Quei fastidiosi errori grammaticali

Quei fastidiosi errori grammaticali

Quasi 7 italiani su 10 (68%) “litigano” con la grammatica e commettono errori anche gravi nello scritto, oltre che nel parlato.

Ecco i principali errori grammaticali che si commettono in Italia…”, Redazione Il Libraio, 30 novembre 2025

Avevo in programma di scrivere questo articolo dall’aprile scorso, ma ho approfittato a prepararlo dopo averne letto uno simile sul sito «Il Libraio».

Perché pubblicare un ennesimo articolo sugli errori grammaticali?

Perché continuo a trovarli: sui messaggi di posta elettronica e WhatsApp, su X e Instagram, anche sui libri che leggo; perché li sento in televisione, perfino dai giornalisti, proprio quelli che invece non dovrebbero commetterli.

Alcuni giornalisti televisivi italiani, per esempio, ignorano l’esistenza delle virgole quando danno le notizie e sbagliano gli accenti delle parole.

La percentuale mostrata dal «Libraio» non mi meraviglia affatto: la massa non sa scrivere, ha gravi carenze sulla grammatica, come se avesse dimenticato quanto appreso a scuola (ammesso che abbia appreso qualcosa nelle aule scolastiche). Quasi tutti quelli che commettono errori di grammatica sono come minimo diplomati, il che è grave.

Perché si continuano a commettere gli stessi errori grammaticali?

Non credo esista una risposta unica, che va ricercata nelle cause di queste carenze, che non dipendono dalle nuove tecnologie: queste hanno soltanto evidenziato il problema e indicato al pubblico nomi, soprannomi e cognomi di chi scrive male.

La scusa della scrittura sul cellulare

È una scusa frequente: scrivere su una minuscola tastiera comporta un’alta percentuale di errori di battitura. Ma un errore di battitura è un conto, un errore grammaticale è un altro.

Ho provato a scrivere “un pò” sulla tastiera del cellulare e ho dovuto scegliere io di mettere l’accento al posto dell’apostrofo. La scusa del cellulare non regge.

Se scrivi che ti piace leggere gialli piuttosto che fantascienza piuttosto che romanzi storici, sei tu che commetti quell’errore, se intendi che ti piace leggere tutti quei generi letterari. La scusa del cellulare non regge.

Se scrivi male sul cellulare, scrivi male anche su un foglio di carta.

Apostrofo o accento: quale scegliere?

Quasi sempre è la scelta sbagliata a prevalere.

Ecco che un po’ diventa “un pò”. Ecco che si scrive “qual’è”. Ecco che leggiamo “ventitre” e non “ventitré”. C’è una casa editrice che nelle sue regole editoriali impone l’assenza dell’accento su aggettivi numerali di questo tipo, ma è un errore che ho visto commettere anche ad altre case editrici.

E poi c’è quel bistrattato verbo dire, la cui forma imperativa della seconda persona singolare viene quasi sempre scritta in modo errato.

Qual è la seconda persona singolare del modo imperativo del verbo dire?

Di’ => di’ di sì, di’ di no. Vale a dire: dici di sì o dici di no. C’è stato un troncamento e dunque va l’apostrofo. , invece, significa giorno.

Ma, come vedete, anche ben conosciuti quotidiani commettono quell’errore:

Errore grammaticale

La disciplina che manca.

La punteggiatura è una questione personale

Quante volte avete visto, specialmente sulle piattaforme sociali, i tre puntini di sospensione – che, ricordo, non sono una sequenza di 3 punti, ma un simbolo – diventare due, quattro, cinque o anche più?

Troppe, almeno io.

Oppure il punto esclamativo diventare interrogativo e viceversa. O, peggio, trovare entrambi, per esprimere sorpresa, sbigottimento, allarme, ecc.

Dovrei andarci io?!

Volete arrestarmi!?

Ma che fai?!?

Quando vedo queste patetiche soluzioni, a me viene l’orticaria, mi ribolle il sangue, mi mordo le mani.

In narrativa possiamo esprimere sorpresa, sbigottimento, allarme in altro modo nei dialoghi:

«Dovrei andarci io?» chiese la donna, spalancando gli occhi.

«Volete arrestarmi?». La voce gli uscì strozzata, le labbra tremanti come a un inatteso gelo.

«Ma che fai?» gli urlò quando lo vide camminare sul davanzale della finestra, il vuoto di quattordici piani a un soffio di distanza.

I consigli degli esperti su come evitare errori grammaticali

Nell’articolo del «Libraio» ci sono alcuni consigli su come evitare i vari errori della lingua italiana mentre scriviamo. Secondo me ne è valido soltanto uno:

  • Leggere regolarmente: questo è l’unico consiglio valido. Leggere libri tutti i giorni, nessuno escluso.
  • Scrivere a mano: sono un difensore della scrittura a mano, ma non ti evita gli errori. La penna e il foglio di carta, come la tastiera del computer o del cellulare, sono soltanto strumenti. Gli errori dipendono dalla mente, dal livello di conoscenza della propria lingua.
  • Evitare l’intelligenza artificiale: sono un fortissimo critico dei programmi generativi di testo che vanno tanto di moda oggi, come sapete, ma sono costretto a spezzare una piccola lancia a favore della cosiddetta intelligenza artificiale: non le ho visto commettere errori grammaticali, finora.
  • Giocare con la lingua italiana: ci sono dei test (sul sito «Il Libraio» ne trovate molti) e anche libri-gioco per scoprire le proprie lacune sull’italiano.

Sul perché si commettono quei fastidiosi errori grammaticali magari tornerò con un altro articolo.

4 Commenti

  1. Corrado S. Magro
    giovedì, 4 Dicembre 2025 alle 9:13 Rispondi

    Non sono perfetto ma in qualche modo con la grammatica e la sintassi riesco a cavarmela. Confrontato con errori banalissimi di seconda, terza elementare ormai faccio finta di nulla. Dovrei polemizzare a trecentosessanta gradi e non ne ho voglia. Mi permetto di evidenziare un caso fjuori tema: Le norme delle case editrici su punteggiatura/segni ortografici (caporali, lineette, virgolette eccetera). Hanno quasi tutte esigenze diverse e non ammettono deroghe. Un contributo alla confusione in assenza di un “sergente” per metterle in riga!

    • Daniele Imperi
      giovedì, 4 Dicembre 2025 alle 14:27 Rispondi

      Nessuno è perfetto. E qualche dubbio a me viene, ogni tanto. Sulle regole delle case editrici hai ragione: diciamo che posso accettare la questione delle caporali, lineette, virgolette per i dialoghi, ma se lo scordano che in un mio testo pretendano, per esempio, ventitre senza accento.

  2. Antonio Zoppetti
    venerdì, 5 Dicembre 2025 alle 10:20 Rispondi

    Sul perché della diffusione degli errori (e del pressapochismo) dilaganti sul piano grammaticale, a mio avviso, la triste risposta è che stiamo vivendo un cambio di paradigma sociale e dunque linguistico che mi pare irreversibile.
    Fino all’Ottocento eravamo sostanzialmente dialettofoni (fuori dalle aree centrali del Paese dove la lingua naturale era sostanzialmente affine alla lingua ufficiale), dunque l’italiano normato si doveva studiare. Era una lingua un po’ artificiale che si impiegava nella scrittura con sforzi e ponderazione, perché non corrispondeva alla lingua naturale di tutti i giorni.
    Nel Novecento l’italiano è diventato patrimonio di tutti, dunque è diventato una lingua spontanea e istintiva che si apprende e si usa sin dall’infanzia, mediamente. Ma essere madrelingua e possedere un italiano spontaneo e istintivo porta a delle conseguenze: perché studiare una lingua naturale che già si sa?
    Se nel secolo scorso alle elementari e alle medie si apprendeva una lingua che era centrale nella scuola, e le sue regole si assimilavano già dalle elementari con successo, oggi l’italiano ha perso questa centralità (pare sia più importante conoscere l’inglese). E così persino chi frequenta l’università non sa districarsi tra accenti e apostrofi e tra registri formali e colloquiali che si confondono.
    Aggiungo la tendenza di grammatici e linguistici a essere descrittivi, invece che normativi, visto che partono dall’assunto (di Ascoli) per cui è la selezione naturale a regolare l’evoluzione linguistica. Ma il risultato di una lingua che, invece di seguire la norma (che spesso si ignora bellamente) è spontanea, porta poi a una “lingua selvaggia” come la chiamano gli stessi linguisti che invece di stupirsene dovrebbero prendere atto del fatto che è il risultato anche del loro atteggiamento. E così, in questo anarchismo metodologico, l’italiano è mal praticato anche dai ceti colti e dai giornalisti che non a caso preferiscono usare gli anglicismi invece dell’italiano.
    Le lingue cambiano e si evolvono insieme alla storia, niente di nuovo sotto il sole, ma se analizziamo come l’italiano si sta evolvendo dobbiamo constatare che più che evolversi si sta sfaldando e regredendo: se a partire dal Cinquecento è stato normato, nel momento in cui è diventato patrimonio di tutti sta tornando a essere una lingua spontanea e istintiva dove la norma si ignora e si perde (dico così perché si dice così non perché ci sono delle regole), tanto tutto va bene e l’importante è capirsi.

    • Daniele Imperi
      venerdì, 5 Dicembre 2025 alle 10:33 Rispondi

      Sarei sicuro di sapere come si studia l’Italiano alle elementari e alle medie. A me sembra davvero strano che si commettano certi errori, perché io non li ho mai commessi (e a scuola non andavo affatto bene, i miei temi – per i contenuti non per la forma – erano pessimi, da 4 o al massimo 5).
      Sono d’accordo che questa spontaneità – da parte poi di ignoranti, cioè di chi ignora certe regole – stia portando a creare una lingua selvaggia: ecco che si diffondono brutture come il classico “piuttosto che” a sostituire “oppure”.
      C’è anche un impoverimento lessicale, secondo me, dovuto alla preferenza o anche all’assiduità della lettura di testi su Facebook, X, Instagram e compagnia, dove il linguaggio è povero e ultrasemplificato.

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