
Eppure oggi l’arte è sotto processo. Deve essere «inclusiva», «sostenibile», «militante». Deve parlare di Palestina, di clima, di razzismo, di genere. Deve essere «utile»
“Scrivere non serve a niente”, RSI Radiotelevisione svizzera
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L’arte non serve a nulla. La scrittura, come forma d’arte, non ha alcuna utilità. Il succo del discorso è questo, con alcune riserve.
La scrittura come strumento di insegnamento – libri di scuola e universitari, manuali – ha una sua utilità, proprio perché concorre alla formazione culturale e professionale di ragazzi e adulti.
La narrativa, invece, è puro intrattenimento, dunque è inutile, perché rappresenta di fatto un passatempo, anche se piacevole.
Non ho mai pensato alla scrittura come a qualcosa di utile: lo è per me, perché sento il bisogno di scrivere, di dare forma concreta alle mie idee, di intrattenermi anche. E nella lettura è proprio questo che vedo: un piacevole intrattenimento.
Contro la scrittura “impegnata”
Claire Bishop, nel suo saggio Artificial Hells, critica l’estetica relazionale e l’arte «socialmente impegnata» che sacrifica la forma per il contenuto, l’ambiguità per il messaggio.
Non ho mai sopportato gli scrittori impegnati. Mi danno l’impressione di ergersi a portatori del Verbo, autocircondatisi di un’aureola di importanza, di supponenza, di presunzione. Vengono definiti intellettuali o si credono tali.
Contro le storie impegnate scrissi alcuni anni fa: non voglio fare della mia scrittura uno strumento di lotta, di divulgazione di idee, al servizio di un’ideologia o, peggio, di un partito politico.
La mia scrittura deve essere libera, perché riflette me stesso e ciò che sento di scrivere. L’arte socialmente impegnata non mi interessa, non mi attrae, non mi stimola. E in alcuni casi m’infastidisce, perfino.
La scrittura deve inquietare?
Come scrive Georges Didi-Huberman: «L’arte non consola, ma inquieta. Non spiega, ma apre.»
Questo è invece un pensiero che condivido: scrivere per inquietare – e non parliamo ovviamente di storie dell’orrore o cruente.
L’autore sostiene che l’arte (e, dunque, nel nostro caso la scrittura) «deve essere libera di fallire, di disturbare, di non piacere. Perché l’arte che piace a tutti è pubblicità».
Lo dico sempre: non possiamo piacere a tutti. Soprattutto, non dobbiamo piacere a tutti. Lasciamo l’omologazione ai poveri d’intelletto, al pecorume che preferisce aggregarsi, allinearsi, pur di non esporsi e di non identificarsi in ciò che è realmente.
Un nostro libro può fallire, ma ciò non significa che tutti non l’abbiano letto. Significa che pochi l’hanno letto. Anche questa è una vittoria, seppur piccola.
Un nostro libro può disturbare e allora sappiamo di aver fatto centro, di aver scosso i lettori, sappiamo che la nostra scrittura ha graffiato menti e coscienze, magari ribaltando pensieri e convinzioni.
Un nostro libro può non piacere e a quel punto avremo la certezza di quale sarà il nostro pubblico di lettori.
La mia scrittura è inutile
È inutile perché non è inclusiva, sostenibile, militante. Non parla di Palestina, di clima, di razzismo, di genere. Sono argomenti che a me non interessano, né da scrittore né da lettore.
Ho sempre scritto testi inutili e continuerò a scrivere testi inutili.
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Gabriele
Ciao Daniele,
per quanto mi riguarda, prosegui pure con la tua scrittura inutile: io farò lo stesso.
Mi rifiuto di vedere la scrittura come qualcosa che deve rispettare certi ‘canoni’ imposti dall’ideologia, dal perbenismo, da – in definitiva – qualcuno che vuole soggiogare la scrittura ai suoi fini. Perché alla fine di questo si tratta. Di qualcuno che usa questi sistemi per costringerti o farti sentire moralmente più giusto, più puro, più retto, più – come si usa dire – dalla parte giusta della Storia (qualunque cosa voglia davvero significare).
Io scrivo di situazioni, di persone, di scelte. Questo non ha in nessun caso a che fare con idee politiche o militanti.
Se voglio militare allora mi iscrivo a un partito o a qualche simile associazione e…milito.
E molti lettori scordano che occorre separare l’autore del romanzo: un romanzo – e soprattutto se è fantascienza – è l’esplorazione di possibilità, anche di quelle scomode.
E, per come la vedo, l’esplorazione delle possibilità è un campo enormemente più ricco e stimolante dell’ostentazione della militanza…solo per far credere di essere nel giusto.
Un autore che scrive distopie, per fare un esempio, non è necessariamente (e nel 99% dei casi è così) uno che si augura un simile futuro: lo esplora, traendone le conseguenze.
Ciao!
Daniele Imperi
Ciao Gabriele,
situazioni, persone, scelte sono secondo me gli ingredienti migliori per una storia. Qualcuno disse – ho dimenticato chi – che le idee espresse dal protagonista non sono per forza quelle dell’autore. Ma anche se lo fossero, dico io, hai ragione che bisogna separare l’autore dal romanzo.
Si milita in altro modo.
P. Nestore Falchieri
Buon giorno,
non credo d’essere d’accordo con l’affermazione che l’arte debba essere inutile, anzi a me non piacciono i racconti scritti soltanto per raccontare.
In una collana di racconti, un autore aveva scritto d’aver fatto una gita in Egitto colla famiglia, che si sono fermati in albergo e dopo in spiaggia, che un tizio ha chiesto loro informazioni. Fine del racconto. Non m’è rimasto nulla, non ho imparato nulla, non ho migliorato il mio modo di pensare.
Un’opera può, e deve, avere un messaggio, ma tale messaggio – che è il mio scopo dello scrivere – deve trasparire, deve percepirsi come latente, come “seconda lettura” ponderata.
Un quadro piace per la potenza visiva, ma questa s’ottiene anche per il significato sottostante, che è lo scopo, il volere per cui è stato dipinto. Una fotografia è memorabile per il messaggio che vuole inviare; altrimenti è memorabile l’oggetto della fotografia, non essa stessa.
Se non c’è uno scopo secondo, è soltanto virtuosismo.
Ovvio che, se il messaggio è lo scopo primario, o siamo di fronte a un saggio o a un discorso pubblicitario (inteso non unicamente dal punto di vista economico) o a un pessimo racconto.
Daniele Imperi
Buongiorno Nestore,
su quella storia sull’Egitto hai ragione: non è di fatto una storia. Ma non si intende inutile come quella in particolare.
Non sono d’accordo che un’opera debba avere un messaggio, invece (ci scrissi un articolo tempo fa). O, almeno, a me non interessa inviare messaggi.
Fabio Amadei
Ciao Daniele,
anche a me fanno orrore i cosiddetti intellettuali che tentano di educarti e omologarti capaci solo di seminare odio e moltiplicare la rabbia. Dietro una certa supponenza nascondono tanta frustrazione e insicurezza.
Un racconto, un romanzo, una poesia sono lì per emozionarti, ti fanno riflettere, ti aiutano a passare un tempo proficuo lontano dai crucci e dai problemi quotidiani. Storie che arrivano a farti star bene, e in questo mondo impazzito, non è poco.
Ci sono racconti come “Un posto pulito, illuminato bene” di Hemingway o “La cattedrale di Colonia” di Bukoswsky che sono come mandar giù un bicchiere d’acqua per un assetato. Resti incantato da tanta bellezza, ne cogli la profondità, ti commuovi, e il racconto, come magia, rivela una parte di te, ti ci ritrovi, e sei già una persona migliore rispetto a un momento prima.
Daniele Imperi
Ciao Fabio,
anche secondo me dietro ci sono frustrazione e insicurezza. E con il loro agire ottengono il risultato contrario.
Non ho letto i due racconti che citi, ma hai colto nel segno sul significato che dovrebbe avere una storia.
Orsa
In un’epoca in cui anche le virgole devono fare attivismo, finalmente qualcuno che rivendica con orgoglio l’inutilità della narrativa. La penso come te: meglio inutile che comiziante! Se poi a qualcuno dispiace che un romanzo non salvi il pianeta, pazienza… c’è sempre il bidone della carta.
Daniele Imperi
Comiziante mi piace, è l’aggettivo adatto per libri che vogliono indottrinare. Viva la narrativa da intrattenimento.
Più che il bidone della carta, ci sono Ebay, Vinted e compagnia bella.
Franco Battaglia
Credo che la scrittura nasca già utile, per chi scrive. Il resto arriva – se arriva – a cascata, ma è secondario.
Daniele Imperi
Per scrive è utile senz’altro, ma per chi legge lo è per divagarsi, secondo me, senza altri fini.