La ridondanza del linguaggio inclusivo

Sulla reduplicazione di maschile e femminile

La ridondanza del linguaggio inclusivo

Non possiamo forzare il linguaggio distorcendolo completamente per ragioni ideologiche. Le lingue non funzionano così. Non in questo modo. Il cosiddetto linguaggio inclusivo è una sorta di aberrazione all’interno del linguaggio stesso.

Mario Vargas Llosa: El lenguaje inclusivo es una especie de aberración”, intervista di Edgardo Litvinoff, «La Voz del Interior», 31 marzo 2019

Torno a parlare del linguaggio inclusivo perché ho di recente letto due saggi i cui autori ne fanno uso, saggi che spesso ho trovato appunto ridondanti. Si tratta del libro da poco uscito di Stefano Fava La soffitta delle parole e di Lezioni di italiano di Giuseppe Patota di qualche anno fa.

Sono due saggi che per alcuni versi mi hanno un po’ deluso (m’aspettavo di più), ma per altri – sebbene pochi – ho trovato stimolanti.

Perché parlo di ridondanti? Lo spiego nel sottotitolo dell’articolo: l’uso della reduplicazione di maschile e femminile, tendenza finora propria di alcuni politici di tutti gli schieramenti (gli italiani e le italiane, i lavoratori e le lavoratrici, i cittadini e le cittadine e via reduplicando), quindi presenti più nell’oralità che nella scrittura.

Nell’ambito della parola scritta ho notato questo uso in alcuni profili su LinkedIn, in modo particolare se erano donne a scrivere (tutti e tutte, le professioniste e i professionisti e via reduplicando). Soltanto nelle ultime settimane ho incontrato questa pratica nei libri.

La reduplicazione retorica

È stata l’Accademia della Crusca a darle questo nome. E credo sia un nome azzeccato. Prima di tutto è più breve di “reduplicazione di maschile e femminile”, ma soprattutto rende appieno il senso di ciò che rappresenta: un’ampollosità e un’enfasi inutili nel testo.

La reduplicazione retorica prevede lo sdoppiamento del genere – quindi il riferimento a entrambi i generi – come abbiamo visto negli esempi precedenti. Se prima si scriveva e diceva “tutti i cittadini”, adesso molti preferiscono appesantire testi e discorsi scrivendo e dicendo “tutti i cittadini e tutte le cittadine”.

Ho sempre avuto l’impressione di una forzatura in questa tendenza: come se il politico di turno temesse di offendere le donne, escludendole dal contesto, e quindi usando la reduplicazione retorica intendesse tranquillizzarle, mettendosi dalla loro parte.

Provate a immaginare un discorso infarcito di continui sdoppiamenti: quanto sarà pesante la lettura?

Appesantire la lettura con la reduplicazione retorica

Finora, come ho accennato, ho riscontrato questa tendenza in alcuni politici e su qualche breve articolo su LinkedIn, ma mai in un libro.

Per l’occasione cito alcuni brani presi dai due saggi di Fava e Patota.

Da La soffitta delle parole di Stefano Fava:

  • la parola ἡγεμών (hegemòn) indica colui (o colei) che guida, il o la leader
  • colui o colei che ha una buona parlantina
  • colui o colei che con le sue opere
  • colui o colei che si distingue per grandezza o nobiltà d’animo

Sono frasi prese da varie pagine del libro, di cui ho riportato soltanto la reduplicazione di maschile e femminile. Reduplicazione che si poteva evitare in un modo molto semplice, visto che l’autore non voleva avvalersi della sola forma maschile:

  • chi guida (un partito, ecc.)
  • chi ha una buona parlantina
  • chi con le sue opere
  • chi si distingue per grandezza o nobiltà d’animo

Come vedete, dal primo esempio ho eliminato anche l’inutile anglicismo – tanto più che lo stesso autore nel saggio si lamenta del proliferare di termini inglesi nella lingua italiana. Avrebbe quindi potuto optare per la soluzione da me proposta, per specificare che non si trattava della guida di un veicolo – anche se dubito che qualcuno possa fraintendere la parola ’egemone’, ma non si sa mai.

Il pronome ’chi’ è invariato, quindi sostituisce alla perfezione la ridondanza di “colui o colei”.

Da Lezioni di italiano di Giuseppe Patota:

a dimostrazione, naturalmente, che alla pratica piacevole e impegnativa del canto si sono dedicati e si dedicano non solo le poetesse e i poeti, ma anche i cantanti e le cantanti, i cantautori, le cantautrici e i gruppi rock.

Su questo brano qualsiasi commento sarebbe superfluo. Anche il più ottuso difensore del linguaggio inclusivo noterebbe – lo spero, almeno! – l’estrema e ridicola ridondanza della reduplicazione.

Passiamo al secondo brano:

Il commento, invece, è tutt’altro: è il «di più» che ciascuna o ciascuno di noi può dire di un testo poetico per quello che le o gli suscitano i suoi suoni

Qui, oltre alla pesantezza del testo, si nota anche una sorta di inciampo con quel “le o gli”.

Preferire l’economia di parole

C’è un fatto curioso che non può passare inosservato. Si parla spesso di preferire testi brevi a testi lunghi – questo non vale assolutamente in qualsiasi contesto – e poi si allungano i testi con la reduplicazione retorica.

Si giustificano spesso gli anglicismi perché con una sola parola si può esprimere un concetto che nella lingua italiana ne richiederebbe due, tre o anche più – che questo non abbia comunque alcuna giustificazione perché ogni lingua ha la propria struttura sembra non interessare gli anglomani – e poi si appesantiscono i testi sdoppiando di continuo i generi.

L’economia di parole è alla base della chiarezza dei testi, della comunicazione in generale. Significa promuovere una lettura più agevole, scorrevole, fluida, senza intoppi o intralci linguistici di alcun tipo.

15 Commenti

  1. Pades
    giovedì, 21 Maggio 2026 alle 10:06 Rispondi

    Condivido tutto fino all’ultima virgola. Questa reduplicazione retorica comincia a irritarmi molto quando la ascolto e ancora di più quando la leggo. Ho visto un volantino per un centro estivo vicino a dove abito che declamava “aperto a tutti i bambini e le bambine”. E ci mancherebbe altro. A parte che se proprio volevano essere gentili avrebbero potuto mettere “aperto a tutte le bambine e i bambini”, ma questo avrebbe generato tutta una serie di dubbi nei genitori (sarà un centro estivo prettamente femminile a cui sono ammessi anche i maschietti? Chissà.). Insomma, oltre che essere retorici, ridondanti, noiosi e sotto sotto un po’ falsi, si rischia anche di infilarsi in gineprai semantici da cui poi è difficile uscire sani. Un bel centro estivo “aperto a tutti i bambini” sarebbe stati tanto più semplice…
    Comunque il tuo esempio “i cantanti e le cantanti” cade quasi nel comico. :-)

    • Daniele Imperi
      giovedì, 21 Maggio 2026 alle 13:26 Rispondi

      Irrita parecchio anche me. Riguardo a dare la “precedenza” al femminile, le newsletter di alcune case editrici esordiscono con “Care amiche e cari amici” o “Care lettrici e cari lettori”.
      L’esempio dei cantanti è ridicolo, oltre che comico.

  2. Corrado S. Magro
    giovedì, 21 Maggio 2026 alle 11:04 Rispondi

    in generale “idioti”, salvo eccezioni, non si nasce. Ci diventiamo, lasciandoci rimorchiare dal carro degli s****** che intasano le canalizzazioni e i “canali”, in rispetto all’inclusivo. Ma non dovrebbe essere conseguentemente 1) il canale e 2) la canale? oppure Il maschio e la maschia, la feemmina e il femmino? 😂 Buon divertimento! Meno male che tante donne intelligenti non si accodano.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 21 Maggio 2026 alle 13:27 Rispondi

      Vero, molte donne intelligenti non si accodano a questo andazzo. È una moda, quasi, molti si sono lasciati abbindolare da questa ideologia.

  3. Barbara Businaro
    giovedì, 21 Maggio 2026 alle 12:27 Rispondi

    Il linguaggio inclusivo per fortuna non è solo sdoppiamento del genere, quello che l’Accademia della crusca ha chiamato “reduplicazione retorica”. Anche quello che hai indicato tu con l’uso del “chi” (chi guida, chi lavora, chi vota), cioè l’utilizzo di forme impersonali, è una tecnica per applicare un linguaggio inclusivo. Così come i nomi singolari privi di genere (persona, soggetto, utente) e i nomi collettivi (il corpo elettorale, la popolazione). Se in questi due saggi hanno solo citato lo sdoppiamento per il linguaggio inclusivo non hanno fatto un gran servizio alla causa.
    Giusto ieri parlavo con alcuni amici della mia zona, impiegati in aziende multinazionali, che si sta un po’ tornando indietro, ci si è finalmente resi conto che il linguaggio inclusivo non aiuta la vera inclusione delle persone. Alle parole devono seguire i fatti e invece in questi anni abbiamo solo avuto parole, e sempre più vuote di significato. Quando i politici (da me per altro si va al voto la prossima domenica) iniziano un discorso con “Cittadine e cittadini” mi girano già la scatole, come donna e lavoratrice mi sento proprio presa in giro. Ho avuto anche un’accesa discussione in ufficio da me, con una collega che sosteneva l’ipotesi Sapir-Whorf, avendone letto solo la prima parte: i comportamenti umani possano essere modificati dalle specifiche parole che si utilizzano per comunicare, MA (e questo lo saltano sempre) il linguaggio è solamente uno dei fattori e da solo non è sufficiente. Sono ancora più importanti il contesto culturale, l’ambiente fisico circostante, l’interazione sociale. La retorica politica può essere magnifica in campagna elettorale, ma poi vogliamo la salute pubblica che funziona per gli anziani, più posti per i bambini negli asili nido statali, l’istituzione obbligatoria di asili nido aziendali, l’applicazione di un vero welfare per le donne lavoratrici, l’educazione sentimentale nelle scuole per diminuire drasticamente gli omicidi all’interno delle relazioni (chiamarli femminicidi non risolve il problema). Vogliamo fatti concreti.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 21 Maggio 2026 alle 13:31 Rispondi

      Spesso il linguaggio inclusivo è anche peggio, visti gli orrori ortografici e le soluzioni illeggibili. Magari fossero soltanto l’uso di pronomi impersonali, non avrei nulla da ridire, anche se continuerei a scrivere e parlare come ho sempre fatto.
      I nomi collettivi hanno il difetto di allungare i testi (gli insegnanti => il corpo insegnante). Non mi piacciono.
      È vero che non aiuta le persone: sono solo soluzioni sul linguaggio, che in alcuni casi diventano imposizioni.
      Sull’educazione sentimentale nelle scuole sono contrarissimo, primo perché il sentimento e l’affetto non si possono insegnare, poi perché (come è già successo in alcune scuole) si rischia la deriva ideologica, e infine perché l’educazione spetta alle famiglie, non allo Stato come nelle dittature. A scuola si va per avere un’istruzione.

      • Barbara Businaro
        venerdì, 22 Maggio 2026 alle 13:34 Rispondi

        Sarei d’accordo che l’educazione spetta alle famiglie, ma le famiglie al giorno d’oggi non hanno più tempo per educare i figli, sono nuclei sempre più ristretti (uno o due figli al massimo), spesso isolati (senza l’ausilio dei nonni o altri parenti sui quali appoggiarsi), e con due genitori lavoratori a tempo pieno. Il risultato è evidente nelle cronache, con casi di violenza nelle scuole da parte di giovanissimi o con le baby gang che imperversano in alcune cittadine (dalle mie parti le casette di libri nei parchi vengono distrutte ogni 4 mesi da giovanissimi per noia, famiglie assenti o ignare).

  4. Grazia Gironella
    giovedì, 21 Maggio 2026 alle 12:50 Rispondi

    Mi piacerebbe credere che destreggiarci tra maschile, femminile e pronomi vari ci aiuti davvero a essere più umani e meno sommari nel giudicare, dividere, etichettare. Purtroppo credo che questa operazione resti giocoforza cosmetica, e per di più sia una vera mancanza di rispetto verso la lingua, che non è nata ieri e non necessariamente ha sempre usato il maschile in spregio al sesso femminile.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 21 Maggio 2026 alle 13:33 Rispondi

      Hai ragione, sono soltanto soluzioni cosmetiche, a cui non seguono i fatti. E anche per me è una mancanza di rispetto per la lingua, lingua che poi non vuole assolutamente disprezzare le donne.

  5. Antonio Zoppetti
    lunedì, 25 Maggio 2026 alle 10:06 Rispondi

    Senza soffermarmi sul fatto che considerare il maschile generico come “discriminatorio” è un’opinione su cui è lecito dissentire, invece di darlo per scontato, questa analisi dell’economia della lingua mi pare molto interessante. E noto che i fautori della reduplicazione in nome dell’antisessismo sono gli stessi che davanti agli anglicismi tirano in ballo le solite sciocchezze per cui sarebbero scelte più “economiche” e maneggevoli, visto che sono mediamente più corti. Poco importa che “location” o “misunderstanding” siano ben più lunghi di “luogo” e “malinteso”, e anche che la brevità di “basket” per “basketball” o di “social” per “social network” dipenda dalle nostre ridicole decurtazioni. Il punto è che l’economia linguistica è solo un alibi: si sbandiera per giustificare la sinteticità dell’inglese, ma quando si vogliono affermare altri modelli la si nasconde sotto al tappeto.

    • Daniele Imperi
      lunedì, 25 Maggio 2026 alle 10:30 Rispondi

      Oltre al fatto che tirano in ballo l’economia delle parole quando fa loro comodo, non capiscono – o non vogliono capire – che certe espressioni sono proprie di un’altra cultura.
      Tra l’altro, quando si parla del presunto sessismo della lingua italiana, si prende come esempio la lingua inglese che non ha desinenze sul genere.

  6. Luciano Cupioli
    martedì, 26 Maggio 2026 alle 9:11 Rispondi

    Linguaggo inclusivo ridondante? Fatemi provare: “l’umano uomo e l’umana donna si accoppiano per generare figli maschi e figlie femmine e per loro compagnia si circondano di gatti e gatti, cani e cagne e, in certi casi, anche di tartarughi e tartarughesse. L’umano uomo è iscritto all’ordine degli architetti e delle architette, mentre l’umana donna lo è all’ordine degli avvocati e delle avvocate. Oggi entrambi incontreranno un cliente e una cliente. I figli andranno a scuola con i loro compagni e le loro compagne per apprendere gli insegnamenti dei professori e delle professoresse. Poi la sera tutti a cena con i parenti e le parenti, gli amici e le amiche…
    Ma dai, cosa c’è mai di ridondante in un testo come questo? E poi è un’ottima soluzione per chi non riesce a scrivere testi lunghi. Mamma mia, siamo allo sperpero lessicale che fa sembrare stupido chi scrive, altroché…

    • Daniele Imperi
      martedì, 26 Maggio 2026 alle 9:22 Rispondi

      Hai ragione, è una buona soluzione per allungare il brodo… ehm, per scrivere testi più lunghi.

  7. Luciano Cupioli
    martedì, 26 Maggio 2026 alle 9:13 Rispondi

    Scusate, ho scritto “gatti e gatti” invece di “gatti e gatte”, inoltre ho sempre messo il maschile prima del femminile…

    • Daniele Imperi
      martedì, 26 Maggio 2026 alle 9:23 Rispondi

      Mettere prima il maschile del femminile è sessismo linguistico.

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