che quello scrittore avrebbe continuato a scrivere romanzi storici e così è stato.

Che cosa ci aspettiamo, dunque, al secondo romanzo di un autore? Che continui su quella strada? La percezione che avrà il lettore è che quell’autore scriva ancora del genere del suo primo romanzo?

Il mainstream è sempre una sorpresa per il lettore

Perché non è una letteratura di genere, ma più “alta” – in questo non sono assolutamente d’accordo, ma così viene definita. Se scrivi mainstream, non sarai un giallista, né uno scrittore fantastico, né uno di fantascienza, né un autore horror o di thriller o d’avventura.

Sarai, forse, uno Scrittore. Lo scrivo in maiuscolo, perché spesso in televisione danno spazio proprio ad autori che non trattano la letteratura di genere, per me invece la migliore che c’è sul mercato editoriale, e sono visti – questa, almeno, la sensazione che se ne ha – come grandi letterati.

Ma, signori miei, Dante Alighieri non faceva forse letteratura di genere? La sua Commedia è un bel poema fantastico, o sbaglio? E che dire di Omero e della sua Odissea, opera che oggi si usa anche in senso figurato? Ma posso anche aggiungere i cinque romanzi della serie di Gargantua e Pantagruel scritti da François Rabelais. Cavoli, adesso usiamo gli aggettivi pantagruelico e gargantuesco! E il Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes? Viene definita una delle opere più importanti nella storia della letteratura.

Quanto genere trovate in queste opere? Se questa non è alta letteratura, allora non so proprio quale possa essere.

I miei futuri progetti letterari divisi per genere narrativo

  1. Rottami: fantastico
  2. DCTA: fantastico
  3. G: fantastico
  4. UDSE: fantastico
  5. PU: fantastico
  6. ICDU: fantastico
  7. IC: fantastico
  8. K: fantastico
  9. M: fantastico
  10. PG: fantastico
  11. IR: fantascienza
  12. MR: fantascienza
  13. DBR: poliziesco
  14. SER: storico

In pratica 12 su 14 appartengono al genere fantastico e, dal momento che non ho voglia di iniziare a scrivere il poliziesco – anche se ho la scaletta pronta e gran parte della documentazione – né lo storico – che richiede parecchio lavoro – se riesco a pubblicare una qualsiasi delle 12 opere, sarò etichettato come autore di Fantastico.

Beh, fantastico. Se così fosse – leggi: se riesco a dar vita a un’opera da pubblicare – che cosa si aspetteranno i lettori alla seconda? E cosa accadrà quando uscirà un poliziesco o un western o un horror?

È un problema essere etichettati come scrittori di un unico genere?

In fondo, cosa vi importa? A voi cosa interessa? A me nulla. Ma aspetto i vostri commenti sulla questione.

Categoria postPublicato in Narrativa - Data post13 aprile 2014 - Commenti27 commenti

DanieleDaniele Imperi

Sono blogger e web writer e scrivo e leggo ogni giorno. Oltre a Penna blu, ho creato e gestisco i siti su Cormac McCarthy e Edgar Allan Poe. Leggi di più nella mia biografia.

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Commenti
  • Strauss 13 aprile 2014 at 13:01

    Ciao Daniele, buona domenica a te, parlare di poema fantastico per la Divina Commedia lo trovo un azzardo, non tanto per i temi trattati; i grandi temi sono sempre gli stessi! piuttosto per il linguaggio, per lo stile. Che cosa distingue gli scrittori di genere dallo scrittore classico? pressoché nulla, (a parte lo stile narrativo, e quando c’è quello personale), poiché oggi è vero il contrario. Il mainstream che hai citato è ridotto all’osso, un malato terminale. Mentre si assiste ad un proliferare sconsiderato di ‘aspiranti scrittori’ di genere, spesso scadenti, che sempre più volentieri amano farsi ingabbiare in un preciso genere narrativo. Il fantasy, l’horror, legal thriller, i gialli, poliziesco, ecc. vanno per la maggiore. Speravo, nella mia ingenuità adolescenziale che almeno in letteratura, (cosa impossibile nella mia amata Musica), si potesse scavalcare lo scoglio del ‘genere narrativo’ , purtroppo così non è stato. Al contrario, la lezione di alcuni lungimiranti scrittori del novecento è stata presto disattesa, come dire, (memoria corta e pedalare!) Oggi, più di ieri, storie, sono sempre le storie a padroneggiare, lo STILE? Resta chiuso nel cassetto…Ti saluto e come sempre Daniele, i miei complimenti vanno alla tua capacità di coinvolgimento dei tuoi post!

    • Daniele Imperi 14 aprile 2014 at 07:48

      Ciao Strauss, sì è un azzardo come dici, ma volevo un po’ provocare :)

      Dici che il mainstrem è ridotto all’osso? Non so, quando vedo i libri pubblicizzati dai TG o comunque in TV, non sono mai della letteratura di genere, che, però, come dici tu è sempre più ricercata dagli aspiranti scrittori.

      Vero anche per lo stile: noto che c’è poca cura. Garzie a te per leggere le mie divagazioni sulla scrittura :)

      • Strauss 14 aprile 2014 at 14:24

        Un ringraziamento va a te e a tutte le persone che ti seguono; è sempre piacevole e stimolante avere un confronto con voi, con la capacità ‘di dire la propria’ senza remore, dimostrando un’autonomia di pensiero invidiabile ;) Un saluto e continua così!

  • Ivano Landi 13 aprile 2014 at 15:36

    Sono d’accordo con te, Daniele, che non c’è differenza di valore tra letteratura mainstream e di genere. Il problema è che a volte ad accentuare il distacco sono gli stessi autori di genere. Per farti un esempio ho letto tempo fa una introduzione di Valerio Evangelisti a un libro che amo molto “Venere sulla conchiglia” di Farmer. Ecco cosa scrive: “Verrebbe da chiamare Venere sulla conchiglia un “capolavoro”, come è stato più volte ripetuto in passato. In effetti lo è, ma bisogna precisare “della fantascienza”. Il suo peso nella letteratura generale è scarso o nullo”. Al che il mio primo pensiero è stato: Why?

  • franco zoccheddu 13 aprile 2014 at 16:02

    Se pubblicassi il mio romanzo scientifico, e se avesse successo, e se un editor mi mettesse in guardia minacciandomi di rimanere chiuso nella gabbia del romanzo scientifico…
    SAREI AL SETTIMO CIELO ! ! !
    Non voglio altro dalla mia vita letteraria: scienza, scienza, scienza.

    • Daniele Imperi 14 aprile 2014 at 07:50

      Potresti inaugurare il genere del romanzo scientifico, Franco.
      Auguri, allora ;)

  • Lisa Agosti 13 aprile 2014 at 18:38

    Le etichette sono buone se il prodotto è buono, ma rischiose se il nuovo genere scelto non si confà all’artista… Sto pensando a J. K. Rowling, che finito Harry Potter ha pubblicato un pesantissimo lentissimo racconto di una piccola comunità inglese dove non succede mai nulla. L’etichetta di scrittrice famosa nel suo caso è buona perché i suoi accoliti compreranno il libro a scatola chiusa, rischiosa perché anche se il romanzo fosse buono sarebbe quasi impossibile produrre qualcosa di meglio di Harry Potter.

    • Daniele Imperi 14 aprile 2014 at 07:52

      Sulla Rowling hai ragione, io infatti non ho comprato quel suo libro Il seggio vacante, non mi interessa proprio come storia. E lei ne ha pubblicato un altro sotto pseudonimo maschile, ma perché?

  • Sandra 13 aprile 2014 at 21:29

    Ho esordito con un romanzo di chick-lit, genere molto ben definito, domani, scusa la marchetta, esce il mio secondo, una commedia. Non mi sembra sia un problema essere stata ingabbiata per quasi 4 anni non solo in un genere, ma nel mio caso, addirittura in una singola parola “frollini” dal titolo del romanzo, io per i miei lettori sono quella dei frollini, mi firmo Sandra frollini e se non scrivo frollini, è capitato, commentando un blog dove pensavo non mi conoscessero, arriva la risposta “ah ma sei quella dei frollini?” Cose così. E’ difficile affrancarsi ma forse non è così necessario, io spazio su più generi e in fondo se dovessi, come spero, pubblicare molto, basterà leggere la quarta di copertina per capire dove vada a parare il libro che si avrà in mano.

    • Daniele Imperi 14 aprile 2014 at 07:56

      La gente sente un bisogno irrefrenabile di etichettare tutto e tutti. “Quella dei frollini” fa sorridere, però significa anche che i tuoi frollini hanno colpito nel segno.
      Auguri per il secondo romanzo :)

  • Paolo 14 aprile 2014 at 03:15

    L’idea del genere come di una gabbia mi sembra un problema “derivato”, non dovrebbe essere un problema dello scrittore, quanto del lettore. Naturale aspettarsi da uno scrittore di genere che il prossimo libro sarà simile, come aspettarsi da chi scrive il secondo libro di nuovo lo stesso genere, ma ripeto, non è lo scrittore secondo me a doversene preoccupare. È il lettore che dovrebbe avere l’apertura mentale necessaria a cercare dell’altro, a lasciarsi sorprendere. Magari di fidarsi, chiedere allo scrittore un certo livello di scrittura, di stile, ma non altro.
    Dare un etichetta è un problema dei recensori e dei pubblicitari, se lo scrittore dentro di sé si sente libero è giusto che scriva ciò che vuole, la gabbia insomma ce la costruiamo noi, o forse ce la facciamo costruire attorno.
    Chiaro, la cosa può anche essere un vantaggio, sta comunque allo scrittore renderlo tale. :)

    • Daniele Imperi 14 aprile 2014 at 07:58

      Concordo Paolo, è un problema principalmente del lettore. Che, come dici giustramente, dovrebbe lasciarsi sorprendere e fidarsi dello scrittore. E chiedere un buon livello di scrittura. Il resto non conta.

  • franco zoccheddu 14 aprile 2014 at 10:12

    A pensarci, la zoologia mi suggerisce che esistono i generi, le specie, etc. Voglio dire che il buon lettore non si contenta di una banale classificazione per generi, ma entra ben più in profondità nella scrittura.

  • Tenar 14 aprile 2014 at 10:53

    Ho appena messo sul blog un post sul giallo che è uno dei miei generi preferiti. L’etichetta del genere aiuta a stabilire un patto tra autore e lettore. È un giallo? Ci sarà un delitto! Fantasy? Magia e, magari, draghi! Fantascienza? Astronavi, tecnologia, robot! E così via… Io non la trovo una gabbia. Se compro un giallo voglio il mio delitto, ma in cambio l’autore può raccontarmi tutto quello che vuole. Se prendo un fantasy voglio la magia, ma in cambio l’autore può raccontarmi tutto quello che vuole e così via.
    La gabbia si stringe quando l’editore vuole obbligare un autore a scrivere sempre la stessa storia perché vende, ma come autrice sono lontana anni luce da questa condizione e mi sembra inutile preoccuparmi

    • Daniele Imperi 14 aprile 2014 at 11:22

      Sì, certo, è un patto fra lettore e scrittore. Ma quello che volevo dire è che, se inizi con un genere, poi i lettori si aspettano che continui su quella strada.

  • Attilio Nania 14 aprile 2014 at 11:35

    Se proprio devo dirtela tutta, il fantastico come genere letterario non esiste.
    Il fantastico è solo una cornice, che può racchiudere un horror, un giallo, una commedia, o anche tutti e tre insieme, volendo.
    Diciamo che una storia, una qualsiasi storia, può essere di due tipi: fantastica o realistica. Una volta stabilito questo, poi la storia fantastica può essere di qualsiasi genere, e lo stesso vale per quella realistica.

    • Daniele Imperi 14 aprile 2014 at 14:32

      Mah, sì, possiamo anche chiamarla cornice, o meglio un macrogenere letterario.

  • Francesca 14 aprile 2014 at 13:25

    Argomento che reputo molto importante (e su cui ho già scritto). Penso che il genere fantastico non sia “di serie B” in quanto tale (sennò scriverei altro :) ), ma che sia il più bersagliato dalle logiche di mercato, che favoriscono l’imbarbarimento e la serialità (sia nell’editoria che, di conseguenza, nei lettori, che vengono pian piano dis-educati). Non mi offendo se vengo etichettata come scrittrice di genere fantastico/fantascientifico, poiché per approssimazione è una definizione appropriata. E’ vero però che mi sarà più difficile trovare la mia strada e far sentire la mia vera voce tra le tante “gabbie” il cui il fantastico tende a rinchiudere scrittori e lettori. Può darsi che nessuno sia interessato alle mie storie “realistiche”, per esempio. Il problema è reale, ed è un problema sociale/economico di enorme portata. Per quanto riguarda me, cerco di leggere soprattutto classici e restare sempre aggiornata sulle ultime frontiere del fantastico – in questo modo cerco di rimanere me stessa al di là di tutte le categorie possibili :)

    • Daniele Imperi 14 aprile 2014 at 14:36

      Più che essere difficile trovare la propria strada, credo che sarà difficile farla capire ai lettori, se hanno letto di te più un genere che altri.

  • Grazia Gironella 14 aprile 2014 at 22:02

    Mi piace molto spaziare tra i generi e anche mescolarli, e soprattutto detesto la suddivisione della letteratura in serie A e serie B, neanche leggendo si facesse una cernita di pensieri ed emozioni per decidere quali sono nobili e quali no.
    Per quanto riguarda l’etichetta che il primo libro mette all’autore, il problema in qualche modo esiste. Un agente letterario mi ha spiegato che è importante proporre l’autore combinato a un certo tipo di testo; una volta consolidata la posizione, dopo un secondo libro dello stesso genere per esempio, magari si può proporre anche altro. L’etichetta, insomma, sarebbe in qualche modo opportuna, anche se solo temporaneamente. Parlava comunque di pubblicazioni presso editori importanti; non so se con i piccoli editori funziona allo stesso modo.

    • Daniele Imperi 15 aprile 2014 at 12:18

      Quindi, se ho capito bene, secondo quell’editor se pubblichi un romanzo di fantascienza, allora anche il successivo deve essere di fantascienza?

  • Grazia Gironella 15 aprile 2014 at 16:00

    Magari non proprio di fantascienza, ma fantastico sì. Gli editori gradiscono pubblicare un testo che sfrutta i risultati di quello precedente, e il pubblico gradisce inquadrare gli scrittori che segue, almeno in una certa misura. Quello dell’agente era solo un tentativo di spiegarmi certi meccanismi editoriali e niente di più, ma credo che ne terrò conto se si verificherà la situazione e avrò in mente più di una storia (cosa che mi succede spesso, perché mi piace cambiare).

  • Salvatore 15 aprile 2014 at 22:59

    Credo che l’idea dell’etichettatura sia roba da anni ottanta. Lo dico a naso, magari sbagliando clamorosamente epoca. Ma è questo che mi viene da pensare. Non giudicherei male uno scrittore che scrive più generi o mainstream, passando dall’uno all’altro. Anzi, in un certo senso uno scrittore poliedrico vale di più – se è bravo – perché sa narrarti qualsiasi tipo di storia. Lo stesso Stephen King ha scritto molto horror, ma ha anche scritto i racconti contenuti in “Stagioni diverse” che horror non sono e che personalmente giudico la sua migliore produzione.

  • Grazia Gironella 16 aprile 2014 at 10:40

    L’etichettatura sarà pure una stupidaggine, però come lettrice se leggo uno stupendo romanzo storico, per dire, spero che l’autore ne scriva un altro; mi pare umano. Se dopo pubblica uno YA e io detesto il genere, probabilmente lo saluto. Magari lo terrò d’occhio in futuro, o magari no. Diverso è se conosco bene l’autore oppure lui ha già scritto diverse cose; in quel caso vado a pescare quello che preferisco e il problema non si presenta. Non è però il caso degli esordienti. (Fermo restando che bisogna scrivere quello che si vuole, sennò non ha senso e nemmeno ci si riesce bene.)

    • Daniele Imperi 16 aprile 2014 at 16:02

      Sì, è umano e naturale. Ecco perché, credo, la prima impressione è quella che conta: perché se io pubblicassi uno YA come prima opera, tu non saresti propensa a leggere un mio secondo romanzo.

  • Il mio genere di storiaLost in… 16 aprile 2014 at 16:09

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