Riconoscere i tic linguistici (per evitarli)

Riconoscere i tic linguistici (per evitarli)

Sappiamo tutti cos’è un tic: un movimento involontario di un muscolo. Ma cosa c’entrano i tic nervosi con la lingua e la scrittura?

C’entrano eccome, perché anche nella lingua parlata, e purtroppo perfino nella scrittura, esistono… parole involontarie che entrano nel discorso.

Che cosa sono i tic linguistici?

Li ho incontrati spesso, forse più nella lingua parlata che in quella scritta, ma non avevo mai dato loro un nome. Ho scoperto quel nome a un corso sulla correzione di bozze.

Ricordo, però, che in quarta elementare la maestra, una suora anziana e antipatica, rimproverò una compagna di classe perché usava un tic linguistico, anche se non diede un nome a quel “fenomeno”: lei, come molti altri, usava spesso dire “insomma” alle interrogazioni.

In quel caso “insomma” era una sorta di scorciatoia per ritrovare il filo del discorso o per uscire da un’impasse emotiva.

Al liceo, invece, un mio compagno di classe iniziava le sue interrogazioni dicendo “Niente” e io mi chiedevo ogni volta perché la professoressa non gli mettesse direttamente un bel due.

Quel “niente” aveva la funzione di uscire dal “blocco dell’interrogato” – una sorta di scolastico blocco dello scrittore.

“Insomma” e “niente” erano – sono! – tic linguistici. Parole, espressioni o frasi che non significano nulla e nulla aggiungono al discorso.

Differenza fra tic linguistici e intercalari

C’è chi usa le parolacce come intercalari: chi non sa parlare senza dirne una, quasi sempre la solita (che non ripeto per ovvi motivi, ma che di sicuro avete individuato). C’è un termine scientifico per questa abitudine: coprolalia.

Un intercalare è un riempitivo. Ha una funzione ancora più inutile del tic linguistico, anche se entrambi non servono a nulla.

Diciamo, per cui, cioè, tipo, mah, beh, appunto, o anche alcuni avverbi: ho letto un saggio in cui l’autore ripeteva spesso segnatamente, anche due volte nella stessa pagina.

A differenza degli intercalari, i tic linguistici hanno una loro funzione semantica, come “insomma”. Il valore semantico di “niente” è invece nullo.

Provate a immaginare un docente che dica spesso “ehm” quando insegna: dà l’impressione di non ricordare o perfino di non sapere cosa dire. È in imbarazzo di fronte alla platea. Ricordo che a scuola in molti dicevamo spesso “ehm” alle interrogazioni, ma eravamo giustificati in quanto studenti (che non studiavano).

Anni fa lessi il brano di un romanzo, non ricordo di chi, in cui i personaggi sembravano belare nei dialoghi: ognuno iniziava a parlare con un “beh”. Facciamo un esempio per vedere l’effetto:

«Quando pensi di partire?».

«Be’, forse domani».

«Be’, penso sia una buona idea».

«Be’, sì, prima parto e prima ritorno».

«Be’, hai ragione».

Bello, vero? Sembra di stare in un ovile.

I tic linguistici nei romanzi

Ne ho incontrato uno, correggendo le bozze di un romanzo per un cliente. Un tic linguistico proprio dell’autore e non del personaggio – anche perché erano vari personaggi ad averlo.

Possiamo creare un tic linguistico, o anche un intercalare, per caratterizzare un personaggio quando parla, senza esagerare. Ma quando ad avere lo stesso tic linguistico sono più personaggi, allora quel tic è dell’autore.

Nel caso di quel romanzo, il tic linguistico era “per intenderci”: lo usava l’io narrante, lo usavano altri uomini e donne, lo usava perfino un’intelligenza artificiale aliena.

Come riconoscere i tic linguistici?

Non è affatto difficile: un tic linguistico è una parola o frase o espressione che si ripete nel testo. Soprattutto, se tolta non altera il testo, anzi lo migliora.

Rileggere ad alta voce ciò che scriviamo aiuta molto. Ancor di più della correzione di bozze, aiuta la revisione, che interviene sul contenuto.

Adesso ditemi quali tic linguistici avete scoperto di usare.

16 Commenti

  1. Franco Battaglia
    giovedì, 17 Aprile 2025 alle 7:02 Rispondi

    Ne uso tanti oralmente, di intercalari, ho dedicato anche un post al fenomeno, ma scrivendo quasi impossibile, può capitare di ripetere qualcosa,a rileggendo salta all’occhio, oppure affibbiare ad un personaggio una caratteristica simile ma in quel caso ci sta la ripetizione..da un po’ captano sempre più spesso tic linguistici e intercalari sempre più lunghi; va di moda il “posso farti una domanda?” Quasi ad ogni frase su due..meglio “cioè”, il mio inizio frase inconsapevole..
    https://francobattaglia.blogspot.com/2014/04/a-dirti-la-verita.html?m=1

    • Daniele Imperi
      giovedì, 17 Aprile 2025 alle 13:15 Rispondi

      Nella lingua parlata intercalari e tic linguistici sono normali, non se devi parlare in televisione o fare interventi a trasmissioni o su eventi professionali.
      Il “posso farti una domanda?” è frequente, specie nei film, anzi a me capita di sentirlo solo nei film. E potrebbero evitarlo, perché ormai è un cliché.

  2. carlo calati (massimolegnani)
    giovedì, 17 Aprile 2025 alle 9:48 Rispondi

    “forse” e “quasi” li uso a proposito e a sproposito e non riesco a farne a meno. L’intenzione è quello di non dare certezze su quanto racconto, tenere aperte possibilità, insinuare dubbi nel lettore, ma forse esagero :)
    massimolegnani

    • Daniele Imperi
      giovedì, 17 Aprile 2025 alle 13:16 Rispondi

      Nel tuo caso esageri senz’altro :D

  3. Corrado S. Magro
    giovedì, 17 Aprile 2025 alle 10:34 Rispondi

    Appena letto mi sono precipitato sulle pagine preparate per un prossimo evento culturale. Ho cercato e non ho incontrato alcun “tic”. Non mi dichiaro immune ma credo di prestare la giusta attenzione all’argomento e che ogni tanto si faccia vivo il tic su una delle palpebre, non lo posso negare o evitare.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 17 Aprile 2025 alle 13:17 Rispondi

      Quando scrivo non mi capitano. Un paio di volte ne ho trovati in un dialogo scritto, ma me ne sono accorto subito.

  4. Guglielmo Semprini
    giovedì, 17 Aprile 2025 alle 10:35 Rispondi

    Ottima riflessione. Evitando ogni forma di arroganza, ritengo sia un problema più insidioso per uno scrittore alle prime armi, altresì la immagino “trappola” consueta per chi scriva articoli per giornali o piattaforme, generata dalla “velocità” con cui si scrivono i pezzi. Rimangono per ultimi gli scrittori poco avvezzi alle revisioni, ma non saprei indicare chi. Per chi scrive come me per passione e passatempo è un problema risolvibile nelle decine di revisioni a cui sono soggetti gli elaborati. Ti ringrazio, infine, perché pernsavo fosse un problema solo mio. Mal comune non è mezzo gaudio ma almeno spunto per migliorarsi.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 17 Aprile 2025 alle 13:20 Rispondi

      Salve Guglielmo, benvenuto nel blog. Penso anche io che sia più frequente per chi scrive da poco o per chi non usa revisionare i propri scritti.
      Anche io rileggo di continuo, così che ciò scrivo finisce per avere decine di revisioni.

  5. Fabio Amadei
    giovedì, 17 Aprile 2025 alle 10:44 Rispondi

    La nostra guida turistica per descrivere le bellezze di Pesaro e Urbino abusava della parola appunto. Ho provato a contarne il numero ma poi mi sono arreso e ho perso il conteggio.
    Una mia cliente ripeteva allora non so quante volte. Lo metteva all’inizio della frase, a metà e alla fine. Durante la giornata me lo sentivo risuonare nella testa come il suono delle campane.
    Il mio ispettore alle vendite invece amava dire mediamente.
    Negli anni ‘70 era in voga cioè o in effetti, forse un modo per schiarirsi le idee visto l’uso e abuso di spinelli, funghi allucinogeni e acidi lisergici.
    Per quanto mi riguarda mi scappa un praticamente di troppo.
    Nei testi i tic o gli intercalari cerco di evitarli a meno che non caratterizzino qualche personaggio del racconto ma sto attento a non eccedere. Non fanno altro che appesantire la scrittura rendendola noiosa e fastidiosa, come il gesso che graffia la lavagna.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 17 Aprile 2025 alle 13:23 Rispondi

      “Appunto” la usava il mio professore del primo liceo: sempre!
      “Allora” è molto frequente.
      Sugli anni ’70 mi sa che hai ragione :D
      Per caratterizzare un personaggio vanno bene, ma ti do ragione che non bisogna esagerare.

  6. Luciano Cupioli
    giovedì, 17 Aprile 2025 alle 12:07 Rispondi

    Scrivere tanto è il migliore esercizio per migliorarsi ed evitare tutti i problemi narrativi che possono capitare, tra cui anche i cosiddetti “tic”. Le riletture e le revisioni consentono di intervenire e correggerli, ma solo se si scrive di getto senza commetterne possiamo dire di esserne immuni, o quasi. La stessa cosa vale nel parlare: farlo in pubblico, davanti a una platea, è diverso che tra amici o in famiglia, dove non si tiene la stessa attenzione. Nel tempo ho imparato a ripulire quello che scrivo e quello che dico, evitando possibili “tic”, anche se con tutta onestà non mi pare di averne mai avuti di particolari.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 17 Aprile 2025 alle 13:25 Rispondi

      Penso di non averne avuti nello scrivere, nel parlato sì, anche se non me ne viene in mente nessuno.

  7. Orsa
    venerdì, 18 Aprile 2025 alle 16:25 Rispondi

    Anch’io una volta ero vittima del “praticamente”, ma ormai credo di aver risolto. Invece sono ancora ostaggio del “vabbuò” come intercalare.
    Vabbuò dai, buone festività pasquali a te e a tutti i tuoi lettori :)

    • Daniele Imperi
      venerdì, 18 Aprile 2025 alle 16:58 Rispondi

      L’intercalare “praticamente” si sente spesso. Basta che non abusi nella scrittura :D
      Vabbuò dalle tue parti ci sta, nel parlato, come da noi “aho”.
      Buona Pasqua!

  8. Nicola Schiavulli
    sabato, 19 Aprile 2025 alle 11:47 Rispondi

    Caro Daniele, grazie al tuo scritto, sono riuscito ad individuare il mio tic linguistico: “Diciamo…”. Lo uso solo nel parlato, però. Non pensavo che quella parolina, che tendo a ripetere nella interlocuzione, potesse avere una “rilevanza scientifica”. Ma così è! A ben pensarci, nel mio caso, rappresenta una sorta di pausa riflessiva nel discorrere, o un momento di minima sospensione dialogica per poter “agguantare” il termine più consono al discorso in essere in un dato momento. Il fatto positivo è che, quando uso il “diciamo”, mi rendo conto che è superfluo; però mi scappa ugualmente, quasi rappresenti uno schermirsi di fronte al possibile giudizio altrui (ci sto riflettendo proprio ora).
    Un caro saluto.

    • Daniele Imperi
      sabato, 19 Aprile 2025 alle 11:54 Rispondi

      Ciao Nicola, benvenuto nel blog. Ho conosciuto persone che nel parlato dicevano “Diciamo…”. Non ne faccio un problema, perché il linguaggio colloquiale è spontaneo e pieno di errori e licenze. Lo diventa però nello scritto e in interventi professionali.

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