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Siamo ormai abituati a un tipo di comunicazione più visiva che testuale. Nel web impazzano video di spiazzante vacuità, dove il “mercato dei contenuti” è praticamente dominato dalla frivolezza, da filmati di incomprensibile futilità.
Ma è questo l’intrattenimento di moda del secolo attuale: basta fare qualche mossetta a ritmo di musica per ottenere l’attenzione degli utenti, anche migliaia, se non milioni. Non possiamo farci nulla, noi che impieghiamo qualche ora per scrivere articoli per il nostro blog, accontentandoci di poche letture e pochi lettori.
In un mondo sempre più visivo e sempre meno testuale c’è da chiedersi se abbia ancora senso scrivere, se non sia il caso di riporre l’arte della scrittura in un cassetto, come forma d’arte antica, obsoleta anzi.
Il linguaggio istantaneo dei social media
I social media più usati hanno puntato sulla comunicazione istantanea, forse per incrementare la continua produzione di “contenuti” e la discussione. Discussione che comporta un maggior utilizzo del social e, di conseguenza, una più ampia esposizione pubblicitaria.
- Facebook: massimo 70 parole per un post
- Twitter: massimo 280 caratteri
- Instagram: fra 138 e 150 caratteri
I social media in cui i grafomani possono dedicarsi alla loro arte sono, guarda caso, quelli professionali:
- LinkedIn: articoli di 100.000 caratteri massimo
- Medium: minimo 400 parole (senza limite massimo)
La massa utilizza Facebook, Twitter e Instagram, dove ha dovuto adattarsi a una scrittura concisa, sintetica, perfino sgrammaticata e a una lettura veloce e superficiale.
A lungo andare, secondo me, il rischio è di disimparare sia a scrivere sia a leggere, con il conseguente analfabetismo funzionale che già da tempo miete vittime.
L’immediatezza della comunicazione dei social media
Video e immagini sfornati ogni giorno dai social media ci hanno abituati anche all’immediatezza del messaggio, che ovviamente un articolo lungo in un blog non può offrire.
Il blog, quindi, e ancor più un libro perdono la loro battaglia sul campo dell’immediatezza, perché richiedono capacità di concentrazione (e anche di comprensione, aggiungo) e tempo a disposizione.
Un video di pochi secondi su Instagram ha una potenzialità di condivisione che un articolo di blog neanche si sogna. Si gioca tutto in una manciata di istanti: quando il lettore attacca a leggere il secondo paragrafo di un articolo, il patito dei video ne ha già visti due e li ha condivisi.
Hanno inventato il fast food, decenni or sono: cibo pronto e rapido che sfama all’istante e rovina la salute.
Immagini e video sono il fast food della comunicazione odierna: contenuti pronti e istantanei che saziano la fame di intrattenimento e rovinano la mente.
Il magnetismo della comunicazione visiva
Le immagini catturano l’attenzione. Il cervello umano può riconoscere oggetti familiari entro una frazione di secondo.
Le informazioni veicolate dalle immagini sono elaborate a una velocità sconcertante. Un’immagine riceve un coinvolgimento maggiore, quasi totale, rispetto a un testo.
Quando si tratta di scegliere fra blog e social media, molti si buttano a capofitto sui secondi: meno impegnativi e decisamente più immediati, almeno nella creazione dei contenuti.
Scrivere ha ancora senso?
Dopo questo triste, anche se realistico, preambolo verrebbe da rispondere: no, non ha più molto senso scrivere. Eppure, anche se alcuni blogger hanno chiuso i loro blog, ce ne sono altri che decidono oggi, a dispetto dell’immediatezza e dell’istantaneità dei social media, di aprirne uno.
La scrittura costa fatica, è vero, ma alla lunga ripaga. Un articolo ha bisogno di tempo per essere assimilato e un libro necessita di un tempo maggiore. Ma forse è per quello che si ricordano di più.
Il surplus di contenuti istantanei dei social media ha una durata minima: dura l’istante in cui lo consumi. Non di più.
Poi viene sommerso nel marasma di nuovi contenuti visivi e immediati e nel momento stesso in cui ti perdi in un nuovo video o nell’ultimo post istantaneo, hai già dimenticato il precedente.
Contenuti consumati più velocemente di un caffè bevuto di corsa all’autogrill. Quando risali in auto, è già parte del passato.
Oggi, forse, la scelta non è propriamente fra blog e social media, ma fra contenuti che si consumano in un sorso e contenuti che restano, forse anche per il resto della vita.
Se preferiamo la strada più difficile, se vogliamo provare a restare nella mente dei lettori e degli utenti, allora scrivere ha senso.
Quale strada scegliete?
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Franco Battaglia
Scrivere ha innanzitutto senso per restare vivi nella nostra mente e nella nostra sensibilità, al netto della scelta tra social media, blog. Word o bloc notes sul comodino. Scrivere è una nostra esigenza, un’alimentarsi alternativo, un bisogno primario e necessario. Forma d’arte e auto intrattenimento che prescinde da ogni analisi. Eccolo il senso primario, poi si potrà anche discutere su mode e modalità. Ma solo poi. Ha ancora senso respirare? Sì.
Francesco
Leggere e soprattutto scrivere richiede più tempo, non è così immediato come guardare un’immagine o un video. Scrivere bene e con il tono giusto non è semplice, ma penso che le parole rimangono impresse nel tempo. Per questo – anche se dopo una lunga pausa – sento ancora il bisogno di scrivere oltre che a fotografare.
Daniele Imperi
E visto che la scrittura richiede tempo, resta un modo di comunicare proprio per chi lo sente suo. A quel punto non ti importa del tempo che occorre, perché stai facendo qualcosa che senti dentro.
Daniele Imperi
Infatti penso che chi opta per metodi più veloci e immediati non senta questa esigenza e questo bisogno.
Miriam Donati
scrivere ha senso perchè è soprattutto una passione e non se ne può prescindere, come già detto è come respirare indipendentemente di social e dal chiacchiericcio generale. Altrettanto necessario è leggere libri .
Daniele Imperi
Ecco perché la scelta per mezzi più spicci e semplici è limitata a chi non sente questa passione. Altrimenti non scegliere l’immediatezza di certi social media.
Orsa
Confesso, io faccio parte degli ACSVG, Anonimi Consultatori Seriali dei Video dei Gattini. Ma nessuno si sognerebbe di accomunare i gattini al discorso “frivolezza&futilità”, VERO?
Cosa mi hai ricordato! Bei tempi l’era degli Autogrill degli anni ’70 ’80) 
Twitter lo reggo ancora perché la maggior parte dei tweet presenti nella mia TL rimanda a qualcosa da leggere come un post o un articolo, ma Instagram sta diventando pieno di video e di quei fastidiosissimi “reel” che se sciaguratamente attivi l’audio per sentire cosa dicono rischi di sfondare lo speaker del cellulare.
Cibo, modo di comunicare… democrazia: mi piace il parallelismo che hai fatto tra fast food e social. Lo trovo azzeccatissimo perché la matrice a stelle e strisce è comune. Che popolo di gente generosa sono i “liberatori”, ve’?
Scelgo l’autostrada della lettura e della scrittura, magari con una pausa ogni tanto all’Autogrill
Daniele Imperi
Sorvoliamo sui gattini

Instagram infatti era nato per foto istantanee per poi deviare su immagini pubblicitarie e adesso, peggio, di video di varia natura. Come rovinare un social.
La scrittura, più che un’autostrada che permette velocità, l’accomuno a una strada piena di ostacoli
Corrado S. Magro
No! Non è mai stato facile. Anche leggere non è mai stato facile. Per apprenderli, abbiamo dovuto lavorare mentre l’apprendimento visivo cresce e si sviluppa su processi immediati, difficili da arginare e qualificare, gestiti dall’inconscio arcaico. Eppure la scrittura, il segno, sono stati i primi mezzi di comunicazione a distanza, quando la voce o la fumata non raggiungevano il destinatario.
Il ramoscello spezzato ad arte, di chi prova a orientarsi è un segno di comunicazione “scritto”. Scrivere non ha valore immediato, vitale. D’accordo, eppure dopo l’udito e la vista è l’attrezzo “eterogeneo” che più dell’udito e della vista, ci permette di comunicare, trasmettere esperienze, espressioni, conoscenze meno deformate. Omero cantava ma fu necessario trasferire i suoi canti su un supporto solido e i geroglifici, le scritture cuneiformi, i “De Bello” di Cesare, migliaia, milioni di informazioni sul nostro passato, se sono arrivate a noi, lo dobbiamo alla scrittura: “Verba volant scripta manent!”. Che la scrittura venga maltrattata infangata, lo dobbiamo a chi sa come burlarsi di noi, “acchiappacitrulli”.
Daniele Imperi
Vero, l’apprendimento visivo, rispetto a quello di scrittura e lettura, è veloce, dunque semplice.
La scrittura ci permette di trasmettere tantissimo del nostro passato, cosa che non possono fare altrettanto bene video e immagini.
MikiMoz
Io scelgo la via di mezzo: le “restrizioni” da social e piattaforme analoghe possono essere usate per imparare la comunicazione, non tanto la scrittura.
Comunicare in modo conciso, preciso, senza perdite di tempo: questo può servire anche alla scrittura (pensiamo a un blog, anche non per forza a come deve essere strutturato -piramidamente- un post).
Poi, la scrittura in sé è ovviamente un’altra cosa; quella narrativa in primis.
Le immagini funzionano perché visive, appunto, ma bisogna “scrivere” anche quelle.
Insomma, tutto è scrittura, e la scrittura ha sempre senso.
Moz-
Daniele Imperi
Sì, concordo sulla comunicazione concisa. Si impara la sintesi, non altro, sui social.
Pochi, infatti, pensavo che occorra scrivere anche per produrre video e immagini.
Simone
Non sarei così tragico.
I contenuti brevi e immediati non potranno mai comunicare tutte le informazioni di un articolo o un libro, e quando uno se ne rende conto impara a cercare alternative.
Per quanto riguarda le immagini, se alcuni concetti o informazioni vengono trasmessi meglio tramite quel mezzo, è giusto usarlo. Spiegare a parole un concetto come il colore rosso è impossibile, se uno non lo ha mai visto. La comunicazione deve comporsi di mezzi complementari, che arricchiscono lo scambio.
Il problema maggiore che mi pare di vedere è però una forzatura di un formato piuttosto che l’altro da parte delle piattaforme: sono alternativi e non complementari. Questo deve essere secondo me il valore aggiunto di un blog personale: la possibilità di esplorare nuove strategie di comunicare che sarebbero impossibili altrimenti.
Daniele Imperi
Non volevo essere tragico. Sui colori concordo, in quel caso la scrittura non serve a nulla. Ma sono estremi.
Le piattaforme hanno scelto certi formati per differenziarsi dalle altre, credo. È nata un’idea, come un tempo Twitter per messaggi di 140 caratteri. Diciamo che ogni social, almeno agli inizi, aveva una sua natura e un suo scopo. Poi tutti hanno degenerato.
Maria Teresa Steri
Secondo me chi oggi preferisce contenuti brevi e non ama leggere testi lunghi non dedicava tempo neanche prima a una lettura più impegnativa e corposa. Per dire, un tempo c’era chi sfogliava riviste e chi leggeva articoli impegnativi. Sono convinta che ci siano esigenze diverse anche ora, quindi sì, ha ancora senso scrivere.
Poi c’è da dire che su Facebook viene spontaneo non soffermarsi su testi molto lunghi e quando ci si imbatte, magari li si leggiugghia soltanto perché non si va su quella piattaforma per approfondire qualcosa. Su Instagram invece viene naturale guardare solo le immagini. E così via. I blog e i siti d’informazione hanno obiettivi diversi. Io per esempio trovo molto irritanti i post molto brevi con argomenti che meriterebbero un certo approfondimento e che invece vengono trattati in maniera superficiale. Credo che molto dipenda dalle aspettative.
Daniele Imperi
Penso la stessa cosa: scrittura immediata e lettura di post brevi sui social attraggono chi prima scriveva e leggeva poco o niente.
Su Facebook infatti regnano l’intrattenimento e la perdita di tempo, quindi contenuti impegnativi solo un pazzo li pubblicherebbe lì.
Su Instagram ogni tanto mi imbatto in immagini corredate da testi lunghissimi: ma chi li legge?
Post molto brevi sui blog? In quel caso o c’è stata pigrizia o scarse competenze.
Valentina De Luca
Io credo che scrivere sia prima di tutto, come è già stato detto, una necessità, un bisogno primario e irrinunciabile, e che chi lo sente dentro scriva e scriverà fregandosene del tempo che occorre per scrivere e anche di quello che occorre per leggere.
In secondo luogo credo anche che scrivere non solo serva, ma sia un dovere. Dal mio punto di vista scrivere è un dovere perché è una forma di resistenza a quello che ci racconti, e cioè al fatto che tutto sia fruibile, semplice, banalizzabile: che tutto vada alla velocità che ci impongono.
Per come la vedo io scrivere si oppone al fatto che il consumo culturale sia semplicemente inglobare, affastellare esperienze estetiche una dietro l’altra senza prendersi il tempo di digerirle. Stiamo diventando bulimici sotto il profilo culturale e questo, se ci pensiamo, anche a livello di stampa, di informazione: non esistono più le recensioni, esistono quasi solamente le interviste e i lanci perché conta vendere, piazzare, sbigliettare.
Non esistono più le lettere.
Al posto delle cartoline mandiamo i selfie.
Gli auguri di compleanno non li scriviamo più sui biglietti, ma in un messaggio whatsapp.
Scrivere serve porca paletta, viva la scrittura. Sempre
Daniele Imperi
Scrivere come forma di resistenza è più che utile, un dove come dici tu. Serve anche come forma di opposizione a ciò che non condividi. Questo mi ha spinto a scrivere un saggio politico.
Si vedono poche recensioni, sono soprattutto pubblicate nei blog dei lettori, ma una volta comparivano sui giornali e sulle riviste.
Lettere e cartoline stanno scomparendo del tutto, sostituite dalla messaggistica istantanea.
Grazia Gironella
Alcuni sintomi della situazione attuale li vivo anch’io, in particolare sotto forma di scarsa pazienza nel fruire di contenuti che pure mi interessano. Stranamente, però, questo riguarda più i video che non la pagina scritta. Leggere libri mi piace troppo. Fino a quando mi piace tanto, varrà sempre la pena di scrivere.
Daniele Imperi
Forse questi sintomi sono anche dovuti ai troppi contenuti che circolano. I video, per esempio, per me potrebbero anche non esistere, non li guardo. Posso vedere un film di 2 ore, ma non riesco a vedere un video online di 5 minuti.
Condivido l’ultimo pensiero: più leggo e più mi piace scrivere.
Luciano
Mi riconosco solo nelle cose ben fatte, è che esprimano un chiaro senso artistico. Può esserlo anche una bella vignetta umoristica, ancora meglio un buon fumetto, lo è di certo una poesia e, assolutamente, un libro vero. La comunicazione veloce non è arte, ma solo tecnica. Utile nel 2022 a non perdere tempo. Il vero problema è che questo modo di scrivere, o di non scrivere, sta abituando la massa a ritenere ogni cosa che richieda più di qualche minuto, una perdita di tempo. L’esempio viene dagli studenti delle medie e delle superiori, con il libro sopra il banco e il cellulare sotto, pronti a invertire le posizioni una volta fuori da scuola, e ad abbandonare i “pesanti” libri una volta finiti gli studi. Quanti di loro leggono libri in seguito? Per fortuna le librerie sopravvivono, e se anche sono frequentati da meno persone che una rivendita di iPhone, mi conforta vedere che qualcuno legge ancora, e che magari si scrive per pochi, ma quei pochi apprezzano ancora. Io vado poco fuori a cena, ma quelle volte scelgo ristoranti gourmet, raramente il fast food perché mi sembra una cena sprecata. E su watshapp scrivo sempre frasi troppo lunghe…
Daniele Imperi
Sono d’accordo sulla distinzione fra arte e tecnica: una comunicazione istantanea è pura tecnica, non ha nulla di artistico. E è vero purtroppo che la massa si sta disabituando a leggere testi lunghi.
Luciano
Aggiungo anche, come il testo sopra dimostra, che scrivendo con il cellulare si commettono errori involontari ma inevitabili.
Daniele Imperi
Non sono inevitabili, basta controllare e correggere prima di inviarli
LUCIANO
Hai ragione, e l’ho anche fatto, ma ero all’aperto e senza occhiali. Comunque, a proposito di scrivere, vedo che hai usato una faccina…
Daniele Imperi
La faccina, in questo caso, non sostituisce la scrittura.
LUCIANO
In realtà, per far capire che usavi un tono amichevole e non perentorio, potevi sostituire la faccina con qualche parola, invece anche tu sei ricorso a qualcosa di “istantaneo dei social media”, dimostrando che la scrittura sta veramente perdendo terreno nei confronti di questa forma di “comunicazione più visiva che testuale”. Ci cadiamo tutti, anche noi che difendiamo l’antica arte dello scrivere, ogni volta che per esprimere un concetto prendiamo una scorciatoia.
Daniele Imperi
Dire che “la scrittura sta veramente perdendo terreno nei confronti di questa forma di comunicazione più visiva che testuale” solo per una faccina mi pare esagerato, se uno le usa raramente.