
Qualche mese fa avevo parlato di 10 errori comuni nella narrazione, errori che possono compiere tutti, perché talvolta sono ben nascosti oppure non saltano subito allʼocchio nella prima stesura. Nulla che non si possa sistemare con un buon editing del testo, anche se qualche errore comporta parecchio lavoro di riscrittura.
Quando ho fatto leggere il mio racconto Lʼaltro lato della strada, prima della pubblicazione, sono emersi parecchi errori, che proprio non avevo notato nonostante la storia fosse iniziata anni fa e riletta svariate volte.
È stato in quel momento che ho capito la vera forza dellʼediting, perché la persona che lʼha letto non si è limitata a qualche commento qui e là, ma ha “sviscerato” tutto il racconto paragrafo per paragrafo. Ci ho messo un poʼ per sistemare tutto, per limare, tagliare, spostare, ricucire, riscrivere, e alla fine il racconto è stato alleggerito di oltre 1000 parole.
Ora sono alle prese con un altro racconto e ho potuto scoprire altri errori. Ma ora basta chiacchiere e passiamo alle magagne della mia scrittura.
Finire la storia troppo presto
Sono alla seconda stesura di un racconto che uscirà in self-publishing. Dopo averlo riletto a una settimana dalla conclusione, mi dava lʼidea che finisse troppo presto, che la storia fosse troppo “frettolosa”.
Lʼinizio andava bene, lo svolgimento anche, ma la risoluzione del conflitto era quasi una fucilata, anche se nella storia non compaiono armi. Lʼho riletto altre volte a distanza di giorni e la sensazione restava.
Parlandone con una lettrice del blog, anche lei mi ha segnalato la cosa, anche se è venuto fuori un nuovo errore.
Scrivere una conclusione inadeguata
La risoluzione del conflitto non era adeguata ai fatti narrati. Che significa? Che non puoi dichiarare guerra a uno stato perché un tuo connazionale ha preso una multa per sosta vietata in quella nazione.
A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria: una legge della fisica che vale anche nella scrittura. Ecco perché è importante inquadrare bene la fine di una storia prima di scriverla.
Dobbiamo scrivere i nostri racconti al contrario: partendo dalla fine e poi risalendo su fino allʼinizio. Più o meno.
Così ho iniziato ad aggiungere dei pezzi alla storia – non sto allungando il brodo, ma aggiungendo più ingredienti per renderlo più corposo – e adesso, con questa nuova scaletta sparsa qui e là per il racconto, tutto ha più senso.
Anticipare la fine della storia
Questo errore si è nascosto in almeno due o tre parti del racconto sul barbone. E ovviamente non lʼho notato. Anzi, dopo che la mia “lettrice beta/editor” me lʼha segnalato, per me continuava a non essere un errore.
In che senso ho anticipato la fine della storia? Avevo fatto capire in alcune frasi come sarebbe andata a finire. Colpa del narratore onnisciente e del suo intrufolarsi nella storia, prendendo il posto del personaggio.
Io so come sarebbe andata a finire, io narratore. Ma non posso anticiparlo al lettore creando frasi dʼeffetto che suggeriscano la conclusione della storia. In quanti altri racconti avrò commesso lo stesso errore? Meglio non pensarci.
Ripetere concetti già espressi
A iosa, anche. Non ricordo più quante cancellature ho dovuto fare nel racconto sul barbone. Altrimenti non avrei tolto oltre 1000 parole. Non erano tutte ripetizioni, certo, cʼerano anche brani scritti secondo lʼestro del momento, ma del tutto inutili alla storia.
Per ripetizioni non intendo scrivere una parola alla fine di pagina 1 e ripeterla allʼinizio di pagina 2. Parlo di concetti, cioè di fatti, caratteristiche già menzionati nella storia che, senza rendermene conto, ho reintrodotto con altre parole.
Ecco perché sono passati inosservati. Ecco perché serve un editing.
Abuso dei verbi di percezione e dei gerundi
Sui verbi di percezione – che non demonizzo, sia chiaro – prima o poi devo scrivere un post. Nei miei racconti, almeno negli ultimi due (quello pubblicato e quello in seconda stesura), ne ho abusato.
I verbi di percezione servono, anche per il semplice fatto che esistono e tutto ciò che esiste nella nostra lingua va usato, ha una sua funzione. Usato, appunto, non abusato.
Togliendo alcuni di quei verbi lʼazione diventa più diretta, fa immergere meglio il lettore nella storia.
Stesso discorso sui gerundi: a me piacciono e non capisco come facciano i norvegesi che ne sono sprovvisti. Nel racconto che sto ultimando la mia lettrice beta me lo ha fatto notare e mi ha consigliato di toglierne qualcuno.
In effetti il gerundio smorza lʼazione, ma non per questo va demonizzato assieme ai verbi di percezione. Facciamo un esempio, modificando una frase (consentitemi il gerundio!):
Camminava senza meta, osservando il paesaggio e riflettendo sulla futilità del tutto.
Camminava senza meta. Osservò il paesaggio e rifletté sulla futilità del tutto.
La prima frase lʼavrei scritta io, è tipica della mia scrittura. La seconda lʼavrei scritta sempre io, ma dopo le bacchettate dellʼeditor. Ora possiamo disquisire quanto volete su quale delle due sia migliore dellʼaltra.
Fate questi errori in una storia?
Siete messi meglio di me? Quale di questi 5 vi capita più spesso?
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Grilloz
“Ripetere concetti già espressi”

Troppo, troppe volte, a volte mi attorciglio attorno allo stesso concetto in spirali ossessive
Però me ne accorgo, il problema è che a ogni giro aggiungo qualcosina, e quel qualcosina andrebbe salvato, quindi non basta tagliare la frase
Sul gerundio humm, personalmente preferisco la prima versione, la trovo più scorrevole, più fluida, nella seconda quei due passati remoti sembrano due martellate. Oltretutto non esprimono proprio lo stesso concetto, il geundio da l’idea di qualcosa che avviene lungo tutta la camminata mentre l’indicativo da l’idea di qualcosa che avviene in un momento ben preciso, come se ad un certo punto della camminata si fosse soffermato ad osservare qualcosa di particolare.
Invece nei testi che leggo la cosa che sopporto di meno sono le pistole di Cecov che non sparano, sono forse peggio dei finali affrettati (che sono una cosa abbastanza frequente devo dire)
Per gli autori emergenti/aspiranti/dilettanti, quello che ho notato più spesso da quando faccio il “lettore” per una casa editrice è di far confusione con gli anni e le età dei personaggi, tipo un personaggio che racconta di aver partecipato alla presa della nastiglia da giovane, ma se ti fai i conti coi dati che hai trovi che 1789 aveva due anni
Daniele Imperi
Infatti non ho solo tagliato quelle 1000 parole, ho anche modificato qualche costrutto
Il gerundio serve proprio per indicare un’azione continua, quindi secondo me bisogna essere sicuri di toglierlo.
L’editor dovrebbe evitare quelle confusioni con gli anni, no?
Grilloz
“Che non puoi dichiarare guerra a uno stato perché un tuo connazionale ha preso una multa per sosta vietata in quella nazione”
Non hai letto le sirene di Titano di Vonnegut?
Daniele Imperi
No, di Vonnegut ho letto Mattatoio n.5 e non mi è piaciuto per niente
Grilloz
Sarà che io a Dresda ci vivo (è ho anche visto il Mattatoio) ma a me è piaciuto
certo è un libro di fantascienza un po’ sui generis. Le sirene di Titano è un po’ più fantascienza, ma sempre strano, però calzava a pennello con la reazione uguale e contraria, solo che non posso dire perchè senza fare uno spoiler colossale 
MikiMoz
Quello di anticipare il finale può non essere un errore ma un gioco, un gioco tra lettore e scrittore. Bisogna ovviamente impostare il tutto con un pizzico di genialità
Moz-
Daniele Imperi
Sì, dipende da come anticipi e soprattutto se lo fai intenzionalmente o per sbaglio
Andrea Cabassi
D’accordo al 100%
silvia
Parto dal presupposto che comunque gli errori ci saranno sempre e che l’editor è fondamentale. Almeno per due ragioni; prima di tutto perché correggere questo tipo di errori è il suo mestiere e poi per il fatto che avendo un punto di vista esterno, oserei dire dall’alto, ha la possibilità di osservare punti che chi invece, come l’autore, sta in basso, o, meglio, dentro la storia, non vede. Sarebbe però importante per l’autore stesso riuscire ad avere un punto di vista distaccato, almeno in una fase di riscrittura, e abbracciare l’insieme. Almeno per rendersi conto delle imperfezioni più evidenti.
Condivido ciò che dice Mikimoz, ovvero che anticipare il finale può essere un bellissimo gioco, ma solo se si tratta di una strategia pianificata e consapevole e non una momentanea perdita di controllo del testo.
Infine, il gerundio. Io lo adoro e sono consapevole di abusarne. Però per quanto riguarda il tuo esempio, se devo scegliere, sceglierò sempre la prima opzione.
Daniele Imperi
Nei due esempi che ho fatto ci sono alla fine due situazioni diverse: ecco perché bisogna riflettere sul toglierlo o meno.
nani
Anche a me piaceva di piu’ il gerundio, sai?

Il gerundio, secondo me, e’ fastidioso quando detta il ritmo del testo e te lo fa diventare una cantilena.
Per le anticipazioni, sono d’accordo con Mikimoz: servono e rendono il tutto piu’ intrigante, ma qualche volta, se si dice troppo, il lettore accorto ti indovina tutto quello che viene dopo prima del dovuto. Io faccio l’errore contrario, a volte. Pretendo forse troppo dal lettore.
I miei errori?
Dopo aver fatto leggere il mio primo racconto ad un lettore attento, mi sono presa un colpo anch’io! Le ripetizioni! Mamma mia!!!
Da allora sono spietata con ogni mio scritto: lo leggo ad alta voce per sentire come suona, lo stampo su carta con formati sempre diversi e mi metto a cerchiare in colori diversi le parole che hanno un’alta probabilita’ di essere ripetute.
E, soprattutto, concedo ai testi taaaaanto tempo per sedimentare (e dimenticarmeli).
Daniele Imperi
Se c’è rischio di cantilena, allora ok.
Le ripetizioni ci saranno sempre, per me
La lettura ad alta voce ancora non la provo.
Andrea Cabassi
L’ideale è far leggere qualcun altro (deve essere bravo però) mentre tu prendi appunti e correggi in diretta sul testo
Daniele Imperi
Può essere un’idea
Chiara
La ripetizione di concetti già espressi e i gerundi senza dubbio.
Per il primo errore, mi ripeto il mantra “il lettore non è scemo” fino allo sfinimento.
Al secondo, invece, non avevo mai dato particolare attenzione prima di questo post. Adesso presterò più attenzione, specialmente in fase di rilettura e revisione.
Daniele Imperi
Il primo errore è però facile da scoprire, quindi non dovrebbe esserci il rischio di pubblicare una storia in quel modo.
ombretta
Il gerundio lo uso anch’io e credo che la sua funzione vada esaminata in base al contesto. Nel discorso diretto lo eviterei, ma nella spiegazione di stati d’animo mi piace!
Sui verbi di percezione forse ne abuso un po’… i concetti già espressi generalmente non li ripeto, ma dovrei imparare ad arricchirli perché sono troppo sintetica. Il finale della storia anticipato non sempre è un male, concordo con Mikimoz, l’importante è che non sia in un giallo!
Daniele Imperi
Anche nel discorso diretto però potrebbe servire, no?
Amanda Melling
Camminò senza meta, osservando il paesaggio. E poi riflettè, sulla futilità del tutto.
Daniele Imperi
Se usi il passato remoto però indichi un’azione già passata, cosa diversa dall’imperfetto.
Amanda Melling
Scusa mi è partito l’invio, nella prima opzione hai messo due volte la cosa, nella seconda nessuna. Una terza opzione con una ci stava, secondo me…
Daniele Imperi
Due volte la cosa?
Simona C.
Nei racconti faccio spesso il primo errore: arrivare al finale troppo in fretta. In un romanzo è più facile andare per gradi, mentre nel racconto ho sempre paura di allungare troppo e ottengo l’effetto inverso.
Con l’esperienza sto imparando a evitare gli abusi, non solo quelli che hai segnalato tu, ma anche rispetto a troppi aggettivi per un solo sostantivo. Ogni elemento ha una funzione e va usato solo per quella. Il gerundio va bene, per esempio, nel caso di azioni contemporanee: “Uscì sbattendo la porta” non può essere separato in “Uscì. Sbatté la porta.”
Riguardo la ripetizione di concetti, credo sia una forma di insicurezza. Ripetiamo perché abbiamo il dubbio di non aver chiarito a sufficienza o perché pensiamo che il lettore possa dimenticare la questione a distanza di qualche pagina. In realtà, se espresso bene la prima volta, quel concetto non ha bisogno di essere ripreso poco dopo. Nel caso di un romanzo, a distanza di capitoli, si può rifare un accenno con altre parole.
Daniele Imperi
Anche a me scappa qualche aggettivo di troppo. Le mie ripetizioni erano dovute a distrazione, non a insicurezza. O forse è un’insicurezza inconscia
animadicarta
Io adoro i verbi di percezione e di conseguenza ne abuso. Sarà che tendo a scrivere con una prospettiva intima sul personaggio, quindi mi viene spontaneo descrivere tutto dal suo punto di vista dicendo “vide questo, provò quest’altro…”. Però è vero che la prosa risulta più elegante facendone a meno.
I gerundi sono un altro mio problema. Concordo che è meglio spezzare le azioni, però se non si esagera, la “contemporaneità” non è tanto grave. Un altro mio abuso è la parola “mentre”, che corrisponde al gerundio in definitiva.
Grilloz
Sai che mi domandavo se, scrivendo in prima persona, i verbi di percezione diventino più “perdonabili”?
In fondo se guardo un altro intuisco la paura o l’imbarazzo o tutto il resto da messaggi non verbali, gesti, atteggiamenti, ecc. ma se parlo di me stesso io lo so se ho paura, no?
animadicarta
Sì, forse diventano più perdonabili. Però secondo me anche in quel caso chi legge si immedesima meglio nel personaggio se si concentra sulle sensazioni che scatena l’emozione. Voglio dire che anche nella prima persona fa più effetto attirare l’attenzione sul respiro conto e sulle mani che tremano piuttosto che dire “avevo paura”. Tu che ne pensi?
Grilloz
Sì, concordo, a livello narrativo è sempre più di effetto, la mia era più una riflessione aperta.
Daniele Imperi
Anche se scrivi in prima persona puoi evitarli ogni tanto.
Esempio: “Vidi l’auto che frenava e il tizio uscire e venirmi incontro” o “L’auto frenò, il tizio uscì e mi venne incontro”.
Sono due sensazioni diverse.
Daniele Imperi
Si può alternare il gerundio al mentre, allora
monia74
Alla fine del primo libro ricordo che feci un giro per cambiare e rendere più specifici tutti i “disse” prima o dopo le virgolette. Errore da principiante. Nel secondo li ho evitati punto e basta, forse esagerando un po’.
Nel secondo invece mi sono accorta di quanti verbi di percezione ho inserito (evidentemente sempre gli stessi, poichè non sono infiniti). Questi è più difficile debellarli, serve migliorare lo stile di scrittura. Si cresce un passo alla volta.
Sui gerundi non ho mai fatto caso. Tendenzialmente credo che scriverei la seconda frase. Mi accorgo che a volte, leggendo, mi forzo a inserirli per rendere l’espressione meno spigolosa e frammentata.
Sulla ridondanza concordo con Grilloz. Ogni volta aggiungi un pezzo che dà una sfumatura diversa aggiuntiva, e alla fine ho l’impressione di inoltrarmi in un taglia-e-cuci e in un gioco di incastri degno della settimana enigmistica. La cosa migliore sarebbe riscrivere tutto, ma mi manca spesso il coraggio.
Grilloz
“Nel secondo li ho evitati punto e basta, forse esagerando un po’”
No, hai fatto bene sono un fermo sostenitore della teoria che se una battuta è ben scritta l’intonazione viene naturale e non c’è bisogno di dire “urlò”, “sussurrò” ecc.
Se invece se ne sente il bisogno, allora la battuta è da riscrivere. Leggete i maestri
“La cosa migliore sarebbe riscrivere tutto, ma mi manca spesso il coraggio.”
Decisamente la cosa migliore, a cercare di correggere ho sempre solo fatto danno
Daniele Imperi
I “disse” non vanno per forza evitati, vanno messi qualche volta. Puoi trovare dei sostituti, quando occorre, o anche omnetterli quando è chiaro chi sia a parlare.
Ulisse Di Bartolomei
Salve Daniele
I due esempi, gerundio o senza, non credo che si possano facilmente intercambiare. Con il gerundio si esprime l’azione e il modo in cui l’agente la compie e lo vedo meglio nel mezzo di un contesto dinamico. Lo fa osservandosi attorno, ma l’azione prosegue. In quello senza, stanno due azioni indipendenti non necessariamente correlate. Peraltro suscita l’interrogativo: perché non dovrebbe avere una meta se osserva il paesaggio? La meta può essere quella. Lo vedrei come la conclusione di un capitolo, per lasciar intendere che dopo quelle peripezie il protagonista ha un momento di smarrimento e ravvivare al lettore la curiosità per il prossimo capitolo. Circa l’anticipare la fine di un racconto, mi hai inguaiato! Nel mio saggio autobiografico sulle sette mistiche, lo faccio già dalla prefazione, in quando ho impostato tutto sul modo in cui vi arrivo! Quando si dice… il viaggio è più importante della meta! Il dilemma però consiste che il lettore che ama l’adrenalina nell’attesa di un finale “glorioso”, potrebbe non scegliere il mio libro, in quanto sa già che non lo è, anche se nel mio caso è prevedibile: chi esce da una setta è fortunato se gli rimangono le mutande… Dopo questo tuo ultimo articolo, temo che almeno questo ebook non vivrà a lungo… senza corpose modifiche… Comunque mi sto sempre più convincendo della necessità di un editor. Però questi sentori mi pervengono contrastanti… mi basta seguire il tuo blog per scovare l’editor che c’è in me! E io non debbo pagarmi… Scherzo…
Daniele Imperi
Ciao Ulisse, sul gerundio hai ragione. Le due frasi sono diverse, non esprimono la stessa cosa.
Nel caso dei saggi anticipare la fine non è un problema, anzi. Già dal titolo sappiamo la fine, a volte. Se scrivi un saggio intitolato “La caduta di Hitler”, sai già come va a finire
Nel saggio è importante appunto il viaggio, come hai detto.
Il tuo saggio sulle sette mistiche credo vada bene come lo hai impostato. Non importa che il lettore sappia che tu ne sei uscito, il lettore vuole conoscere la tua esperienza e come ne sei uscito.
Ulisse Di Bartolomei
Grazie Daniele, mi tranquillizzi! Dopotutto come ne sono uscito, lo si desume già dalla biografia. La difficoltà l’ho trovata nell’individuare il lettore. A prescindere il mio riscatto personale, l’intento primario è di avvisare che se ci si avventura in contesti esoterici, si può trovare questo e quello e quindi, “volendolo fare”, di esservi preparati. Come ovvio, mi interessa anche il semplice lettore curioso ma nel mondo attuale, dove il motto è “lasciate che i giovani facciano le loro esperienze” non riesco a distinguere la platea a cui sto parlando. Nell’incertezza, mi accontento anche del semplice curioso, ma non ho ben chiaro quale amo utilizzare…
Daniele Imperi
Allora devi trovare un editor, secondo me, che riesce meglio a inquadrare il saggio e darti buoni consigli.
enri
Io la scriverei così: “camminava senza meta, mentre osservava il paesaggio riflettendo sulla futilità del tutto”. Mi sembra suoni meglio che i due gerundi assieme.
Per quanto riguarda i verbi di percezione, concordo con Grilloz. Se scrivi in prima persona oserei dire che sono necessari nel coinvolgere il lettore in una tua intima esperienza personale.
Ripetere i concetti già espressi, invece, per me non è sempre un errore, soprattutto se si scrive in prima persona, e se il personaggio è magari afflitto da turbe ossessivo-compulsive. Mi vengono in mente due esempi. Le riflessioni di Jack Torrance in Shining o ancor di più il secondo capitolo di Infinitive Jest di Wallace, “anno del pannolini per adulti”, che proprio grazie alla ripetizione progressiva di pensieri, percezioni e sensazioni ti proietta dritto dritto nella psicologia del personaggio, senza via di scampo.
Daniele Imperi
Il discorso del “mentre” lo abbiamo visto in un commento precedente: alla fine sostituisce il gerundio, ma va bene per limitarne l’uso.
La ripetizione voluta non la considero un errore, infatti, se ben inserita.
enri
Oddio, chiedo venia. La mia è però una versione mista , di un gerundio e un mentre, al posto dei due gerundi, di cui in tutto il post non trovo traccia. Quello che “avete” detto è un’altra cosa ma se la metti sul noi e me, permettimi ma stona e non è tanto carino, sai? Ciao
Daniele Imperi
Sì, la tua versione è mista, è vero, e suona bene. Non ho capito cosa stona
Tahira
Quindi nell’esempio dei gerundi è meglio la seconda frase? Scusa se la seconda domanda può sembrare sciocca, ma alla fine ho solo tredici anni. 😂
Daniele Imperi
Ah, abbiamo una scrittrice giovanissima
Nell’esempio alla fine nessuna delle due è sbagliata. Il gerundio indica un’azione che si sta svolgendo in quel momento: “Camminava senza meta, osservando il paesaggio e riflettendo sulla futilità del tutto.” Quindi osserva il paesaggio mentre cammina.
Nella seconda: “Camminava senza meta. Osservò il paesaggio e rifletté sulla futilità del tutto.” sembra che osservò il paesaggio dopo aver camminato.
Perciò devi pensare bene a come si sta svolgendo l’azione.
Luciano Dal Pont
Io credo che bisogna stare molto attenti a cosa ci si riferisce, quando si parla di errori. Perché ce ne sono alcuni che lo sono obiettivamente e inconfutabilmente (ecco, questo che ho appena fatto io di proposito, ad esempio, questa ripetizione rimata di due avverbi in “mente” che si susseguono, per me in narrativa sarebbe da considerare un errore tecnico) così come l’uso delle d eufoniche anche dove non sarebbero necessarie, mentre oggi la tendenza è quella di eliminarle ove possibile, cosa che migliora di molto la scorrevolezza e la musicalità del testo; mentre altri tipi di errori, o presunti tali, sono opinabili. Nel mio romanzo che uscirà a gennaio, ad esempio, il fatto di anticipare almeno a grandi linee il finale è inevitabile, anche se non nei dettagli, per il modo stesso in cui è impostata e costruita la storia. Se eliminassi completamente le parti che che fanno intuire il finale, tutto il resto perderebbe di significato e di consistenza.
Per quanto riguarda il gerundio e la frase riportata come esempio, non c’è storia: di gran lunga più bella e scorrevole la prima, proprio quella con l’uso del gerundio. L’altra, la seconda, oltretutto assume un significato completamente diverso da primo. Dove si dimostra che spesso gli editor intervengono a sproposito
Daniele Imperi
I due esempi che ho fatto sono miei, inventati sul momento. Non ricordo più dove mi avevano detto di eliminare il gerundio.
Andrea Cabassi
Ma per una questione “d’orecchio”?
Daniele Imperi
No, proprio perché il gerundio smorzava l’azione.
Nuccio
usare tutto con moderazione e varietà di linguaggio. Questa è la regola che mi sforzo di seguire, non sempre riuescendoci.
Daniele Imperi
Non credo basti usare tutto con moderazione: dipende dal tipo di errori.
Ulisse Di Bartolomei
Le d eufoniche sono state tra le mie bestie nere ma infine ho “quasi” vinto… le uso soltanto per interrompere le assonanze “ed ecco che” ma ancora trovo errori “ed ancora” ecc… Errori frequenti che provengono dal proferito, considero le ridondanze come “camminare a piedi” “suggerimenti utili” “intimo personale”, “claudicare zoppicando” tutte quelle espressioni dove il verbo portante contiene di già il modo in cui si l’azione si svolge. E’ vero che a volte le ridondanza hanno un senso, ma si finisce per usarle a sproposito. Non ha senso dire “ti do un suggerimento utile”… ci mancherebbe che lo reputassi inutile, se sono io a darlo. Posso però dire “i tuoi suggerimenti sono molto utili” o “da quel tizio arrivano soltanto suggerimenti inutili”. Nella mia esperienza come agente di commercio e nella setta, ho fatto una “piena immersione” nel regno delle chiacchiere e ho dovuto veramente penare per liberarmi di questi che considero residui di un’educazione dialettica carente.
Daniele Imperi
Quelle ridondanze sono tremende
Però è vero, non è sempre facile trovarle.
Grazia Gironella
Sono a rischio frettolosità nel finale, credo, più nei romanzi che nei racconti scritti in passato. Ma perché le tue anticipazioni sarebbero un errore? Magari è un po’ fuori moda che nel narratore onnisciente si senta l’autore, ma mi sembra una scelta come un’altra. Forse non ho capito bene. Delle due frasi sceglierei la prima, perché il gerundio non guasta niente, ma in generale li uso poco nella narrativa.
Daniele Imperi
Perché facevo capire subito che il personaggio sarebbe morto
CogitoErgoLeggo
Io ripeto concetti già espressi in precedenza ed esagero con gerundi e verbi di percezione.
Il primo errore è dato dalla mia convinzione ossessiva che il lettore potrebbe non ricordare un dettaglio importante. Devo sempre bacchettarmi le manine e ricordarmi che, va bene, repetita iuvant, ma se ripeto un concetto duemila volte, il lettore si addormenta alla ventesima.
Per il secondo, invece, mi piacciono i gerundi. Delle due frasi sceglierei la prima, senza dubbio. Quando si parla di un’azione continuata nel tempo, non ci vedo niente di male nell’utilizzo di un bel gerundio. Diverso è il caso di azioni che durano un istante.
I verbi di percezione sono un mio marchio di fabbrica (difettoso). Li uso di frequente e la soglia tra “uso” e “abuso” è molto sottile. Di solito tendo verso l’abuso…
Daniele Imperi
Qualche volta anche a me è capitato di ripetere qualcosa per paura che il lettore la dimenticasse.
Sul gerundio concordo: la prossima volta lo toglierò se davvero l’azione non deve essere continuata nel tempo, altrimenti sta bene.
christian gas
Gerundio e imperfetto si possono sostituire con perifrasi di sospensione dove il racconto si ferma per costruire un’istantanea emotiva o evocativa. Certo, non è sempre consentito e l’abuso di questa forma rallenta la storia (ma non tutte le storie devono incedere rapide, no?) La base, ovviamente, è la voce narrante che, senza schizzare in sproloqui, deve mantenere una costanza di fondo. Uniformità e coerenza, se non proprio fidanzati, camminano sottobraccio.
“la futilità del tutto. Un colpo d’occhio al paesaggio camminando senza meta”
Poi puoi sostituire il punto coi due punti per collegare il passaggio.
Oppure tagliare anche l’ultimo gerundio: la futilità del tutto: un colpo d’occhio al paesaggio, orme senza meta.
Semantica e tecniche a parte, nella narrazione tutto dipende dall’egemonia dei contesti; da qui l’assenza di regole a cui appoggiarsi. Stasera, come diceva Pirandello, si recita a soggetto.
Daniele Imperi
Se scrivi “la futilità del tutto. Un colpo d’occhio al paesaggio camminando senza meta” stai dando un’immagine diversa dai due esempi fatti. Inoltre quel “la futilità del tutto” messo così senza alcun collegamento secondo me stona.
christian gas
Vedi?
Egemonia dei contesti!
christian gas
Ah, come sempre dimenticavo un pezzo.
Vedi che succede a commentare senza scaletta?
Leggo che qui parliamo di “errori”. Errori durante la stesura di una storia.
Personalmente credo che l’unico errore nella narrativa sia ottenere un effetto indesiderato. L’orrore per ogni autore è aver colpa di non esser compreso (primo assioma della comunicazione). Tutto questo si può risolvere solo con la pazienza di leggere e riscrivere. leggere e riscrivere.
Con buona pace degli editor.
Alessandro
I disse li uso nei dialoghi o gli alterno con chiese e domandò oppure fece
La mia amica mi aspetta al bar, disse alex camminando a passo lesto
Ottimo, domandò Johnny, seguitolo, quale è il suo nome ?