
Piacere, sono Silvia, ho 43 anni e sono una scrittrice. Dal 2013 a oggi ho firmato otto contratti di edizione, di cui tre con anticipo.
Ho realizzato il mio sogno e… ho scoperto che fa schifo. Non assomiglia nemmeno vagamente a quello che credevo o speravo.
Pubblicare non è servito a niente, non ha cambiato niente, non ha fatto succedere niente.
La scrittura non mi ha portata da nessuna parte. Non mi ha cambiato la vita.
Silvia Pillin su LinkedIn, 9 aprile 2026
È stato questo sfogo virtuale a farmi scrivere l’articolo di oggi.
La mia “situazione editoriale” è molto diversa: dal 2015 a oggi ho firmato tre contratti di edizione, di cui nessuno con anticipo. Non ho realizzato il mio sogno e… forse neanche lo realizzerò. Non assomiglia nemmeno vagamente a quello che credevo o speravo, perché non credevo né speravo nulla di particolare.
Anche per me pubblicare non è servito a niente, non ha cambiato niente, non ha fatto succedere niente. La scrittura non mi ha portato da nessuna parte, ma non volevo andare da qualche parte precisa. Non mi ha cambiato la vita, anche perché la cambierebbe soltanto se potessi vivere scrivendo quello che mi pare.
Che cosa credeva o sperava Silvia, quando sognava di diventare scrittrice? L’ho chiesto direttamente a lei in questa mini-intervista.
D.I. – Ciao Silvia, hai scritto che realizzare il tuo sogno di scrittrice non assomiglia nemmeno vagamente a quello che credevi o speravi. Che cosa credevi o speravi?
S.P. – Immaginavo che scrivere sarebbe diventato il mio lavoro. Che i miei libri sarebbero arrivati a molte persone e che questo avrebbe avuto una controparte economica significativa. Ho sempre creduto che sarei arrivata a “vivere di scrittura” e di quello che le sta intorno: il lavoro redazionale, i corsi, la consulenza.
Invece i miei libri arrivano a pochissime persone e la controparte economica è irrilevante.
Questo genera un’equazione che nel mio cervello è cristallina: se quello che scrivo è irrilevante io sono irrilevante, la mia vita è irrilevante perché ho costruito tutta sulla mia identità di scrittrice.
Adesso che abbiamo conosciuto l’opinione di Silvia Pillin, passiamo alle riflessioni oggettive e poi a qualche mia personale considerazione.
Pubblicare non cambia la vita
In che modo pubblicare libri dovrebbe cambiare la vita degli autori?
Secondo me soltanto in un modo, che ho anticipato poco sopra (e che corrisponde anche a quanto scritto da Silvia): se permette loro di vivere scrivendo. Ma quanti, in Italia, sono riusciti in questo? Autori sconosciuti che hanno sfondato? Il numero è talmente basso da passare inosservato.
Se invece parliamo di un cambiamento intimo, tradotto in un aumento della propria autostima, in una soddisfazione personale, allora pubblicare libri può cambiare la nostra vita in meglio. Forse è proprio a questo che dobbiamo puntare. Non siamo nati in un paese per scrittori.
Pubblicare non fa guadagnare
Dobbiamo capire – e accettare – di essere in Italia e non negli Stati Uniti. Leggendo le note dell’autore alla fine dei romanzi e alcune biografie di autori americani (l’autobiografia di Asimov è invidiabile), è facile comprendere che il mercato statunitense sia ben diverso da quello italiano e non soltanto perché l’inglese si parla in tutto il pianeta (quindi i libri in inglese hanno una diffusione schiacciante rispetto a quelli in italiano).
- Ho letto di autori che hanno pubblicato racconti sulle riviste letterarie percependo dei compensi, e neanche bassi. Qui da noi non esiste niente del genere.
- Ho letto di autori che fin dalla prima pubblicazione hanno avuto un’alta tiratura. Qui da noi, specialmente per autori al loro debutto, forse non si avranno più di 500 copie.
- Ho letto di autori che, anche al loro primo romanzo (cfr.The Martian di Andy Weir), hanno venduto i diritti al cinema. Qui da noi sperare che un nostro romanzo diventi un film italiano è inutile (parere personale: non amando per niente il cinema italiano, non vorrei che un mio romanzo diventasse un film. E forse neanche uno americano).
A me, credo di averlo scritto qui nel blog, il guadagno non interessa. Vorrei pubblicare per il piacere di vedere il mio nome sulla copertina di un libro. Ciò che verrà in più è ben accetto. Ma so che non diventerò ricco pubblicando libri né risolverò la mia situazione economica e lavorativa.
Pubblicare non significa vendere
Pensavo che vendere cinquecento copie fosse facile. È una fatica improba. Se le persone non fanno nemmeno lo sforzo di seguirti gratis su Instagram con un click, figurati quanto ci vuole per fargli aprire il portafoglio.
Silvia Pillin, cit.
Se parliamo di Instagram, ormai quella piattaforma è diventata una fogna, come lo era Facebook 15 anni fa. C’è di tutto. Tra l’altro, ormai è pressoché impossibile seguire le persone che stiamo seguendo: appena entro la prima immagine è una pubblicità, poi si alternano un’immagine o un video di gente che seguo e una pubblicità (anche 2 di seguito), poi arrivano i “post suggeriti”.
In questo bailamme, se anche ci seguissero 5000 persone, di fatto quante riuscirebbero a vedere ciò che pubblichiamo? Senza contare gli algoritmi, che censurano come se fossimo nel Medioevo.
Credo sia difficile, molto difficile che qualcuno scelga di seguire un autore sconosciuto, a meno che non abbia letto un suo libro e decida di seguire quell’autore su Instagram o dovunque sia nell’immensità caotica della rete.
Ciò che scriviamo non è irrilevante
Concludo rifacendomi al pensiero, anzi all’equazione di Silvia riguardo all’irrilevanza della controparte economica dovuta alle poche vendite dei suoi libri. È un’equazione sbagliata, perché i due membri dell’equazione (quello che scrivo è irrilevante = io sono irrilevante) sono in realtà delle incognite: è un suo parere personale, dunque non ha nulla di oggettivo né comprovato.
Vendere pochissime copie dei propri libri dipende da così tanti fattori che è impossibile esprimere giudizi sul reale valore dell’opera pubblicata.
- Il libro è stato pubblicato da una grande o piccola casa editrice?
- Qual è stata la tiratura del libro?
- È facile acquistarlo su internet?
- Si trova facilmente nelle librerie?
- C’è stata promozione editoriale?
- Se sì, cosa hanno fatto di preciso?
- Quanto è presente e attivo l’autore in rete?
- Quanto e come ha promosso le sue opere?
- Sono state organizzate presentazioni dell’opera?
- Il libro esiste solo in versione cartacea o anche in ebook?
Queste sono le prime domande che mi porrei. Ma ce ne sono altre da porre e vi invito a segnalarle. Ma già da queste prime 10 domande possiamo comprendere come non sia affatto semplice arrivare al grande pubblico.
Ciò che scriviamo non è irrilevante. È irrilevante pensare che lo sia.
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Fabio Amadei
Ciao Daniele, anch’io sarei contento nel vedere il mio nome sulla copertina di un libro pubblicato da una casa editrice. Già quello è un bel traguardo. La soddisfazione è sempre interiore e quello che verrà in più sarà come la ciliegina sulla torta.
Daniele Imperi
Ciao Fabio, esatto, già essere pubblicati è un traguardo. E non da poco.
Luciano Cupioli
A dicembre 2025 ho pubblicato il mio primo e finora unico romanzo in self-publishing. Una scelta convinta, perché volevo che il mio lavoro fosse solo mio al 100%. Non so se una casa editrice lo avrebbe fatto, di certo sarebbe intervenuta, forse pesantemente, per renderlo più commerciale, rischiando tuttavia di snaturarlo. La mia vita, dal punto di vista economico, non è cambiata e non cambierà. In quattro mesi ho venduto una trentina di copie, tra formato cartaceo ed e-book. Una ventina ne ho regalate io ad amici e parenti. La mia vita non è cambiata, ma la mia autostima sì. Oggi sono in grado di scrivere un romanzo e, infatti, ne sto scrivendo un altro. Mi sento più padrone dell’arte dello scrivere, più sicuro di me stesso. Nel mio ambito di conoscenze personali ho probabilmente guadagnato considerazione e stima, anche se non è un’attività direttamente collegata. Insomma, mi sento meglio, quindi continuerò a scrivere perché è una cosa che mi piace fare e mi fa stare bene. Non scrivo per soldi, se arrivassero tanto meglio, ma non è prioritario. Forse è l’unico modo per farlo e mi dispiace per chi si illude di poter vivere facendo solo.questa attività.
Daniele Imperi
La casa editrice l’avrebbe fatto revisionare (editing), ma se il cosiddetto editor è un professionista, ti avrebbe dato consigli per migliorarlo, non per snaturarlo.
Barbara Businaro
“Dobbiamo capire – e accettare – di essere in Italia e non negli Stati Uniti.”
Possiamo sfatare questo mito che negli Stati Uniti il mercato editoriale sia così florido (ma pure negli altri stati europei con lingua maggiormente diffusa sul pianeta, come Spagna o Francia). Forse poteva funzionare vent’anni fa, adesso non più. Ho diverse amiche scrittrici americane, sia in self-publishing che pubblicate da casa editrice media e ciò che mi raccontano in questi ultimi tre anni è la stessa identica cosa che diciamo noi qui. Sulle riviste letterarie americane che pagano bene ci arrivi quando hai già un nome, non necessariamente un nome forte nella scrittura, ma sei qualcuno con un seguito. Il caso di Andy Weir risale al 2011 come pubblicazione in self negli USA, ma lui era già un personaggio noto del genere fantascienza, aveva cominciato fin dagli albori di internet a pubblicare racconti sul suo sito web, quando erano in pochissimi. Perché il punto è sempre questo, almeno negli ultimi vent’anni: a pubblicare e vendere bene ci arriva chi si era già formato un pubblico, anche se proveniente da altro settore, o ha investito tanto (potendoselo permettere) per crearsi quel pubblico. Non è stata la casa editrice a crearglielo, il marketing editoriale oramai è in corpo all’autore. Qua in Italia chi abbiamo che pubblica e vende tanto? Personaggi della radio e della televisione, figure che già lavorano nella “Repubblica delle Lettere” o del Giornalismo a diverso titolo, fumettisti che decidono di provare solo la parola scritta, influencer delle varie piattaforme social, anche influencer slegati dal mondo della scrittura (professori di scuola, divulgatori scientifici, cultori dell’arte, comici improvvisati, ecc.). Hanno costruito un seguito e possono contare su quei numeri per le vendite, anche solo acquisti per curiosità o per stima pregressa, senza effettiva lettura. In gioco ci sono anche il carattere dell’autore stesso, perché siamo animali sociali e preferiamo un atteggiamento positivo, e il tempo che può permettersi di dedicare alla presenza online (gli algoritmi dei social premiamo chi è più presente) che offline (presentazioni, conferenze, firma copie, fiere). Conosco diversi lettori che hanno smesso di seguire/acquistare libri di un autore dopo averlo incontrato, per un commento o una battuta storta sui social, per essersi mostrato diverso, poco socievole, magari anche un po’ arrogante. Niente a che vedere con la qualità dei libri, ma purtroppo se si decide di mostrarsi (si può tentare su uno pseudonimo e restare nascosti, ma funziona ancora?) occorre lavorare anche su questo. Magari anche ammettendo candidamente di essere umani e, come tutti, di avere pure delle giornate di pupù.
Daniele Imperi
Di sicuro oggi non sono più i tempi di Asimov.
In Italia anche sono molti quelli che vengono pubblicati perché hanno già un seguito in altri ambiti (spettacolo, sport, politica, giornalismo, pagliacciate sui social, ecc.).
Riguardo all’ultimo punto: a me non interessa conoscere dal vivo i miei autori preferiti, proprio perché il rischio è di avere un’impressione del tutto diversa.
Motivo per cui preferisco restare nell’ombra, anche perché non sono un animale sociale, tutt’altro.
Corrado S. Magro
Comprendo la reazione di Silvia e in parte la condivido. Mi sono scontrato ben oltre venti anni fa con una realtà pietosa. Dopo essere più volte nel pantano di pseudo-editori (istrioni e pirati), agenti letterari che sostituivano la promessa giurata di un universo stellato con una evanescente lucciiola eccetera, eccetra, ho abbandonato la visione dello scrittore apprezzato e ho scritto e autopubblicato per il piacere di farlo, ricevendo encomi sinceri da sconosciuti (professionisti) per caso venuti a conoscenza di qualche scritto. Mi son dettto e dico: “Chi s’accontenta gode”, Mi confortano le migliaia di lettrici e lettori anonimi che visitano, scaricano e leggono gratuitamente i racconti disonibili sul mio sito. La cultura di compensare un prodotto mentale che non sia una pietanza da gustare con coltello e forchetta, è rimasta estranea alla gran parte degli Italiani.
Daniele Imperi
Il tuo caso è anche quello di molti: alla fine lasci perdere e scrivi e pubblichi per conto tuo e per il puro piacere di farlo.
Grazia Gironella
Se la scrittura ti cambia la vita, a volte lo fa in peggio. In termini di riuscita pratica è quasi sempre così, e quando non è così, non è detto che valga la pena, perché dedicare tanto tempo a una singola passione te la impoverisce, la vita, per ovvie questioni di tempo. Del resto uno scrittore ben conosciuto e ben pubblicato, con una trentina di titoli al suo attivo, mi raccontava che per tirarci fuori uno stipendio deve girare l’Italia e presenziare a conferenze, sagre e iniziative varie almeno tre-quattro volte la settimana. Io lo farei volentieri, per avere “successo”? Solo se ne avessi la necessità, non certo per scelta. L’esperienza di valore, secondo me, è raccontare una bella storia e scoprire che piace a chi la legge. Tutta la sarabanda di social, promozioni, proposte agli editori, agenti, lotte e spese per essere visibili, solo per poi scoprire che si vendono comunque venti copie, è tutta un’altra storia, che lede sia la gioia che l’autostima. Sono contenta di essere uscita da questa giostra, anche se avevo un romanzo già pronto, e lo farò comunque uscire. Se scriverò ancora – non è mai detto – sarà per la parte bella della scrittura, senza pensare al resto.
Daniele Imperi
Tu la vedi ancora più nera di Silvia!
Girare tre-quattro volte la settimana per l’Italia per me sarebbe proibitivo: nel senso che non lo farei mai perché in quel modo la mia vita se ne andrebbe viaggiando. I costi, poi? Chi sostiene quelle spese?