Scrivere storie d’intrattenimento o storie impegnate?

Meglio una storia per intrattenere o per far riflettere?

Scrivere storie d’intrattenimento

R iflessioni sulla funzione della narrativa. La distinzione fra storie scritte per intrattenere e storie d’impegno sociale e politico.

Se penso a tutte le storie che ho sognato di scrivere, che ho appuntato per scriverle in futuro e non ho più ripreso, che ho scritto sotto forma di racconti, che ho iniziato a scrivere come romanzi mai terminati, che ho progettato come romanzi e che sto scrivendo, non ce n’è neanche una che sia impegnata.

Sono uno scrittore poco impegnato, in tutti i sensi. Eppure a me sono sempre venute in mente storie d’intrattenimento, sicuramente perché leggo quasi soltanto storie d’intrattenimento. Lo scorso anno ho letto appena due romanzi che potrei definire “impegnati”: Furore di John Steinbeck e La giungla di Upton Sinclair.

In realtà anche a me sono venute in mente delle storie impegnate. Forse il racconto “L’altro lato della strada” lo è. Qualche anno fa ho avuto due idee per romanzi impegnati, ma mi riservo di lavorarci quando sarò anziano, se diventerò anziano.

Il fatto è che io ho sempre visto le storie come… storie, appunto. L’autore per me è il cantastorie o il contastorie di un tempo. E lo fa con la scrittura anziché con la voce. Lo scrittore siede virtualmente davanti a un fuoco e racconta a chi gli sta attorno una storia; intrattiene, insomma, il suo pubblico.

E la morale delle vecchie favole?

Non penso che possiamo definire le favole di un tempo come storie impegnate. Forse sono una narrazione che sta a metà strada fra l’intrattenimento e l’impegno sociale. Spesso la morale o il messaggio si leggevano fra le righe. Una narrazione a doppia chiave di lettura.

Che cos’è una storia d’intrattenimento?

Questa parola sembra denotare futilità. Ma “intrattenimento” è un termine che nasconde forse un significato più ampio. Nel dizionario Treccani si dà questa definizione:

L’intrattenere piacevolmente; in senso più concr., passatempo, divertimento.

Ecco, c’è di mezzo, giustamente, il verbo intrattenere. Ma che cosa significa “intrattenere”? Ancora sul Treccani:

Trattenere una o più persone facendo o dicendo cose piacevoli, che interessino e dilettino.

L’intrattenimento, dunque, non è soltanto limitato al piacere e al diletto, ma anche all’interesse. Posso intrattenermi leggendo un saggio storico sulla Seconda guerra mondiale o sui cambiamenti climatici o leggendo la biografia di un cantante o di un personaggio storico o leggendo un fumetto o un romanzo classico del ’700 o un thriller moderno.

Le storie dell’orrore sono considerate narrativa d’intrattenimento, ma non credo che siano così divertenti. Anche la fantascienza post-apocalittica e distopica è intrattenimento, ma non è certo divertente. 1984 di George Orwell è una storia da leggere che diletti l’animo?

Ogni volta che scriviamo, non vogliamo intrattenere i nostri lettori? Intrattenerli non significa altro che tenerli lì, davanti alle nostre pagine, con gli occhi fissi sulle nostre parole, dall’inizio alla fine della storia che abbiamo scritto.

Che cos’è una storia impegnata?

“Impegnata” non significa poi molto. Di sicuro l’autore si è impegnato a scriverla. Nel mondo anglosassone ci sono espressioni più complete: “politically active” o “socially active”, ma riferiti agli autori, non alle storie: autori impegnati, politicamente o socialmente. Oppure, se si riferiscono alle opere: “Politics & Social Issues Novels”.

Il dizionario Treccani dà una definizione dell’aggettivo “impegnato” che condivido in pieno:

Nell’uso moderno, la parola è frequente anche con il sign. che ha il francese engagé, per indicare l’atteggiamento dello scrittore e dell’artista o dell’intellettuale in genere, che fanno della loro opera uno strumento di lotta al servizio di una determinata ideologia, o per fini sociali in genere, a differenza di chi (non impegnato) concepisce l’arte e la letteratura, o una qualsiasi altra attività culturale, come qualcosa di distaccato dai problemi sociali e politici.

Anche io concepisco in genere la letteratura come un’attività distaccata dai problemi sociali e soprattutto politici. Ma mi chiedo anche se un certo impegno sociale e politico non sia comunque presente nelle opere di ognuno, magari inconsapevolmente.

Quando scriviamo, forse non inseriamo nelle nostre parole, nelle nostre storie qualche elemento che potrebbe richiamare, più o meno apertamente, una nostra ideologia, un nostro disagio sociale, una nostra critica?

Si può scrivere narrativa restando completamente distaccati dalla nostra realtà quotidiana, dai nostri problemi, dalle nostre ansie, dalle nostre delusioni?

Alcuni romanzi di fantascienza di Philip K. Dick erano una pura critica alla società americana del suo tempo. Eppure si possono leggere come “semplici” romanzi di fantascienza.

Narrativa di Serie A e narrativa di Serie B?

Storie impegnate come narrativa di Serie A e storie d’intrattenimento come narrativa di Serie B?

L’autore impegnato è sempre posto su un podio, è l’intellettuale di turno, quello sempre serio – anche un po’ antipatico, se vogliamo – come se tutti gli altri autori (non impegnati) debbano stare al si sotto, relegati in un angolo. Narrativa da motel o da supermercato. Dove si trovano anche i romanzi impegnati, poi. Tutti insieme appassionatamente, vicini vicini.

Scrivere storie d’intrattenimento o storie impegnate?

A me piace intrattenere i lettori. Vorrei finire il mio romanzo per intrattenerli nelle 5-600 pagine che leggeranno. Mi sento impegnato nel senso che mi sono impegnato a terminare il mio romanzo. Ma per il resto dico “W la narrativa d’intrattenimento”, che è più completa e piacevole di quella impegnata.

E voi come la pensate? Che cosa state scrivendo: storie d’intrattenimento o d’impegno sociale e politico?

34 Commenti

  1. Nuccio
    21 marzo 2019 alle 07:22 Rispondi

    Ogni scritto, di qualsiasi genere sia, comporta un “impegno” dello scrittore. Testimonia il suo grado di astrarsi dalla realtà costruendo un iper mondo. Può narrare l’esaltazione dei sentimenti o l’abbietto di una degradazione, nell’infinita gamma dei comportamenti umani, ma l’importante è quell’esprit de vite che deve incidere nell’animo di chi legge o ascolta.

    • Daniele Imperi
      21 marzo 2019 alle 13:19 Rispondi

      L’impegno dello scrittore dev’esserci sempre… ma la domanda è: il lettore quando può sentirsi impegnato a leggere la sua storia? Il minimo per distrarsi o molto di più?

      • Nuccio
        21 marzo 2019 alle 13:50 Rispondi

        Deve essere invogliato a “distrarsi” per restare incollato, una volta iniziato a leggere . Come la mosca sulla “vecchia” carta moschicida.😁

        • Daniele Imperi
          21 marzo 2019 alle 13:53 Rispondi

          Invogliato a distrarsi va bene. Ma bisogna poi sperare che resti così fino alla fine. La mosca ci moriva, per esempio… :D

          • Nuccio
            22 marzo 2019 alle 07:21 Rispondi

            Magari qualcuno ci morisse!😁

  2. Andrea Emiliani
    21 marzo 2019 alle 07:58 Rispondi

    Buongiorno!
    Una riflessione piacevole, ben scritta, complimenti!
    Io scrivo, cercando di impegnare – nel senso francese di cui lei parla, giustamente- il lettore tratrenendolo con me mentre lo prendo per mano e lo accompagno nei miei mondi…
    Un articolo che apprezzo molto.
    La invito, in qualità di Nostromo del nostro Vascello Fantasma, a postarlo anche da noi e magari – se le facesse piacere – a leggere e commentare i nostri Lenzuoli d’Autore. Massacro libero. Doppio per le cose del sottoscritto! Ahah!
    Mi è stato segnalato tempo fa il suo blog D una cara amica e la ringrazio per questo feilce incontro con la sua bella penna. Peraltro in perfetta armonia con il tema della Crociera attuale… Si fa ancora in tempo a commentare e votare, tra le altre cose e intanto penso oggi o domani uscirà il nuovo tema!
    Alla via così!
    Andy

    • Daniele Imperi
      21 marzo 2019 alle 13:22 Rispondi

      Buongiorno Andrea, grazie e benvenuto nel blog. Ecco, il lettore va appunto accompagnato nella storia, nel senso che la lettura deve essere una passeggiata.

  3. Emilia Chiodini
    21 marzo 2019 alle 10:36 Rispondi

    L’impegno, come esigenza di esprimere il proprio punto di vista su questioni socio politiche ed altro, è il tratto distintivo dei Saggi. Nei racconti e nei romanzi può essere presente ma è smorzato dall’esigenza di trattenere il lettore. Anche se, come si era prefisso di fare Molière, intratteneva e castigava i costumi. “Ridendo castigat mores”.

    • Daniele Imperi
      21 marzo 2019 alle 13:25 Rispondi

      Sì, anche per ne è meglio lasciare quell’impegno nella scrittura dei saggi. Nella satira quel “Castigat ridendo mores” sta bene, in qualche caso anche nei romanzi.

  4. Ferruccio Gianola
    21 marzo 2019 alle 13:49 Rispondi

    A me fondamentalmente mi sono sempre piaciute la filosofia e la sociologia, e credo di mettere inconsciamente nelle mie storie queste tematiche: che poi siano due fratelli in combutta per un attentato, o un gatto che parla, o un ragazzino impaurito dal fatto che deve andare in collegio su un pianeta distante anni luce o ancora un saggio sui serpenti velenosi raccontato come un romanzo non toglie che ci sia un miscuglio sia di impegno e sia di intrattenimento

    • Daniele Imperi
      21 marzo 2019 alle 13:52 Rispondi

      Nel tuo caso è più che normale che ci sia un miscuglio di impegno e di intrattenimento. In questo senso a me non crea problemi leggere queste storie.

  5. Rebecca Eriksson
    21 marzo 2019 alle 16:50 Rispondi

    Devo ammettere Daniele che anch’io preferisco le storie di intrattenimento rispetto a quelle impegnate, anche perchè queste in genere richiedono un’attenzione in più nella lettura.
    Leggo nei ritagli di tempo, anche poche righe e a volte mi capita di perdere il filo del discorso.
    Non credo in narrativa di serie A o B, la cosa che ritengo importante è che dopo la lettura qualcosa rimanga nel lettore, alrimenti è un mero reportage di fatti.

    P.S. Oggi non ho ricevuto la tua newsletter, ho cercato l’articolo direttamente in pennablu.

    • Daniele Imperi
      21 marzo 2019 alle 17:02 Rispondi

      L’attenzione è senz’altro maggiore, ma forse dipende anche dallo stile usato.

  6. Dino Bacchiocchi
    21 marzo 2019 alle 18:53 Rispondi

    Ciao, per quanto mi riguarda io scrivo.
    Di ogni luogo, personaggio “buono o cattivo” c’è sempre un pezzo di me, con la presunta pretesa di mettere in evidenza particolari su cui riflettere.
    Questo mio approccio potrebbe riallacciarsi al precedente tema sui generi letterari, il mio sottogenere potrebbe essere intimista? Si!? Vuole insegnare? No!? Vuole trasmettere l’osservazione dal mio momentaneo punto di vista.
    Anche l’horror, fine a sé stesso, mette in evidenza quello che per il narratore fa paura. Trasmette qualcosa di sé.
    Evidenzio il termine “trasmettere” perché, in assenza di immagini, si utilizza la magia della parola.
    Chi scrive è Mago, con un puf crea le cose.
    Anche chi non crede rimane illusionato, passatemi il termine.
    Non ricordo il titolo né l’autore, il personaggio principale era una aragosta. Un viaggio subacqueo come il salmone. Al rischio di essere normale preda, periodo più grave era quello della muta, senza corazza, molliccio. Un esodo di un popolo errante in mezzo ai predoni. Amori, dispute, paura di stare ai bordi di periferia mangiato per primo.
    Che sfumatura dare al mio commento? Intrattenimento, impegnato?
    Vi intrattengo con lo spunto di un tema, un punto di vista, per dire nel blog “ci sono anch’io”.
    Ah Daniè, tu butti l’amo, io abbocco. Di buono c’è che cambi sempre esca, impegnandomi a farla mia.
    QUESTO E’ INTRATTENIMENTO IMPEGNATO.
    Tenc iù.

    • Daniele Imperi
      22 marzo 2019 alle 08:08 Rispondi

      Intimista, più che sottogenere, è forse una caratteristica della storia. Mettere spunti per far riflettere nel romanzo, poi, va bene, ciò non significa necessariamente che la storia divenga impegnata.

  7. von Moltke
    21 marzo 2019 alle 22:33 Rispondi

    Anche stavolta condivido molto di quel che esprimi. E anch’io ho appena letto “Furore”, trovandolo però quello che gli anglosassoni definiscono benissimo come un “page turner”, che ti tiene attaccato al romanzo sino alla fine.
    No, non mi piace la letteratura dichiaratamente impegnata, anche perché essa, in Italia soprattutto, è divenuta appannaggio di una classe sedicente intellettuale apertamente schierata (o meglio appiattita) su un certo tipo di posizioni politiche che ormai trovo stucchevoli e vanitose. Forse un tempo si poteva fare letteratura “impegnata” senza sbatterlo in faccia al lettore, e molti romanzi di chiaro intento descrittivo di un certo tipo umano e di una certa società, e persino portatori di una chiara concezione del mondo e della storia, come quelli di Hugo, di Dessì, di George Elliot, per esempio, sono leggibili senza paturnie come delle grandi storie che raccontano cose importanti sull’uomo e sul mondo. Come tutti i classici, definizione ben più luminosa di “impegnato”.
    Poi, per quanto mi riguarda, sono del parere di Eco, ossia che non esiste alcun tipo di creazione artistica che non trasmetta in qualche modo la morale dell’autore, foss’anche che non esiste nella vita alcuna morale e alcun senso. Nelle mie storie la mia visione del mondo reazionaria e critica del presente emerge sempre più chiara man mano che scrivo. E sospetto che mi causi i danni peggiori con chi è incaricato di leggere i manoscritti per le case editrici.

    • Daniele Imperi
      22 marzo 2019 alle 08:13 Rispondi

      Sì, è vero, la letteratura impegnata è tutta (o almeno per la maggior parte) di autori schierati da una precisa parte politica. Ecco perché me ne tengo alla larga :D
      Eco aveva ragione.

  8. Grazia Gironella
    22 marzo 2019 alle 22:16 Rispondi

    Per me le storie impegnate non esistono, come non esistono storie di serie A e di serie B. Esistono invece storie scritte bene, o così così, o malamente, che trasmettono in proporzione il modo di vedere il mondo dell’autore. Se l’autore ha una certa profondità umana, è probabile che nelle sue opere si infilino anche tematiche importanti, ma non è affatto detto. Se mi viene consigliato un libro usando il termine “impegnato”, è sicuro che lo eviterò, sia per l’antipatia che mi suscita il termine, sia per l’aspettativa di ore di rottura di scatole. Se invece è un “bel” libro, allora sì, ci siamo. ;)

    • Daniele Imperi
      23 marzo 2019 alle 14:16 Rispondi

      Sulle storie impegnate la pensiamo allo stesso modo :D
      Per le tematiche idem, è normale che un autore le infili in un romanzo, ma non è detto che lo faccia sempre.

  9. Marco
    24 marzo 2019 alle 14:07 Rispondi

    Nei miei racconti traspare sempre uno stato forte autorevole ma tuo amico che ti prende per mano e se cadi ti aiuta a rialzarti

    • Daniele Imperi
      24 marzo 2019 alle 14:26 Rispondi

      Non ho capito che vuoi dire…

      • Marco
        25 marzo 2019 alle 12:53 Rispondi

        Nei miei racconti lo stato in cui stanno i personaggi buoni è sempre uno stato simil-dittatura o monarchia assoluta in cui le cose funzionano bene e velocemente e il cittadino/suddito sta bene,al sicuro e ha un buon lavoro. E ti aiuta se sei disoccupato

  10. Virginia
    24 marzo 2019 alle 19:42 Rispondi

    Il termine “impegnato” suscita antipatia e allarme, ok. Aggiungo che se l’impegno (sociale, politico, erudito ecc.) si fa notare e annoia, il libro è malriuscito.
    D’altra parte non vale la pena di perdere tempo per leggere storie magari simpatiche e accattivanti ma prive di ogni sostanza concettuale.
    In genere qualche spunto interessante lo si trova comunque , perché l’autore non può fare a meno di trasmettere, in bene e male, il suo background.
    Talvolta, purtroppo, un po’ scarso…

    • Daniele Imperi
      25 marzo 2019 alle 08:03 Rispondi

      Che cosa intendi per sostanza concettuale?
      Riguardo al “background” dell’autore, ti riferisci alla sua esperienza e alla sua cultura?

  11. Luciana Benotto
    25 marzo 2019 alle 16:26 Rispondi

    Trattandosi di romanzi, a mio parere, le storie devono sia intrattenere che dare messaggi impegnati. Il lettore non si deve annoiare e al contempo è giusto che ragioni su ciò che l’autore desideri si ragioni.

    • Daniele Imperi
      25 marzo 2019 alle 16:29 Rispondi

      Be’, dipende. Di sicuro un romanzi deve intrattenere, ma non per forza deve contenere un messaggio.

  12. Priscilla
    25 marzo 2019 alle 16:48 Rispondi

    Io quando leggo voglio principalmente evadere. Ovviamente perché ciò avvenga la storia deve essere ben scritta, personaggi e luoghi curati nei minimi dettagli, trama avvincente…
    Ma soprattutto mi devo poter identificare se no non scatta la molla del coinvolgimento.
    Per questo visto che non sto più studiando e quindi nessuno mi obbliga (torniamo a un vecchio post che avevi scritto sul piacere della lettura) evito i saggi a meno che non mi stia documentando su qualche argomento.
    Apprezzo quando tra le righe di un romanzo traspaiono le idee socio politiche dell’autore ma non credo che sia indispensabile per la buona riuscita dell’opera.
    Come detto sopra, distinguere tra letteratura di seria A e B lascia il tempo che trova: ricordo meglio i libri di serie B che ho letto piuttosto che quelli di serie A che mi hanno obbligato a leggere.

    • Daniele Imperi
      25 marzo 2019 alle 16:51 Rispondi

      Anche io devo identificarmi, o entrare comunque in sintonia con il protagonista. Invece io leggo i saggi anche se non devo documentarmi. Dipende dallo stato d’animo. In genere però mi piace leggerli, anche perché così vario stili e linguaggi nella lettura.

  13. Barbara
    27 marzo 2019 alle 12:35 Rispondi

    Sarà che seguo poco il mercato italiano, ma all’impegno io associo solo la saggistica. Quali sarebbero le storie “impegnate” in questi mesi in libreria? Quelle non di genere? (che poi appartengono a più generi, se vogliamo: un po’ di rosa, un po’ di giallo, un po’ di humour, un po’ di thriller psicologico, ecc) Non credo che i romanzi di genere non siano impegnati, tutt’altro. Nascondono l’impegno dentro il divertimento, ma il messaggio c’è eccome. Prendiamo che so, Carrie di Stephen King (soprattutto all’inizio sbeffeggiato dalla critica), non c’è forse un monito alla società che deride il “diverso”, chi non si omologa agli standard di bellezza e popolarità?
    Non c’è forse ne Lo hobbit e Il Signore degli Anelli di Tolkien (ma più o meno in tutti i fantasy) una contestazione al potere assoluto, agli effetti deleteri della brama del potere (il mio tessssoro)? Persino in I love shopping, romance puro, di Sophie Kinsella c’è un attacco all’uso distorto dell’informazione economica per rubare soldi alla povera gente!
    Tutte le storie, in quanto tali, sono d’intrattenimento e d’impegno allo stesso modo. E’ che abbiamo tutti diversi modi di divertirci. :)

    • Daniele Imperi
      27 marzo 2019 alle 12:45 Rispondi

      Di sicuro sono quelle non di genere. E concordo che appartengono a più generi insieme.
      Il messaggio presente in una storia non necessariamente la rende impegnata.

  14. Tiade
    31 marzo 2019 alle 10:50 Rispondi

    In realtà è una domanda che mi pongo spesso.
    Senza sfociare nel romanzo, mi chiedo quanta parte di quello che ho nel gozzo sia lecito inserire nei miei articoli.
    Un richiamino per un momento di riflessione spesso ce lo infilo.
    Credo che chi scrive abbia comunque un ascendente, positivo o negativo che sia.
    Anche tu.
    Le tue giuste critiche, che spesso leggo negli articoli, in fondo non sono che puntare l’attenzione su un problema. Anche questa è scrittura “impegnata”.
    Per questo ti leggo sempre volentieri, pc permettendo. Un saluto.

    • Daniele Imperi
      31 marzo 2019 alle 11:24 Rispondi

      Sono d’accordo che ci possa essere sempre un ascendente. La critica e la polemica puntano sempre il dito su un problema, e anche questo, è vero, è un impegno :)

  15. Lupo Mannaro
    22 giugno 2019 alle 17:53 Rispondi

    Anche se uso un nickname nell’email si vede il Vero Nome. Si tratta del nickname che uso sempre su Internet, quindi serve per identificarmi meglio, non per ostacolare l’identificazione.
    Io in genere, nelle storie, comincio sempre col chiedermi cosa piace al pubblico e cosa piace a me. E, su queste basi, costruisco la storia. Però, per piacermi, deve necessariamente coincidere con le mie idee. Non posso presentare come “buono” un personaggio che troverei spregevole. E non posso presentare come “mostro” un personaggio che troverei ammirevole. Se nell’ambientazione è così, faccio chiaramente capire che la trovo una società “sbagliata”. In questo senso trovo che quasi tutte le opere possano definirsi “impegnate”.

    • Daniele Imperi
      24 giugno 2019 alle 07:04 Rispondi

      Ciao Luca, benvenuto nel blog.
      Neanche io potrei scrivere qualcosa che non coincida con le mie idee, né creare personaggi spregevoli facendoli apparire ammirevoli. Ma non è questo il significato di storia impegnata.

Lasciami la tua opinione

Nome e email devono essere reali. Se usi un nickname, dall'email o dal sito si deve risalire al nome. Commenti anonimi non saranno approvati.