
L’idea generale, di scrittori esperti e editor, è che bisogna ridurre il nostro manoscritto, snellirlo, diminuirne il numero di parole, tagliare il superfluo, ridimensionare il tutto.
Ma questa “filosofia” non ha un valore universale, occorre contestualizzare questi tagli. Soprattutto, occorre capire cosa davvero tagliare e cosa no.
Tagliare antefatti, sottotrame, personaggi, prologo e descrizioni
Alcuni consigliano di eliminare gli antefatti: si tratta di eventi antecedenti alla storia narrata, che contribuiscono a caratterizzare meglio un personaggio e a dare più spessore al romanzo.
Bisogna tagliarli? Dipende: di certo nessuno si dilungherebbe sul passato di una comparsa, cioè di un personaggio che dopo una pagina o due sparisce per sempre dal romanzo.
Anche le sottotrame sono sotto il mirino degli sforbiciatori di manoscritti: a me piacciono molto, ma non possiamo esagerare creando un romanzo fatto al 90% di sottotrame.
E poi dipende anche dal tipo di romanzo che stiamo scrivendo. Di solito i gialli sono brevi – prendete le storie di Agatha Christie o anche i gialli di Camilleri. In questa brevità le sottotrame non hanno senso.
Un altro consiglio è tagliare un personaggio. Ha senso? Forse. Secondo me, oltre al protagonista, i personaggi – e intendo i comprimari o i personaggi secondari, non le comparse – sono come gli ingredienti di una ricetta: se sono davvero utili, allora si creano, altrimenti no.
Un ingrediente in più potrebbe rovinare una bella e gustosa torta, come un personaggio in più potrebbe allungare il brodo e annoiare i lettori.
E il prologo? Dobbiamo tagliarlo? Ho letto di recente un romanzo con un prologo, L’ultimo padrino di Mario Puzo – proprio l’autore del famoso Padrino cinematografico che conosciamo – ma era breve.
Ricordo però 20 minuti di noioso prologo nel primo film del Signore degli Anelli. Nei romanzi letti finora, però, nessun prologo m’è sembrato inutile.
C’è poi chi denigra le descrizioni, chi le considera adatte ai romanzi del passato: le storie moderne hanno ritmi diversi, devono essere più scorrevoli, quindi dobbiamo ridurre le descrizioni al minimo indispensabile.
Non sono d’accordo. Di certo non descriverei nei minimi dettagli la sedia di un ristorante dove si siede il mio protagonista, ma credo che dobbiamo far capire ai lettori il tipo di scena, quindi una descrizione dell’ambiente, senza esagerare, è necessaria.
Eliminare le ripetizioni, gli avverbi in -mente e i verbi servili
Se tagliare antefatti, sottotrame, personaggi, prologo e descrizioni è un’azione da valutare di volta in volta, tagliare le ripetizioni snellisce davvero un manoscritto – romanzo, biografia o saggio.
In una prima stesura è normale trovare alcune ripetizioni, sia di parole uguali a breve distanza – nel quarto capitolo del mio romanzo storico, per esempio, mi sono accorto di aver usato 2 volte formicolare, 2 volte formiche e una volta formicai (no, non è un romanzo sulla mirmecologia…): ho ridotto il verbo a uno e ho eliminato le 2 formiche – sia di eventi.
Ho quasi un’avversione per i verbi in -mente, che creano assonanze e rime involontarie. In quel quarto capitolo ce ne sono ben 17! Tagliare tagliare tagliare! Ma in revisione, non ora.
Anche ai verbi servili bisogna fare attenzione, perché allungano le frasi, rendendole contorte.
Immaginate una frase del genere: “L’uomo doveva poter riuscire a saltare giù dal treno prima dell’arrivo del controllore”. Quattro forme verbali:
- Il desiderio è “saltare”.
- Riuscirci non è facile.
- Potere è volere, però.
- Anzi, deve farlo.
Possiamo riscrivere la frase così: “L’uomo doveva saltare giù dal treno prima dell’arrivo del controllore”. Più snella, più breve, più immediata.
Ridurre un manoscritto non è sempre necessario
Forte della mia formula che prevede la seconda stesura più lunga della prima – ho iniziato a fare un elenco delle integrazioni al mio romanzo – non credo alle riduzioni effettuate soltanto per rendere il manoscritto più breve.
È vero che alcune piccole case editrici pongono dei limiti massimi in cartelle per i manoscritti da inviare, ma penso che la lunghezza di un romanzo sia una decisione degli autori e non degli editori.
Voi cosa tagliate di solito nei vostri manoscritti?
Scarica il post in PDF
Corrado S. Magro
È un processo che sviluppo in diverse fasi.
– La prima (spesso rompicapo puramente mentale) precede la stesura dell’evento/capitolo: argomento, contesto, evoluzione.
– La seconda, scrivere di getto quello che si è cristallizzato e che spesso assume forme diverse.
– Le terza, leggere e “assaporare”.
– La quarta, lasciare sedimentare prima di aggiustare, sforbiciare.
È chiaro che ripetizioni, troppi aggettivi/avverbi , refusi ecc., dovrebbero cadere sotto la mannaia senza incorrere in una forma “asettica” priva di gusto narrativo. Ritengo utile Il prologo succinto anzi scarno.
Daniele Imperi
A fine capitolo io lo rileggo e faccio qualche piccola correzione, ma il grosso a fine libro.
Tu fai 4 revisioni?
Corrado S. Magro
non proprio è lo sviluppo in quattro fasi con interventi moderati
Grazia Gironella
Mi è capitato di combinare due personaggi in uno, perché uno dei due era troppo esile e l’ho trovato non necessario, ma in generale devo essere molto convinta per tagliare, inezie a parte. Non sono prolissa nemmeno nella prima stesura, perciò delle due mi capita di rimpolpare. In ogni caso ci penso bene, anche in base alle impressioni delle beta reader. Credo che adeguarsi alle presunte preferenze del lettore moderno sia utile e auspicabile fino a un certo punto.
Daniele Imperi
Ho letto che qualcuno consiglia di combinare due personaggi in uno, se necessario. Finora non m’è capitato.
Le preferenze dei lettori moderni sono appunto presunte e gli autori devono essere liberi di scrivere quanto vogliono.
Luciano Cupioli
Per comporre un testo pulito ed essenziale, occorre scrivere, leggere e anche parlare molto. L’uso della parola è un esercizio continuo che perfezionamo senza interruzione per tutta la vita. Non sono però d’accordo che lavorando a un manoscritto i testi debbano solo essere ridotti. Questo può andare bene per alcune parti dove magari ci accorgiamo di essere stati farraginosi, ripetitivi e prolissi, ma spesso c’è anche la necessità di aggungere, quando il testo è carente o poco chiaro. Scrivere è un lavoro di perfezionamento che passa attraverso un lavoro di cuci e scuci con l’obiettivo di arrivare il più possibile alla perfezione; anche qui, però, occorre saper cogliere il punto di arrivo, altrimenti si corre il rischio di continuare a limare e ritoccare senza mai arrivare a conclusione.
Daniele Imperi
Pensa che a me non piace parlare…
Quella della riduzione del testo è una filosofia che abbracciando in tanti, purtroppo. Perfezionare e migliorare un testo non significa ridurre: riduci dove necessario e integri dove è carente, appunto.