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La formula chimica della scrittura

Formula scritturaQuanto è importante la forma in una storia? E quanto la trama? Io sono convinto che in una buona storia concorrano diversi elementi a tenerla in piedi, non possiamo fare una distinzione fra uno e l’altro, non possiamo dare preferenze.

Per rispondere al post di Salvatore, io sono un maniaco del refuso, un grammarnazi, come viene detto, un maniaco del dettaglio, anche, che inorridisce se in un romanzo trova un unico errore, quel “dì qualcosa” che mi fa cadere le braccia. Sono uno che ha smesso di leggere blog perché stanco di trovare orrori ortografici, che bestemmia contro se stesso se qualche lettore gli fa notare un refuso, ma contento al tempo stesso perché il post così si perfeziona.

Io sono quello che guarda il pelo nell’uovo, che osserva le virgole e gli accenti, che da anni, da sempre anzi, non legge un libro in santa pace a causa dei refusi e degli errori grammaticali e delle ripetizioni. Questi sono i miei fantasmi nella lettura e me li tengo ben stretti, perché fanno parte di me e non sarei più lo stesso se non li avessi.

La formula chimica della scrittura

G+S+C, dove G sta per grammatica, S per stile, C per contenuto o trama.

È una formula che si adatta sia alla scrittura creativa sia al blogging sia a qualsiasi altra forma di scrittura. È una formula che ogni scrittore e blogger e copywriter deve applicare in tutto ciò che scrive.

Quale ingrediente usare per primo e come miscelarli insieme? Bella domanda, ma siamo sicuri che esista una risposta?

  • Grammatica: le basi della scrittura. Non c’è altro da dire. La grammatica italiana per uno scrittore, un blogger, un copywriter è un bagaglio già acquisito – così dovrebbe essere, almeno, ma sappiamo che la realtà è diversa – è qualcosa che abbiamo appreso da bambini, che non avremmo dovuto disimparare – non dimenticare. Il problema di molte penne odierne è che hanno disimparato a scrivere bene. Non credo che nessun insegnante si sia mai accorto delle lacune in ortografia e sintassi. E comunque esistono dizionari e grammatiche, anche online.
  • Stile di scrittura: il modo di esprimersi, di mescolare parole e frasi, di creare sensazioni nel lettore, di generare empatia, di dare ritmo allo scritto. È un bagaglio che si acquisisce con tanto esercizio e che, forse, si continua ad acquisire per sempre. È anche un bagaglio che si conquista con tante e variegate letture, perché la mente ha bisogno di ascoltare e registrare misture di parole e linguaggi diversi per forgiarne di suoi. Ecco perché credo sia un errore pubblicare un romanzo senza aver mai fatto alcun esercizio di scrittura, senza aver mai testato le proprie qualità e abilità.
  • Contenuto e trama: il motivo per cui si scrive. È ciò che giustifica ogni testo scritto, romanzo o articolo che sia. È qualcosa che nasce dentro di noi e che forse nessuno potrà mai dire da cosa proviene, perché non esiste una sola sorgente di idee, ma tutto confluisce a creare la storia o il post che stiamo scrivendo. Le idee sono attorno a noi, basta solo saperle trovare, vedere. Ma servono idee, appunto, non copie di storie già pubblicate, già lette, già conosciute. Quelle non sono idee nostre, ma di qualcun altro. Noi abbiamo il dovere di sfruttare le nostre e lasciar vivere quelle degli altri.

Revisione e sentimento

La revisione del testo scritto è la prova del nove della formula della scrittura. Certo, do ragione a Salvatore quando sostiene che un errore di battitura può capitare a chiunque. Capitano anche a me, che rileggo cento volte.

Ma quanto possiamo giustificare uno scrittore – e un editore – che pubblica un’opera piena di errori? E quanto è ascrivibile alla disattenzione e quanto all’ignoranza? “Dì qualcosa” e “grù” sono oscenità da ignoranti, non ci vedo disattenzione in quegli errori.

Quindi, per quanto mi riguarda, non faccio alcuna classifica su quale dei 3 elementi sia da preferire.

  • Una bella storia, originale, unica, ma piena di errori grammaticali e refusi non si legge bene. Anzi faccio fatica a leggerla, a immedesimarmi nei personaggi e a entrare in quel mondo. La lettura è infastidita da quegli errori.
  • Una brutta storia, scopiazzata, ma scritta in modo impeccabile e senza errori non lascia nulla al lettore, tranne un senso di già visto e la percezione di aver letto un’opera commerciale.

Una buona scrittura funziona soltanto con tutti e tre gli elementi chimici (G, S e C), proprio come l’acqua si può bere grazie alle due parti di H e a quella di O messe insieme.

Qual è per voi la giusta formula per la scrittura? Quanto siete disposti a sopportare e a soprassedere quando leggete?

31 Commenti

  1. Seme Nero
    3 dicembre 2014 alle 06:22 Rispondi

    Soprassedere sugli errori grammaticali diventa più difficile a ogni errore che si incontra, diciamo che potrei continuare per un po’ se gli altri due elementi reggono, certo il margine di tolleranza si assottiglia.
    Sullo stile potremmo dibattere per anni, è molto personale. Una volta appurato che non è una lista della spesa o un tema delle elementari dipende molto dal gusto.
    Il contenuto è la parte a cui forse prest o più attenzione. Se capisco chi è il colpevole a metà di un giallo o di un thriller la cosa mi infastidisce ma potrei continuare solo per confermare la mia tesi. Se mi sto annoiando chiudo il libro. Se trovo che le scelte del protagonista siano scontate chiudo il libro. Se ci sono storie d’amore a riempire il vuoto di idee chiudo il libro.
    In definitiva, la mia tolleranza dipende dall’equilibrio dei tre fattori.

    • Daniele Imperi
      3 dicembre 2014 alle 14:05 Rispondi

      Sì, lo stile è personale, certo. Ma intendevo proprio quello: se a me uno stile di scrittura non piace, non continuo il libro.

      Lo scrittore non può farci nulla, ovvio. Lo stile, fra i 3 elementi, è ovviamente il meno importante, proprio perché soggettivo.

  2. LiveALive
    3 dicembre 2014 alle 07:01 Rispondi

    Lo stile ingloba sia la forma che il contenuto: in fondo la mente dell’autore di vede non solo nel tipo di scrittura scelto, ma anche nella gestione delle scene, nei tipi di personaggio prediletti, nella gestione delle scene…
    Io rimango dell’idea che la grammatica sia cosa secondaria, nel senso che se un personaggio non sa parlare anche tu dovrai scrivere male, come in Baudolino. Questo vale in prima persona, certo, ma anche in terza, se usi una terza limitata che imita la voce narrante del personaggio.
    Lo stile inteso come sola forma ha un collegamento forte con la banale “tecnica”. Secondo Mozzi la tecnica cambia di epoca in epoca, ma la bellezza perdura. È difficile da spiegare, ma possiamo dire, per esempio, che verso la metà del 900 si sentiva l’esigenza di far sparire del tutto il narratore extradiegetico, mentre oggi lo accettiamo più a cuor leggero (ma ci sono ancora, tra lettori ed editori, coloro che non vogliono assolutamente il narratore extradiegetico onnisciente). …io rimango dell’idea che l’effetto sia tutto: a prescindere dalla tecnica, se la scrittura X piace al pubblico X (ma non a Y) allora è perfetto così. Chiaro che tale percezione comunque varia di epoca in epoca.
    Il contenuto in genere è ciò che ci fa davvero piacere un libro (ma, come già detto, a me interessa di più uno stile originale). È anche ciò che subisce meglio lo scorrere del tempo: il contenuto delle tragedie greche è bello ancora oggi! Magari non ci piace più lo stile inteso come forma, ma il contenuto sì.
    Refusi capitano a tutti, anche a professori universitari! Una mia docente ieri mi ha risposto a una mail con una frase scissa senza punteggiatura e con un accordo a senso XD ma vabbe’, ormai sono cose così comuni che uno neanche ci bada (l’accordo a senso l’ho notato solo perché mi hanno detto essere substandard, perché se no per me andava bene).
    …ma posso dire di sta gente che chiude il libro al minimo difetto? Non crediate che l’inferno di Dante sia perfetto: è pieno di rime semplici, e gli “schemi ritmici” sono tra i più brevi e ingenui di dante, visto che spesso finiscono nella singola terzina. Che facciamo, lo buttiamo?
    …però è interessante l’effetto del refuso: a volte non ce se ne accorge, ma se ce se ne accorge, ci si ferma trionfanti per aver trovato “una curiosità”… Quanto disturba la lettura ciò?

    • Daniele Imperi
      3 dicembre 2014 alle 14:10 Rispondi

      Sì, ma io intendevo proprio la scrittura, ma, come dici, è stile anche il modo di disporre la materia in una storia.

      Grammatica: non intendo in quei casi specifici. Ovvio che se deve parlare un contadino analfabeta, non potrà esprimersi come un magistrato.

      A me i refusi disturbano molto la lettura.

  3. LiveALive
    3 dicembre 2014 alle 07:04 Rispondi

    (ci sono refusi ma non è colpa mia XD è colpa del fatto che dal cell non posso scorrere la casella dove si scrive, e così non posso rileggere. Il secondo “gestione delle scene”, per esempio, era “tipologia delle scene”)

  4. Salvatore
    3 dicembre 2014 alle 08:58 Rispondi

    Grazie per la citazione. :)
    Per prima cosa, secondo me, bisogna distinguere tra errore grammaticale e refuso. L’errore grammaticale è frutto dell’ignoranza e a uno scrittore, ma anche a una casa editrice per allargare il discorso, non è consentito. Il refuso, invece, è un errore frutto della distrazione o della troppa concentrazione sui contenuti, cioè sulla vera ragione per cui si scrive qualcosa, qualsiasi cosa. Per me non sono sullo stesso piano.
    Certo, un testo pieno di refusi è illeggibile a chiunque. Qualche refuso qua e là però, non può farmi chiudere un buon libro. Una pessima storia, anche se scritta senza alcun refuso, invece sì, può farmelo fare.
    Quando leggo un buon libro, una bella storia, e trovo un refuso, io, diversamente da te, sono contento. Perché significa che anche i migliori commettono errori. La perfezione non è umana. Cercarla è giusto, illudersi di raggiungerla è da folli. ;)
    Invece, la questione che sollevi su quanto è giusto concedere, è rilevante e interessante. Su questo punto, in particolare, sono curioso di leggere le risposte degli altri. La tua l’hai già espressa bene, anche se stento a crederti fino in fondo. :P

    • Daniele Imperi
      3 dicembre 2014 alle 14:13 Rispondi

      Neanche per me sono sullo stesso piano errori grammaticali e refusi, ma mi danno fastidio entrambi.

      Pubblicare un libro senza refusi non è sinonimo di perfezione, ma solo di professionalità. Non me ne frega niente che l’uomo non è perfetto, quel testo è stato letto chissà quante volte, quindi esigo l’estremma correttezza.

      A cosa non credi fino in fondo?

      • Salvatore
        3 dicembre 2014 alle 16:22 Rispondi

        Che chiudi un libro per colpa di qualche – pochi certo – refuso. Ti faccio un esempio. Tu hai letto 1Q84. Io sto cercando di finirlo e sono più o meno a metà. Senza prestare attenzione ai refusi ne ho beccati almeno tre. Dico almeno, perché chissà quanti non ne ho visti, oppure li ho visto ma non ho prestato attenzione e non me li ricordo più. Eppure quel libro non l’hai chiuso, mi spiego? Certo che se ti trovi davanti un testo zeppo, in cui si fa fatica a capire il senso delle frasi, la storia può anche essere geniale, ma alla fine ti stufi. Ma qualche refuso non cambiano il mio atteggiamento.
        Ci tengo però a sottolineare che non sto spingendo all’uso libero dei refusi, non c’è scritto questo nel mio post. Un libro dev’essere il più corretto possibile, in questo la tua pretesa è giusta.

  5. Chiara
    3 dicembre 2014 alle 09:01 Rispondi

    Io mi irrito moltissimo quando trovo refusi in romanzi pubblicati, soprattutto se provengono da case editrici di una certa importanza. Paradossalmente la mia prima stesura è molto più precisa sotto il profilo grammaticale di tanti libri editi e questo da un lato gonfia il mio ego e dall’altro mi fa profondamente arrabbiare perché mi domando … a cosa serve farsi un mazzo tanto? La risposta vien da sé: io voglio scrivere un’opera di qualità e questo mi basta.

    La grammatica rientra nella sfera della “competenza inconsapevole”, come ho scritto nel post di lunedì. è uno di quegli elementi che lo scrittore deve conoscere di default altrimenti sarebbe meglio dedicarsi alla pesca subacquea. Lo stile è in evoluzione. Può cristallizzarsi per i suoi elementi principali (io ad esempio amo certe parole) ma scorre come l’acqua, non è mai uguale a sé stesso. Per le idee, infine, occorre andare oltre l’immediato. So che può venir spontaneo ambientare una scena di sesso in camera da letto, ma con un po’ di fantasia tutto può cambiare… ad esempio, un litigio furibondo spostato dalla casa ad una grigia periferia urbana ha assunto un’atmosfera tetra che mi piace molto.

    • Daniele Imperi
      3 dicembre 2014 alle 14:15 Rispondi

      Beh, ma l’editing è fatto dall’autore dopo i consigli dell’editor, quindi se ci sono errori, la colpa è dell’autore.

      Io non permetterei mai che qualcuno mandi in pubblicazione una mia opera se IO non l’ho riletta.

      • Chiara
        3 dicembre 2014 alle 16:26 Rispondi

        Io ho trovato addirittura romanzi con il nome del personaggio sbagliato… Mark che diventava Mike in “Stavolta tocca a te” e Gloria che diventava Gioia in un libro di Elda Lanza… ma io dico, come si fa?!? :D

        • Daniele Imperi
          3 dicembre 2014 alle 16:50 Rispondi

          In un ebook di Dario Tonani, il primo della seconda serie di Mondo9, c’è una bambina che diventa maschio e poi ritorna femmina :D

  6. Marina
    3 dicembre 2014 alle 09:39 Rispondi

    Questo è un argomento a me caro, perché – ahimè – anch’io sono una irriducibile “rompiballe” nella ricerca meticolosa ed ossessiva degli errori in uno scritto. Sono una maniaca compulsiva degli accenti, apostrofi e segni di interpunzione. Mi sono imbattuta recentemente in una lettura impossibile e mi sono ritrovata a sottolineare interi periodi, frasi sbagliate, non parlando degli innumerevoli errori grammaticali da ferire gli occhi e lasciarmi tramortita con il libro in mano! Ho sottoposto allo sprovveduto scrittore questo lavoro “gratuito” (e lo sottolineo perché non sono un correttore di bozze) e ne ho ricavato solo riposte piccate, che hanno bruciato le numerose ore spese per dare una forma compiuta a quell’ammasso di concetti. Peccato, perché la storia aveva una sua originalità. E così vengo all’argomento “contenuti”: se mi capita di leggere una bella storia, ma i miei occhi si inceppano sugli errori reiterati, anche il mio piacere nella lettura viene compromesso; riconosco i refusi e su quelli riesco a sorvolare, ma se verifico che l’italiano è una lingua sconosciuta a chi ha avuto il coraggio di proporre la propria ignoranza scrivendo un libro, mollo subito. In sostanza esigenza, desiderio, passione per la scrittura, che dir si voglia, devono sposarsi necessariamente con una perfetta conoscenza della lingua.
    Tuttavia – e non faccio un favore a me stessa confessando ciò – ho vinto un Premio letterario con un romanzo che ho scritto e quando la CE lo ha pubblicato mi sono messa le mani ai capelli: era pieno di errori, di battitura,svista, boh, e mi sono chiesta: ma questi signori non dovrebbero verificare la bontà stilistica del testo prima di pubblicarlo?
    E comunque il punto incontrovertibile è che bisogna leggere tanto prima di avventurarsi nel mondo della scrittura, perché la lettura è una guida stilistica, un’ ottima, involontaria, maestra di lingua italiana.

    • Salvatore
      3 dicembre 2014 alle 11:21 Rispondi

      Nei concorsi letterari, in genere, non tengono conto dei refusi. Stessa cosa vale per le case editrici. Si concentrano unicamente sulla storia e, forse, sullo stile. Poi il manoscritto, se lo vogliono pubblicare, lo correggono loro; forse. Perché a volte non correggono neanche o, comunque, non bene.
      È proprio vero che chi ha il pane non ha i denti… Io, ad esempio, sto cercando un correttore di bozze volenteroso (e gratuito, lo confesso), ma non ne trovo. Invece tu ti ritrovi a fare un lavoro del genere e non vieni neanche apprezzata. C’est la vie…

      • Marina
        3 dicembre 2014 alle 13:50 Rispondi

        Mi viene spontaneo quando leggo il libro di un esordiente. Leggo molto, ma il mondo degli emergenti mi affascina ancora di più (sarà perché ne faccio parte anch’io e so cosa voglia dire non essere che un nome fra nomi). E mi permetto di correggere perché è una forma di solidarietà, direi! Ti faccio solo un favore (già che leggo quello che hai scritto), almeno dimmi semplicemente “grazie”! :)
        La mia esperienza con la CE è stata in parte un disastro. Dico solo questo: puoi fare correggere un testo in italiano ad uno straniero?
        Buon pranzo!

        • Salvatore
          3 dicembre 2014 alle 14:08 Rispondi

          Concordo, infatti non comprendo la stizza di certi scrittori, soprattutto se si parla di refusi. io ringrazio sempre quando mi vengono fatti notare. Anche perché sono più che consapevole di non riuscire a vederli i miei. Non dipende dalla conoscenza della lingua. Il cervello conosce il testo, soprattutto se ci hai lavorato parecchio, è corregge automaticamente senza fartelo notare. Un instinto davvero utile in genere, non per lo scrittore però…
          Buon pranzo anche a te Marina. :)

        • Daniele Imperi
          3 dicembre 2014 alle 14:18 Rispondi

          Nel tuo caso hanno fatto correggere il romanzo a uno straniero?

    • Daniele Imperi
      3 dicembre 2014 alle 14:18 Rispondi

      Ma hanno pubblicato il tuo romanzo in che modo? Senza editing? E tu non potevi rileggerlo prima della pubblicazione?

  7. Marina
    3 dicembre 2014 alle 15:53 Rispondi

    Sarei ingrata se parlassi male della CE, anche perché è quella che ha premiato il mio libro con la pubblicazione. Tuttavia non posso non dire che ho avuto qualche problema: ho dovuto mandare indietro il lavoro di revisione fatto da qualcuno della redazione almeno quattro cinque volte, perché continuava a presentare errori e la cosa fantastica è che ce ne erano alcuni che io non avevo mai commesso nel testo originale. In pratica mi sono trovata a correggere le correzioni! Poi una volta ho chiamato al telefono (cominciavo a non capire perché non venissi capita, scusando il gioco di parole!) e mi sono trovata ad interloquire con una persona dall’evidente accento straniero. Per farla breve, il testo nella sua versione cartacea presentava ancora molti và e pò, cui ho poi rimediato quando mi sono autoprodotta con l’ebook.

    • Giuse
      4 dicembre 2014 alle 22:43 Rispondi

      Ma quando si parla di editing, vuol dire che ti riscrivono il testo? non si limitano a farti notare i punti deboli del testo e farlo riscrivere allo scrittore? Non sarebbe più corretto, che mettere le mani in uno scritto non tuo?

      • Daniele Imperi
        5 dicembre 2014 alle 07:57 Rispondi

        No, anche se alcuni fanno così. Significa che ti danno consigli su come migliorarlo. Più in là pubblicherò un articolo approfondito sull’editing.

  8. Banshee Miller
    3 dicembre 2014 alle 18:09 Rispondi

    Se la storia è bella ed è scritta in modo comprensibile (a livello grammaticale), per quel che riguarda il self è ok. Nel caso delle case editrici no, gli errori grammaticali sono inauditi e i refusi seccanti. Sinceramente però, non m’è mai capitato di trovare grosse imprecisioni in testi pubblicati da editori seri. Bella l’idea della formula, e giusta anche.

    • Daniele Imperi
      5 dicembre 2014 alle 07:58 Rispondi

      Ho appena terminato di leggere Lui è tornato, pubblicato da Bompiani: nell’ultima metà del libro ne ho trovati parecchi, anche due nella stessa pagina e ogni volta sbuffavo.

  9. Self Publishing Digest - Dai blog questa settimana: 29/11 - 05/12
    5 dicembre 2014 alle 11:39 Rispondi

    […] È una formula che ogni scrittore e blogger e copywriter deve applicare in tutto ciò che scrive. La formula chimica della scrittura di Daniele […]

  10. Lisa Agosti
    5 dicembre 2014 alle 18:04 Rispondi

    Bella idea, quella della formula chimica. Quando si parla di grammatica mi viene sempre il batticuore, perché so di averla disimparata, e sono consapevole di quanto sia fastidioso un testo impreciso. Quando scrivo un post per il blog mi ci vogliono circa 6-8 ore per circa 700 parole. Spesso lo riscrivo, sposto i paragrafi, cambio la disposizione delle parole nelle frasi e controllo il dizionario. Ho anche tolto il correttore automatico per non diventarne dipendente e sforzarmi di pensare e imparare. Eppure quando leggo gli altri blog (non tutti, per carità, non sono “la peggio” del web), diciamo blog come Penna Blu e Salvatore Anfuso, mi rendo conto di quanto le frasi scorrano bene e senza refusi e so di avere ancora molta strada da fare.

    La mia formula chimica sarebbe: C+[s+E(G)] = tanta attenzione al contenuto + una combinazione di un pochino di stile e un bravo editore che mi corregga la grammatica.

    • Daniele Imperi
      5 dicembre 2014 alle 19:48 Rispondi

      Grazie :)
      7-8 ore per un post?
      Ma perché parli e scrivi in inglese da anni?

      • Lisa Agosti
        6 dicembre 2014 alle 06:42 Rispondi

        Perché, è tanto? Quanto tempo ci hai messo a scrivere questo post? Io ci avrei messo due o tre giorni, circa 3 ore al giorno, senza contare il tempo impiegato a pensare all’idea, e senza contare che non sarebbe venuto così bene.
        Comunque sì, a volte fatico a farmi venire in mente le parole, non riesco a esprimermi in modo lineare e la costruzione delle frasi mi suona sempre sbagliata. All’inizio scrivevo prima in inglese poi in italiano, adesso scrivo direttamente in italiano ma invece che impratichirmi sto disimparando l’inglese, così sembro deficiente, sia di qua che di là :)

        • Daniele Imperi
          10 dicembre 2014 alle 07:47 Rispondi

          Non ricordo, ma questo era semplice, quindi fra scrittura e impaginazione nel blog credo un’ora. 7-8 ore per un post sono tantissimo, a meno che non scrivi un articolo monumentale.

          Ma hai anche un blog in inglese, no? Quindi porti avanti entrambe le lingue.

  11. Renato Raia
    10 dicembre 2014 alle 23:58 Rispondi

    Qualche refuso una tantum va bene, ma errori grammaticali e sintattici diffusi no. In quanto scrittore devi saper usare bene la lingua e non mi importa se hai scritto i nuovi Promessi Sposi se non mi sai usare il congiuntivo.
    Per importanza, la seconda molecola dello scrivere bene è il contenuto. Non riuscirei a finire una storia che non mi piace e che non mi trasmette nulla.
    Lo stile è quello su cui sono disposto a sorvolare di più, in onore di buoni contenuti (poi sono un tipo “strano” perché lo stile “semplice” che va di moda (illustri esponeti che mi sovvengono: Hemingway e Marquez), mi sembra meno affascinante di quello complesso Eco, Melville (anche se con questo ho fatto un po’ di difficoltà anch’io) o dei classici.

    • Daniele Imperi
      11 dicembre 2014 alle 13:00 Rispondi

      Lo stile, alla fine, è personale: o piace o no. Stesso discorso per il contenuto. Agli errori, qualsiasi siano, sono veramente allergico.

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