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Cosa può imparare uno scrittore dalle serie TV

Castle

Scrittura e TV – e scrittura e cinema – sono in un certo senso legati: raccontano storie e devono farlo nel migliore dei modi. Dietro una serie TV c’è qualcuno che l’ha pensata e l’ha scritta.

Si può imparare a vedere le serie TV: uno scrittore vi può trovare elementi davvero utili alla costruzione di una storia.

Il filo conduttore

C’è un tema che viene portato avanti nelle serie televisive: è anche vero che molte sono poliziesche, quindi il tema principale è il crimine, ma ricordo vecchie serie TV come La famiglia Addams, Arnold, Tre nipoti e un maggiordomo, Furia, ecc. C’era un filo conduttore che rappresentava l’anima della serie.

Uno scrittore deve tenere a mente questo filo quando scrive: non solo, secondo me, quando prepara un’antologia di racconti o una saga, ma anche durante la stesura di un romanzo. Non possiamo considerare i vari capitoli come altrettante puntate di una seria televisiva?

Lo schema vincente

Potete chiamarlo schema, format, modello, struttura: comunque sia c’è un’ossatura prestabilita che tiene in piedi tutto. Prendiamo una puntata di Castle:

  • Castle è informato dell’omicidio
  • alla centrale si inizia a discutere e si fanno programmi
  • scena nell’obitorio
  • Castle e Beckett indagano
  • vita privata di Castle
  • ancora in centrale: sviluppi del caso
  • ancora vita privata e scenette non inerenti al caso
  • azione prima della conclusione del caso
  • fine

Ho citato a memoria, tanto per ribadire che all’interno di una serie TV – come all’interno di una testata a fumetti – esiste un modello da rispettare: un modello vincente, perché semplifica il lavoro del soggettista e dello sceneggiatore. Lo schema rappresenta le linee guida da seguire per scrivere la storia dall’inizio alla fine.

Uno scrittore può sfruttare questo schema: nella scrittura di gialli, thriller, horror, ma anche fantasy o di altri generi. Nella stesura di racconti. Lo schema può anche variare, deve variare anzi, ma credo che sia fondamentale, almeno per certe storie, più complesse, creare uno schema prima di procedere alla narrazione vera e propria.

La forza dei comprimari

Devo dire che in alcune serie TV non amo molto i personaggi comprimari. In Castle, per esempio, non sopporto sua madre e sua figlia: mi annoiano quelle scene e mi sono antipatiche quelle due. Però i comprimari sono importanti. Rendono la storia completa e credibile.

Uno scrittore non può narrare una storia senza creare dei personaggi comprimari: personaggi che facciano da spalla al suo protagonista. I comprimari rendono il protagonista più tridimensionale. Nell’esempio di Castle, madre e figlia sono la sua vita privata e il suo passato.

Il lato umoristico

C’è sempre, avete notato? Almeno in tutte le serie TV che ho seguito – e non parlo di quelle prettamente umoristiche – c’era sempre qualche piccolo risvolto comico. Un personaggio-macchietta, una battuta, una scena divertente.

Uno scrittore dovrebbe imparare a inserire qualche piccolo elemento umoristico nelle sue storie. Perché?

  • Perché nella vita reale si verificano scene del genere;
  • perché spezza la drammaticità della storia dando respiro al lettore;
  • perché crea empatia con alcuni personaggi.

I conflitti interiori dei protagonisti

Prendiamo sempre il povero Castle come esempio: è combattuto fra due comportamenti: rivelare il suo amore per la poliziotta o continuare a tacere? Questo conflitto va avanti da tanto tempo e crea curiosità e aspettativa nello spettatore.

Uno scrittore non può creare personaggi piatti a cui va bene tutto: i suoi protagonisti devono essere ostacolati sia nello svolgimento della loro missione – qualsiasi essa sia – sia nel loro lato personale. Il conflitto interiore plasma il personaggio, lo modifica anche e il personaggio, affinché la storia sia una storia, deve subire qualche cambiamento.

I dialoghi: elemento da non sottovalutare

Non amo le serie TV italiane – mai viste, sinceramente – né il cinema italiano in genere – a parte i capolavori di un tempo con attori come Totò, Fabrizi, Sordi, Tognazzi, ecc. – ho visto e vedo solo serie televisive americane. I dialoghi mi sembrano perfetti: scorrono, sono naturali.

Uno scrittore deve riuscire a scrivere dialoghi nel modo più naturale possibile: ho già parlato di come scrivere un dialogo – e anche di come far parlare i bambini in una storia: in questo caso serie TV e cinema sono carenti, i bambini parlano come gli adulti.

Le comparse indispensabili

Sono i personaggi di minore importanza, ma servono. Le comparse – l’agente che accompagnata l’arrestato, il cameriere che porta da bere, i passanti, infermieri e dottori che vanno e vengono in un ospedale – deve esserci perché esistono nella realtà quotidiana. In quel caso le comparse sono tutti quelli che non conosciamo e che incrociano le nostre azioni di ogni giorno.

Uno scrittore deve inserire comparse nelle sue storie. Eppure talvolta si tende a sottovalutare la presenza di personaggi come questi. Ma sono indispensabili alla storia, perché definiscono in maniera credibile l’ambientazione.

Cosa potete imparare dalle serie TV?

Siete d’accordo con quanto ho scritto? Secondo voi potete davvero imparare qualcosa come scrittori dalla visione di una serie televisiva?

24 Commenti

  1. Cristiana Tumedei
    18 febbraio 2013 alle 08:59 Rispondi

    Sai che trovo quest’analisi davvero interessante? :)
    Mi piace perché guarda con profondità a qualcosa a cui, spesso, veniamo sottoposti passivamente. Anche se non seguo molto la televisione, in passato ho visto qualche serie e devo dire che, riflettendoci, gli elementi che hai citato sono tutti fondamentali. Quindi, perché non prendere spunto da essi per la scrittura?
    Su una cosa sono certa: non riuscirò mai ad inserire elementi umoristici nei miei scritti, ché proprio esulano dalla mia indole troppo seria e poco incline alla divagazione.
    Davvero interessante questa serie di post, la seguirò con piacere!

  2. Daniele Imperi
    18 febbraio 2013 alle 09:11 Rispondi

    Grazie :)
    Sui lati umoristici diciamo che non sono fondamentali, però comunque fanno parte della realtà. Non li ho sempre trovati nei romanzi letti.

  3. Neri Fondi
    18 febbraio 2013 alle 10:01 Rispondi

    Mi trovo d’accordo con Cristiana e mi accodo ai suoi complimenti, anche se come lei sono in difficoltà con il lato umoristico.
    Tuttavia devo dire che la tua analisi mi è piaciuta assai (come tutte, del resto :) ) e mi ha fatto riflettere su un aspetto interessante delle serie televisive, ma solo di quelle fatte bene: la molteplicità delle vicende narrate.
    Questo, secondo me, è un elemento che accomuna in maniera forte una serie tv a un romanzo, più di quanto a un romanzo non possa somigliare un film. Perché? Perché il film è racchiuso irrimediabilmente in uno schema di tempi troppo rigido (anche andando ai film d’autore incredibilmente lunghi, raramente si va oltre le 3 ore e mezza), e questo non permette lo sviluppo adeguato di più storie, portando inevitabilmente a concentrare le forze su due o tre, esagerando quattro storie “parallele”, o comunque combinate.
    In una serie tv, invece, il discorso è diverso, perché le serie sono potenzialmente infinite, e hanno una durata dilazionata, cosa che sostanzialmente è valida anche per un libro, la cui dimensione in termini di pagine è incredibilmente variabile, con uno scarto fra il minimo e il massimo di circa 1900 pagine.
    E infatti, nelle serie televisive sono presenti molte più storie che si intrecciano, spesso anche a stagioni di distanza, e questo contribuisce, anzi, è fondamentale per mantenere viva l’attenzione del pubblico.
    Per fare un esempio cito Dexter, una serie che mi piace molto. La storia di base è appunto quella di Dexter, un assassino particolare che ha i suoi metodi e le sue ragioni, ma insieme alla sua storia personale, ogni stagione ha il suo fil rouge. Oltre a questo, ogni stagione sviluppa le storie di altri personaggi, come Debra, la sorella di Dexter, Batista, Masuka, Quinn, Doakes, Laguerta e molti altri, senza tralasciare le varie vicende pseudo-amorose del protagonista. Ma le storie “secondarie”, secondarie non sono, in verità, in quanto riconducono gli elementi sempre alla vicenda principale che ruota attorno alla centrale di polizia di Miami, e ogni singolo elemento muove gli equilibri di quel microcosmo influendo sulla vita di ognuno dei suoi abitanti, e condizionando quindi anche le vicende di Dexter.
    Questo, secondo me, si può imparare da una serie tv: la capacità di “multinarrazione”, che ultimamente sembra un po’ scomparsa dal panorama letterario.

    Leggere Victor Hugo o J.R.R. Tolkien per capire di cosa parlo :)

    • Daniele Imperi
      18 febbraio 2013 alle 10:15 Rispondi

      Grazie :)
      Vero, la capacità di multinarrazione. Ottimo l’esempio di Hugo e Tolkien.

  4. Salomon Xeno
    18 febbraio 2013 alle 11:42 Rispondi

    Non ho mai seguito Castle se non per qualche spezzone, ma Fillion mi piace molto dai tempi di Firefly. Prima o poi guarderò qualche puntata, magari quando non sarò più occupato da GoT o TWD! :D

  5. KINGO
    18 febbraio 2013 alle 11:42 Rispondi

    Ciao Daniele, anche per me i telefilm rappresentano una foma d’arte da non sottovalutare e ritengo che possano essere d’aiuto quando si scrive. Bisogna però fare molta attenzione, perché le serie tv hanno alcune caratteristiche del tutto contrastanti con i romanzi, e lo scrittore non deve assolutamente farsi influenzare da questi aspetti.
    In qualsiasi serie tv vale il principio base che il telespettatore, puntata dopo puntata, vuole vedere sempre la stessa cosa. In ogni episodio accadono degli stravolgimenti, ma alla fine tutto ritorna esattamente com’era prima e le dinamiche tra i personaggi restano per lo più invariate. Gli unici cambiamenti veri, se ci sono, avvengono alla fine o all’inizio di una serie, ad esempio con l’introduzione di un nuovo personaggio (a cui di solito sono dedicate una o due puntate di presentazione). Lo scopo del regista è quello di riproporre sempre lo stesso scenario vincente, mentre lo scopo di uno scrittore deve essere quello di stupire. I personaggi di un libro sono sempre in completa evoluzione, maturano pagina dopo pagina. I personaggi di un telefilm, invece, devono restare sempre uguali.
    Inoltre, per quel che riguarda il discorso delle cosiddette “spalle”, anche qui c’è una differenza abissale tra i romanzi e i telefilm. Nei romanzi i comprimari sono quelli che, come spiegato nel famoso schema di Propp, hanno il ruolo di “aiutanti del protagonista”. Si tratta di personaggi fondamentali e con un ruolo indipendente, che per vari motivi si ritrovano ad aiutare il protagonista. Nelle serie tv, invece, i comprimari sono esclusivamente “in funzione del protagonista”. Mi spiego meglio: avete presente quando in un telefilm compare un personaggio nuovo e voi pensate subito “Ecco, questo si innamorerà della protagonista”? Ebbene, quel personaggio ha un ruolo totalmente subordinato che può andare bene in una serie tv, ma che in un libro suona scontato e ridicolo.
    Con queste premesse, mi sento dire che, nonostante il problema della durata, un libro è molto più vicino a un film che ad una serie tv. Del resto pensateci: quanti telefilm ispirati a dei romanzi hanno avuto successo? Mentre invece quanto successo hanno avuto i film del Signore degli Anelli o di Harry Potter?
    Personalmente ho trovato molto interessanti serie tv come “The Mentalist”, “Detective Monk” e “Fringe”, basate su argomenti nuovi, anche se non del tutto interessanti. Mentre invece trovo noiose le serie su Poirot, quelle su Sherlok Holmes e tutte le altre ispirate ai romanzi. In campo fantasy, poi, il discorso è ancora più marcato: “Merlin” si salva solo perchè ribalta completamente la storia a cui si ispira, ma tutte le altre serie sono penose.

    • Daniele Imperi
      18 febbraio 2013 alle 11:51 Rispondi

      Sullo stesso schema vincente ti do ragione: ovviamente uno scrittore che vuole scrivere un romanzo non potrà riproporre nel seguente la stessa cosa. Ma pensa un attimo alle saghe fantasy o ai gialli: in fondo è come se fossero delle serie TV.

      • KINGO
        18 febbraio 2013 alle 18:17 Rispondi

        Non lo so, temo che il paragone regga fino a un certo punto. Non so se conosci “La prima regola del mago” di Terry Goodkin, e la sua relativa serie tv…

        • Daniele Imperi
          18 febbraio 2013 alle 19:14 Rispondi

          No, non conosco né il romanzo né la serie. E sì, il paragone regge fino a un certo punto.

  6. KINGO
    18 febbraio 2013 alle 11:49 Rispondi

    Scusate, ovviamente nel commento precedente volevo dire che “The Mentalist”, “Detective Monk” e “Fringe” sono basate su argomenti nuovi, anche se non del tutto originali

    PS: Quanti di voi trovano noiose le serie sugli stramaledetti medici e su quei pazzi che stanno per tutto l’episodio a studiare le unghie dei cadaveri?

    • Daniele Imperi
      18 febbraio 2013 alle 11:53 Rispondi

      Di Merlin ho visto la prima puntata, ma mi ha annoiato, come pure non mi ha attirato C’era una volta o la serie sulle streghe e gli angeli, che ho trovato banalissime.
      Le serie sui medici hanno stufato: alla fine sono tutte uguali :)

  7. Michel Pelucchi
    18 febbraio 2013 alle 13:05 Rispondi

    IL COSTANTE E L’ETERNO SOTTO L’ACCIDENTALE, come diceva Robert Bresson ::: e non e’ la sciocchezza di credere che “tutto fa brodo”.
    Perche’ se noi non siamo, ad esempio meravigliati, le cose non sono :) accidenti!!!

  8. franco zoccheddu
    18 febbraio 2013 alle 15:55 Rispondi

    Sfondi una porta aperta: i produttori italiani non sanno andare oltre la semplice initazione dei meccanismi di un buon serial statunitense. Ricordo alcune puntate di serial tipo “Numbers” o “Criminal minds” che riescono ad avere lo spessore di un buon film. Poche adire il vero. No, non Castle, per quanto godibile il sabato sera con una buona pizza: troppa ironia e leggerezza privano la storia di suspence. Parlo della sapienza di certi ritmi, quando un dialogo serrato e trainante, ben bilanciato tra dramma personale e sociale, ti coinvolge come e più della tragedia di un’Anna Karenina sul punto di gettarsi sotto il treno nel momento in cui sente la vita più intensamente che mai. Non so se possono ispirare la scrittura, ma ti fanno riconoscere un buonissimo sceneggiatore.

    • Daniele Imperi
      18 febbraio 2013 alle 16:04 Rispondi

      Le serie Tv italiane neanche le considero… Su Castle hai ragione, c’è molta ironia. Criminal Minds è davvero ben fatto, invece.

  9. Kinsy
    21 febbraio 2013 alle 14:36 Rispondi

    Il tuo è un confronto ponderato e intelligente. Perché spesso il problema degli esordienti è quello di voler mettere su carta una scena cinematografica. E qui son dolori, perché scrivere un romanzo o un racconto non è scrivere una scenografia per il cinema o la televisione.

  10. Lucia Donati
    23 febbraio 2013 alle 18:10 Rispondi

    Ah, è sicuro che si può imparare come scrittori dalle serie TV (neanche io amo le serie italiane, in generale). E’ interessante anche capire come è stata preparata una sceneggiatura relativa ad un film, oltre che ispirante per scrivere racconti.

  11. Cosa può imparare uno scrittore dalle soap opera
    25 febbraio 2013 alle 05:00 Rispondi

    [...] Niente. Dovrei concludere così questo post, ma è meglio spiegare perché una soap opera non può essere d'aiuto a uno scrittore, a differenza di una serie TV. [...]

  12. Giovanni
    25 febbraio 2013 alle 09:46 Rispondi

    Da serie televisive come Lost, Damages, Alias, impari il concetto di cliffhanger, impari come i dettagli non siano lasciati al caso e se c’è un bicchiere in una scena quel bicchiere servirà. Nulla è messo al caso e in più.

  13. Giovanni
    25 febbraio 2013 alle 09:48 Rispondi

    Per non parlare di CSI, che lì davvero l’intreccio è curato nel dettaglio, anche se non sempre la storia ti prende, ma gli attori sono superbi, altro che le serie TV italiane, dove è tutto scadente, a iniziare dagli attori.

  14. KINGO
    25 febbraio 2013 alle 10:30 Rispondi

    CSI è il peggior telefilm che sia mai stato creato, peggio addirittura del dottor House e di Greys Anatomy.

  15. Romina Tamerici
    6 marzo 2013 alle 01:11 Rispondi

    Io credo che uno scrittore possa imparare da qualsiasi cosa. Ovunque ci sono spunti per cose da fare e cose da non fare. Non ho mai pensato alle serie televisive in quest’ottica, però la tua analisi è convincente.

  16. Alessandro
    24 aprile 2014 alle 00:06 Rispondi

    Chuck è fantastico una spy story ironica non troppo seria, togliendo il caso del matrimonio tra chuck e sarah e devon ed ellie trovo sia perfetto è molto vario come sceneggiatura, prendi ad esempio anche serie giapponesi come dragon ball, naruto e one piece questi due hanno preso spunto

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