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Come gestire le storie in prima persona

Come gestire le storie in prima persona

Ho iniziato ad apprezzare la narrazione in prima persona leggendo Poe quand’ero ragazzo. Mi aveva subito affascinato quell’approccio alla storia, come se fosse il narratore stesso a raccontarti le sue avventure e tu fossi proprio lì con lui.

Di certo si viene a creare un legame più forte col lettore e lo vediamo anche nei blog, dove il linguaggio è in prima persona, non si racconta in terza, non avrebbe senso. E così la storia che leggiamo sembra più vicina a noi, perché la scrittura stessa si fa più empatica.

Ovviamente ci sono pro e contro sull’uso della prima persona in narrativa e dobbiamo stare molto attenti a non cadere in errori banali e gravi, anche, come è successo a Veronica Roth nel suo Allegiant, l’ultimo capitolo della trilogia iniziata con Divergent.

Usare la prima persona non significa scrivere storie lineari

Viene da credere che usando l’io narrante si debba necessariamente creare una storia lineare e non una trama complessa e più dinamica. Se proviamo a pensare al Dracula di Bram Stoker, un romanzo epistolare formato da lettere, messaggi, trascrizioni da registrazione, vediamo subito come sia movimentata quella trama.

I vermi conquistatori di Brian Keene è un altro romanzo scritto in prima persona che offre una storia non lineare, usando un trucco narrativo, quello del passaggio di consegne da un io narrante all’altro. Una sorta di storia nella storia.

Questo espediente si trova anche in Conan Doyle, il suo romanzo Uno studio in rosso nella seconda parte cambia punto di vista e narrazione, passando alla terza e tornando infine alla prima. Anche qui abbiamo una storia nella storia.

Si possono escogitare diversi metodi per rendere la storia meno lineare, se è questo che vogliamo.

  • Far raccontare un episodio a un altro personaggio
  • Introdurre una lettera o un messaggio
  • Inserire storie nella storia
  • Usare la terza persona per raccontare un episodio
  • Usare dei flashback o comunque una delle varie backstory

La trappola del tempo al presente

Che cosa accade quando l’io narrante usa il presente nella narrazione? Nell’ebook che sto scrivendo ci sono storie in cui la narrazione è al tempo presente e in prima persona. È stata una scelta naturale, come sempre mi succede quando scrivo.

Ma in un capitolo ho commesso un errore e me ne sono accorto soltanto rileggendolo il giorno dopo. Vediamolo insieme.

Brano errato

Affido questa missiva a un contadino nella speranza che la porti fra la civiltà. Lo vedo allontanarsi finché la sua figura svanisce nella foresta. A poco a poco anche il ritmico calpestio del suo mulo si fa ricordo in questi luoghi di mistero.

Il personaggio che scrive, devo precisare, parla attraverso delle lettere. Vedete quindi l’errore? Come fa a scrivere al suo destinatario che vede il contadino allontanarsi con la sua lettera se non l’ha ancora terminata?

“Affido” è secondo me giusto, un presente colloquiale che sostituisce “affiderò”. Ma il resto non è corretto. È una scena impossibile.

Brano corretto

Affido questa missiva a un contadino nella speranza che la porti fra la civiltà. Lo vedrò allontanarsi finché la sua figura svanirà nella foresta e il ritmico calpestio del suo mulo si farà a poco a poco ricordo in questi luoghi di mistero.

Non so se durante la revisione lascerò questo brano completo oppure taglierò tutto ciò che viene dopo il primo punto, che è inutile, secondo me. Però il brano è corretto.

Brano corretto e narrazione in terza persona

Affida la missiva a un contadino nella speranza che la porti fra la civiltà. Lo vede allontanarsi finché la sua figura svanisce nella foresta. A poco a poco anche il ritmico calpestio del suo mulo si fa ricordo in quei luoghi di mistero.

In questo caso, invece, non vedo alcun errore: c’è un narratore esterno che racconta tutto ciò che vede. Anche se il tempo è al presente, le azioni descritte sono comunque finite, concluse.

Il narratore non deve morire

A meno che, chiaramente, non stiamo scrivendo una storia sul soprannaturale. Ma non è assolutamente possibile né credibile che io scriva che muoio. O, meglio, in qualche caso la scena può avere una sua giustificazione. Vediamo due casi estemporanei.

Lettera dallo spazio

L’aria nella capsula sta finendo. Il contatore dice che avrò ossigeno ancora per un paio di minuti. Scrivere sta diventando una tortura, la vista si annebbia e le forze svaniscono. Non posso far altro ch…

Una scena come questa è valida, non credete? L’astronauta è rimasto abbandonato nello spazio e scrive il suo diario. Noi possiamo leggerlo perché qualcuno s’è degnato di raccattare la capsula e seppellire il poveraccio.

Spari nel buio

Sento il suono assordante dello sparo e una fitta alla schiena. Bruciore, come fuoco che arde nella mia carne viva. Il mio corpo che s’inarca nell’aria e cade pesantemente a terra. Un secondo sparo e di nuovo quel fuoco che divampa dentro di me. Muovo le mani in cerca d’una presa che non trovo. La mente si spegne pian piano e tutto ciò che è intorno a me perde colore e consistenza. Questo è il volto della morte, che ora conosco.

Ora, caro mio, t’hanno sparato due colpi alla schiena, cadi per terra, crepi e cosa fai? Tieni un diario? Lo racconti a qualcuno? Questa scena non regge perché è impossibile. Potrebbe reggere solo se il personaggio si salva e lo scrittore ha voluto creare una suspense giocando d’astuzia. Ma non se il personaggio muore, come nel mio esempio.

Studiare la morte dell’io narrante

Ho mostrato due casi estremi e lontani fra loro. L’io narrante può morire, certo, ma dipende dalle modalità. Nel primo caso è plausibile, nel secondo assolutamente no. Il problema sorge se non abbiamo pianificato bene la storia fin dall’inizio e previsto la morte del narratore.

Il rischio è di dover mettere mano a più parti della storia, perché magari a quel tipo di morte sono legati altri eventi e personaggi.

La scelta del narratore omodiegetico

Così è definito il narratore interno alla storia, quindi in pratica uno dei personaggi. È ovviamente un narratore che presenta diversi limiti, come quello di non poter conoscere ma solo supporre le riflessioni degli altri personaggi.

Quando l’io narrante è anche il protagonista, l’eroe della storia, Gérard Genette lo definisce narratore autodiegetico.

Caratterizzazione dei personaggi nella narrazione omodiegetica

Una scelta del genere deve seguire quindi norme di narrazione differenti rispetto a quella in terza persona. Una storia con l’io narrante ha quasi il sapore di un’autobiografia, in cui uno solo dei personaggi, il narratore appunto, risulta perfettamente caratterizzato a discapito degli altri, che possono essere dipinti soltanto in modo sommario o comunque non completo.

Linguaggio narrativo nella narrazione omodiegetica

Anche il linguaggio è diverso, perché risulta – deve risultare – più colloquiale, diretto, senza troppi fronzoli, se vogliamo. Proviamo un momento a pensare allo stile di McCarthy: perfetto per la terza persona, ma non lo vedo per nulla adatto per la prima. L’io narrante è inserito in una sorta di discorso continuo con i lettori.

Quando scegliere l’io narrante?

Finora a me è sempre capitato di sceglierlo in modo spontaneo. Mi veniva in mente una storia e contemporaneamente anche se narrarla in prima o terza persona. Forse per ogni storia c’è la giusta narrazione, non saprei.

Nel romanzo che sto scrivendo per il self-publishing ci sono sei storie collegate una all’altra e ben 5 sono raccontate in prima persona. Ma sono nate così, ho iniziato a scriverle senza neanche pensare alla narrazione.

Non mi chiedo mai, quindi, prima di scrivere, se usare o meno la prima o la terza persona. Dicono che l’uso della prima sia una caratteristica degli autori alle prime armi e forse è vero. Ricordo il primissimo racconto che ho scritto qualche decennio fa, una specie di storia medievaleggiante intitolata Il ritorno del cavaliere – non ho più trovato, per fortuna, il manoscritto – e quella storia era infatti raccontata in prima persona.

E voi? Come scegliete e come gestite le storie scritte in prima persona? Quali altri pro e contro potete citare?

51 Commenti

  1. LiveALive
    6 luglio 2014 alle 08:53 Rispondi

    A me lo Studio in Rosso proprio non è piaciuto, è come se Doyle non sapesse che scrivere e così ha messo insieme due libri. Per assurdo, la seconda parte sui mormoni è più interessante di quella su Sherlock Holmes!

    Oggi si cerca di eliminare completamente il narratore/autore dalla storia, cercando di far immergere completamente il lettore nel personaggio. In realtà la soluzione è esistita sin dall’antichità: usare la prima persona. C’è il personaggio, e solo quello.
    Io consiglio di usarla al tempo presente. Al tempo presente, la tua seconda morte non la ritengo errata: è un flusso di pensieri, non sta tenendo un diario, può dire ciò che sente mentre muore.
    Così diventa, credo, particolarmente adatta agli esordienti: non ci sono problemi con il punto di vista, diventa facile gestire i tempi, si può usare una voce personale senza sembrare falsi.

    Però, bisogna stare attenti. Gli antichi usavano la narrazione in prima come se fosse una normale onnisciente. E così, se si narra al passato, ma bisogna evitare di eliminare il narratore onnisciente solo per sostituirlo con un personaggio con le stesse caratteristiche. Bisogna limitare la sua visione, dargli una voce particolare…
    Particolarmente insidiosa è la possibilità di far sentire il personaggio come narratore. Prendi Moby Dick. “Chiamami Ismaele”. Chiamami, non chiamatemi! Perché tu, lettore, sei lì con Ismaele alla locanda che trangugi birra gelata e te ne stai ad ascoltare vecchie storie di vecchi marinai. È interessante, è empatico… Però ti tiene a distanza dalla vicenda. Inconsciamente,sai che non si sta vivendo una vicenda, ma che la si sta sentendo raccontare: e quindi non c’è differenza con il normale narratore. Io preferirei, invece, un personaggio che vive momento per momento la vicenda… Però, è anche una questione di gusto, è anche bello sentire il personaggio che racconta.

    • Daniele Imperi
      7 luglio 2014 alle 13:16 Rispondi

      Sì, ma non puoi obbligare uno scrittore a usare sempre la prima persona.

      Il flusso di pensieri sta bene, ma non è credibile per me perché non sta in piedi. Il lettore non deve leggere nella mente del narratore.

  2. Chiara
    6 luglio 2014 alle 10:57 Rispondi

    Il romanzo che sto scrivendo si appoggia a due piani temporali diversi, di cui uno in prima persona (un ampio flashback raccontato da un personaggio) ed uno in terza. I capitoli sono alternati fra loro. La cosa più difficile, secondo me, è gestire il gioco di rimandi e di anticipazioni però ci sto provando. Ho deciso di utilizzare questa tecnica perchè avevo necessità di creare uno stacco netto fra i due segmenti, per evitare che il lettore si confondesse. Non ho mai amato molto questo metodo narrativo. Non mi piace l’idea di essere “identificata” con il personaggio narrante. Però, come tu stesso evidenzi, in alcuni momenti sorge spontaneo! :)

    • Daniele Imperi
      7 luglio 2014 alle 13:17 Rispondi

      Va bene anche il tuo metodo. Non è detto che non funzioni o non piaccia. E lo stacco è netto.

  3. Alessandra
    6 luglio 2014 alle 11:31 Rispondi

    Ma il finale di Spari nel buio non mi sembra scorretto, visto che sono pensieri che passano nella mente nell’attimo della morte. Si tratta di concedere al lettore la possibilità di entrare per un attimo nella mente del protagonista, in modo da fargli capire meglio quello che sta provando, o no? Al di là del fatto che la situazione sia plausibile o meno, il lettore si sente maggiormente coinvolto a livello emozionale.

    • Daniele Imperi
      7 luglio 2014 alle 13:18 Rispondi

      E il lettore come fa a conoscere quei pensieri? È forse un veggente?

  4. Nani
    7 luglio 2014 alle 05:48 Rispondi

    Daniele, sei molto esigente!
    Onestamente, io non trovo fastidiosa l’incongruenza del tizio che muore crivellato li’ per li’. Posso immaginarmi sia un feed back dell’ultimo respiro, ma sinceramente, se la scrittura e’ convincente, non mi pongo nemmeno il problema. Anzi, carina l’idea di finire il romanzo con l’ultimo momento di vita del protagonista raccontato da lui stesso. A me non creerebbe fastidi. I fastidi che mi insorgono sono altri, quelli delle incongruenze tra cio’ che il personaggio racconta e quello che dovrebbe sapere o conoscere. Tipo: non mi sono mai mosso da Roma … la sensazione claustrofobica di passeggiare sul ponte vecchio tra la folla di turisti…
    Non sono nemmeno troppo d’accordo sull’esigenza di non infronzolare troppo il recit quando il narratore e’ autodiegetico. Certo, dipende dal personaggio. Se e’ un tipo come il meccanico sotto casa mia, e’ difficile pure che abbia pensieri sensati, figuriamoci poi pensieri aulici. Ma di sicuro, se scelgo una prima persona, il personaggio che mi propongo non e’ il primo meccanico che trovo per strada. Deve essere interessante in qualche rispetto, deve avere qualcosa che mi spinga a seguire le sue circonvoluzioni mentali e non solo. Altrimenti, molto meglio una terza persona e via.
    Ma, poi, neanche questo e’ detto. Perche’ molti scambiano il personaggio in prima persona per una sorta di ricettacolo autobiografico. E in questo caso e’ semplice giostrarsi. Ed e’ comunque una operazione meno faticosa parlare di se’, piuttosto che inventare un personaggio autonomo.

    • LiveALive
      7 luglio 2014 alle 08:03 Rispondi

      Ma perché questi benedetti meccanici non possono avere pensieri aulici? Il mio meccanico è laureato in lettere, filosofie, psicologia ed economia, ha tenuto varie Lectura dantis e per dieci anni ha diretto un’azienda di chip per razzi balistici… Poi è fallita, lui è finito sotto un ponte, e ora è costretto a fare il meccanico.

      P.S.: Daniele, ma che combini? XD …così domani c’è il “chi l’ha scritto”? XD

      • Nani
        7 luglio 2014 alle 08:13 Rispondi

        Hai visto per caso “Smetto quando voglio?” :D
        E poi io dicevo il primo meccanico per strada. Magari, il secondo ha qualcosa in piu’ da dire, che ne sappiamo? E allora la voce aulica ci sta pure. :D
        Comunque, fico il personaggio del meccanico laureato in tremila discipline ed ex direttore dei chip finito sotto i ponti.

        • LiveALive
          7 luglio 2014 alle 08:45 Rispondi

          È un film? No, non l’ho visto, invero stavo pensando a l’eleganza del riccio: lì la portiera è molto colta.

          • Nani
            7 luglio 2014 alle 10:24

            Si’, e’ un film. Che ti fa ammazzare dalle risate e ti lascia con un amaro in bocca…
            Bello, da vedere. :)

      • Daniele Imperi
        7 luglio 2014 alle 08:35 Rispondi

        Ho programmato i post il 6 e il 7 pensando fossero lunedì e martedì :D
        Maledetta estate…

    • Daniele Imperi
      7 luglio 2014 alle 13:20 Rispondi

      Pensavo l’avessi capito che sono molto esigente! :D

      Io invece me li pongo questi problemi, perché quando l’ho letto, in un romanzo, a me ha fatto storcere parecchio la bocca.

  5. Marco
    7 luglio 2014 alle 07:31 Rispondi

    Se la “voce” è in prima persona, non posso fare altro che assecondarla. Se è in terza, idem! Non mi pare di aver mai cambiato punto di vista.
    Preferisco la terza; difficile, ma a parer mio meno complessa della prima. Però sei al servizio della storia, e allora ti tocca “Obbedir tacendo” :)

    • Daniele Imperi
      7 luglio 2014 alle 13:21 Rispondi

      Eppure dicono che sia più complessa la terza.

      Giusto, sei al servizio della storia :)

      • LiveALive
        7 luglio 2014 alle 14:20 Rispondi

        A me invece hanno detto spesso che la a prima è più problematica (ma non ci credo XD)

  6. Attilio Nania
    7 luglio 2014 alle 10:53 Rispondi

    Ciao Daniele, oggi non ti lascio commenti provocatori. (XD!!)

    Riguardo alla prima persona, ti dirò una cosa: forse è solo un’impressione mia, ma mi sembra che scrivendo in prima persona ho meno controllo sulla storia che scrivendo in terza. Il punto è che usando la prima persona io autore tendo inevitabilmente a confondermi con l’io personaggio, e dunque il personaggio finisce per deviare dalla personalità che gli avevo dato. Nel caso di un racconto autobiografico può andar bene, me per il resto è un bel problema.

    • Daniele Imperi
      7 luglio 2014 alle 13:22 Rispondi

      Di sicuro hai meno controllo, perché sei limitato al tuo unico punto di vista.

      Devi impedire di immedesimarti nel narratore, per forza.

    • LiveALive
      7 luglio 2014 alle 14:21 Rispondi

      È successo anche a me: volevo scrivere un testo su Flaubert, ma alla fine gli ho fatto dire cose oche non avrebbe mai detto (e che non pensavo neppure io, a dirla tutta), e ho dovuto cambiarli nome.

  7. Francesca
    7 luglio 2014 alle 11:54 Rispondi

    In genere preferisco optare per la terza persona, perchè riesco a mantenere lo “sguardo” lucido, concentrato sulla storia e sulle interazioni tra personaggi. chè quando si eccede in empatia, come nel mio caso, il rischio di “schiaccimento” sulle emozioni del personaggio che parla è molto forte :)

    • Daniele Imperi
      7 luglio 2014 alle 13:23 Rispondi

      Eh, per forza, con la prima prevalgono le emozioni del protagonista-narratore.

  8. SAM.B
    7 luglio 2014 alle 12:47 Rispondi

    Io ho sempre trovato difficile la prima persona, soprattutto al presente… e adesso scopro che per qualcuno è una caratteristica degli autori alle prime armi :D
    Il mio problema non è l’identificazione con l’io narrante, quanto proprio la gestione dell’intera vicenda da un punto di vista che mi risulta troppo limitante. Non a caso, l’unico romanzo con un solo punto di vista che abbia scritto finora, e che si sarebbe prestato bene alla prima persona, l’ho scritto in terza – al passato. Ho provato a riscrivere un paio di paragrafi in prima, sempre al passato, ma niente: non mi ci sono trovata bene.
    Ho due storie che richiedono la prima persona, una delle quali al presente… ma penso che le lascerò in un cassettino della mia mente ancora per un po’.

    • Daniele Imperi
      7 luglio 2014 alle 13:24 Rispondi

      Io al presente la sto usando molto nel mio romanzo-come-da-barra-di-progressione :)

      Prova a scrivere qualche racconto breve in prima persona, per allenarti.

  9. Tenar
    7 luglio 2014 alle 13:49 Rispondi

    Io ho trovato il post molto ben fatto, perché credo che uno scrittore debba essere esigente. La mia esperienza di storie lunghe in prima persona si limita all’apocrifo sherlockiano (di prossima, si spera, pubblicazione). Mi sono fatta tutti i problemi di cui ha parlato Daniele e pure qualcuno in più:
    – Lessico. Non scrivo io, scrive lui, il personaggio che potrà anche essere il meccanico con tripla laurea carpiata di LiveALive, ma comunque non sono io, non posso usare le parole che verrebbero spontanee a me.
    – Consapevolezza dell’io narrante. Nel mio caso (ma spesso è così) c’era un “ora” in cui viene rievocato un “allora” su cui si innestano ricordi precedenti. L’io narrante di “ora” ha più consapevolezza di quanta ne avesse “allora”e quindi avevo bisogno di sapere sempre se i suoi commenti fossero di “allora” o di “ora” (avrò reso l’idea?)
    – Azioni fuori scena. È vero che ci sono espedienti per allargare il punto di vista, ma fino a un certo punto. Come si fa se accade qualcosa di importante a cui l’io narrante non può assistere? Come apprende le informazioni? E come si fa a evitare l’effetto spiegone?
    La mia esperienza è quindi che la prima persona è molto faticosa da gestire, necessita di una scrittura ancora più razionale che nella terza. Se funziona, però, l’effetto finale può essere portentoso. In effetti parecchi dei miei libri preferiti sono in prima persona.

    • Daniele Imperi
      7 luglio 2014 alle 19:23 Rispondi

      Grazie Tenar.
      Lessico: vero, non ci ho pensato.
      Consapevolezza: non ci ho capito niente :D
      Azioni fuori scena: coi dialoghi? O magari legge la notizia sul giornale. O una telefonata. O un tizio che racconta tutto.

    • Severance
      7 luglio 2014 alle 21:04 Rispondi

      Arrivo sempre tardi per dire qualunque cosa… In sostanza ho avuto lo stesso problema. Il mio personaggio narra alla sorella di un cambiamento avvenuto nella sua vita. E’ ovvio che ne scriverà come persona cambiata, e non come la sfigata che era prima. Quando me ne sono reso conto sono corso ai ripari! Sono incidenti con l’IO narrante.

  10. Giordana
    7 luglio 2014 alle 14:27 Rispondi

    Da lettrice devo dire che non amo la terza persona, ma da editore sono costretta ad ammettere che spesso si rivela la scelta giusta, anche se a mio avviso richiede una notevole padronanza delle tecniche di scrittura per essere applicata .

    • Daniele Imperi
      7 luglio 2014 alle 19:26 Rispondi

      C’è chi dice che è più difficile la terza e chi la prima, tanto che non ricordo più come la penso io :D

      Dico allora che la terza richiede una buona conoscenza delle tecniche di scrittura, come dici anche tu, e la prima richiede di saper gestire bene la storia, vista la sua limitatezza.

  11. Claudia
    7 luglio 2014 alle 19:41 Rispondi

    La terza persona è quella che preferisco in assoluto. Mi permette di entrare nella mente di ogni personaggio e condividerne la storia in tutte le sue sfumature. Ti fa sentire (e diciamolo che un po’ questo ci garba) onnipotente :)
    Amo leggere romanzi con l’io narrante, e sarebbe favoloso scriverne uno, ma credo che tutto ciò debba venire naturale e per il momento mi è più affine la terza persona.
    Se poi Bram Stoker decidesse di ritornare in vita per aiutarmi a stilare una serie di racconti con il suo eccelso modus operandi, chi sarei io per rifiutare tale fortuna? ;)

    • Daniele Imperi
      8 luglio 2014 alle 07:35 Rispondi

      Hai detto bene: deve venirti naturale. Sarà la storia a richiedere la prima persona. Ti faccio un esempio con l’ebook che sto scrivendo. Una delle storie è narrata in prima e al presente. Ma il secondo capitolo di questa storia richiede invece la terza.

  12. GiD
    7 luglio 2014 alle 23:08 Rispondi

    Da lettore, adoro le storie raccontante in prima persona al passato. Mi piace che l’autore racconti la sua storia come se tutto fosse davvero accaduto, come se i fatti narrati fossero i suoi ricordi. “Memorie di una geisha”, ad esempio, l’ho letteralmente divorato, e ancora lo rileggo quando posso.

    Non ho mai incontrato, invece, una narrazione in prima persona al presente. In molti racconti sì, ma mai in un romanzo. Almeno mi pare.
    Non avrei problemi al riguardo, comunque. Ci vedrei molto bene un noir o un thriller, in prima persona al presente.

    Riguardo alla scena “Spari nel buio”, sono d’accordo con te, Daniele. Non va bene. Però il problema secondo me è un altro.
    Ok, il fatto che la voce racconti di come gli sparino è poco credibile, ma secondo me questo rientra nella “sospensione dell’incredulità”. Se tutto il romanzo, fin dall’inizio, è impostato come una narrazione al presente, il lettore accetta la cosa, anche se nei fatti si tratta di una telecronaca in diretta dei fatti, di per sé poco verosimile. Nessuno racconta passo passo quello che sta facendo, che gli stiano parando o che gli stiano offrendo un caffè.
    Il problema vero, dicevo, è un altro, ed è nella frase che segue:

    “Il mio corpo che s’inarca nell’aria e cade pesantemente a terra.”

    La prima persona vincola l’autore alle percezioni della voce narrante. L’immagine del corpo che si inarca nell’aria è quella che avrebbe un osservatore esterno, o uno accanto a colui che subisce lo sparo. Io, voce narrante a cui sparano, non posso vedere il mio corpo inarcarsi, ed è anche poco probabile che riesca a percepirlo, vista la situazione. Al massimo mi sentirò spingere all’indietro, o sentirò i miei piedi sollevarsi e perder il contatto col suolo. Rimanendo sul piano visivo, potrei vedere il mondo capovolgersi. L’immagine del corpo inarcato in aria, però, non credo possa essere visualizzata sul momento dalla vittima di uno sparo.

    Ecco. Questo è un esempio delle difficoltà e dei limiti che la prima persona, soprattutto al presente, impone.

    Bell’articolo.;D

    • Daniele Imperi
      8 luglio 2014 alle 07:38 Rispondi

      Grazie GiD.

      “Memorie di una geisha” volevo prenderlo anni fa. Me l’hai fatto ritornare in mente.

      Per me se è poco verosimile, allora non è credibile. Quindi quella storia perde di interesse.

      Sul corpo che si inarca sono d’accordo.

    • LiveALive
      8 luglio 2014 alle 12:37 Rispondi

      Sulla questione del corpo visto da fuori in prima persona ci ho pensato anche io: in un racconto avevo scritto che il personaggio “arrossisce”, che poi ho dovuto sostituire con la percezione di calore sulle guance.
      Però, da un punto di vista teorico, non mi sono mai sentito di affermare la cosa come giusta. Il motivo è che la mia immaginazione è molto cinematografica, e vede sempre e comunque il personaggio dall’esterno, e da lontano: mai e poi mai mi è capitato di vedere con i suoi occhi. Se uno scrive: “apro il cassetto: tre foglietti, una matita, la colt 1911.” io immagino un uomo visto di lato che apre un cassetto e ci si china sopra, solo questo XD Ne consegue che, anche se è logico che il personaggio non si descrive dall’esterno, avendo io sempre una visione esterna, un illogico commento esterno mi pare più visivo e funzionale.

      Si potrebbe scrivere un post sul rapporto tra la forma logica e parlata, e questo qua sopra è un esempio. Altra possibilità sono i pleonasmi. Tipo: “mi siedo di fronte al camino, fuori la neve che cade lenta”. Il che è pleonastico, ma quante volte lo usiamo nel parlato? Allora siamo sicuri che la forma logica, senza che, sia migliore? Anzitutto, così la narrazione si allontana dal parlato, e più si allontana più appare finta, senza contare che la frase finirebbe per apparirmi sgraziata, poco logica, come se si fossero dimenticati un punto (anche se molti magari ci sono abituati e sentono diversamente, lo so).
      Insomma, per me a volte è meglio usare una forma illogica ma piacevole che una assolutamente corretta ma poco efficace: non credo che il lettore si sentirà tradito solo perché il personaggio dice che arrossisce senza potersi vedere da fuori, o perché non potrà introiettare una sensazione, lo accetta semplicemente. E poi, personalmente, faccio molta fatica a credere che certi accorgimenti favoriscano l’immersione, ma magari lo dico solo perché l’immergermi in un testo non mi è mai interessato, neppure da bambino. Non so, magari con alcuni funziona, ma per quel che mi riguarda, all’affermazione “se limiti tutte le tue percezioni e pensieri a quelli attuali del personaggio il lettore si identificherà con lui più facilmente e sarà molto più coinvolto”, tutto ciò che posso rispondere è: mi pare logico, ma ciò non corrisponde alla mia esperienza. E non posso farci niente.

  13. Io Narrante che si elvolve (tre bloggers alla riscossa) | Nuvole Prensili
    9 luglio 2014 alle 21:13 Rispondi

    […] il riassunto della diatriba. Daniele Imperi (sul blog Penna Blu) scrive un bel pezzo tecnico sulla gestione dell’Io Narrante, cioè raccontare in prima […]

  14. Come organizzare il lavoro di scrittura
    16 luglio 2014 alle 05:00 Rispondi

    […] è che ogni storia, secondo me, deve avere il giusto formato di narrazione. Non parlo dell’uso della prima o della terza persona – anche quello è da decidere – ma di come suddividere la storia in […]

  15. Riccardo
    4 settembre 2014 alle 16:34 Rispondi

    Scopro oggi il blog, e sono al mio secondo commento.
    Dovendo questa seconda volta avanzare una critica (costruttiva finché si vuole, ma sempre critica), direi che devo scoprire almeno una carta: sono un lettore esigente e pignolo. Scrivo poco e male, ma quando si tratta di leggere non c’è incoerenza logica, cronologica, lessicale o grammaticale che mi sfugga. E’ una vita grama, la mia.

    Su questa base, devo dirti che la scena finale di “Spari nel buio” non mi sconvolge per niente, perché è logicamente inattaccabile, a meno di voler confondere il personaggio-narratore con l’autore. A scrivere materialmente, infatti, è solo il secondo.
    Per dirla con LiveAlive: “è un flusso di pensieri, non sta tenendo un diario, può dire ciò che sente mentre muore”. Anche se al posto di LiveAlive avrei usato “esprimere” in luogo di “dire”, perché ammetto il caso di un personaggio-narratore muto.

    Diversamente non si potrebbero concepire opere in prima persona in cui il narratore-personaggio sia un analfabeta, o un animale, o uno spirito sprovvisto di arti per impugnare una biro o almeno di un dito per digitare su una tastiera. Tutte situazioni che nella mia veste di Lettore Esigente ammetterei senza esitazione, a meno che non sia lo stesso autore a dichiarare (legittimamente) delle regole del gioco diverse.

    Per esempio, l’ultimo romanzo di Giorgio Faletti si intitola “Appunti di un venditore di donne”. Il titolo denuncia la forma scritta in cui il personaggio-narratore deve potersi essere espresso, alla pari dell’autore, perché io possa leggere tutto ciò che segue. Per l’autore ovviamente non c’è bisogno di alcuna denuncia in questo senso, infatti ha scritto il libro e lo abbiamo tra le mani. Qui narratore-personaggio e autore, ovviamente distinti (uno si chiama Giorgio e l’altro Bravo), devono possedere le stesse proprietà che accomunano tutti gli scrittori (essere umani, disporre delle necessarie abilità fisiche e culturali, per esempio). Qui non accetterei mai una scena in cui il personaggio che narra mi descrive la sua morte, ma solo perché il libro è intitolato “Appunti di X”. Sarebbe uno strafalcione dell’autore, quello in carne ed ossa.

    Ancora, e per finire.

    “Il mio corpo che s’inarca nell’aria e cade pesantemente a terra.”

    Va benissimo, perché introdotta dal verbo “sento” che regge la prima e le successive tre proposizioni della citazione. Il personaggio non è più padrone di decidere e di governare il proprio corpo: lo sente inarcarsi e cadere pesantemente a terra, con un senso di estraneità a sé stesso, che preannuncia la morte. Mi immagino la scena con il personaggio che avverte queste sensazioni, magari avendo gli occhi chiusi (lui, perché io devo leggere) e la pagina regge. E mi piace pure.

    • Daniele Imperi
      4 settembre 2014 alle 16:57 Rispondi

      Per un animale dipende dalla storia: se è per bambini, allora va bene. Altrimenti La coniglia dei conigli non avrebbe senso. Non era in prima persona, credo, ma comunque parlavano i conigli.

      Nel brano Spari nel buio, secondo me, non è possibile quella scena proprio perché il tipo non può descriverla. Non ha senso una scena del genere, è inverosimile al massimo. Cosa che si riscontra in un romanzo letto di recente.

  16. Riccardo
    4 settembre 2014 alle 17:54 Rispondi

    C’è un racconto di Faletti (perdonami la monotonia, mi accorgo anch’io solo oggi di quanto sia stato sperimentatore), raccolto in “Pochi inutili nascondigli”, che si intitola “La ragazza che guardava l’acqua”.
    E’ narrato in prima persona, il protagonista è un mostro lacustre, non è una favola per bambini, è un racconto che dal punto di vista logico-narrativo ha assolutamente senso e propone una costruzione narrativa possibile!

    In Spari nel buio il protagonista non può descrivere la scena solo se ti poni il limite che questi debba poi “vivere per raccontarla” (cit.), o per scriverla, addirittura!
    Ma chi l’ha detto che deve essere così?

    In entrambi i casi credo che ci costruiamo dei muri che frenano molto le nostre possibilità narrative.

    • Daniele Imperi
      4 settembre 2014 alle 18:39 Rispondi

      Ho quel libro di Faletti, ancora non letto.

      Non sono d’accordo, comunque, per me non è una questione di limiti, ma di credibilità e realizzabilità della storia. Si chiama errore da black box.

  17. Riccardo
    4 settembre 2014 alle 21:29 Rispondi

    Cos’è l’errore da black box e perché è detto così?

  18. Tatiana
    1 febbraio 2015 alle 18:43 Rispondi

    Domanda ma se io uso 2 io narrativi, uno dei 2 può morire?!
    Sarà l’altro a narrare la morte e gli eventi dopo dell’altro!

    • Daniele Imperi
      2 febbraio 2015 alle 13:24 Rispondi

      Questa tecnica è stata già usata, quindi è possibile, certo. A me non piace. Il romanzo che ho letto dove veniva usata è quello che m’è piaciuto meno della trilogia.

  19. Sara
    19 aprile 2015 alle 19:38 Rispondi

    Salve, sono capitata a leggere quest’articolo per caso e a parte i complimenti per come è curato e specifico, ho una domanda. Sto scrivendo un libro in prima persona e, in un capitolo, descrivo l’incubo della protagonista in cui lei muore. Ora, essendo solo un sogno, è sbagliato scrivere la morte nel dettaglio o potrebbe andare bere?

    • Daniele Imperi
      20 aprile 2015 alle 08:15 Rispondi

      Ciao Sara, grazie e benvenuta nel blog.
      In che senso pensi che sia sbagliato? Perché il personaggio racconta il suo sogno, in cui muore? Essendo il racconto di un sogno, non è sbagliato.

  20. Sara
    20 aprile 2015 alle 20:30 Rispondi

    Grazie a te per il benvenuto, Daniele. E sì, credevo avessi fatto un errore ma sono contenta di aver appreso che invece non lo è. Tra il sapere e non sapere, ho preferito chiedere.
    Tengo seriamente a migliorare il mio stile di scrittura e questi consigli sono ciò che fanno per me. Dunque, grazie ancora.

  21. Iriya
    20 novembre 2015 alle 13:30 Rispondi

    Salve, vorrei un parere. Sto scrivendo un racconto horror in prima persona al passato, dove il narratore è ben conscio di stare raccontando la sua vita e ciò che gli accade a qualcun altro. Ora dovrei inserire dei lunghi flashback del passato dell’antagonista e sono un pò indecisa su come fare. L’idea era inserire i flashback come narrazione in terza persona, ma ho paura che disintegrino un pò tutto il racconto. la seconda idea sarebbe invece di inserire stralci di flashback come sogni del narratore protagonista che li descrive quindi in terza persona. Voi come fareste? Quale via sceglieresti trovandovi davanti comunque il dover descrivere tutta la storia personale dell’antagonista? grazie a tutti per l’attenzione

    • Daniele Imperi
      20 novembre 2015 alle 14:52 Rispondi

      Ciao Elisa, benvenuta nel blog. Dipende dal motivo di questi flashback. Escluderei i sogni, se si tratta di scene realmente accadute.

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