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Quando qualcuno contesta l’ennesimo anglicismo introdotto nella nostra lingua, scatta subito la frase “Adesso si dice così”. È l’evoluzione della lingua, dicono. Le lingue si evolvono (dal basso), le lingue sono modificate dai parlanti.
Su queste ultime affermazioni ho serissimi dubbi.
Se un abitante di un paesino sperduto delle campagne laziali o delle montagne piemontesi o delle colline calabresi iniziasse a usare, per esempio, sold out nella sua parlata, perché magari ha visto quell’espressione in un sito estero, davvero pensate che sold out possa iniziare a circolare per tutta la nostra penisola?
Se, invece, un giornalista televisivo o il conducente di uno spettacolo televisivo iniziasse a usare quel sold out, ecco che si assisterebbe a una situazione ben diversa: sold out inizierebbe a circolare per tutta la nostra penisola. Cosa effettivamente avvenuta.
Questo per dire che la lingua non è modificata dal basso quando di continuo vengono introdotti anglicismi.
Soprattutto, la sostituzione di parole italiane con altrettante inglesi non costituisce un’evoluzione della lingua. Né, tanto meno, l’uso degli asterischi o di caratteri estranei al nostro alfabeto in sostituzione delle vocali finali di alcune parole.
L’evoluzione della lingua è qualcosa di completamente differente.
Univerbazione
Etimologicamente significa parola unica, linguisticamente è un sintagma che diviene un unico elemento lessicale. Parole autonome che si uniscono, si fondono in una. Gli esempi di seguito chiariscono meglio:
- a canto → accanto
- a dietro → addietro
- a pena → appena
- a torno → attorno
- a traverso → attraverso
- da prima → dapprima
- da vero → davvero
- fin che → finché
- in dietro → indietro
- in fatti → infatti
- in torno → intorno
- in vano → invano
- palco scenico → palcoscenico
- più tosto → piuttosto
- sopra tutto → soprattutto
- su ’l (su il), su lo, su la, su i, su gli, su le → sul, sullo, sulla, sui, sugli, sulle
Queste forme si ritrovano nelle opere ottocentesche di d’Annunzio, per esempio, e anche in traduzioni di quel periodo. All’epoca si scriveva così – e in questo caso è lecito affermarlo.
L’univerbazione è un’evoluzione della lingua italiana. Viene spontaneo pronunciare “accanto” e “attorno” per “a canto” e “a torno”, quindi con un raddoppiamento. Stesso discorso per “sulla” da “su la”, ecc.
Modernizzazione della grafia
Vi sarà capitato, leggendo alcuni classici italiani dell’Ottocento o traduzioni ottocentesche di classici stranieri, di trovare grafie inusuali, insolite di alcune parole. All’epoca si diceva e si scriveva così. Ecco alcuni esempi:
- avoltoi → avvoltoi
- belli occhi → begli occhi
- bizzaria → bizzarria
- camelo → cammello
- carnovale → carnevale
- debile → debole (cfr. debilitato)
- laberinto → labirinto
- lampadaro → lampadario
- precipipio → precipizio
- pudolinga → puddinga
- scoppj → scoppi
- sonare → suonare
- susurro → sussurro
Le grafie moderne di alcune parole sono un’evoluzione della lingua italiana. La parola è la stessa, ma ha subito un cambiamento. Non è stata sostituita.
Usare contest invece di concorso non rappresenta un’evoluzione, ma una degenerazione. Contest non è un prestito linguistico, perché a noi non serve quella parola, dal momento che ne abbiamo una per esprimerne il significato: concorso.
Influssi dall’estero (gli adattamenti)
Sono moltissime le parole italiane adattate da parole straniere. È normale che una qualsiasi lingua subisca l’influsso di un’altra.
- Almanacco è un adattamento dall’arabo al-manākh
- Azzurro è un adattamento dall’arabo lāzuward
- Bistecca è un adattamento dall’inglese beefsteak
- Dogana è un adattamento dall’arabo dīwān
- Equipaggio è un adattamento dal francese équipage
- Marciapiede è un adattamento dal francese marchepied
- Marionetta è un adattamento dal francese marionnétte
- Quintale è un adattamento dall’arabo qinṭār
- Sabotaggio è un adattamento dal francese sabotage
- Sciroppo è un adattamento dall’arabo sharāb
- Taccuino è un adattamento dall’arabo taquīm
- Zero è un adattamento dall’arabo ṣifr
Sono pochi esempi, ma secondo me sufficienti per capire che gli adattamenti provengono per la maggior parte dal francese e dall’arabo, non dall’inglese.
A questo proposito ho trovato un curioso esempio di adattamento dell’inglese weekend. Inizialmente non avevo capito cosa intendesse Giovannino Guareschi nel romanzo Il marito in collegio:
Al diavolo tutti i vechendi dell’universo!
Ma poi dal contesto ho compreso che aveva italianizzato weekend in vechendio.
Dall’evoluzione linguistica alla transizione linguistica
La transizione linguistica è il graduale processo di adozione dell’inglese da parte delle popolazioni non anglofone con l’obiettivo di renderlo un requisito per tutti, e risolvere così i problemi della comunicazione internazionale, strategica soprattutto per i mercati globali.
Antonio Zoppetti, “La transizione linguistica che nessuno racconta”
A ben vedere, dunque, non possiamo parlare di evoluzione linguistica riguardo all’introduzione scatenata, incontrollata e illogica degli anglicismi, ma di una vera transizione linguistica.
“Transizione” proviene dal verbo latino transire, cioè passare, e indica quindi il “passaggio da una condizione o situazione a una nuova e diversa”.
- Il passaggio da “laberinto” a “labirinto” non indica una situazione nuova, la parola è la stessa ma modificata nel corso del tempo. La parola “laberinto” si è evoluta in “labirinto”.
- Il passaggio da “tappeto rosso” a red carpet indica invece una situazione nuova e diversa, perché si è operata una transizione da “tappeto rosso” a red carpet.
Parlare in italiano è possibile, come dico e ripeterò sempre: basta volerlo. Basta piantarla con quell’aria di finta professionalità o superiorità culturale o, peggio, di pappagallismo che spinge molti parlanti a scrivere e parlare una lingua ormai ibrida.
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Corrado S. Magro
La diagnosi è chiara, mancano i rimedi. “Delenda Carthago” per ripartire su prespposti nuovi/tradizionali? Ancora non ci confrontiamo con russo, cinese, indù ecc. Sarà forse per piiù tardi.
Daniele Imperi
Mancano i rimedi, purtroppo, rimedi a cui dovrebbe pensare chi sta in alto, molto in alto.
Fabio Amadei
Bellissima la parola usata da Guareschi. Forse dovremmo cominciare a ribellarci storpiando l’inglese che ormai sta inquinando la nostra lingua che molti stranieri. anche se non lo dicono, amano, e ci invidiano.
Complimenti per l’articolo, ma avrei potuto dire post…🙂
Daniele Imperi
Purtroppo è diventata una mania. Le “giornate” ora sono i vari “day”, alcuni titoli di romanzi non vengono tradotti ma lasciati in inglese, come per i film. L’inglese viene già storpiato, in un certo senso, perché alcune espressioni inglesi a quanto pare sono usate soltanto qui in Italia…
Maria Antonietta
Il dramma è quando a sostenere tale “transizione” (qualcuno la chiamerebbe “colonizzazione”) interviene chi dovrebbe difendere l’italiano, la sua storia e la sua specialità:
https://www.msn.com/it-it/notizie/mondo/cinque-nuove-parole-da-tiktok-alla-treccani-i-content-creator-ci-spiegano-il-loro-significato/vi-AA1vOdZ0?ocid=winp1taskbar&cvid=e9174300ec7d4074d8b8a4f8ffe908c0&ei=7#
Se si è arrivati a trovare soluzioni creative a tante parole inglesi (come il simpatico “tramezzino” dannunziano per “sandwich”), si potrebbe certo lavorare a creare parole italiane, anche per concetti moderni.
Daniele Imperi
I content creator, che di sicuro sono qualcosa di diverso dai creatori di contenuti. Quel video è veramente vergognoso.
Il verbo “slayare”… non ho parole.
Antonio Zoppetti
La retorica dell’uso che fa la lingua, come se la lingua arrivasse dal basso, viene invocata dai linguisti italiani quando fa loro comodo, per esempio per giustificare ogni sorta di anglicismo in nome di una modernità anglomane che non si trova tra i linguisti francesi o spagnoli. In altri casi è invece nascosta sotto al tappeto, e gli stessi linguisti non si fanno alcuno scrupolo a lanciare i loro strali con ciò che entra nell’uso ma non è a loro gradito. In questi giorni mi ha colpito il tema del mese dell’Accademia della Crusca, che attacca la correttezza dell’espressione “intelligenza artificiale” perché non si tratterebbe di vera “intelligenza”. L’articolo sta suscitando un vespaio di resistenze che arrivano soprattutto da informatici, visto che — che piaccia o meno — si tratta di un’espressione che non solo è in uso da molto tempo, ma è anche una disciplina insegnata nelle università. Mi pare evidente che la questione dell’uso sia usata in modo strumentale, arbitrario, schizofrenico e a capriccio. La domanda — priva di risposta — è la solita: perché mai si condannano certe cose e si registrano tra i neologismi voci gergali anglicizzate sconosciute ai più (vedi slayare) senza alcuna riflessione critica, per lanciare invece anatemi contro gli “errori” in uso nella “lingua selvaggia” e le incorrettezze di altre espressioni ormai normalizzate ma etichettate come “substandard”? Gli anglicismi non sono substandard, evidentemente, il che è un giudizio basato su una visione opinabile, opinata e ideologizzata.
Come mai le linee guida di università e amministrazioni che vogliono cambiare l’uso per introdurre il politicamente corretto o il linguaggio inclusivo sono lecite (ed esistono), mentre se qualcuno fa presente che l’inglese sta destrutturando il nostro sistema linguistico dal punto di vista fonologico e ortografico è messo alla berlina come un anacronistico e nostalgico purista (che tra l’altro è un’etichetta improponibile)?
Non mi pare che la critica di “intelligenza artificiale” arrivi dal basso, né recepisca un’esigenza degli italiani, così come l’invenzione a tavolino della parola “anglismo” da qualche tempo in uso tra i linguisti al posto di “anglicismo” (attestato sin dal Settecento) nasce da una loro fisima che ha poco a che vedere con l’uso e con il basso di cui se ne fregano bellamente (anzi se ne distaccano proprio per elevarsi). Vogliamo parlare della censura delle parole denunciata nel 1989 da Natalia Ginzuburg — dalle pagine di un giornale comunista come l’Unità, non dalle frange conservatrici e nostalgiche — che si chiedeva il perché della messa al bando di parole come “negro” o “cieco” in nome di “di colore” e “non vedente”? Queste direttive non nascono affatto dal basso, e l’autrice denunciava appunto come queste direttive dall’alto criminalizzssero i cittadini che non si adeguavano al punto che “il nostro linguaggio lo conserviamo dentro di noi in modo clandestino”.
La verità è che ogni dizionario, ogni grammatica è sempre un atto di politica linguistica che nasce dalle classi dirigenti che vogliono istituzionalizzare un ben preciso modello linguistico. Chiunque abbia studiato un po’ storia della lingua italiana lo sa perfettamente, e appellarsi all’uso con un doppiopesismo di comodo è un’impostazione disonesta.
Daniele Imperi
Non sapevo della polemica sull’espressione “intelligenza artificiale” (che tra l’altro ho sempre contestato perché non si tratta di una vera intelligenza, ma di programmi generativi di testo o immagini).
E concordo che sia una polemica assurdo, quando poi attestano un’oscenità come il verbo “slayare”, che userà giusto qualche perdigiorno su TikTok.
Il linguaggio politicamente corretto e il linguaggio inclusivo sono atti di politica linguistica, quindi ideologici, al pari dell’introduzione e dell’accettazione degli anglicismi.