
Voglio iniziare con un aneddoto, un fatto pressoché insignificante accaduto qualche settimana fa. Televisione accesa. Pubblicità – quella di un dentifricio. Voce fuori campo di una ragazza che spiega i benefici del prodotto.
Non capisco quasi nulla. Ripete il nome del prodotto varie volte e io continuo a non capire cosa dica. Per quest’occasione ho cercato su Google cosa fosse quel guazzabuglio inglese che la ragazza nominava di continuo: era il dentifricio della Colgate Max White Purple Reveal.
Certo, di fatto l’azienda è americana (lì, però, il prodotto ha un nome diverso), ma perché non chiamarlo in italiano, visto che si vende in Italia e il sito è in italiano?
Si potrebbe soprassedere? Forse, il problema è che oggi tantissimi prodotti, iniziative, aziende hanno nomi inglesi, pur essendo italiani al 100%.
Gli anglicismi come parte integrante dell’italiano
Sto leggendo La guerra italiana di Marco Mondini, un saggio storico sulla Grande Guerra. Illusione mia di non trovare il testo inquinato da qualche inutile, fuori luogo (e anche fuori tempo) anglicismo.
Riguardo alle corrispondenze raccolte da Enrico Corradini durante la guerra italo-turca del 1911, L’ora di Tripoli (Fratelli Treves, 1911), l’autore definisce questo tipo di pubblicazioni instant book.
Era davvero necessario? No, affatto. Ma oggi questa espressione si riscontra nella nostra lingua, tanto da essere presente sul Vocabolario Treccani.
E riguardo all’irredentista e giornalista Cesare Battisti l’autore ne parla come del «più noto opinion maker di tutta la guerra italiana». Il fatto che quell’espressione inglese significhi opinionista è un dato trascurabile (tra l’altro è una parola attestata fin dall’Ottocento).
L’autore ha poi parlato di lost generation – non ho capito perché non abbia scritto generazione perduta – e no man’s land – idem: perché non terra di nessuno?
Se mi aveste visto leggere, mi avreste anche sentito imprecare ad alta voce nell’imbattermi in instant book, opinion maker, lost generation e no man’s land con l’aggiunta di una manata sulla scrivania. Il libro è appena iniziato e chissà quante altre imprecazioni e manate mi dovranno sfuggire.
Questo è il risultato di anni, di decenni anzi, di continue introduzioni di anglicismi che ormai sono visti e accettati come parte della nostra lingua. C’è anche chi è convinto che tutti quei termini inglesi siano di fatto italiani.
Ogni giorno nuovi inutili anglicismi
Ultimamente ho scoperto un’altra bellissima parola: depaving. Su Instagram Futoora ha pubblicato “Togliere il cemento per far respirare le strade urbane: è il depaving”.
No, casomai è la depavimentazione. La parola italiana esiste, c’è, perché usarne una inglese?
Su LinkedIn, ricettacolo di convinti anglomani, in un unico articoletto ho trovato old school, a go go, pack, pricing, pubblico skin e body care, brand, rebranding.
Poi, un bel giorno, scopro una fiera evento sull’innovazione chiamata Innovation Village prodotta da Knowledge for Business. Tutta roba italiana, eh. Tanto che nel sito troviamo le pagine Award, Network, Virtual Brokerage Event, Mediagallery.
Non solo:
- Tecnologie digitali e deep tech
- Space Economy
- Tecnologie Net Zero
- HR, Welfare e Talenti
- Utilities
- Conferenze, workshop, talk, incontri e sessioni formative
- Insight break
- Eventi di networking: speed date, B2B e R2B
- Hackathon e challenge
- Powered by
A voi sembra di stare in un sito italiano? Di avere a che fare con una realtà imprenditoriale italiana?
Ditemi di no.
I libri feel good o la leggenda del “cosiddetto”
«Il Libraio» ha di recente pubblicato l’articolo “Libri feel good: tra gatti, librerie e caffè, un viaggio nella narrativa ʻche fa stare beneʼ”.
Già, i cosiddetti libri feel good: ma detti così da chi? Dagli inglesi? Dagli americani?
In italiano il sito stesso rende il nome in italiano come “libri coccola”, che sinceramente mi pare ridicolo. “Stare bene” ha un significato, “coccola” un altro. Forse “libri del benessere” sembrava troppo nostrano.
Quella del “cosiddetto” è una leggenda: a ogni “cosiddetto” segue sempre una parola inglese. Quindi è una notizia falsa, perché in Italia non usiamo – non dovremmo usare – espressioni inglesi. Noi abbiamo un modo diverso di comunicare. Ma a chi lo dici?
Il vizietto di non tradurre i titoli dei libri e altre amenità
Ho fatto già presente questo problema, questa antipatica tendenza di lasciare il titolo inglese sulle copertine dei libri – specialmente sul fantastico e la fantascienza. In alcuni casi – forse per un risparmio economico – il titolo italiano appare in un carattere a corpo minore, così da utilizzare la stessa copertina dell’edizione originale.
La considero – questa tendenza – una mancanza di rispetto per la nostra lingua e ho deciso quindi di non acquistare quei titoli.
Da poco la casa editrice Adelphi ha pubblicato un’opera di Robert Louis Stevenson, che io da ragazzo ho letto con il titolo Il signore di Ballantrae. Poteva restare questo titolo italiano? Macché.
Adesso viene riproposto con il titolo Il Master di Ballantrae.

La risposta dell’Adelphi alla mia domanda non regge. Cercando master fra i vari significati troviamo “signorino”, ma anche “signore”.
E, comunque, cosa significa Il Master di Ballantrae? Leggendo quel titolo, cosa dovrei capire? Cosa è un master? Un corso di specializzazione?
Nella sezione Narrativa della Fanucci soltanto 11 romanzi su 80 hanno il titolo in italiano: il resto o è lasciato in inglese o con il doppio titolo (quello in italiano ovviamente a dimensioni inferiori).

Alcune case editrici non hanno più il direttore artistico, ma un più qualificato art director. Ma forse è un risparmio di lettere…
E che dire che della casa editrice Il Mulino che ha la pagina “Help”? Sono pochissime, rare anzi, le case editrici esenti da anglomania (segnalo Bollati Boringhieri, Diana edizioni, La nave di Teseo, Luni editrice e Alessandro Polidoro Editore). Le altre ne sono affette, chi più chi meno:
- AB editore, che vende le tote bag, ha la pagina Limited ed Esclusive
- Adelphi ha la pagina Whistleblowing
- Agenzia Alcatraz ha le collane Bizarre, Bizarre Off, Fair Play, Summoning, Solaris, Outsider
- Caravaggio Editore ha il Bookstore
- Carocci editore ha la sezione Legale e Compliance
- Castelvecchi Editore ha le collane Raid e Slash
- Codice edizioni ha le News e il Portfolio
- De Agostini ha l’iniziativa Booklover Approved
- Edizioni Ares ha la sezione About us
- Edizioni di Atlantide ha qualche titolo lasciato in inglese
- Edizioni Clichy ha le sezioni Press e Post-it. Le collane sono quasi tutte in francese, ma va bene, visto il nome della casa editrice
- Edizioni Hypnos ha le News e le collane Modern Weird e Strane Visioni Digital
- Einaudi ha la sezione Governance e la collana Graphic novel
- Il Mulino ha la già citata pagina Help e la pagina Credits
- Il Saggiatore ha lo shop
- Editori Laterza ha la pagina Whistleblowing
- L’ippocampo ha le collane Elementari – Fiction, Elementari – non fiction e Minalima Classics
- Marcos Y Marcos ha la sezione Academy
- Mondadori ha le collane Self help, Memoir, Graphic Novel e Lifestyle e le sezioni News e Editor’s pick – inoltre, se non è disponibile la copertina, scrive Cover to be revealed
- Neri Pozza Editore ha le collane Beat Bestseller, Beat Edizioni, Bloom, Neri Pozza Beat, Spleen e Super Beat e l’E-book Store
- Odoya ha le collane Guide orienteering, Horror e Sci-fi, Love, Sex & Psyche, Sex guides
- Sagoma editore ha le collane Sagoma Comics, Bookstage Pass e il Magazine
- Solferino ha le News e le collane Graphic Novel e Junior
- Utet ha la Governance
Tutte le case editrici nominate sono soltanto quelle che seguo, ovviamente.
Che dire dopo tutta questa pappardella?
Be’, c’è ben poco da dire.
Inglese, mon amour!
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Fabio Amadei
Ciao Daniele,
a volte, chi si ostina a usare inglesismi inciampa in risultati comici. Nel calcio, ad esempio, si abusa dell’espressione “clean sheet”, per indicare che una squadra non ha subito reti. Se pronunciato male, e noi italiani non brilliamo per la pronuncia delle vocali inglesi, la parola “sheet” si trasforma facilmente in “shit” che ha tutto un altro significato, e che di “clean” non ha proprio nulla.
Insomma, basterebbe un italianissimo e chiarissimo “porta inviolata” per evitare di fare una figura di m.
Daniele Imperi
Ciao Fabio,
l’espressione “clean sheet” mi mancava… e sulla pronuncia hai ragione! Non si capisce perché “porta inviolata” non vada bene.
Barbara Businaro
Uhm. Sono d’accordo con metà delle tue riflessioni, ma alcune sono anacronistiche rispetto ai tempi odierni.
Effettivamente nella pubblicità si sta esagerando, si usa l’inglese anche quando il prodotto e lo spot sono stati preparati per il mercato italiano. Bene, allora dillo in Italiano! Confermo che certi usano a casaccio l’inglese giusto per darsi un tono, per dimostrarsi avvezzi a certa nomenclatura internazionale, ma ci sono luoghi dove l’inglese ostentato fa solo sorridere di tristezza.
Linkedin invece lo escluderei: è nato per i contatti e la ricerca di lavoro in un ambito effettivamente internazionale, all’inizio poi specifico di alcuni settori (compreso il mio, informatico, dove se non sai l’inglese, non riesci proprio a lavorare). Poi purtroppo è stato aperto a tutti, con l’idea di diventare un social – che non è – e da qui nasce la confusione. Infatti adesso è diventato inutilizzabile e inutile.
Per libri “feel good” si intendono romanzi di narrativa che hanno comunque un finale positivo, che lasciano il lettore contento e felice (quindi sono esclusi i grandi drammi, le morti e le devastazioni, le grandi sofferenze). Si possono tradurre in “libri del benessere”? Beh, no, perché sotto quella categoria ci hanno infilato la saggistica sul benessere della persona, benessere fisico e mentale.
Nel caso di Adelphi, mi spiace dirti che hanno ragione loro: Il Master di Ballantrae è una traduzione più corretta e sensata de Il signore di Ballantrae, perché il “Master” è un titolo nobiliare scozzese, titolo legale e riconosciuto dal Lord Lyon King of Arms, l’autorità araldica scozzese. Non è traducibile col nostro “signore” e nemmeno “signorino”, sarebbe come sminuirlo e toglierlo fuori dal contesto storico-geografico. Non è un maestro, non è un padrone e nemmeno un corso di specializzazione. Semplicemente alcune parole non sono traducibili tra una lingua e l’altra perché riflettono la cultura propria del suo paese. In questo caso, era sbagliata la prima traduzione (e quando eravami ragazzi, tanti titoli di libri sono stati tradotti male perché anche il livello culturale italiano era più basso di oggi – gli editori erano costretti ad adeguarsi).
Per quanto riguarda Fanucci, hai ragione tu, troppo inglese. Certo si rivolgono ai giovani, ma a maggior ragione dovrebbero difendere la nostra lingua.
Sui siti delle case editrici, devo solo farti notare che l’uso di Whistleblowing è assolutamente legale: è un istituto giuridico regolato dall’Unione Europea e disciplinato poi da un decreto legislativo. Prima di allora, non avevamo nulla nel nostro paese e abbiamo “ereditato” quel nome, che non è traducibile (ci hanno provato, ma non avevamo una parola unica per quel concetto complesso) ed è presente anche nel sito dell’ANAC, Autorità Nazionale Anticorruzione. Perciò mi spiace, ma le case editrici hanno semplicemente applicato quanto previsto da legge.
Se ti può consolare, sono in aumento anche le infiltrazioni italiane nella lingua inglese, partendo proprio dalle ricette.
Daniele Imperi
Sul benessere sono d’accordo, ma comunque da noi quell’espressione inglese non si usa, perché non trovare una traduzione che vada bene? Libri con finale positivo è troppo lungo? Il fatto è che stiamo importando modi di esprimersi che non sono nostri.
Whistleblowing è impronunciabile e incomprensibile, prima di tutto, e poi se non abbiamo una parola unica, ne usiamo di più. Segnalazione illeciti non va bene? Nessuno lo capirebbe?
Antonio Zoppetti
Quando un libro che una volta si sarebbe detto leggero (quindi di evasione, distrazione o consolatorio, come si potrebbe rendere in italiano) è detto in inglese, significa che siamo all’interno di una cultura “coloniale”, come l’ho definita. Il problema non riguarda mai un singolo termine (poco male se ci fosse solo qualche parola in inglese), il problema è che questa è diventata una strategia che riguarda non solo tutto ciò che è nuovo, ma anche l’anglicizzazione di ciò che nuovo non è, e che si ridefinisce con concetti inglesi.
La retorica dell’uso invocata da tanti sedicenti esperti di linguistica è fuffa. La vera domanda è: l’uso di chi? (come giustamente sottolinei), e nel caso degli anglicismi la risposta è: l’uso degli angloamericani e di un piccolo numero di addetti ai lavori colonizzati nella mente, che ripetono l’inglese perché lo vogliono imporre alle masse come tecnicismo. Ma non certo l’uso degli italiani, che sono in larga parte esclusi dalla comprensione di simili scelte terminolgiche anglomani (non dimentichiamo che mentre ci vendono l’inglese come “lingua franca” questa lingua è conosciuta da una minoranza delll’umanità, degli europei e degli italiani, basta leggere le statistiche). Con la scusa di un imprecisato e indefinito Uso — che è un uso di una minoranza — si giustifica qualunque fesseria (dimostrate il presunto uso, invece di presupporlo senza dati).
Il quadro che riassumi con tanti esempi illustra la realtà in modo cento volte più efficace di tanti articoli di linguistica, compresi quelli della Crusca. L’uso che le classi sociali alte — dunque i centri di irradiazione della lingua — stanno imponendo a tutti in ogni settore si basa sull’abbandono dell’italiano in favore dell’inglese e dello pseudoinglese. E tutto ciò avviene con uno stillicidio quotidiano che riguarda ogni settore e che sta uccidendo l’italiano e crea barriere sociali e generazionali. La presunta “intraducibilità” di certe parole è sempre fuffa: quando una parola non c’è non c’è nessun motivo per ripeterla in inglese, questa fesseria non è sostenibile né da un punto di vista logico né da uno storico: le parole nuove, nelle lingue sane, si traducono, oppure si coniano neolgismi, oppure si adattano, o si risemantizzano (si allarga il significato di una parola vecchia). Dimenticre le altre vie per sostenere che l’unica opzione è di ripetere l’inglese è la strategia dei suprematisti dell’inglese e i risultati si vedono…
Daniele Imperi
Hai ragione, ormai l’anglicizzazione sta colpendo anche tutto ciò che prima si esprimeva in italiano (come ho evidenziato per quel saggio sulla Grande guerra).
Ovviamente non tutte le parole sono traducibili, ma questo non giustifica il totale menefreghismo nel non trovare alternative in italiano.
Cristina
Bellissimo pezzo, ma anche i commenti meriterebbero una nota a piè di pagina tutta loro. O forse un clean sheet – porta inviolata, per chi come me non brilla nella pronuncia. 😄
Scherzi a parte, la cosa che ammiro di più è la SEO naturale: un articolo ottimizzato senza mai dare l’impressione di esserlo.
Davvero notevole
Daniele Imperi
Grazie. Alla SEO non penso più da anni, ma non mi pare così ottimizzato l’articolo.
Cristina
Probabilmente è proprio questo il punto. 😊 Quando la SEO smette di essere un obiettivo e diventa una conseguenza della qualità della scrittura, quasi non si nota più.
Io l’ho percepita così: un articolo che intercetta naturalmente termini e argomenti, senza mai dare l’impressione di essere stato costruito per i motori di ricerca.
Ed è una cosa che apprezzo molto. (E, lo ammetto, ti invidio anche un po’. 😄)
Carlo Amatetti
Carissimo, qui in casa editrice noi sagomine siamo amanti del mondo anglosassone e di qui le nostre perversioni. Ciò detto, cos’ha di anglofono “Sagomine”?
Daniele Imperi
Salve Carlo e benvenuto nel blog. Ho interpretato male “Sagomine”… non come diminutivo di sagome
Ho eliminato la parola dall’elenco.
Daniel
Secondo lei l’anglicismo “tunnel” andrebbe bandito dall’italiano, poiché da sempre si dice “galleria”, “traforo” e “cunicolo”? Persino nella segnaletica stradale svizzera in lingua italiana si dice solo “galleria”, come ad esempio quando si parla della famosa galleria autostradale del San Gottardo, in Svizzera. Ora anch’io di recente mi sto abituando a dire solo “galleria” quando parlo e scrivo in italiano con tutti, dato che “tunnel” è un inglesismo superfluo. Grazie!
Daniele Imperi
In effetti “tunnel” significa proprio “galleria”, dunque perché usare quell’anglicismo? In Italia la segnaletica stradale parla di accendere i fari in galleria, non nel tunnel.
Daniel
Ho trovato questo vecchio video del 2014 su YouTube (link: https://www.youtube.com/watch?v=N65EXDCE_8A) in cui un giocatore di poker svizzero di nome Jahany Khabat parlava solo in inglese quando le ragazze del casinò di Campione d’Italia lo avevo intervistato per la sua vittoria al torneo di poker del 2013. Questa cosa mi ha fatto un po’ arrabbiare per il motivo che non parlava neanche una parola d’italiano, di tedesco o di francese. Ma si può? Inoltre, Jahany Khabat conosce l’italiano? Grazie!
Daniele Imperi
Non ne ho idea, non avendo mai sentito nominare quel tipo. Come svizzero dovrebbe comunque parlare una delle 3 lingue, italiano, tedesco o francese.
Luciano Cupioli
E allora vogliamo parlare degli acronimi di terminologie inglesi? Quelli che nessuno sa bene cosa significhino o da dove derivino, ma tu devi utilizzare altrimenti sei un ” boomer”?
LOL: Laughing Out Loud (ridere a crepapelle)
CEO: Chief Executive Officer (Amministratore Delegato / Direttore Generale)
HR: Human Resources (Risorse Umane)
FAQ: Frequently Asked Questions (domande frequenti)
ETA: Estimated Time of Arrival (orario previsto di arrivo)
VIP: Very Important Person (persona molto importante)
PIN: Personal Identification Number (numero di identificazione personale).
Non aggiungo altro; concludo son SOS.
Daniele Imperi
Gli acronimi inglesi sono perfino peggio dei semplici anglicismi.
Davide
92 minuti di applausi!
Come sempre, molto esaustivo Daniele.
A proposito dell’inglesizzazione dell’editoria, accanto al “master” del Ballantrae MI vengono in mente altri esempi di storici libri che all’inizio avevano il titolo tradotto in italiano ma che adesso nelle ristampe vengono ora inspiegabilmente presentati con titolo in inglese :
– “Buona apocalisse a tutti!” di Terry Pratchett, ora presentato col titolo originale inglese “Good Omens” ;
– “Animali dopo l’uomo” di Dougal Dixon, che nella recente ristampa viene ora presentato come “After man” ;
– “Fanteria dello spazio” di Robert A. Heinlein, che ora viene ristampato come “Starship Troopers”.
Una simile triste tendenza l’ho notato persino nei fumetti : cito per esempio il manga “La saga delle sirene” di Rumiko Takahashi (famosa per Lamú, Ranma 1/2 e Inuyasha), che nelle recenti ristampe viene ora presentato con titolo inglese “Mermaid Saga” (sig).
Tornando invece ai titoli inglesi per i libri “moderni”, oltre al fantastico e alla fantascienza questa tendenza colpisce persino i libri adolescenziali (tanto per non dire “young adult”) e i romanzi rosa (quest’ultimi chiamati sempre più insistentemente “romance”).
I quanto alle case editrici, se non mi sbaglio anche in quelle medio-piccole non un certo abuso di inglese, persino nei motti (cito per esempio Echos Edizioni, il cui motto recita “the power of the imagination” ; dirlo in italiano non suonava bene??).
E poi mi vengono a dire “tu sei contro l’inglese ; se non ti piace l’inglese allora non usarlo” e blabla…
Daniele Imperi
Grazie, Davide. Quelle nuove edizioni con i titoli in inglese sono veramente vergognose, specialmente “Fanteria dello spazio” di Heinlein, titolo ben famoso. Ormai non c’è più rispetto per la nostra lingua.
Il genere – che poi genere non è – “young adult” ha soppiantato i libri per ragazzi, come il romance per il rosa. Ma anche il “crime” per il poliziesco.
Daniel
Buongiorno! Ma l’anglicismo “passport control” è di uso comune anche nella nostra lingua o non si usa mai? Grazie!
Daniele Imperi
Per fortuna non l’ho mai incontrato.