
Leggendo si incontrano spesso in alcuni romanzi dei termini stranieri, alcuni magari conosciuti, altri no. Come si comporta il lettore in questi casi? E come deve agire lo scrittore quando sente il bisogno di usare parole in altre lingue nelle sue storie?
Ho citato in questo articolo alcuni esempi, che trovo condivisibili. Come scrittore, anche io agirei allo stesso modo – e in alcuni casi così è stato.
L’inglese nella fantascienza
Ho usato varie volte alcuni termini inglesi nei miei pochi racconti di fantascienza. Ho sempre visto questo genere letterario adatto ad accoglierli, perché danno una sensazione futuristica alla storia, specialmente se riferiti a veicoli o strumenti tecnologici.
Leggendo romanzi fantascientifici mi è capitato di trovare vari autori che ne facevano uso, quindi non è solo la mia impressione. Oggi siamo abituati alla lingua inglese – forse troppo, per i miei gusti – chi frequenta il web, in particolar modo per motivi lavorativi, incontra termini inglesi tutti i giorni.
Questo per dire che l’inglese è comunque associato a qualcosa di innovativo, come lo è il web, e viene magari naturale usarlo per le storie di fantascienza.
Gli esempi di Poe e Morselli
Edgar Allan Poe e Guido Morselli, due scrittori di epoche e luoghi diversi, hanno molto in comune fra loro. Personaggi sofferenti, d’una sofferenza interiore, che si sono posti domande, che hanno scritto riflessioni, che sono andati alla ricerca di risposte.
Poe e Morselli erano uomini di elevata cultura. Nei loro scritti si possono leggere termini in francese e tedesco – in Morselli anche in inglese e in Poe anche in latino. L’effetto è immediato: il lettore comprende la levatura di questi autori, ne riconosce il valore culturale.
Non è stato un pretesto per mostrarsi colti, si capisce dal tono, dal contesto in cui sono inseriti i termini, dalla scorrevolezza delle frasi, dall’effetto che producono. L’unica critica che muovo a questi autori, anche se non possono più sollevare obiezioni, è non aver inserito note esplicative per i lettori che non conoscevano quelle lingue.
McCarthy e la tematizzazione della scena
Cormac McCarthy ha scritto alcuni romanzi ambientati al confine col Messico. Ci sono personaggi americani, ma anche messicani. E ci sono termini spagnoli nelle sue storie. Parole pronunciate da personaggi americani – perché è normale che in vicinanza col Messico qualcuno conosca la sua lingua – e da personaggi messicani, ma anche dal narratore stesso.
Questi termini spagnoli, di cibi, piante, mestieri, animali, ecc., concorrono a tematizzare l’ambientazione della storia. Il lettore si sente ancor più vicino a quei luoghi, sente quasi parlare i personaggi nella loro lingua.
Anche in questo caso sono mancate note a fine pagina per spiegarne il significato. Alcune parole erano intuibili dal contesto o per somiglianza con la lingua italiana, ma molte erano incomprensibili.
Contestualizzazione dei termini stranieri
In tutti i casi che ho citato le parole erano perfettamente contestualizzate. In Poe e Morselli la contestualizzazione va vista in un’ottica di profonda conoscenza delle lingue, di abilità a creare connessioni, relazioni fra concetti espressi nella lingua madre e nelle altre, come se fosse naturale passare dall’una all’altra per rafforzare, dare più enfasi a un pensiero.
In McCarthy i termini spagnoli erano perfettamente inseriti nello scenario messicano e texano, elementi integranti della parlata dei personaggi. Il narratore, voce esterna alla storia, era immedesimato in quella cornice di confine fra due mondi e contribuiva a costruire la scenografia sonora del romanzo.
Usate parole straniere nelle vostre storie?
Avete mai inserito termini in altre lingue nelle storie che scrivete? Siete d’accordo sulle scelte degli autori negli esempi che ho esposto?
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Attilio Nania
Sai, Daniele, ho notato che tu insisti molto sulla caratterizzazione dell’ambiente nella narrazione. Anche i nomi stranieri, ad esempio, li consideri un buon modo per definire meglio il paese in cui si trovano i personaggi, o per creare una certa atmosfera.
Personalmente, io li userei per ottenere il contrario, ovvero per creare confusione. Mi piacciono moltissimo quelle storie in cui non si capisce se ci si trova nel passato o nel futuro, o in cui non e’ chiaro il luogo in cui si svolge la scena.
Se ne fossi capace, farei parlare contemporaneamente i miei personaggi in tedesco e spagnolo. E magari anche in una lingua completamente inventata, tipo l’elfico di Tolkien.
Daniele Imperi
Sì, vero, insisto su quell’aspetto
Perché vuoi creare questa confusione? In certi casi la confusione è strategica, se è questo che intendi, per dare poi al lettore la giusta sorpresa e invogliarlo a continuarlo a leggere.
franco zoccheddu
Se i termini in lingua straniera sono organici nel contesto, non bisogna averne paura, e non so se inserire note aiuti veramente. Un romanzo sulla fisica delle particelle, nel contesto internazionale della comunità scientifica, dove inglese, matematica e acronimi informatici sono i linguaggi quotidiani delle persone, deve creare nel lettore risonanze tali da portarlo in quell’atmosfera vagamente esotica ed estranea che lo guidi in un mondo differente dal quotidiano. La comprensione deve esserci, certo, ma non è necessariamente l’esigenza numero uno di chi scrive.
Lessi un romanzo sui viaggi di mare, e il lessico tecnico che non conoscevo non mi impedì la comprensione, anzi, mi creava una bellissima sensazione di nuovo.
Daniele Imperi
Ho capito che intendi. Dipende anche dal pubblico a cui è rivolto il romanzo. Mi ricordo però di interi dialoghi in francese, in so quale romanzo, che io però dovetti saltare perché non capivo nulla.
In quel modo mi perdo una parte del romanzo. Sul lessico tecnico, invece, a me dà òa stessa tua sensazione e i termini sconosciuti vado a cercarmeli nel dizionario.
Alessandra Martelli
Dalla descrizione credo si trattasse di Guerra e pace. In difesa del buon Tolstoj va però detto che, nel caso specifico, si trattava di una precisa scelta di stile volta a ricreare l’ambiente aristocratico russo dell’epoca in cui si svolge il romanzo. Un’operazione di tematizzazione della scena, dunque, anche se un po’ più estrema rispetto alle scelte di McCarthy da te citate – potremmo quasi definirla una scelta di naturalismo/verismo
MikiMoz
Io sono dell’idea che se la parola straniera è necessaria come concetto (perché è unico, o più immediato) allora si debba usare.
Quando si riempie inutilmente un racconto di termini stranieri non ha senso.
Mentre, mettere locuzioni straniere ricercate, senza esagerare, è un gradino qualitativo più alto ma… lì bisogna fare i funamboli, tra l’essere naturali e il farlo per fare gli splendidi (nel secondo caso, per inciso, si nota da un kilometro e classifico il tutto come povertà :p)
Moz-
Daniele Imperi
Sì, hai ragione, dipende sempre da come inserisci quei termini. Un po’ come il linguaggio di molti professionisti del web, linguaggio che non sopporto, perché sta uccidendo la lingua italiana.
In quel caso è un continuo farcire i testi di termini inglesi che hanno tutti il corrispettivo chiaro e immediato in italiano.
Alessandro C.
Io amo Umberto Eco, ma lo prenderei a sassate quando si lascia prendere la mano dai francesismi.
Daniele Imperi
Ho letto solo Il nome della rosa e non li ricordo
Fabrizio Urdis
Sono arrivato a pagina 3 ( o 4) de “Il nome della rosa” e l’ho interrotto rendendomi conto che è pieno di parti in latino non tradotte. Trovo assurdo che uno scrittore non voglia essere comprensibile. Per quanto riguarda McCarthy secondo me la “colpa” è degli editori che dovrebbero mettere delle note con spiegazioni perchè si tratta di termini tipici di una particolare zona del Texas ( qui mi riferisco a “Non è un paese per vecchi” anche perché è l’unico che ho iniziato a leggere di quest’autore e arranco perché se leggo barrial, voglio sapere che cos’è. Daniele, se non sbaglio hai scritto dei post che riguardano l’argomento… Le mie parentesi sono decisamente troppo lunghe! ).
Daniele Imperi
Hai ragione su Eco e McCarthy.
Non ho capito a quali post ti riferisci…
Fabrizio Urdis
Non avevi scritto dei post in cui spiegavi alcune parole straniere dei romanzi di McCarthy?
Se la risposta è no capisco perché non li trovavo
Tenar
In generale tendo a evitare i termini stranieri, a meno che non siano intraducibili. Diverso è però il caso del discorso diretto: se un personaggio ama usare termini stranieri, devo tenerne conto. Scrivendo apocrifi sherlockiani, ad esempio, devo sempre ricordarmi che Holmes è mezzo francese e tende a usare spesso il francese (per di più è francese ottocentesco, un incubo di accenti e ortografia). Ma lo stesso potrebbe dirsi di un personaggio contemporaneo che ama riempirsi la bocca di termini inglesi che magari neppure capisce.
Daniele Imperi
Nel discorso diretto sì, tendi a differenziare i personaggi, a renderli più reali anche.
Lucia Donati
Mi spiace farti rilevare un errore o svista: dànno (verbo) si scrive con l’accento, è obbligatorio. Per quello che riguarda il tema del post, io non ho problemi a usare termini stranieri, se necessario; non mi piace abbondare, però. Se di uso comune, non dovrebbero creare problemi. Se di uso poco comune, ma ci vogliono in quanto precisano meglio un contesto o situazione li inserisco comunque; però, magari, una nota di spiegazione non fa male.
Daniele Imperi
Non è un errore né una svista: nel mio dizionario Zingarelli c’è riportato che solo la forma “dà” vuole l’accento. Ne avevo scritto in questo post: http://pennablu.it/accento-verbo-dare/
Lucia Donati
Bene, hai assolutamente ragione. Avevo qualche dubbio… In effetti non è obbligatorio, ma facoltativo. Sul libro di grammatica che ho consultato per sicurezza, la parte che riguarda questi accenti è corretta, ovviamente, ma a causa forse della grafica ho letto male, pur avendo controllato due volte. Dunque, errore (di lettura) e svista miei.
Sorry…(una parola inglese per un post sulle parole straniere ci sta?)
franco zoccheddu
No foreign words, please!
Lucia Donati
Ah ah…
Oedipa_Drake
Permettimi di aggiungere due puntualizzazioni, se si utilizzano termini stranieri:
– essere sicuri di scrivere il vocabolo correttamente, dal punto sia ortografico che grammaticale, e che la parola esprima proprio quello che vogliamo dire;
– ricordare, nel caso dei plurali, le linee guida dettate dall’Accademia della Crusca.
Daniele Imperi
Concordo su tutti e due i punti, specialmente sul primo, visto che bisogna conoscere bene l’altra lingua per essere sicuri che sia adatta al concetto che vogliamo esprimere.
Per i plurali, io so che la parola va usata al singolare, per esempio non è corretto scrivere “ho tanti fans”. Giusto?
Daniele Imperi
Ah, sì, li trovi nella rubrica che non pubblico più, sulle parole nuove: http://pennablu.it/esercizi-scrittura/
Fabrizio Urdis
Grazie!