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Come trovare il titolo giusto per un romanzo

Come trovare il titolo giusto per un romanzo

Mi sono deciso a scrivere questo articolo perché da 2 anni – da quando ho iniziato a lavorare al romanzo – non riesco a trovarne uno per quella storia. All’inizio doveva essere il famoso P.U. che ogni tanto tiro fuori nel blog, ma non sarà quello, che invece è diventato il titolo di una delle parti del romanzo. A dirla tutta P.U. all’inizio doveva essere un racconto lungo, ma poi la situazione è sfuggita di mano e parecchio, anche.

Nonostante ci sia ancora tempo per trovare quel titolo, visto che ho deciso di ricominciare da capo la storia dopo averne scritte due parti, continuo a vedere questa mancanza di un titolo come una lacuna nel romanzo. Come se mancasse qualcosa di fondamentale.

E il titolo di un romanzo è un elemento fondamentale della storia, perché è la prima cosa che viene letta. La prima in assoluto. Nessuno si mette a sfogliare un libro senza prima averne letto il titolo, anche perché il titolo sta proprio là in copertina, in bella mostra.

Quello che so per certo è che a un romanzo, specialmente se il primo, non possiamo dare il primo titolo che ci viene in mente. Quello dovrà essere un titolo provvisorio, anche se poi sceglieremo quello. Ma è sempre meglio sceglierlo in mezzo a un gruppo di altri titoli provvisori per trovare quello più adatto.

Caratteristiche del titolo del romanzo

Quanto dev’essere lungo il titolo della nostra storia? La brevità ripaga sempre. E con che linguaggio scriverlo? Dobbiamo apparire forbiti, analfabeti, poeti, diretti, misteriosi?

Lunghezza del titolo

Dall’elenco dei personaggi indimenticabili della letteratura abbiamo visto che un tempo gli autori si divertivano a trovare titoli lunghissimi. Ma quelli erano altri tempi. Quale editore, oggi, ci pubblicherebbe un romanzo con un titolo del genere? E se anche pubblicassimo in self-publishing, quale lettore si lascerebbe convincere a comprare un ebook con un titolo così lungo?

  • Il titolo originale del Robinson Crusoe: The Life and Strange Surprizing Adventures of Robinson Crusoe, of York, Mariner: Who lived Eight and Twenty Years, all alone in an un-inhabited Island on the Coast of America, near the Mouth of the Great River of Oroonoque; Having been cast on Shore by Shipwreck, wherein all the Men perished but himself. With An Account how he was at last as strangely deliver’d by Pyrates. 65 parole e 374 caratteri
  • Il titolo originale del David Copperfield: The Personal History, Adventures, Experience and Observation of David Copperfield the Younger of Blunderstone Rookery (Which He Never Meant to Publish on Any Account). 24 parole e 166 caratteri
  • Il titolo originale del Gulliver: Travels into Several Remote Nations of the World. In Four Parts. By Lemuel Gulliver, First a Surgeon, and then a Captain of Several Ships). 24 parole e 138 caratteri

Daniel Defoe ha davvero esagerato: 65 parole per il titolo del suo romanzo! Eppure ancora vende.

Ma lui era Daniel Defoe. Anzi è ancora Daniel Defoe. Lui è l’eccezione che conferma la regola. E la regola è di non creare un titolo di 65 parole – o anche di 24 – per il titolo del nostro romanzo.

Linguaggio

Molti sono concordi nel dire che il linguaggio del titolo debba essere chiaro e semplice. Ma che significa in realtà? Si sconsiglia l’uso di parole dialettali (altrimenti sarà capito solo a livello locale) o i termini troppo ricercati. Insomma, nessuno scriverebbe mai un romanzo intitolato L’hipopotomonstrosesquipedaliofobia di Procolo Buttacavoli.

Chiaramente ci sono delle eccezioni. Come non potrebbe essere? Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda ha un titolo in dialetto romanesco, ma dubito che qualcuno, da nord a sud, isole comprese, non ne capisca il significato.

Scegliere il giusto punto di vista

Una soluzione per trovare il titolo adatto è partire dal punto di vista: vogliamo dare risalto al nome del nostro protagonista? O al suo nemico? O vogliamo concentrarci sull’ambientazione? Oppure scegliere un titolo dinamico, che mostra subito al lettore l’azione principale della storia? O è meglio lasciare il lettore avvolto da un certo mistero e inserire l’argomento della storia? O puntare su un oggetto specifico attorno a cui ruotano le vicende narrate? O far inquadrare al lettore il periodo di tempo in cui si svolgono i fatti?

  • Protagonista: il titolo è incentrato sul personaggio principale della storia e può apparire con il solo nome (Momo di Michael Ende, La coscienza di Zeno di Italo Svevo), con il nome completo (Anna Karenina di Lev Tolstoj, Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello), con il solo cognome (Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, La signora Dalloway di Virginia Woolf) o con un soprannome (I promessi sposi di Alessandro Manzoni, Il barone rampante di Italo Calvino).
  • Antagonista: il titolo è incentrato sull’antagonista della storia, quindi sul personaggio contro cui dovrà scontrarsi il protagonista. Esempi: Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien, Moby Dick di Herman Melville.
  • Località: il titolo è incentrato su un luogo particolare. Esempi: Cime Tempestose di Emily Brontë, La fattoria degli animali di George Orwell, Sulla strada di Jack Kerouac, La fabbrica di cioccolato di Roald Dahl.
  • Azione: il titolo è incentrato sull’azione principale della storia. Esempi: Il processo di Franz Kafka, Viaggio al centro della terra di Jules Verne, Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie, La guerra dei mondi di H. G. Wells.
  • Tema: il titolo è incentrato sul tema della storia. Esempi: Guerra e pace di Lev Tolstoj, Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, Il piacere di Gabriele D’Annunzio, Delitto e castigo di Fedor Dostoevskij.
  • Oggetto: il titolo è incentrato su un oggetto importante della storia. Amabili resti di Alice Sebold e Cenere di Grazia Deledda che hanno un sapore macabro, Il carro magico di Joe R. Lansdale, La Spada di Shannara di Terry Brooks.
  • Tempo: il titolo è incentrato sul periodo di tempo entro cui si svolge la storia, che non deve necessariamente essere troppo specifico: Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez, L’estate di Montebuio di Danilo Arona, Tre millimetri al giorno di Richard Matheson, 1984 di George Orwell.

Come vedete, in alcuni casi appaiono più punti di vista, per esempio azione+località o tempo+località.

E un titolo poetico e apparentemente senza significato?

Ci sono titoli di romanzi che ci fanno chiedere cosa avrà voluto dire l’autore. Di sicuro un significato c’è, magari qualcuno l’ha scoperto, magari è solo ipotizzato, magari non è così immediato ma si capirà poi leggendo il romanzo.

Alcuni esempi sono Il rosso e il nero di Stendhal, Il nome della rosa di Umberto Eco, Il colore viola di Alice Walker, La 25° ora di David Benioff, L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafón, Il buio oltre la siepe di Harper Lee.

Alcuni esperti dicono di non scegliere un titolo poetico, ma gli esempi che ho fatto vengono tutti da romanzi di successo. Dunque? Come al solito la verità sta nel mezzo.

Controllo unicità

Funziona come il controllo qualità. Quando ho scelto il titolo per il mio romanzo fantasy K. (anche questo nomino ogni tanto nel blog), ho voluto controllare su Google se esistesse. Era un nome inventato da me, ma ciò non significa che non possa già esistere. E infatti esiste. C’è anche un aeroporto con quel nome, ma nelle varie lingue ha anche altri significati.

Quindi? Quindi dovrò inventarmi qualcos’altro, ma per fortuna c’è tempo per pensarci.

Appena scelto un titolo, controllate sempre che non sia già il titolo di un altro romanzo. Io ho due romanzi intitolati Discesa all’inferno, uno di Doris Lessing (titolo originale “Briefing for a Descent into Hell”) e un altro di Jeff Long (titolo originale “The Descent”). Ma esiste anche un romanzo di Charles Williams intitolato Discesa all’inferno (titolo originale “Descent into Hell”). Di questi 3 solo quello di Williams avrebbe dovuto avere quel titolo in italiano.

Testa le vendite del titolo del romanzo

Il sito Lulu ha creato un test per scoprire quante probabilità di successo avrà il romanzo in base al titolo scelto. Si chiama Titlescorer.

Lasciate perdere questo test, ché fa acqua da tutte le parti. Il grande Gatsby è risultato avere solo il 35.9% di possibilità di diventare un bestseller e Il signore degli anelli solo il 41.4%.

Consigli finali

  1. Alla fine ciò conta è la musicalità del titolo: suona bene?
  2. La sua unicità: ne esistono altri uguali?
  3. La sua attinenza: è davvero adatto alla storia?
  4. La sua brevità: non siamo più nel ’700 e nell’800.
  5. La sua chiarezza: è difficile da leggere e capire?

Che altro potete aggiungere su come scegliere il titolo di un romanzo?

77 Commenti

  1. Matteo Rosati
    2 giugno 2016 alle 08:25 Rispondi

    Bell’articolo e gran problemone. Anch’io mi sono arrovellato molto, non tanto per il titolo del primo romanzo, quanto per quello dell’intera saga. Per inventare il titolo attuale ho cercato di fare come Umberto Eco consigliava, cioè ho usato parole che contengono più significati, polivoche, per dar al titolo una capacità evocativa. Eco di questi consigli ne ha dati tanti altri nelle Postille al Nome della rosa, ma non sono sicuro che questo, che ho riportato a memoria, venga da lì: credo di averlo letto in rete, anche se non ritrovo più la fonte.

    • Daniele Imperi
      2 giugno 2016 alle 10:50 Rispondi

      Grazie. Interessante l’idea di Eco, per il mio romanzo andrebbe bene.

  2. Serena
    2 giugno 2016 alle 09:41 Rispondi

    Sull’unicità non starei troppo ad arrovellarmi. Così come per le trame, è praticamente impossibile inventare qualcosa di davvero nuovo. Certo, chiamare il proprio romanzo “Via col vento” non è una grande idea, quanto meno perché genera delle aspettative particolari che difficilmente verranno soddisfatte.

    • Daniele Imperi
      2 giugno 2016 alle 10:51 Rispondi

      Per le trame è vero. Il titolo però lo vorrei unico.

  3. Elena
    2 giugno 2016 alle 10:07 Rispondi

    Ricominciare da capo il tuo romanzo?????? ARGH
    Ok non ti invidio e passiamo oltre. Il titolo. Io voto per il titolo suggestivo (Vi piace “Così passano le nuvole?”) che crei attesa e sia da un lato poetico e dall’altro evocativo di un qualcosa che in quel momento appartiene solo alla fantasia del lettore.
    Oppure i titoli brevi, brevissimi, solo una parola. Come uno shot. Tiè ciapa lì. CI sto lavorando per il mio secondo romanzo.
    A una preventiva ricerca su internet non avevo pensato…. grazie

    • Daniele Imperi
      2 giugno 2016 alle 10:53 Rispondi

      Be’, sì, ma non butto via tutto quello che ho scritto :)
      “Così passano le nuvole” che significa? Non capisco cosa vuoi dire, quindi ecco che non c’è aspettativa da parte mia.
      Titoli evocativi che mi vengono in mente sono “E le stelle stanno a guardare” di Cronin.
      Titoli di una sola parola mi piacciono, come quello scelto per il mio fantasy, che però mi tocca cambiare. Ma rischi che esista già.

      • Valentina
        2 giugno 2016 alle 13:44 Rispondi

        Anche a me non piace “Così passano le nuvole” e piace “E le stelle stanno a guardare”, ma secondo me non si può dire (pensando solo al titolo) che uno “si capisce” e l’altro no. Secondo me è una questione di gusto in questo caso. Entrambi sono evocativi e possono essere diversamente interpretati, no?

        • Daniele Imperi
          2 giugno 2016 alle 13:54 Rispondi

          “E le stelle stanno a guardare” lo capisco, perché è una frase chiara. Ma “Così passano le nuvole” non mi dice nulla. Le nuvole passano in un certo modo?

          • Valentina
            2 giugno 2016 alle 15:13

            Se fosse stato “E così le stelle stanno a guardare” per te sarebbe stato diverso?

          • Daniele Imperi
            2 giugno 2016 alle 15:27

            Ah, “così” in quel senso. Secondo me non è molto chiaro.

    • Valentina
      2 giugno 2016 alle 13:24 Rispondi

      Ciao Elena piacere di conoscerti :)
      Io penso che ricominciare da capo non sia una brutta idea. Lo so, è un lavoro che terrorizza…però l’ho fatto anch’io. Cancellato e ricominciato. E devo dire che davvero a volte è tutta un’altra cosa. :D

      • Elena
        2 giugno 2016 alle 18:14 Rispondi

        Ciao Valentina, il piacere è tutto mio. Credo che tu abbia colto il senso del titolo. Ovviamente l’ho scelto perché mi piaceva ma mi rendo conto che può non essere immediato. In realtà penso che a un titolo ci sia abitui col tempo. È essenziale che susciti qualche reazione…. 😉. Ma terrò presente il ragionamento dell’esperto ;)
        Sul ricominciare… Io ho proprio un altro metodo. Ho alcune cose sospese che non so se riprenderò. Ma se sono ferme è xche non vibrano più sulle mie frequenze. Non ho il coraggio di riscrivere tutto e nemmeno la voglia. Concordo su un punto : rimaneggiarr uno stesso testo tempo dopo non è una buona idea. Le nostre idee evolvono ma anche il nostro modo di scrivere. E si sente, ahimè

        • Valentina
          2 giugno 2016 alle 21:08 Rispondi

          Ciao Elena, be’, a dire la verità non ero sicura di averlo colto ma vedo che c’ho preso :D
          Come vedi il fatto che non sia immediato non significa che non possa essere capito. O comunque il lettore si interroga. Non è che un titolo debba per forza essere di significato immediato, secondo me. Di certo deve colpire.

          • Elena
            3 giugno 2016 alle 15:00

            D’accordissimo.
            Inoltre chi può pretendere di prevedere e determinare le libere associazioni che nella testa di ciascuno di noi si manifestano quando leggiamo o sentiamo pronunciare una parola o un titolo? Insomma, non si sta esagerando? Il vissuto di ciascuno ti porta ad essere più o meno attirato da un titolo (ma vale per tutto). Dipende da cosa evoca…. A me per esempio “Le nebbie di Avalon” fa venire in mente un western , non un fantasy. E non ridete….. :)
            La ragione per cui ci sono tanti libri e tanti scrittori è proprio perché non per tutti qualcosa risuona nello stesso modo.
            Il titolo dice qualcosa di noi, non di chi legge.
            “Q” dei mitici Wu Ming a che diavolo di categoria appartiene?
            Certo de “I fratelli Karamazov” si intuisce la trama e forse anche il genere. Ma stiamo parlando del dio Dostoevsky e dell’ottocento letterario….
            Andiamo avanti senza troppe categorizzazioni. Questo, ormai Daniele lo sa, è il mio punto di vista

          • Daniele Imperi
            3 giugno 2016 alle 15:15

            Su “Le nebbie di Avalon” ho riso, invece :D
            Avalon è la terra in cui andò Artù da morto.

            Comunque è vero che un titolo deve stare nella testa di chi scrive, ma non sai comunque se attirerà o meno. A me “Q” non attira (ma conta anche l’antipatia che ho per quei tipi).

            De “I fratelli Karamazov” io non intuisco nulla eccetto che si sta parlando di almeno due fratelli :)

  4. Luisa
    2 giugno 2016 alle 10:31 Rispondi

    Il titolo che passione… oggi sono quì velocemente… l’ argomento sprigiona fantasia, personalmente tra una cosa e un’altra mi diletto a buttar giù titoli per racconti, il titolo mi fa nascere tutto un discorso da cui sviluppare una storia. Per il romanzo ne ho scritti tre a metà storia, poi li lascio “lievitare” dopo un pò uno resta più in mente,forse è quello giusto,comunque penso sia meglio breve e non frasi scontate

    • Daniele Imperi
      2 giugno 2016 alle 10:56 Rispondi

      Per le storie anche a me i titoli fanno venire in mente tutto un discorso. Per il tuo titolo forse hai ragione, quello che resta in mente è quello che ti ha colpito di più, quindi forse quello giusto.

  5. Marco Amato
    2 giugno 2016 alle 11:09 Rispondi

    Io quando ho l’ispirazione per una storia e di getto comincio a scrivere la trama stendendo giù tutto quello che mi viene in mente, so che in quel preciso istante devo pensare anche al titolo. Quando riesco a coniugare il titolo nel momento di euforia creativa, in genere mi piace sempre. Viceversa, se non viene o lascio sfuggire l’attimo, poi trovare un titolo che calzi diventa difficilissimo.

    In uno dei miei romanzi in dirittura adotterò un doppio titolo. Che saranno il titolo del primo capitolo e il titolo dell’ultimo capitolo. Se in principio può lasciare perplessi, chi leggerà il libro e compiuto l’intero arco della storia ne afferrerà il senso più pieno.

    • Daniele Imperi
      2 giugno 2016 alle 11:13 Rispondi

      A me è la prima volta che capita di non trovare un titolo adatto. Però ho trovato il sottotitolo, almeno :D
      Anche se lascia perplessi – e forse è un bene – di sicuro può incuriosire quel tuo titolo.

      • Marco Amato
        2 giugno 2016 alle 11:23 Rispondi

        Io a volte provo a cavarmela col mio database di titoli.
        Quando mi viene in mente un possibile titolo per una storia lo annoto.
        Rileggendoli col tempo la maggior parte dei titoli li riscopro banali e li cancello. Ma quelli che passano le selezioni, all’apparenza sono più che validi.

        • Daniele Imperi
          2 giugno 2016 alle 11:54 Rispondi

          Eh, ma questo puoi farlo se ancora devi scrivere la storia, non se la storia c’è già. O sbaglio?

          • Marco Amato
            2 giugno 2016 alle 18:42

            In realtà anche secondo me, quelli che definisci titoli poetici, si possono adattare facilmente a tanti tipi di storie. Chiedi alla polvere di Fante o Le correzioni di Franzen. Quindi avere accumulato un archivio personale di possibili titoli ogni tanto può tornare utile.

  6. Valentina
    2 giugno 2016 alle 13:31 Rispondi

    Ciao Daniele, ho ben poco da aggiungere. L’argomento è fondamentale e sono d’accordo con tutto quello che dici, soprattutto sulla scelta del punto di vista (belli gli esempi), la brevità, e l’unicità.
    Poi ovviamente per quanto mi riguarda io scelgo quello “poetico senza apparente significato”, e pure lungo. :D
    Potrei aggiungere “la forza dell’idea del titolo nel tempo”, che per me funziona come quella della storia. È possibile pensare a un titolo ancora prima di scrivere, e poi scrivere e accorgerti che potresti sceglierne altri cento forse migliori, ma continuare a volere quello?
    Saluti dalla Torre :D

    • Daniele Imperi
      2 giugno 2016 alle 13:56 Rispondi

      Ciao Valentina, perché scegli quello “poetico senza apparente significato” e pure lungo? :D
      La forza dell’idea del titolo che resiste al tempo vale, eccome.

      • Valentina
        2 giugno 2016 alle 15:16 Rispondi

        Perché se è quello che rimane nel tempo me ne sbatto dell’attinenza e della brevità :)

        • Daniele Imperi
          2 giugno 2016 alle 15:26 Rispondi

          Non fa una piega :D

  7. Tenar
    2 giugno 2016 alle 14:08 Rispondi

    Io sono una pessima, pessima titolista. Con i racconti ancora me la cavo, di solito estrapolo una frase dal testo, ma per il romanzi sono un disastro. Sig

    • Daniele Imperi
      2 giugno 2016 alle 15:03 Rispondi

      Estrapolare una frase dal testo è una buona idea, già qualche grande scrittore l’ha fatto.

    • Valentina
      2 giugno 2016 alle 15:17 Rispondi

      Anche io lo faccio. magari allora invece che pessime titoliste siamo grandi scrittrici :D

  8. KingLC
    2 giugno 2016 alle 14:11 Rispondi

    Mi ha sempre affascinato capire il perché un titolo sia bello, e penso davvero che tutto giri intorno a musicalità e attinenza. Vizio di forma, La solitudine dei numeri primi, Io sono leggenda, Il sentiero dei nidi di ragno, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Misery non deve morire, Come un tuono. In genere i titoli lunghi (non come quelli di Defoe) mi piacciono di più. Ma anche l’immediatezza ha i suoi vantaggi; Mad Max è perfetto ad esempio. O Essi vivono, Kill Bill. Penso che un buon titolo venga fuori in maniera naturale, ricamarci troppo non serve a nulla. Non tutti i titoli devono essere memorabili, in fondo.

    • Daniele Imperi
      2 giugno 2016 alle 15:04 Rispondi

      Mad Max e Kill Bill, poi, sono la stessa parola ma con finale e iniziale diversa :)
      Magari con l’inglese è più facile ottenere questo effetto.

  9. Nuccio
    2 giugno 2016 alle 14:24 Rispondi

    Defoe, Swift o Dickens, succesivamente, erano espressione del loro tempo, quindi i titoli potavano essere prolissi. I pochi lettori che avevano abbisognavano di delucidazioni sul libro che si accingeva a riempire le loro lunghe giornate. Un titolo di quelli oggi non andrebbe. Dev’essere scattante e accattivante o deve solleticare l’attesa del lettore, incuriosendolo. Naturalmente, come dici tu, se la storia non c’è…

    • Daniele Imperi
      2 giugno 2016 alle 15:06 Rispondi

      Giusta osservazione sui titoli di un tempo. Forse a quei tempi non avrebbero funzionato quelli brevissimi di oggi. Ma non è detto, basti pensare a “Frankenstein” (anche se aveva un sottotitolo) e tanti altri.

  10. Ulisse Di Bartolomei
    2 giugno 2016 alle 14:51 Rispondi

    Salve Daniele

    Se il testo verrà autopubblicato, non ci si può esimere dal valutare l’impatto SEO che anche il titolo comporta. Se scegli un titolo che contrasta con il sottotitolo o la sinossi, i motori di ricerca tendono a penalizzare il tutto. Ieri ho indagato la questione in diversi siti specialistici e mi sembra che il sunto sia questo. Per quanto riguarda un titolo premesso o estrapolato durante la redazione dell’opera, la mia esperienza mi suggerisce che il primo dovrebbe essere indicativo, senza troppe remore e a quello definitivo arrivarci quando… quando sarà. Ultimamente ho avuto un colloquio interessante con un’anziana missionaria cattolica circa l’attuale papa e ne è scaturito qualcosa di sorprendente, che mi costringe a reimpostare gran parte della tematica sul monoteismo (anzittutto cattolico) e in parte modificare il titolo. Una situazione diversa dalla narrativa, ma indicativa di come un “incidente” di percorso vi possa influire. Se il tuo sarà un palese capolavoro, come ti auguro e gli editori faranno la fila, allora puoi ignorare la questione…

    • Daniele Imperi
      2 giugno 2016 alle 15:08 Rispondi

      Ciao Ulisse, ora parlare di palese capolavoro mi pare prematuro e eccessivo :D
      Sull’impatto SEO non sono sicuro. Ma dici all’interno di Amazon e dintorni?

      • Ulisse Di Bartolomei
        2 giugno 2016 alle 15:57 Rispondi

        L’opera di scansione dei “ragni” sui contenuti di Amazon e certamente efficace e selettiva e se ci si affida ai motori di ricerca per attirare potenziali acquirenti, è un aspetto non trascurabile. Credo comunque che valga per ogni strategia di vendita che non sia il volume in libreria. In esempio, un titolo come “la profondità in superficie” è un ossimoro che se l’autore è conosciuto come filosofo o psicologo, il lettore capisce che si tratta di un un contenuto a sfondo psicoanalitico, ma i motori di ricerca vi correlano tematiche geotecniche e prima che si arrivi a quel titolo passano parecchie pagine.

  11. Ferruccio
    2 giugno 2016 alle 17:22 Rispondi

    Mi pare che i cinque punti finali riassumano tutto

    • Daniele Imperi
      2 giugno 2016 alle 17:34 Rispondi

      Sì, anche secondo me quei punti sono tenere sempre a mente, dopo che magari hai deciso il punto di vista.

  12. Lisa Agosti
    2 giugno 2016 alle 19:04 Rispondi

    Non conoscevo titlescorer, ho tradotto il titolo del mio romanzo in inglese e ho inserito i dati ma ho ottenuto un misero 20% di probabilità di successo. Qual è la differenza tra titolo letterale e figurativo?

    Del resto sono d’accordo con i punti che hai elencato, la lunghezza del titolo è importante, a me piacciono titoli corti o evocativi.
    Adesso nella categoria mainstream vanno molto titoli del tipo “L’incredibile storia del…” o “L’improbabile Signor Tal dei Tali” mentre qualche anno fa andavano di più titoli tipo “La moglie del… ” o “La figlia di…”
    A mio parere, questi sono titoli che piacciono alle donne, studiati per attirare l’attenzione femminile, visto che le donne leggono di più.

    • Daniele Imperi
      3 giugno 2016 alle 08:08 Rispondi

      La differenza fra titolo letterale e figurativo la spiega il sito. I titoli dei romanzi di Harry Potter sono letterali, perché, da come ho capito, è il suo vero nome. Poi fa l’esempio di un romanzo di Salinger, Caino e Abele, è quello è figurativo perché richiama un episodio biblico.
      Non avevo fatto caso all’evoluzione dei titoli nel mainstream, però hai ragione che certi titoli attraggano più le donne.

  13. animadicarta
    2 giugno 2016 alle 19:07 Rispondi

    Molto interessante questo post, soprattutto la parte sul punto di vista. Mi hai dato molti spunti… In effetti sono nella tua stessa barca, sto riscrivendo un romanzo e sono alla ricerca disperata del titolo! Neanche io voglio un titolo già usato. Un’altra cosa che ho letto e che mi sembra importante è che il titolo deve in qualche modo evocare il tipo di romanzo, il genere.

    • Daniele Imperi
      3 giugno 2016 alle 08:12 Rispondi

      Sul fatto che debba evocare il genere di romanzo non sono molto d’accordo, dipende dal genere. “Le nebbie di Avalon” di sicuro ci fa capire che è fantasy. “Viaggio al centro della terra”, “Assassinio sull’Orient Express” e “La guerra dei mondi” ci fanno anche questi capire il genere.
      Ma titoli come “Il nome della rosa”, “Il colore viola”, “La 25° ora”, “L’ombra del vento” e “Il buio oltre la siepe” che genere ti fanno capire?

  14. Monia
    3 giugno 2016 alle 09:40 Rispondi

    “Quello che so per certo è che a un romanzo, specialmente se il primo, non possiamo dare il primo titolo che ci viene in mente.”

    Perché no?
    Cioè, io credo di aver capito il tuo punto di vista (correggimi se sbaglio): secondo te, soprattutto per il primo romanzo (con tutto il suo carico di aspettative, il suo diventare giocoforza metro di giudizio della nostra produzione, etc etc), è cosa buona e giusta dedicare il giusto spazio e il giusto tempo a una scelta delicata come il titolo. Giusto?
    Tuttavia, per quanto io sia Miss Razionalità e lo sai, non dichiarerei la vittoria a mani basse della
    “lunga riflessione” sull’”istinto ispiratore”.
    Chi può dire che “il primo titolo che ci viene in mente” non sia quello giusto?
    Non sarebbe pregiudizievole ritenerlo sicuramente un titolo da cambiare solo perché ha avuto la colpa di saltarci in mente al volo?
    Perché dobbiamo dare valore solo a ciò che giunge a noi con fatica? (E questa domanda, mi pare evidente, è in realtà una domanda più complessa che va ben oltre la scelta del titolo).

    “Quanto dev’essere lungo il titolo della nostra storia? La brevità ripaga sempre.“

    Se per “brevità” intendi qualcosa che sia un po’ più breve dei titoli da 30 parole che hai citato (tra parentesi: che idea geniale condividere con i Blu Pennuti questi titoli! Che cosa interessante paragonarli a quelli odierni!) ecco, allora sì, meglio la brevità. Ma, ti dirò, personalmente i titoli lunghi non mi dispiacciono affatto.

    “Molti sono concordi nel dire che il linguaggio del titolo debba essere chiaro e semplice.”

    Qualora fosse necessario scegliere (per fortuna non sempre lo è) meglio “chiaro e semplice” di “complesso e evocativo”? Ne siamo sicuri? Perché poi leggo…

    “Alcuni esperti dicono di non scegliere un titolo poetico, ma gli esempi che ho fatto vengono tutti da romanzi di successo. Dunque? Come al solito la verità sta nel mezzo.”

    e, da donna di parte quale sono quando si parla di roba poetica, sono molto d’accordo.

    “Una soluzione per trovare il titolo adatto è partire dal punto di vista”

    A questa soluzione non avevo pensato. E in fondo non è questa una delle cose più interessanti del leggere i blog? Avere l’occasione di sperimentare spesso soluzioni nuove?

    • Daniele Imperi
      3 giugno 2016 alle 09:49 Rispondi

      Può essere quello giusto, certo, ma io voglio anche pensare ad altri titoli, anche se poi scelgo il primo. Magari capita che il primo che mi viene in mente sia anche l’unico, come succede spesso.
      Quali titoli lunghi ti sono piaciuti di autori moderni?
      Dipende poi dalla complessità del titolo. Ma anche in questo caso, dipende dal pubblico di quel libro.

      • Monia
        3 giugno 2016 alle 12:25 Rispondi

        Mi viene in mente al volo “la solitudine dei numeri primi”, ma vale come lungo?

        • Daniele Imperi
          3 giugno 2016 alle 12:28 Rispondi

          No, non è breve, ma neanche lungo.
          “La mirabolante avventura di John Lemprière, erudito nel secolo dei lumi” è lungo :)

          • KingLC
            3 giugno 2016 alle 16:30

            Più che lungo è un titolo che sa di antico, ormai di titoli del genere se ne vedono pochissimi. “La solitudine dei numeri primi” è lungo, per i tempi moderni. “La mirabolante avventura di John Lemprière, erudito nel secolo dei lumi” è l’eccezione che conferma la regola che di titoli del genere oggi non se ne dovrebbe usare più. Infatti il titolo originale è molto più breve.

          • Daniele Imperi
            3 giugno 2016 alle 16:53

            Vero, il romanzo di Norfolk ha un titolo breve in originale. Però non mi dispiace quello italiano, richiama appunto l’antichità.

    • Valentina
      3 giugno 2016 alle 20:14 Rispondi

      Ciao Miss Razionalità, piacere di conoscerti, io sono miss irrazionalità :D
      Agli antipodi eppure d’accordo su tutta la linea di pensiero.
      Un’idea che viene senza troppo sforzo? Dobbiamo complicarcela, altrimenti sarebbe troppo facile. :)
      Brevità? Mi piacciono i titoli brevi. E per me La solitudine dei numeri primi è un titolo lungo. Eppure mi piace un sacco e è proprio calzante, e non avrei saputo scegliere un titolo migliore per quel libro. E l’ho comprato per il titolo.
      Chiaro e semplice contro complesso e evocativo: anch’io come te penso che non ci sia un “meglio” e un “peggio”. C’è, punto. :)

      • Monia
        4 giugno 2016 alle 09:54 Rispondi

        Ehi Miss Irrazionalità, mi piace il tuo modo di s-ragionare!
        Anche per me è un piacere conoscerti.
        (Ma, del resto, i Blu Pennuti sono quasi sempre personaggi e persone di grande spessore)

        • Valentina
          4 giugno 2016 alle 10:49 Rispondi

          Ah davvero?
          Oddio, allora che ci faccio qui?? :P

  15. Salvatore
    3 giugno 2016 alle 10:58 Rispondi

    Bel post, Daniele. Arrivo un po’ in ritardo. Condivido le tu riflessioni e ancora di più le tue conclusioni. Forse si può ancora aggiungere che è buona norma riflettere sul titolo DOPO aver scritto il romanzo. Perché così si ha il materiale da cui trarre il titolo stesso e un’idea precisa e sviluppata di cosa il romanzo parla. :)

    • Daniele Imperi
      3 giugno 2016 alle 11:03 Rispondi

      Grazie :)
      Infatti per il mio romanzo aspetto di finirlo e poi penserò al titolo, anche se continua a darmi l’impressione di qualcosa di incompleto. Sul file ho scritto per ora “Senza titolo” :D

  16. L'Anonimo Scrittore
    3 giugno 2016 alle 12:58 Rispondi

    Se dovessi mai arrivare al punto di arenarmi sul problema di trovare il titolo per il mio romanzo, sarei l’uomo più contento di questa terra. Per ora riesco a gestire solo racconti e lì, il lavoro di azzeccare il titolo giusto, è più semplice.
    Scherzi a parte, un mio vecchio insegnate era convinto, un po’ come diceva Michelangelo, che il titolo del libro sia già scritto nel libro stesso. Bisogna solo trovarlo e scriverlo in copertina.

    • Daniele Imperi
      3 giugno 2016 alle 13:02 Rispondi

      Si può provare a cercare il titolo nel romanzo, appena finito, perché no? Magari funziona.

  17. luisa
    3 giugno 2016 alle 15:14 Rispondi

    Mi è venuto un dubbio, se il titolo scelto c’è già in un altro romanzo? Come fare a saperlo? Nel caso c’è già ma senti che è quello “giusto”?

    • Daniele Imperi
      3 giugno 2016 alle 15:16 Rispondi

      Per sapere se esiste c’è Google, ma c’è anche Amazon, IBS, Feltrinelli. Insomma, se un libro è stato pubblicato, online si trova.

  18. Eleonora Cristina
    3 giugno 2016 alle 15:59 Rispondi

    Nelle poesie, ma solo nelle poesie, a volte il titolo mette, come dire, una marcia in più al testo. Ricordo di averne scritta una che, a distanza di qualche mese, mi era sembrata mediocre. Ma il titolo (La crudeltà del condizionale in un giorno di novembre) aveva fatto sì che avesse ottenuto moltissimi consensi nella pagina che gestisco.

    • Daniele Imperi
      3 giugno 2016 alle 16:30 Rispondi

      Le poesie si prestano ad avere titoli particolari.

    • Valentina
      3 giugno 2016 alle 21:40 Rispondi

      La crudeltà del condizionale in un giorno di novembre lo trovo un titolo fantastico :D

  19. Nadia
    4 giugno 2016 alle 12:10 Rispondi

    mi è capitato spesso di leggere un libro il cui titolo entrasse sotto pelle da subito ed altri che fatica invece ho capito. Poi ne ho letti alcuni, dove il titolo era proprio l’ultima frase, quella finale di ogni capitolo, o insomma il motivo ricorrente. Mi sono chiesta spesso se fosse stata scelta dell’autore o dell’editore, ma ovviamente ogni caso è a sè. Il titolo è vero è gran parte del libro, ma se poi all’interno delude, può essere bello quanto si vuole che non sta in piedi. A me capita di sentirlo nascere mentre scrivo, come se mi chiamasse, ma comunque ne fa sempre parte e non può che contenere in una sola riga tutto il suo senso.

    • Daniele Imperi
      6 giugno 2016 alle 08:55 Rispondi

      Non possiamo sapere se il titolo è dell’autore o è stato scelto dall’editore. Di sicuro l’autore dovrebbe essere d’accordo. Io preferirei non pubblicare piuttosto che pubblicare il mio romanzo con un titolo che non reputo adatto.

  20. Grazia Gironella
    5 giugno 2016 alle 21:48 Rispondi

    Il titolo sfugge in gran parte al mio controllo razionale. Quasi sempre capita che la storia nasca con un titolo già appiccicato addosso, che mi piace e mi è necessario per scrivere. Faccio davvero fatica ad andare avanti nella storia se non ha un titolo che sento giusto, un po’ come se dovessi fare un lunghissimo viaggio insieme a una persona in uno spazio ristretto, tipo vecchio scompartimento del treno, e non sapessi come si chiama. E’ una cosa che mi disturba. Comunque in generale per la narrativa mi piacciono titoli brevi e capaci di incuriosire.

    • Grazia Gironella
      5 giugno 2016 alle 21:53 Rispondi

      A proposito, mi piace molto “Conoscevamo Damui”, il titolo del romanzo che sta scrivendo Celeste Sidoti. Incarna molto bene i miei gusti.

    • Daniele Imperi
      6 giugno 2016 alle 08:58 Rispondi

      In genere il titolo è sempre sfuggito anche al mio controllo razionale. È la prima volta che mi metto a scrivere senza sapere ancora il titolo.

  21. Luisa
    6 giugno 2016 alle 01:33 Rispondi

    Osservando una vetrina delle librerie mi sono chiesta -Come si sceglie un libro?
    In relazione all’autore,
    alla casa editrice,
    al titolo,
    alla copertina,
    per sentito dire,
    passa parola?
    Potrebbe essere un post?

  22. Chiara
    6 giugno 2016 alle 09:12 Rispondi

    Anche io ho da tempo, in bozza, un post sul titolo. Più o meno, dico le stesse cose che dici tu, con qualche aggiunta. Una di queste è che il titolo deve suscitare una domanda, nel lettore. Un’altra, che deve implicitamente rimandare a una dimensione misteriosa, interiore o esteriore che sia. Ma avrò modo di spiegare tutto questo nel mio post, che non so quando uscirà.

    Per quel che riguarda il titolo del mio romanzo, all’inizio ne avevo scelto uno molto semplice (acronimo GM), che però riprende una canzone dei Tiromancino. Ne ho scelto un altro. L’acronimo (TCCC) fa veramente schifo, ma il titolo è azzeccato e rispecchia i canoni di cui parli. Ogni tanto, mentre scrivo, me ne viene in mente un altro. Prendo nota e vado avanti. Alla fine, con la storia completa davanti, tutto sarà più chiaro. :)

  23. Daniele Imperi
    6 giugno 2016 alle 09:17 Rispondi

    Il titolo che deve suscitare una domanda è una bella idea.

  24. monia74
    6 giugno 2016 alle 16:54 Rispondi

    Questo è uno di quei motivi per cui vale la pena avere una casa editrice!
    Il titolo è uno strumento di Marketing, il più importante dopo la cover. Se per la copertina ovunque si consiglia di rivolgersi a un esperto, non vedo perchè non lo si debba fare per il titolo. Per come la vedo io, il titolo di un libro è uno slogan, nè più nè meno di quelli sui cartelloni pubblicitari.
    E’ assurdo quindi trovare dei criteri (sempre il mio personale punto di vista :) :) ), perchè la sostanza è che quel titolo deve solleticare il lettore a prendere in mano il libro e sfogliarlo, girarlo per leggere il retro. Insomma deve attirare e incuriosire, punto. Che sia inerente, astratto, diretto, il nome di un luogo o dell’antagonista.. poco conta.
    Il problema è trovare una persona che fa questo di mestiere, alla stregua del grafico. Non è affatto detto che una persona che sa scrivere un romanzo sappia scrivere gli slogan.
    Ho letto recentemente che c’è chi di mestiere scrive le “fascette”. Magari esiste anche il “titolaro” :P :)

    • Daniele Imperi
      6 giugno 2016 alle 17:01 Rispondi

      Non sono molto d’accordo. È vero che il titolo aiuta a vendere come la copertina, ma non esageriamo: non lo vedo proprio come un puro strumento di marketing. Né lo vedo come uno slogan.
      E non sono d’accordo che debba essere l’editore ad avere l’unica voce in capitolo su come intitolare un romanzo.
      Chi scrive le fascette credo sia un comune copywriter.

      • monia74
        6 giugno 2016 alle 17:09 Rispondi

        Non ho detto unica voce, ho detto che ha le competenze. Carta bianca non la lascerei neppure sulla copertina nè sulla quarta di copertina. Però accetterei molto volentieri un consiglio. In realtà ho detto di più,e cioè che sarei disposta a pagare per avere il consiglio su un titolo.

        • Chiara
          6 giugno 2016 alle 17:13 Rispondi

          Uno scrittore competente può essere perfettamente in grado di scegliere un buon titolo (io no: è la mia bestia nera…). Allo stesso modo, un editore può essere fallibile. Quindi: mai generalizzare. :)

  25. luisa
    7 giugno 2016 alle 16:18 Rispondi

    Ciao Monia, sono angoli visuali diversi, però potrebbe essere interessante per me :-) mi diletto a scrivere titoli di eventuali racconti e romanzi, dicendomi poi ne scriverò la storia… molti restano soltanto titoli, più corretto e professionale il pensiero di Daniele è un pò come fare un figlio e far scegliere il nome ad altri :-)

    • monia74
      7 giugno 2016 alle 18:13 Rispondi

      Beh, no, dai. Un figlio non lo devi mica vendere :D
      Se vuoi fare lo scrittore credo che un libro non lo fai per te stesso, ma per i lettori. Poi è ovvio che se scrivi un romanzo rosa e vogliono intitolarlo “il cane di filippo” non sarei d’accordo. Ma prenderei volentieri il consiglio di un titolo azzeccato che io non sarei stata in grado di tirare fuori.

  26. Ryo
    22 giugno 2016 alle 16:01 Rispondi

    Io ho un foglio in bacheca interamente dedicato alle idee per il titolo del mio nuovo romanzo. Solitamente non ho problemi con i titoli, questa volta invece credo che l’idea vincente arriverò solo verso la fine :-)

    • Daniele Imperi
      22 giugno 2016 alle 16:06 Rispondi

      Come spero che arrivi per il mio :D

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