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Introduzione alla neuroestetica letteraria

Come si applicano i principi della #neuroestetica alla letteratura
Introduzione alla neuroestetica letteraria

Questo guest post è stato scritto da Alessio Montagner.

Cos’è la neuroestetica

La neuroestetica consiste nell’applicazione di principi neurologici alla ricerca estetica. Cerca cioè di definire la bellezza studiando il modo in cui il cervello la percepisce. Il fondatore della scienza è Semir Zeki, che nel 1994 ha pubblicato con Matthew Lamb il primo saggio neuroestetico, The neurology of kinetic art. Il più importante ricercatore italiano è Lamberto Maffei.

Applicazioni della neuroestetica alla letteratura

1. Romanzo Embodied

I neuroni specchio sono tra i responsabili dell’empatia: quando vediamo un’azione, loro la mimano. È stato così dimostrato che il lettore introietta il testo: se legge un’azione, si attivano le aree del moto, se legge di una sensazione, si attivano le medesime aree che si attivano quando la percepisce realmente.

Da qui la giustificazione dello “show don’t tell”: descrivendo eventi precisi, il lettore si immerge più facilmente. Ma attenzione: le aree cerebrali si attivano maggiormente se si specifica la parte del corpo che compie l’azione o percepisce la sensazione. Quindi “bussò” non è efficiente quanto “bussò con le nocche”, o meglio ancora è “le nocche colpirono il legno umido”. Tutto ciò è spiegato nel saggio Il Romanzo nel Corpo, di Anatole Pierre Fuksas.

2. Il Faktor N400

Le aree cerebrali di cui più si parla, a proposito della lettura, sono quelle di Broca e di Wernicke, nell’emisfero sinistro. Nella lettura però anche l’emisfero destra ha un compito: si attiva quando è necessario interpretare una figura retorica, o una frase complessa.

È stato notato che una frase imprevista come “il gatto prende la luna” causa un’attivazione maggiore di una scontata come “il gatto prende il topo”, e ciò dovrebbe tradursi in soddisfazione. L’aumento della carica elettrica del cervello durante la lettura di frasi semanticamente complesse prende il nome di Faktor N400, principio applicato anche dal poeta Grünbein. Ulteriori informazioni si possono trovare nel saggio di Anna Cappellotto Sotto la scrittura agisce il nervo.

3. Il modello espositivo

Il cervello organizza il pensiero per reti di concetti: parte dal generico, e man mano che riceve informazioni si avvicina all’interpretazione. Di ciò parla Zwaan in Character and reader emotions in literary texts.

Anche se Zwaan non fa esempi concreti, possiamo ipotizzare un’applicazione: una frase come “dei pini le cime” è processata con maggior semplicità di “le cime dei pini”, in quanto il cervello potrebbe interpretare male il “cime” iniziale.

4. Le bellezze di Ramachandran

Analizzando varie arti di diversi paesi, Ramachandran, nel libro Che cosa sappiamo della mente, ha individuato quelle che ritiene bellezze universali. Sono:

  • iperbole
  • metafora
  • ripetizione, ritmo
  • simmetria
  • isolamento modulare (less is more)
  • raggruppamento percettivo
  • contrasto
  • visione come problem solving percettivo
  • avversione per coincidenze sospette
  • equilibrio

Secondo Ramachandran, il cervello processa le informazioni applicando tali caratteristiche, per poterle subito decifrare. Quando vi riesce, reagisce con una sensazione di soddisfazione, come quando si risolve un indovinello. Ramachandran si basa soprattutto sulle arti visive: i principi varranno anche per l’arte scritta?

5. Il giudizio del lettore

Luca Francesco Ticini, neurobiologo alla Società Italiana di Neuroestetica, nel testo La neuroestetica: un passo verso la comprensione dell’attività umana? ipotizza che, innanzi ad opere d’arte particolarmente celebri, il cervello rinunci al giudizio critico, un po’ come succede con la persona amata.

Anche Zwaan presenta un’idea simile: la divisione dell’emozione causata dall’opera in emozioni A ed F. Le emozioni F sono quelle causate dall’opera in sé, le emozioni A quelle causate da fattori esterni. Un esempio è la Cappella Sistina: non emoziona solo l’opera in sé, ma anche l’idea che l’abbia realizzata Michelangelo.

6. Altre idee

Massimo Salgaro, in L’opera letteraria si realizza nella coscienza del lettore, ipotizza che le ingerenze autorali, come i commenti del narratore, non allontanino il lettore dall’opera, ma anzi favoriscano l’introiezione del testo, portando il lettore a riflettere in modo più intenso sul soggetto. Simile funzione avrebbero le anticipazioni.

Zwaan però nega quanto detto da Salgaro. Nega, inoltre, l’utilità dell’ironia: nonostante sia tipica di autori come Dante, Flaubert e Twain, essa dovrebbe ridurre l’intensità emotiva del testo.

Che ne pensi?

La neurologia permette di comprendere esattamente l’effetto di una data tecnica, ma la scienza è ancora a livello embrionale. Inoltre, sappiamo anche che due cervelli possono avere reazioni diverse innanzi alla medesima opera: c’è quindi il rischio di presentare come bellezza oggettiva quella che in realtà è solo una delle bellezza possibili.

Cosa ne pensi? Il ridurre tutto a un meccanismo biologico può sminuire la creatività? La scienza riuscirà mai a darci risposte soddisfacenti?

Il guest blogger

Sono uno studente, mi interesso alla letteratura da alcuni anni, e dall’anno scorso ho iniziato a buttare su carta, con scarsi risultati, qualche prosa. Il mio autore preferito è, nonostante tutto, D’Annunzio; il mio libro preferito, l’Eneide.

24 Commenti

  1. franco battaglia
    5 giugno 2014 alle 06:22 Rispondi

    Credo che la bellezza sia completamente soggettiva, e i tentativi di catalogarne la genesi o di spiegare perché debba piacere la tal opera o l’altra siano assolutamente privi di fondamento logico. L’animo umano è il frutto di esperienze e sollecitazioni assolutamente personali e nessuno potrà mai spiegarmi perché uno s’innamora di Vermeer piuttosto che di Picasso. Hai voglia a infiocchettare teorie… ma discutere del sesso degli angeli è sempre stata prerogativa umanoide… ;)

    • A. M.
      5 giugno 2014 alle 07:42 Rispondi

      Ciao Franco.
      In verità sono i neurologi stessi a dire che la percezione della bellezza è al 90% una questione sociale e quindi soggettiva. Non a caso, davanti a una stessa opera, uno stesso cervello può avere diverse reazioni in tempi diversi.
      Si ritiene pure, però, che un 10% di bellezza universale possa esistere. Che questa bellezza possa essere individuata con la neurologia, non è detto: ancora una volta sono proprio i neurologi a dire che, forse, non riusciremo mai a capire davvero il cervello. Però ricordiamo che Umberto Eco, nelle postille al Nome della Rosa, dice che l’arte segue delle regole: se l’artista ottiene grandi risultati senza conoscerle, è solo perché le applica inconsciamente.

      Io sono comunque del parere che l’arte sia in buona parte soggettiva. È però dura dire “sì, l’ultimo numero di Topolino è bello quanto la Divina Commedia”. Ecco perché credo che comunque, all’interno di un gruppo di persone, sia possibile trovare caratteristiche che tutti considerano belle. Naturalmente più è grande il gruppo, meno saranno le bellezze comuni.

  2. Ivano Landi
    5 giugno 2014 alle 09:07 Rispondi

    Se si considera Platone, la bellezza di qualcosa è oggettivamente tale più si approssima al bello in sé. Ovviamente c’è da definire cosa sia il bello in sé e questo è uno dei compiti della filosofia.
    Comunque sia, per chi è interessato alla questione, Robert M. Pirsig ha impostato il suo romanzo “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” proprio sul dilemma se esista o no una qualità assoluta di riferimento su cui poter basare il valore di qualcosa. Lui arriva a una risposta affermativa, cioè che tale qualità assoluta esista, ma curiosamente contestando Platone e schierandosi dalla parte dei bistrattati sofisti (oltre che di Lao-Tze).

    • A. M.
      5 giugno 2014 alle 14:06 Rispondi

      Non ho letto quel testo, pare interessante.
      io credo questo: se ci sono solo io, la bellezza può essere realizzata al 100%. Se siamo 100 persone, magari potremmo accordarci e individuare 10 caratteristiche che piacciono a tutti, e il resto sarà gusto. Se prendiamo l’umanità tutta, diventa molto difficile individuare il bello non personale.

  3. Attilio Nania
    5 giugno 2014 alle 10:24 Rispondi

    Dunque, mi permetto innanzitutto di dire che questo non è un post, ma una raccolta di citazioni, nonché di idee altrui. Una cosa del genere va bene quando si scrive una tesi di laurea (solo in Italia, comunque), ma non quando si scrive un post da pubblicare sul web.

    Detto questo, la mia opinione è che le esperienze citate dall’articolo si soffermino in buona parte sulla reazione “immediata” del cervello agli stimoli che provengono dall’arte. Queste reazioni, in effetti, per quanto differiscano leggermente da persona a persona, sono più o meno uguali per tutti gli esseri umani. Il principio è quello per cui l’area cerebrale che si attiva sentendo un rumore acuto e improvviso è la stessa per tutti gli uomini.
    Il punto cruciale, però, è che la serie di stimoli che il cervello riceve mentre assapora un’opera d’arte, per quanto siano gli stessi per tutti, producono risultati diversi nella fase interpretativa. Forse è vero che una frase come “Il gatto prende la luna” produce uno stimolo superiore di “Il gatto prende il topo”, tuttavia possono esserci persone che restano del tutto indifferenti a questo stimolo, e persone per cui invece è importante. Ciò dipende dal fatto che, in fase interpretativa, il cervello fa tutta una serie di confronti con le esperienze passate e poi sceglie se quel determinato stimolo è importante oppure no. Se quello stimolo per te è importante, perché magari è stato associato a partcolari eventi della tua vita, nel momento in cui lo ritrovi in un’opera d’arte sarai portato a provare delle emozioni. Altrimenti rimarrai indifferente. Per questo la bellezza è del tutto soggettiva, perché se anche ciò che viene trasmesso da un’opera d’arte è più o meno uguale per tutti, il modo di intepretarlo varia da individuo a individuo a seconda del suo background personale. Per un bambino, che non ha un bagaglio di esperienze personali sufficiente per apprezzare la Divida Commedia, l’ultimo numero di Topolino è senz’altro più bello.

    • A. M.
      5 giugno 2014 alle 12:44 Rispondi

      Attilio, sono tutte cose con cui sono d’accordo: le penso pure io. È necessario mettere in relazione l’opera al pubblico: il tema del bambino delle elementari è migliore di Guerra e Pace? Per la classe sicuramente: non possono leggere Guerra e Pace, li annoierebbe!
      Considera inoltre che in questi test si fanno leggere i testi a schermo, mostrando una sola parola per volta. Non è certo un modo naturale di leggere, e il cervello potrebbe reagire in maniera diversa.

      Per la raccolta di citazioni, qui è necessaria: parliamo di dati scientifici, non posso inventarmi le cose. Ugualmente, non essendo io neurologo, non posso certo né confermare né sfatare i risultati (e sarebbe stato sciocco farlo se, magari, gli altri non sanno a che test mi sto riferendo).

    • Nani
      5 giugno 2014 alle 12:45 Rispondi

      Bel post, secondo me potrebbe dare tanti spunti ad uno scrittore. E’ vero, i miei neuroni sono diventati frizzanti davanti al gatto che acchiappa la luna (sara’ che oggi ho avuto una giornata intensa e pesante e questo stimolo mi ha provocato proprio una scossetta bollicinosa), per poi riappiattirsi col gatto che insegue il topo. E naturalmente, sarei piu’ propensa a leggere la storia che viene presentata col gatto che prende la luna che non con quello che prende il topo.

      Credo che Zwaan abbia ragione rispetto a Salgaro. L’ironia, la voce dell’autore etc allontanano il lettore, fanno da schermo e non inducono a nulla se non a prendere le distanze. Certo, se questo e’ l’intento dell’autore, ben venga l’artificio.

      Secondo me non si puo’ ridurre tutto a un meccanismo biologico, ma il comprendere certi meccanismi della mente puo’ aiutare la creativita’. Un po’ come quando uno scrittore studia le tecniche narrative: studiando le risposte che il cervello da’ a determinati stimoli si puo’ scrivere e creare piu’ consapevolmente.

      • A. M.
        5 giugno 2014 alle 14:12 Rispondi

        È importante ricordare che la tecnica esiste solo in relazione allo scopo: usare cinquanta avverbi per frase non è sbagliato in sé, è sbagliato se il tuo scopo è scrivere qualcosa di leggero e chiaro.
        Qui stessa cosa. Da sottolineare, però, che la neurologia non dovrebbe mai dire “questo è bello e basta”. Il fatto che il lettore si immerga mimando azioni e sensazioni un dato; ma che sia bello, non è detto. Allevi può dire che Beethoven non ha ritmo, ma non può dire che la mancanza di ritmo sia un male (e comunque, Beethoven ha ritmo, punto).

  4. Chiara
    5 giugno 2014 alle 10:31 Rispondi

    La percezione della bellezza è, a mio avviso, prevalentemente soggettiva. In secondo luogo, è costruita socialmente. In terzo luogo, ha connotazioni universale. Ho sempre considerato valido il presupposto platonico relativo al “mondo delle idee”… bisogna però vedere se queste idee sono statiche ed immutabili come lui diceva, oppure evolvono nel tempo.
    P.S. visto che sei un aspirante scrittore come me, se ti va passa a trovarmi sul mio blog. Ci arrivi clickando sul mio nome… da una persona che sta imparando, ad altre persone che stanno imparando. Uniamo le forze!

  5. Alessandra
    5 giugno 2014 alle 11:52 Rispondi

    Ho trovato interessante questo articolo, molto chiaro e comprensibile pur nella sua sinteticità. Poi è chiaro che se qualcuno vuole approfondire la neuroestetica, canali mezzi e modi certamente non gli mancano. Sto lavorando ad una lunga recensione su Cormac McCarthy, e quello che hai scritto al punto numero uno, sul fatto di mostrare e non raccontare (show, don’t tell), mi è stato utilissimo per raffinare ancora meglio l’idea che mi ero fatta su questo grande scrittore. Quindi non posso far altro che ringraziarti :-)

    • A. M.
      5 giugno 2014 alle 14:02 Rispondi

      Grazie per l’apprezzamento: ho cercato di scrivere l’articolo in modo sintetico, pur però citando i testi ai quali si può rivolgere chi vuole saperne di più.
      Per l’SDT, in verità, io sono per un approccio equilibrato: troppe immagini finiscono per cadere nell’inflazione semiotica. Se i testi antichi mi paiono più leggeri ed emozionanti dei moderni è, credo, proprio per il loro maggior equilibrio. …ma questo non l’ho scritto nell’articolo: sono solo mie idee, senza solide fondamenta.

      • Alessandra
        5 giugno 2014 alle 14:48 Rispondi

        L’equilibrio è senza dubbio indispensabile, ed è quello che fa la differenza tra un autore e l’altro. Grazie per la segnalazione dei testi.

  6. A. M.
    5 giugno 2014 alle 14:03 Rispondi

    Chiara
    La percezione della bellezza è, a mio avviso, prevalentemente soggettiva. In secondo luogo, è costruita socialmente. In terzo luogo, ha connotazioni universale. Ho sempre considerato valido il presupposto platonico relativo al “mondo delle idee”… bisogna però vedere se queste idee sono statiche ed immutabili come lui diceva, oppure evolvono nel tempo.
    P.S. visto che sei un aspirante scrittore come me, se ti va passa a trovarmi sul mio blog. Ci arrivi clickando sul mio nome… da una persona che sta imparando, ad altre persone che stanno imparando. Uniamo le forze!

    non sono riuscito ad accedere al tuo blog, mi dà errore. Riproverò dopo.

  7. franco zoccheddu
    5 giugno 2014 alle 19:13 Rispondi

    Arma virumque cano, troiae qui primus ab oris…
    non sai quanto abbia amato l’eneide: mia madre preparava l’esame a lettere nel ’71, mentre gli giocavo intorno e chiedevo la merenda.
    Conservo la sua edizione (rigorosamente solo in latino, incluse le note critiche) come un lingotto d’oro. Preferisco leggerla in metrica, è musicale e coinvolgente. Scusa la divagazione.

    • A. M.
      5 giugno 2014 alle 20:30 Rispondi

      Figurati, amo molto quel poema. Anche se nel 71 non ero neanche nei pensieri di Dio XD

  8. Grazia Gironella
    5 giugno 2014 alle 21:43 Rispondi

    Come spesso mi succede, sono d’accordo un po’ con tutti. Trovo ciò che succede nel nostro cervello sempre molto interessante da analizzare, perciò gli spunti che proponi mi stuzzicano la curiosità (e non escludo qualche approfondimento); d’altra parte sono convinta che vivisezionare la realtà non sia il modo migliore per farcela comprendere, e questo vale anche per la scrittura. E’ un po’ come smontare una macchinina: ci sono quattro ruote, un volante, un sedile, le portiere… ma concentrandomi sui singoli pezzi mi allontano dal senso della macchinina nel suo insieme invece di avvicinarmici. Comunque grazie del post interessante.

  9. A. M.
    5 giugno 2014 alle 22:09 Rispondi

    Anche ciò lo dico spesso: la frase singola è una cosa, il testo altra. Ciò che è bene nella singola frase, potrebbe essere male nel testo complessivo. E per ora la neuroestetica non è riuscita ad analizzare una lettura naturale di un testo molto lungo; al massimo, racconti letti parola per parola, a schermo…

  10. Pallanzasca
    6 giugno 2014 alle 12:06 Rispondi

    Ciao,
    Concordo con Grazia. Quando rileggo i miei scritti a volte mi capita di stupirmi per una metafora o una frase particolarmente incisiva e bella (per me, almeno), e questo sono sicuro avviene in una maniera totalmente inconsapevole, non ricercata. Forse se incominciassi a ragionare su parole precise e figure retoriche che stimolano determinate zone del cervello per avere piacere, queste non avrebbero la stessa “bellezza”, come se fossero piatte. Mi piace il concetto di “non poter comprendere tutto”, di sapere che c’è qualcosa al di là delle mie conoscenze che non posso spiegare o usarlo come meglio credo, idee o quant’altro utilizzabili solamente con l’intuizione spontanea…
    D’altra parte, avere uno schema in grado di saltare l’intuizione è pericolosamente accattivante.
    (nonostante quanto detto, anch’io ragiono su come scrivere meglio una frase. credo solo che le migliori che scrivo siano quelle spontanee)

    • A. M.
      6 giugno 2014 alle 13:34 Rispondi

      Ci sono autori che non rileggono ciò che scrivono, come Kerouac o i surrealisti francesi. L’idea è questa: noi due abbiamo un cervello,che funziona nello stesso modo, e dunque qualsiasi cosa io lascerò uscire da esso in modo naturale tu lo capirai. C’è anche una questione psicologica: Freud trovava gli indizi nei testi proprio basandosi su errori, ripetizioni involontarie, et similia, di modo che si è pensato che anche gli errori di battitura, come lapsus, possono avere un valore artistico.

      Io non credo sia così, ma pur riconosco che il mio istinto potrebbe percepire cose di cui la mia ragione non si avvede. È il classico caso: mi pare bello ma non so dire perché.

  11. Severance
    7 giugno 2014 alle 20:25 Rispondi

    E’ sempre molto bello addentrarsi nei meandri di questa macchina aleatoria e morbida che è il cervello umano. Se anche l’articolo non è che un insieme di spunti, l’ho trovato utile per andare ad approfondire in prima persona i temi sollevati (che altrimenti non avrei trovato citati altrove!). Insomma, non ci si può attendere dal web che sia sempre un genio della lampada che esaudisce i desideri. Magari può essere l’insegnante che indica le fonti da osservare. Grazie per l’articolo, spero di leggerne altri simili.

    • A. M.
      8 giugno 2014 alle 10:37 Rispondi

      È vero, al di là di tutto ci sono alcune informazioni che non è così facile trovare in rete.
      Molte delle informazioni che ho citato vengono da un seminario del 2007, e se vuoi i suoi atti sono contenuti nel libro Verso una Neuroestetica della Letteratura:
      http://www.ibs.it/code/9788854824416/verso-una-neuroestetica.html
      È un’eccellente lettura, anche se chiaramente è un qualcosa di specialistico. Ci sono a che dei saggi che non ho citato, ma non tutti: non c’è Ramachandran, e. Zwann è solo citato. Non c’è neppure il saggio di Ticini. Quelli vanno recuperati da altre parti… Alcuni si trovano qui:
      neuroestetica.it
      Da notare che c’è anche il collegamento al sito di Zeki, da visitare assolutamente. Tra i download ci sono anche alcuni saggi gratuiti, non molto utili ma interessanti.
      L’università degli studi di Milano, infine, sta aprendo alla ricerca neuroestetica. Alcuni professori caricano i risultati delle ricerche, elucubrazioni varie e introduzioni alla materia; ma per leggerle è necessario essere iscritti.

      Ah, naturalmente, grazie per l’apprezzamento.

  12. Severance
    8 giugno 2014 alle 19:48 Rispondi

    Grazie a te per le ulteriori informazioni!

  13. LiveALive
    23 giugno 2015 alle 17:30 Rispondi

    Un piccolo aggiornamento, e qualche consiglio su ulteriori letture.
    Sulla rivista Enthymema dell’università di Milano si trovano spesso articoli dedicati alle neuroscienze applicate alla letteratura (molti mi hanno detto che è l’unica università italiana che sta prendendo sul serio l’argomento: io stesso ho provato a proporre a Ca’ Foscari una tesi, ma non ho trovato alcun professore preparato in materia). Link: http://riviste.unimi.it/index.php/enthymema
    ***
    Tra i testi recentemente usciti, uno dei più interessanti è senza dubbio questa introduzione alla neuroretorica di Calabrese, “Retorica e Scienze Neurocognitive”. è molto breve e stimolante, con un sacco di bei grafici: http://www.carocci.it/index.php?option=com_carocci&task=schedalibro&Itemid=72&isbn=9788843069033
    ***
    Libro fondamentale, “Il Mito dei Neuroni Specchio”, di Hickok. Non riguarda la letteratura, è pura neurologia, ma le informazioni contenute sono ugualmente fondamentali per comprendere la vera natura della neuroestetica. Sarebbe un errore infatti credere di potere, oggi, ricavare subito un modello estetico o peggio un modello critico letterario dalla neurologia. Un’ottima dimostrazione è questo libro. L’idea che un libro che descrive concretamente le azioni di un punto di vista sia più “immersivo”, “empatico” di un libro che non lo fa in buona parte è legato all’idea che l’empatia sia generata dalla simulazione mentale delle azioni cui assistiamo. Oggi sappiamo che l’importanza dei neuroni specchio in questo processo è stata ampiamente sopravvalutata. Certo un poeta, che gioca con le parole tutto il giorno, non aveva bisogno della conferma scientifica per saperlo: ecco perché, per il momento, è ancora meglio affidarsi alla propria sensibilità. Questo è piuttosto evidente se consideriamo questo: che lo stilema X causa nel cervello la reazione Y, che si manifesta con un effetto emotivo Z: la neuroestetica sostanzialmente studia Y, ma se un autore ha una adeguata sensibilità, percependo Z, può capire qual è la sua X senza bisogno di tante ricerche su ricerche scientifiche. Link: http://www.bollatiboringhieri.it/scheda.php?codice=9788833926155

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