14 novembre 1812 – 14 novembre 2012
Aleardo Aleardi, il cui vero nome fu Gaetano Maria Aleardi, fu un poeta veronese, di quelli d’azione, se possiamo definirlo così. Fu infatti uno dei protagonisti del Risorgimento, conobbe il carcere, la fama come poeta, il declino e la critica spietata.
Inizia le sue pubblicazioni nel 1842 con Il matrimonio e, due anni più tardi, dà alle stampe il poemetto storico in endecasillabi sciolti Arnalda di Roca. Ottiene il successo coi versi sciolti Lettere a Maria, nel 1846.
Non fortunato, invece, è l’idillio Raffaello e la Fornarina, definito lezioso e patetico. Si rifà più tardi lavorando a versi che aveva già composto e pubblicando, nel 1856, Il Monte Circello. Nello stesso anno escono anche Le antiche città italiane marinare e commercianti. Mentre è del 1857 Prime storie.
Al termine della guerra, e tornato finalmente libero, rientra in Italia e nel giro di quattro anni pubblica dei canti politici, I sette soldati nel 1861, il Canto politico l’anno successivo e I fuochi sull’Appennino nel 1864. Con quest’ultima opera sembra concludersi la vena poetica e creativa di Aleardi.
Per una più attenta e approfondita lettura sull’Aleardi rimando alla pagina del Dizionario Biografico degli Italiani nel sito Treccani.
L’aurora boreale del 25 ottobre 1870
Luce di sangue pel notturno cielo
Splende da raggi lividi ricorsa,
Languono incerti sotto il roseo velo
I sette soli della gelid’orsa.
Forse laggiù nell’etere profondo
Dietro la terra, ove occhio non arriva
S’agita in fiamme un condannato mondo,
Che dell’Eterno il fulmine colpiva
E si riflette colassù. La gente
Si affaccia a le finestre, apre le porte,
Discinta accorre, attonita, temente
Il prodigio a mirar giù ne la corte.
L’avolo annoso in mezzo a la famiglia,
Caccia le mani ne la scarsa chioma,
Ed in aria profetica bisbiglia
Non so che di Pontefice e di Roma.
Ombra di qualche antico Augure sorgi
Dall’Ipogeo del tuo funereo colle
Osserva il Polo, di’ quello che scorgi
E il ver dichiara a questo vulgo folle.
Una gran voce favellò dal monte
E più corrusco il firmamento apparve:
“La podestà sacerdotal, bifronte,
» Che tenne l’alme in tenebre, disparve
» Per non più ritornar. Quella è l’aurora
» D’un secol novo, intelligente e pio.
» L’Italia à spento il Vaticano, ed ora
» Là ne fan festa gli angioli di Dio.”
In villa, tra i monti.
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