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Caratteristiche di un fantasy vincente

Fantasy vincente

Nella mia intervista a 9 case editrici che pubblicano fantastico sono emerse cose interessanti, ma alcune anche scontate. Scontate nel senso che tutti ce le aspettavamo: parole come originalità e unicità sono state usate da più parti, come molti hanno mostrato un rifiuto deciso per i soliti personaggi ed elementi che ormai da decenni si riscontrano nel fantasy.

Sono quindi partito da quell’intervista multipla per cercare di capire come potrebbe essere confezionato un romanzo fantasy perfetto o, meglio, un romanzo fantasy che potrebbe essere accolto favorevolmente da più editori.

Ricorderete sicuramente dei miei maldestri tentativi di scrivere una storia fantasy, ma per fortuna parliamo di oltre venti anni fa, quando avevo pochissima esperienza di lettura, soprattutto fantastica, e di scrittura. Col tempo, poi, le mie idee per storie fantastiche sono radicalmente cambiate. C’è stato un desiderio di originalità.

Originalità: che cosa è?

Questa parola significa tutto e non significa niente. Essere originali è una mossa saggia, ma dobbiamo capire cosa vuol dire originalità. Non è certo scrivere un ennesimo fantasy alla Tolkien, questo è fin troppo chiaro.

Come facciamo a essere originali, allora? A questa domanda rispondiamo più tardi. O, meglio, la risposta a questa domanda arriverà dopo aver fatto una serie di altre considerazioni.

Prima di tutto c’è un’altra domanda da porsi.

Perché vuoi scrivere un fantasy?

C’è una forte tendenza a emulare, a cavalcare il successo altrui, a riproporre, nella speranza di ottenere lo stesso successo, di conquistare nuovi lettori. La tendenza, però, non è la volontà. Uno scrittore deve scrivere fantasy perché trova in quel genere la sua migliore forma di espressione.

In una storia fantasy deve trovare il suo vero mondo, il suo ambiente, deve sentirsi più a suo agio che negli altri mondi, negli altri generi. Il Fantastico è un genere letterario al di fuori degli altri, dovrebbe essere posto in un binario parallelo per le sue peculiarità.

Ma soprattutto lo scrittore deve sentire un richiamo al fantasy. Una spinta a esplorare mondi lontani, sconosciuti, deve essere attratto dal mistero e dall’ignoto, dalla storia antica e dalla mitologia. Il fantasy deve essere già dentro di lui, deve essere parte di lui.

Le basi per scrivere un fantasy

Perché i miei tentativi di scrivere un romanzo fantasy sono rimasti tentativi? Perché non avevo le basi per scrivere un fantasy. L’ho detto qui e altrove: avevo letto e scritto poco in generale e pochissimo fantasy in particolare.

Che cosa deve fare uno scrittore che voglia scrivere fantasy? Da cosa deve cominciare? Per rispondere a queste domande mi baso ancora su quanto emerso dall’intervista, perché sono punti su cui concordo totalmente.

Padronanza delle tecniche di narrativa

Mettetevi nei panni di chi si avvicina per la prima volta al fantasy: il lettore si ritroverà catapultato in un mondo totalmente differente da quello cui è abituato, ossia il mondo reale, anche se ha letto storie ambientate nel passato.

Lasciamo perdere la questione della sospensione dell’incredulità, che secondo me è solo una scusa per scrivere male, per ovviare alle proprie lacune. Il lettore deve credere fermamente in quello che legge e per farlo non deve stipulare alcun patto con lo scrittore, ma trovare elementi che lo ambientino nel mondo immaginario della storia.

La costruzione del mondo va curata nei dettagli, senza tralasciare nulla. Stiamo scrivendo di un mondo che abbiamo inventato, dunque dobbiamo crearlo da zero.

Risorse

Ogni volta che scriviamo una storia fantastica, dobbiamo rivolgerci idealmente a quel lettore, al lettore che legge fantasy per la prima volta.

Conoscenza del Medioevo e dei miti

Uno dei più validi significati che possiamo dare alla parola originalità è ritorno alle origini, ai primi miti e alle antiche leggende. La documentazione e la formazione culturale sono fondamentali per uno scrittore e chi vuole scrivere fantasy non può non conoscere queste tematiche.

Il fantasy epico, quello di cappa e spada, lo sword&sorcery hanno richiami al Medioevo. Come ha giustamente detto uno degli editori intervistati, il Medioevo va conosciuto per ciò che è stato veramente, che è ben diverso dallo pseudomedioevo che siamo abituati a trovare in alcuni romanzi.

La conoscenza di questo capitolo della storia umana può darci idee originali e anche innovative per alcune storie.

Miti e leggende, poi, nascondono un mondo immenso e affascinante. Quando ho letto La corsa selvatica e Zeferina di Riccardo Coltri, ho scoperto questo mondo, anzi una parte di esso. Coltri è uno scrittore che si è rifatto agli antichi miti del nostro paese, alle leggende dimenticate, per scrivere storie che neanche lontanamente somigliano ai fantasy classici.

Per la prima volta ho letto nomi italiani, ho trovato mondi magici e stregati nel mio paese, ho sentito un sapore diverso e più gustoso, perché nuovo, inaspettato e ricco, anche.

Gli elementi per un fantasy vincente

Quali sono oggi gli elementi da usare per scrivere un buon fantasy, un fantasy che si discosti dal consueto, dall’abusato, dal già visto? Di alcuni ho parlato altre volte e mi piace averli riscontrati nelle risposte dei vari editori. Alcuni sono anche fin troppo ovvi, visto che ne parlano in molti, non solo gli editori, ma anche i lettori.

Abbandonare gli schemi e i cliché

Sui cliché ho scritto abbondantemente in questo blog. Hanno stufato. Eppure continuo a trovare fantasy, specialmente fra gli autori autopubblicati, che ne fanno ancora uso.

Ma come si abbandonano i cliché? L’ho scritto prima: studiando storia e mitologia. Reinterpretando alcuni topoi del fantasy, come il viaggio dell’eroe alla ricerca del talismano perduto. In Harry Potter, anche se lui resta confinato nella scuola di Hogwarts, c’è comunque una sorta di viaggio. Soltanto nell’ultimo romanzo (Harry Potter e i doni della Morte) c’è un viaggio reale alla ricerca degli Horcrux.

No a elfi, nani, troll e vampiri

Qualche editore ha detto di reimmaginare queste razze. Abbiamo l’idea degli elfi così come ci è stata proposta da Tolkien, Terry Brooks e altri. Ma sappiamo in realtà come ne parla la mitologia? Perché quello che ho letto io, senza arrivare ad approfondire, è ben diverso da ciò che hanno proposto i romanzi.

La mia idea resta comunque di accantonare queste creature mitologiche e riscoprire quelle nostrane, per esempio, che sono tante e anche interessanti. Anguane, Monachicchi, Diale, Gatte masciare, Numes, Panas, Quagg, Unze, Vaine. Devo continuare?

Alla ricerca dell’inesplorato

Devo ripetermi: quando ho letto Il mattino dei maghi di Louis Pauwels e Jacques Bergier, mi si è aperto un mondo. Da quel saggio sono nati due racconti (Il Sanatorio delle Coincidenze Esagerate e Cacciatori di nuvole), più il romanzo che sto scrivendo. Ma ho altre idee in cantiere nate proprio da quella lettura.

È solo un esempio, ma è l’unico che ho. Però c’è tanto da scoprire e da riscoprire. Siete legati alla vostra terra? Studiatene la storia antica e le sue leggende. Non credo che non vi verrà nessuna idea.

Contaminazioni

Che cosa è lo Steampunk? Una contaminazione di generi: avventure di fantascienza a fine Ottocento. È tutto condito di anacronismo, ma appunto per questo è una contaminazione. Un romanzo storico con una tecnologia anacronistica.

Non vi fa venire in mente nulla? Non vi dice niente il binomio fantastico di Gianni Rodari? Rodari forse è stato il primo a usare le contaminazioni in narrativa.

“What if” con gusto

“E se…”: così comincia a ragionare lo scrittore di fantastico. Che cosa accadrebbe se…? Riempi gli spazi vuoti. La storia alternativa nasce così. E così può nascere un buon romanzo fantasy. Certo, tutti gli elementi inseriti devono combaciare, devono sposarsi bene come quando uniamo ingredienti in una ricetta.

Perché, dunque, un “what if” con gusto? Perché proprio da quella domanda dipende l’intera storia e il suo successo. Il “what if” determina lo scenario, i personaggi coinvolti, la storia stessa. La metamorfosi di Kafka non è forse un geniale “what if”? Che accadrebbe se un uomo si risvegliasse trasformato in un insetto? E Kafka ha risposto.

Neil Gaiman sostiene che il “what if” è una delle domande più importanti da porsi per avere idee per scrivere.

Dunque è un metodo che funziona, che può funzionare, anzi.

Quali sono i vostri elementi per scrivere un fantasy vincente?

Siete d’accordo con gli elementi che ho citato? Ne avete altri da proporre? Ma, soprattutto, perché volete scrivere un romanzo fantasy?

28 Commenti

  1. Banshee Miller
    29 dicembre 2014 alle 08:36 Rispondi

    Articolo corposo e gustoso. Tuttavia bisogna specificare cosa si intende con “vincente”. Perché se si intende “che vende” allora non è detto che schemi e cliché non siano utili.
    Incuriosito dalla citazione proprio in quella intervista alle case editrici ho letto “Il sentiero di legno e sangue”, bello, ma lo definiresti “vincente”? Ha ottenuto una pubblicazione con una medio-piccola casa editrice, un successo che immagino discreto per gli standard di case di quella dimensione, buone recensioni, buoni giudizi, se ne è parlato in molti blog. Ma “vincente”…
    “Vincente” vuol dire scrivere un bel libro sincero, originale, onesto, col cuore, che piace ai pochi che lo leggono? Allora sì, forse si può parlare di ricetta o caratteristiche, ma se si cercano risultati concreti, obbiettivi, non so proprio quale santo interpellare.

    • Daniele Imperi
      29 dicembre 2014 alle 13:41 Rispondi

      Per vincente intendo che accontenti gli editori, almeno quelli della mia intervista :)
      Non so se “Il sentiero di legno e sangue” sia vincente, dovendo ancora leggerlo.
      Se il libro piace solo a pochi, non credo sia così vincente.

  2. Salvatore
    29 dicembre 2014 alle 09:39 Rispondi

    Sai cosa mi viene in mente leggendo questo tuo articolo? Mi viene in mente che io, quando scrivo una storia, non ho alcuna idea del genere a cui apparterrà. Mi spiego meglio, non mi sveglio la mattina dicendo a me stesso: “Adesso voglio scrivere un bel fantasy, oppure, un bel thriller o, ancora, un mainstream”. Quello che dico a me stesso, invece, è: “Voglio scrivere una bella storia, questa storia!”. A quale genere appartenga, sinceramente, io stesso alcune volte ho difficoltà a identificarlo.

    Questo, per dire che, secondo me, l’errore più grande che si fa è quello di scegliere il genere prima della storia. Personalmente lascerei da parte la scelta del genere e mi concentrerei sulla storia che si vuole narrare. A quale genere appartenga, è una conseguenza. Almeno, in prima stesura. Poi, in fase di revisione, identificare il genere e sfruttarne le caratteristiche, potrebbe anche essere una buona idea…

    • Daniele Imperi
      29 dicembre 2014 alle 13:44 Rispondi

      Spesso neanche io penso subito al genere. Anzi, scrissi un post proprio per dire che in realtà non ci penso mai. Sabato, in montagna, mi è venuto in mente un racconto, Voci dal nulla, che vorrei scrivere per il blog, ma non saprei proprio dirti a che genere appartenga.
      Sono d’accordo anche io che al genere bisogna pensare dopo, ma non in fase di revisione, altrimenti rischi di dover riscrivere parecchie parti.

  3. Moonshade
    29 dicembre 2014 alle 13:18 Rispondi

    Ciao e buone feste *w* !
    Sono d’accordo sul fatto che ognuno debba trovare il “proprio” fantasy, perché ognuno ha il proprio ‘mondo’ da raccontare; se questo non avviene e peggio, non vogliamo capire il fantasy di un autore che amiamo, creiamo solo brutti emuli. Nel caso di Tolkien c’è differenza tra “faccio anche io la storia di qualcuno che deve andare dal punto A al B per disfarsi di un talismano con un paio di elfi” e capire PERCHÈ gli elfi figurino nel cast o che cosa rappresenti davvero Sauron rispetto al tempo in cui Tolkien scriveva.
    Sono meno d’accordo sul non uso di alcune figure come appunto elfi, nani e simili. O meglio, sono contraria al loro abuso a tutti i costi quando il libro comunque non si regge in piedi e si ottengono brutti clichè e stereotipi. Se la storia è forte, se la comparsa di vampiri ed elfi sono ragionati a me piacciono, li creo anche io abitualmente e convivono secondo le loro regole. Ho provato io stessa a proporre una storia di vampiri e non è stata accettata perché mancava la componente romantica, e una storia di fate alpine rifiutata perché l’Italia non è considerata terreno per Urban Fantasy: non è la razza del personaggio a fare il clichè, ma le vicende e la struttura con cui si raccontano. C’è anche una componente di attualità poi da tener conto: io per esempio faccio moltissimi tipi di famiglie diverse perché nel mio presente è piu’ normale incontrarle rispetto a chi scriveva trent’anni fa. L’importante è che però, di base, giudico un fantasy ‘vincente’ se la persona che lo ha scritto innanzitutto legge fantasy per suo gusto, ha fatto un buon lavoro con le fonti che gli servono e possibilmente ha anche una certa esperienza, non dai dati di vendita.

    • Daniele Imperi
      29 dicembre 2014 alle 13:47 Rispondi

      Ciao, buone feste a te :)
      Non boccio a priori efli e nani, ma se dovessi scrivere una storia con quei personaggi, non mi baserei su quanto letto in Tolkien e Terry Brooks, ma approfondirei quei miti.

  4. LiveALive
    29 dicembre 2014 alle 14:26 Rispondi

    Sai che il fantasy non mi piace, per quanto qualcosina abbia letto, anche di “sottogeneri minori” (e ti ricordi quando si parlava di ecopunk? XD). Perché, io che non amo il fantasy (anzi…), in passato ho preso in considerazione la possibilità di scriverne? Sostanzialmente perché mi sembrava di poter creare scene e immagini più suggestive e interessanti. In fondo il mondo reale lo sperimentiamo di continuo, no? Ma oggi non credo che questo sia un “vantaggio” rispetto agli altri generi: altrimenti dovremmo dire che qualsiasi testo, anche Guerra e Pace, sarebbe stato migliore con una rielaborazione di tipo fantasy. Non è così: al limite si può dire che la letteratura non si può limitare a copiare il reale, ma da qui a dire che tutto ha da essere fantastico ce ne vuole.

    La sospensione dell’incredulità serve comunque anche in un giallo realistico. Nel senso che tu sai che quello specifico omicidio non è mai avvenuto, ma decidi comunque di crederci finché leggi.
    Chiaro che bisogna cercare di creare qualcosa di logico; io però sono ancora uno di quelli che credono che un assoluto controllo scientifico non sia sempre necessario. La percezione del “realistico” e del “possibile” è estremamente variabile in base alle aspettative e alle conoscenze del fruitore; e come se non bastasse, è il fruitore stesso che decide, all’interno dei generi, di accettare cose che sa non essere realistiche. Per esempio, è chiaro a tutti che nessuno perde tanto sangue quanto se ne perde in uno splatter, così come è chiaro che nessuna arma ha tanti proiettili quanto ne hanno le pistole nei film action; pur sapendolo, però, lo accettiamo perché è quello che chiediamo a quei generi. Ancora, ci sono cose che si accettano a priori senza chiedere spiegazioni. Prendi per esempio un drago. Ok, non può volare, ma non è quello il punto. Il punto è che quel posizionamento delle ali è biologicamente inefficiente: sovrappone l’articolazione delle ali con le scapole. E poi c’è il problema dello sputare fuoco: può essere reso in maniera credibile con la chimica, ok, ma biologicamente è più probabile che un vero drago emetta non fuoco ma gas bollente (e forse non dalla bocca…). La soluzione? Facciamo una viverna che emette gas… Ma, domanda: ne vale la pena? Aboliamo il drago tradizionale perché non credibile e ne creiamo uno nuovo solo perché credibile sulla base delle nostre attuali conoscenze? …direi di no: il fruitore accetta a priori il drago così come ci è stato trasmesso dalla tradizione.

    Naturalmente il drago è banale però: ci vogliono esseri più originali! …ma in realtà, anche no. Anche il vampiro può andare ancora bene; il punto è che bisogna renderli originali in qualche modo: in lunar knights (un videogioco) i vampiri usano una tecnologia aliena per coprire il sole e sostituirlo con uno artificiale per loro non dannoso, e così dominano sugli umani, e li deportano alla loro città per fare esperimenti genetici (e avere da mangiare…). Un vampiro ben più interessante del solito nobile nel castello stregato, per quanto continui a essere un non-morto succhiasangue. Se i nani sono tutti bassi, burberi e armati di ascia bipenne, c’è qualcosa che non va. Se i nani hanno una città sotterranea in cui progettano aereonavi da guerra, ecco, può essere più interessante, per quanto mantengano comunque caratteristiche da nani.

    Cos’è l’originalità allora? Chiaramente qualcosa di non ancora visto, o qualcosa che almeno mi faccia dire “io non l’avrei mai immaginato” (ma questa seconda definizione è più adatta per “fantasioso”). Ma anche per questo la sua percezione varia da persona a persona: se io conosco il vampiro per la prima volta nella vita, mi parrà originalissimo, mentre al centesimo romanzo sui vampiri sarà banalità; se io creo un nuovo essere fantastico farò qualcosa di originale, ma se poi tutti mi copiano diventerò banale nel giro di pochi anni… L’originalità (sia nel contenuto, sia espressiva) è importantissima e bellissima da fruire, ma sul lungo periodo è cosa marginale per il semplice fatto che non abbiamo controllo su essa. Certo però che se si è davvero originali (e si ha la fortuna di non essere facilmente imitabili) lo si rimane per lungo tempo: Bulgakov rimane originale ancora oggi…

    La Metamorfosi non parte semplicemente da un “what if”, ma lo nega per ottenere un determinato effetto. Immaginiamo: “e se un giorno un uomo si risveglia trasformato in uno scarabeo?” Risposta: prova svegliarsi, si rende conto che è reale, si spaventa tantissimo e gli viene un infarto. E invece in Kafka il personaggio non si spaventa per niente, ma anzi il suo problema principale è trovare il modo di andare al lavoro. Anche nel Processo è così: ti scegli una mattina e scopri che sei in arresto e sei bloccato in camera. Che fai? Ti agiti da morire, chiami l’avvocato, fai un casino del diavolo per sPere che accade. In Kafka no: il suo personaggio si preoccupa perché ora non gli possono portare la colazione… Quello che sarebbe davvero il what if della situazione viene rovesciato, e non accade a causa del genere (non sono testi comici, anzi) né a causa della psicologia (non sono personaggi particolarmente idioti), ma semplicemente perché Kafka fa di tutto per creare contraddizioni logiche e far dubitare del reale, e così mischia reale e fantastico, logico e illogico (fino a ottenere qualcosa che, in realtà, non vuol dire nulla, se non appunto questo).

    Nn è obbligatorio studiarsi il medioevo, assolutamente. Perché non tentare di creare un fantasy basandosi sull’impero romano? Un tempo volevo farlo… E il rinascimento? Non va bene lo stesso? Ma c’è un motivo se il “medioevo semplificato” va tanto… In principio era il poema epico. La tradizione del poema epico è stata ereditata dai poemi medievali. E questi poemi si sono evoluti fino al fantasy di oggi. In fondo lo stereotipo massimo del fantasy non è il cavaliere che uccide il drago per sposarsi la principessa? E non è roba tipica medievale? …ma questa è una tradizione che può essere superata, pur mantenendo il gusto da fantasy.

    • Daniele Imperi
      29 dicembre 2014 alle 14:46 Rispondi

      Ora non ricordo dell’ecopunk. Avevi commentato il post?
      La sospensione dell’incredulità è un problema mio: non la digerisco proprio :D
      Io invece mi chiedo quanti colpi abbia una pistola quando la vedo sparare troppo…
      Sui draghi non avevo mai fatto le considerazioni biologiche che fai :)

      Alla fine non è così difficile creare un fantasy originale: se ci pensi bene, basta cambiare ambientazione, scordare quella europea e sfruttare i miti di altri paesi.

      Ho parlato di Medioevo perché di solito in fantasy si basa su quel periodo per ambientazioni, terminologie, ecc. Questo succede perché, appunto, come dici proviene tutto dai poemi.

  5. Grazia Gironella
    29 dicembre 2014 alle 14:34 Rispondi

    “What if” con gusto! Con quattro parole mi fai già tornare voglia di tuffarmi nel fantastico. Il gusto c’è, eccome! La consapevolezza di poterlo inventare, il tuo mondo, e non solo riprodurre, presentare e interpretare… beh, secondo me è impagabile. Il lato negativo è proprio la difficoltà di creare una storia davvero speciale (perché i cliché funzionano ancora, ma soltanto per gli altri!). Io con il fantasy ho cominciato, e mi sono fermata ripromettendomi di non riprovarci prima di avere un’idea non buona, ottima. Tecnicamente oserei, perché intanto ho scritto per qualche anno, ma resto in attesa dell’idea. Nel frattempo scrivo realistico, spesso con tocco paranormal. (La realtà tende comunque a starmi stretta.)

    • Daniele Imperi
      29 dicembre 2014 alle 14:48 Rispondi

      Forza, allora :)
      La storia deve essere speciale, certo. Come ho scritto ad Alessio, si può cambiare ambientazione sia geografica sia temporale.
      La realtà sta stretta anche a me.

  6. LiveALive
    29 dicembre 2014 alle 14:44 Rispondi

    Altra cosa: sono anche di quelli che, come Croce, credono che la divisione in generi sia cosa molto limitata. È vero che quando Croce parlava di “generi” intendeva cose diverse da quelle che intendiamo qui oggi; ma in effetti è una cosa che mi pare utile solo dal punto di vista commerciale, o di indicazione per gli acquisti. Croce lo diceva perché per lui ogni arte in realtà è idea alla sua base, e non esistono divisioni ne tra i generi ne tra le arti; io lo dico invece per il semplice fatto che i generi si superano di continuo, o se ne creano di nuovi o comunque vengono fuori storie particolari e atipiche… Rispettare alla lettera un canone di un genere permette di venire incontro alle richieste del lettore, ma non la ritengo cosa utile in sé: il lettore può apprezzare anche altre cose, solo che magari non le conosce, come fa notare Eco. …ma non ho mai riflettuto troppo su questo. Ci penserò…

    • Daniele Imperi
      29 dicembre 2014 alle 14:49 Rispondi

      Andare oltre i generi letterari fa bene anche secondo me. Intendevo questo con Contaminazioni.

  7. KingLC
    29 dicembre 2014 alle 14:46 Rispondi

    Credo che una delle cose fondamentali per un fantasy sia la caratterizzazione maniacale del mondo di cui ci si appresta a scrivere. Sto leggendo ultimamente La storia ufficiale del Westeros e del Trono di Spade e sono rimasto stupito di come Martin abbia creato delle storie credibili per ogni luogo ed ogni avvenimento del suo mondo. Descrivendo il tutto come se stesse scrivendo un vero e proprio libro di storia.

    • Daniele Imperi
      29 dicembre 2014 alle 14:57 Rispondi

      Ciao KingLC e benvenuto nel blog.
      La creazione del mondo è per me fondamentale, ma ne parlerò a gennaio nel blog. Concordo su quanto scrivi di Martin.

      • KingLC
        29 dicembre 2014 alle 16:21 Rispondi

        Grazie del benvenuto.
        Era da un po che bazzicavo nel blog, ma non avevo mai commentato prima d’ora :V

  8. Barbara
    29 dicembre 2014 alle 15:04 Rispondi

    Questo post (ed i commenti sotto me lo confermano) mi riporta ad un’accesa discussione fatta con un mio amico, accanito lettore esclusivamente fantasy. Io sono un lettore “multigenere”, se un libro mi piace, mi piace e basta. L’unico paletto che mi sono imposta negli anni sono le storie a lieto fine (la vita fa già schifo di suo, grazie…). Dopo Narnia, la Terra di Mezzo ed un po’ di Hogwarts non ricordo di aver letto granchè fantasy (non so se vi rientra ad esempio la trilogia di Aquila e Giaguaro di Isabel Allende). Ma ho ricevuto un sonoro colpo al cuore a leggere Twilight (e so che in genere si scatena l’inferno quando lo dico), ma probabilmente sono coinvolta con quella storia più per questioni personali…Lasciando da parte questo, la discussione con il mio amico verteva sul fatto che è ignobile ciò ce la scrittrice ha fatto ai vampiri, “non si sono mai visti vampiri vegetariani, così poco sanguinolenti!” Bravo! E’ proprio questo il punto! La Meyer ha avuto l’originalità di scrivere qualcosa di diverso, alla facciaccia di tutti quelli che vogliono il vampiro succhiasangue, che dorme nella bara, che si squaglia al sole, dannato e infelice. Del resto, chi ha detto che un vampiro dev’essere così? “Ma perchè da quando mondo è mondo i vampiri sono così” Quale mondo? No, perchè, se conosci un vampiro, fammelo sapere che lo invito subito a cena e sarò felicissima di ricredermi! Diciamocelo: la Meyer nello scrivere ha usato sì qualche trucchetto (la protagonista impacciata con cui tutte le teenager possono identificarsi, lo scrivere in prima persona che risulta più coinvolgente, il vampiro bello e dannato alla James Dean e romantico come Shakespeare, l’attesa per 4 tomi di sapere se lei i trasforma, come si trasforma e se finalmente fanno sesso…), però la genialata di aver stracciato un clichè ed esserselo reinventato, questa le va riconosciuta. L’aver calato la storia in mezzo ad una riserva indiana, fusa con vero mito dei Quileute, l’aver creato dal niente la stirpe dei Volturi a Volterra, in Italia (possibile che nessun italiano c’avesse pensato??!)…anche quelli sono bei colpacci.
    Col mio amico ho chiuso la discussione così: se era tanto semplice e banale, perchè non l’hai scritto tu quel libro? adesso saresti ricco sfondato!
    Non so se scriverò mai fantasy…o “urban fantasy”, come mi par d’aver capito si chiami. Un’idea ce l’ho, ma deve giungere a maturazione parecchio. Anche perchè questa volta sì che la voglio calare in Italia, ai tempi odierni. Ma non è facile creare un mondo da zero….di sicuro io non ci metto solo 7 giorni! :)

    • Daniele Imperi
      29 dicembre 2014 alle 15:21 Rispondi

      Ciao Barbara, benvenuta nel blog.

      Forse non ho mai letto un fantasy che non fosse a lieto fine.

      Neanche a me piace la figura del vampiro di Twilight, ma parlo del film e non del romanzo, che non ho letto. Nel film non erano vegetariani, ma si nutrivano di sangue di altri animali e non umano.

      All’inizio io la pensavo come te, la Meyer è stata originale. Alla tia domanda, però, rispondo così: i vampiri fanno parte di precise leggende, tutto qui. Certo, io posso scrivere che un licantropo si trasforma in lupo solo a mezzogiorno, ma questa, in tutta sincerità, non la trovo un’idea originale.

      Il vampiro, almeno nel film, era ben lontano dalla figura di James Dean :)

      Però, sì, ha avuto qualche bella idea geniale, come quelle che hai citato.

      7 giorni sono effettivamente pochi, ma basta solo iniziare e organizzarsi ;)

      • Barbara
        29 dicembre 2014 alle 15:45 Rispondi

        Eh, purtroppo i film (come la maggior parte della trasposizioni cinematografiche) tagliano metà dei libri per questioni di ciak. In questo caso han tagliato molte scene, molte spiegazioni, soprattutto sull’origine dei personaggi. Il “vegetariani” andava tra virgolette, loro si ritengono “vegetariani” rispetto al resto della specie, perchè solo quella famiglia si nutre di sangue animale e non umano.
        …le leggende sono appunto leggende: “Per Leggenda s’intende tutto quello che non accerta l’esistenza dei fatti raccontati oralmente.” Dal momento che non è accertato, non è realtà, uno scrittore può inventarsi anche un’altra leggenda, un mondo completamente suo:
        Bella: Come fai ad uscire di casa quando è giorno?
        Edward: Leggenda
        Bella: Non ti sciogli al sole?
        Edward: Leggenda
        Bella: Dormi dentro una bara?
        Edward: Leggenda. Io non dormo
        Bella: Mai?
        Edward: Mai…
        Certo, un licantropo che si trasforma in lupo solo a mezzogiorno può sembrare un’idea poco originale, ma che succede se a mezzogiorno non riesce mai a trovarsi al posto giusto oppure se la presenza di un altro elemento gli impedisce la trasformazione proprio quando gli serve? What if?

        • Daniele Imperi
          29 dicembre 2014 alle 16:38 Rispondi

          Sulla leggenda posso in parte concordare. In effetti si chiama così perché è qualcosa che non è reale e accertato. A me del film non era piaciuto il tono troppo “rosa”: alla fine il fantastico è una scusa per scrivere una storia d’amore.

  9. Tenar
    29 dicembre 2014 alle 15:42 Rispondi

    Tantissimo tempo fa avevo scritto “le 10 cose che non farò mai scrivendo fantasy”, non me le ricordo tutte, ma alcune sì:
    – l’eletto, quello che deve salvare il mondo perché qualcuno ha deciso così (poveretto)
    – Il mondo che deve essere salvato (tutto o niente, eh, mai che si lotti per qualcosa di meno…)
    – Il vecchio saggio barbuto che muore sempre a tre quarti del libro primo, salvo poi tornare come Gandalf (onore e merito a Umbra de R. Hobb che, pur essendo l’archetipo del “vecchio saggio barbuto” sopravvive a due trilogie)
    – Elfi, nani e orchi in salsa Il signore degli anelli o D&D
    – Le saghe infinite
    – L’oggetto che serve/la capacità ritenuta perduta che capitano in mano all’eroe proprio al momento giusto…

    Insomma, mi ritrovo molto con la tua lotta al cliché, mi piace scrivere fantasy a basso potenziale magico, dove si muovono uomini e donne concreti, con bisogni primari, con qualche guizzo di meraviglioso qua e là.
    Per vari motivi ho smesso da tempo di pensare di scrivere romanzi fantasy, ma qualche racconto così lo scrivo sempre volentieri.

    • Daniele Imperi
      29 dicembre 2014 alle 16:45 Rispondi

      L’eletto ha stufato, hai ragione. Ma anche gli altri elementi che citi, tutti cliché che io non sopporto più.
      Ora sto leggendo Le nebbie di Avalon della Bradley: eri tu che mi avevi detto che t’era piaciuto? A me sta piacendo, è la prima opera dell’autrice che leggo e non è il solito fantasy che ho letto finora.

      • Tenar
        29 dicembre 2014 alle 18:17 Rispondi

        Non è tra i miei preferiti dell’autrice (preferisco alcuni romanzi della saga di Darkover, se vuoi dei fantasy non a lieto fine lì ce ne sono), ma è un romanzo epocale, uno di quei pilastri del genere che non si può non conoscere.

        • Daniele Imperi
          29 dicembre 2014 alle 18:37 Rispondi

          Di lei ho anche La Dea della guerra (scritto assieme a Diana L. Paxson). Di Darkover sono tanti i romanzi…

  10. Fed
    29 dicembre 2014 alle 16:02 Rispondi

    Buone feste Daniele, tutto quello che hai detto sono degli ottimi consigli. Io ne aggiungerei solo un altro che ho trovato in diversi blog, che vale nella narrativa fantastica in generale (non solo nel fantasy): all’inizio, per aumentare l’immersione nella storia, parti da una situazione particolare per poi arrivare a una situazione generale. Per spiegarmi meglio, se il tuo libro parla di una guerra, non ti conviene iniziare con una digressione sui due schieramenti e sulla situazione geopolitica, ma ti conviene iniziare la scena con un personaggio che si trova coinvolto in una delle battaglie e poi da lì informare il lettore pian piano della situazione generale. È una cosa che forse sai già perché per quelli che la conoscono e abbastanza ovvia, ma io non ci avevo mai pensato prima che la leggessi.
    P.S. Se ti interessa sapere un po’ più di fantasy ti posso consigliare il sito Fantasy Eydor e se vuoi fare esperienza con delle razze fuori dai cliché puoi leggere la saga fatta dalla Silvana De Mari (ma non leggere i suoi saggi: si occupano solo di psicologia e politica). Se invece vuoi fare un po’ di esperienza con le nuove frontiere del fantasy, ti posso consigliare Cuore d’Acciaio di Michael Swanwick. In italiano non è più in commercio da molti anni, ma lo puoi trovare piratato su Internet.

    • Daniele Imperi
      29 dicembre 2014 alle 16:49 Rispondi

      Grazie, Fed, buone feste anche a te.
      Non avevo pensato neanche io alla situazione particolare. In effetti è meglio e tenderei a fare così anche io. Ora, a memoria, non ricordo se in qualche racconto abbia agito così. L’ho trovata nel romanzo La strada di McCarthy.
      Grazie delle segnalazioni, darò senz’altro un’occhiata a tutto. Non ho letto nulla di quei due autori.

  11. Francesca
    21 luglio 2016 alle 16:35 Rispondi

    Ciao a tutti, ho ripescato questo articolo perché in cerca di una risposta ai miei dubbi esistenziali.
    Sono d’accordo riguardo al non riproporre sempre le solite creature mitologiche, benché siano da sempre affascinanti a distanza di secoli, tuttavia penso che se qualcuno sa farlo con i dovuti attributi secondo me va considerato. E’ pur vero che non è facile il mondo del fantasy, è un universo parallelo frutto dell’inconscio più profondo di ogni scrittore che si approccia al genere.
    Il romanzo cui sto tentando di dare una forma,potrebbe essere nominato un fantasy storico – almeno credo? – (sicuramente visto e rivisto in tutte le salse) ma è un progetto cui sto lavorando da un anno più o meno, la cui ispirazione mi è arrivata in sogno.
    In definitiva, il mio dramma consiste nel “inventare o no una città in una nazione reale”? Sono ferma su questa domanda da un po’, e speravo che qualcuno di voi potesse aiutarmi. :(
    Grazie a tutti.

    • Daniele Imperi
      21 luglio 2016 alle 16:54 Rispondi

      Ciao Francesca, se si tratta di un fantasy, puoi fare ciò che vuoi :)
      Camilleri ha creato almeno due città e non in romanzi fantasy, bensì in gialli.

      • Francesca
        31 luglio 2016 alle 12:42 Rispondi

        Grazie mille per la tua risposta
        <3

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