
Movendo dalla solita dicotomia (elementare ma concreta) fra contenutisti e formalisti:
Contenutismo. Il romanzo deve «dare» questioni e situazioni nuove (deve estendere o approfondire la nostra conoscenza della condizione umana).
Formalismo. Si esprime nel precetto: «Dite ciò che volete, ma sappiatelo dire», e implica il supposto «Ciò che dite non ci interessa, c’interessa “come” lo dite».
Guido Morselli, Diario, 8 marzo 1973
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Ho ritrovato questo pensiero di Morselli – l’autore che rimase pressoché impubblicato fino alla morte – in una bozza di articolo di 12 anni fa: meglio tardi che mai. L’ho ripreso perché è una questione che mi ha sempre interessato e su cui non mi sento di dar ragione né ai contenutisti né ai formalisti.
La verità, come spesso accade, sta nel mezzo.
Eppure, anche se da quel pensiero morselliano è ormai trascorso mezzo secolo, sono in molti a pensare che sia più importante come comunicare, piuttosto che cosa comunicare.
Voi da che parte state?
Il valore del contenuto
Secondo Morselli, il romanzo ci deve offrire nuove situazioni: e su questo possiamo essere d’accordo. In fondo, parla di originalità – anche se c’è da chiedersi quante storie, oggi, siano davvero originali.
Sul fatto che il romanzo debba approfondire la nostra conoscenza della condizione umana, non sono del tutto d’accordo. È vero che, mettendo in gioco i nostri personaggi, approfondendo la loro personalità, impariamo a conoscerli e farli conoscere ai lettori.
Ma lo scopo del romanzo non è questo. O, almeno, non è solo questo.
Come ho avuto più volte modo di dire, a me non interessa far pensare i lettori, ma intrattenerli. Così come, quando leggo, non mi interessa riflettere su un argomento, ma soltanto dedicarmi al piacere della lettura, a godermi una storia.
Da quanto ha scritto Morselli – grande autore il cui valore è stato purtroppo riconosciuto postumo – per lui il contenuto del romanzo riguarda un tema da affrontare, dunque una storia impegnata, escludendo tutte le altre, ossia le storie di intrattenimento, quelle che amo leggere e scrivere.
Il valore del contenuto di un romanzo si misura non con il tema trattato, quanto con la storia in sé, anche se si tratta di un romanzo di fantascienza – esiste anche una fantascienza impegnata, perfino sociale – o dell’orrore o western. Si misura con l’abilità dell’autore ad aver costruito una trama complessa, personaggi ben caratterizzati, dialoghi credibili.
È riduttivo considerare la narrativa come ricerca e studio dell’uomo nella società.
Il valore della forma
Sul formalismo come unico requisito di un romanzo non solo assolutamente d’accordo.
Che piacere avremo leggendo una storia che fa acqua da ogni parte, con personaggi banali e piatti, dialoghi interminabili e noiosi, ma scritta con uno stile da superare un d’Annunzio o un McCarthy?
Niente, a parer mio. Ti godi il linguaggio, non certo la storia. Che cosa ti resta alla fine della lettura? Nulla, perché lo stile è soltanto un modo di costruire frasi e periodi e di scelta di parole, non ti resta impresso come ricordo, a differenza di una storia o di un personaggio indimenticabile.
La forma di un romanzo ha valore, ma non se separata dal contenuto, altrimenti premiamo la buona scrittura applicata alla mediocrità di una storia di cui possiamo fare a meno.
Scrivere fra contenuto e forma
Contenutismo e formalismo come binomio per scrivere una storia che si ricordi, in cui un contenuto originale vada di pari passo con una scrittura elegante, poetica anche, con frasi e periodi dal ritmo quasi musicale.
Se riuscissimo a scrivere una storia del genere, avremo buone possibilità di pubblicazione e di apprezzamento dei lettori.
Mai separare il contenuto dalla forma.
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franco battaglia
Faccio l’esempio dell’ultimo Dicker, Un animale selvaggio. Libro che mi ha portato fino alla fine velocemente, molto ben scritto e di piacevolissimo approccio, ma alla fine resti comunque malissimo perché costruito in maniera assolutamente priva di fondamenta, credibilità, senso di logica e critica. A questo punto che me ne faccio di un libro scritto benissimo, che si fa leggere, ma pieno di robe campate in aria?
Daniele Imperi
Non ho mai letto Dicker. In effetti, se il libro è messo in quel modo, non ti resta nulla della storia.
Corrado S. Magro
Mi vien da dire: Per camminare servono/ci vogliono le gambe! Dicotomia forma-contenuto? Meglio armonia per essere determinanti.
Daniele Imperi
Il confronto non fa una piega.
Andrea
Tema complesso che dipendente dal periodo storico e persino dall’autorevolezza di chi scrive e pubblica. (Non puoi pretendere d’alzare troppo l’asticella se non godi di una valida riprova sociale o critica). Io sono per i buoni contenuti, possibilmente nuovi, originali e talvolta complessi, scritti nel modo più semplice seguendo una mia interpretazione de “le mot juste”. Sono banditi i fronzoli letterari.
Daniele Imperi
Sull’autorevolezza non sono d’accordo: altrimenti un autore sconosciuto è costretto a scrivere una buona storia e bene e un autore famoso può permettersi di scrivere una storiella e ricevere gradimento. È così, purtroppo, ma non è giusto.
carlo calati (massimolegnani)
naturalmente c’è bisogno di contenuto e di forma in pari misura, ma se devo buttare giù uno dei due dalla torre, butto il contenuto.
una lettura piacevole è data da una forma adeguata alla bisogna. ci sono autori, Erri de Luca per esempio, che li leggerei anche se come tema avessero il mal di piedi perchè so che il suo modo di scrivere e descrivere il mal di piedi mi farebbe piacere.
massimolegnani
Daniele Imperi
Prendi Asimov: scriveva in maniera semplicissima, ma le sue storie funzionano. Non significa che la forma sia pessima, ma non era certo dannunziana. I contenuti c’erano, eccome. Io non butto nulla dalla torre.
Grazia Gironella
Perfettamente d’accordo con te: contenuto e forma devono combinarsi se si vuole ottenere una storia di qualità. Nella linea che collega i due, l’equilibrio non è un punto preciso, quanto un segmento: ci si può spostare un po’ in una direzione o nell’altra, ma limitatamente, o la storia sarà semplicemente mediocre, oppure pessima. Anche lo scopo del mio scrivere è l’intrattenimento; se poi riesco a dare al lettore qualcosa di più, meglio ancora.
Daniele Imperi
Sono d’accordo sul discorso del segmento, un piccolo spostamento va bene, e può benissimo dipendere dalle possibilità tecniche di chi scrive.
Fabio Amadei
Carissimo Daniele,
chiedi da che parte state.
Forse è una forzatura decidere da quale parte stare.
Preferire il contenuto o la forma?
Associo il tema del post (molto interessante e che fa riflettere) alla musica. A fine anni sessanta e per buona parte dei settanta fiorì il rock progressive come novità e massima espressione di creatività. Per gli amanti della buona musica la nuova proposta fu una boccata d’aria fresca perché la lettura e l’interpretazione delle composizioni non era ancorato a un genere ben preciso ma si abbeverava alla musica classica e traeva spunti e ispirazione nel folk e nel jazz, pur avendo le radici nel rock. Grazie a testi non banali, il progressive ha puntato sulla bellezza evocativa del suono. Le armonie semplici e complesse nello stesso tempo suscitavano negli estimatori forti emozioni e ammirazione. Brani anche di venti minuti e più erano la norma.
Quando però si è voluto puntare su virtuosismi stucchevoli o fine a sé stessi (molti degli artisti venivano dal conservatorio o possedevano notevoli capacità tecniche), il rock progressive si è “progressivamente” spento perdendo la sua vera anima che era quella di far sognare ed entusiasmare il pubblico. Non si voleva più intrattenere, ma solo mettere in mostra una certa bravura. Era diventato un guscio vuoto che non trasmetteva più nulla.
A te le conclusioni.
Daniele Imperi
Ciao Fabio, direi che hai centrato il problema. Quello che è successo al rock progressive potrebbe succedere nella narrativa. E in alcuni casi già succede.